Il ritorno o la crescita di movimenti di estrema destra in vari Paesi europei, compresa l’Italia, viene spesso spiegato da storici e analisti non come “mancanza totale di memoria”, ma come il risultato di più fattori politici, sociali e culturali.
Molte persone percepiscono insicurezza economica, sfiducia verso le istituzioni, paura del declino sociale o perdita di identità nazionale. In questi contesti, leader con linguaggi radicali riescono a presentarsi come figure “forti”, anti-establishment o capaci di dare risposte semplici a problemi complessi.
C’è poi un altro elemento: col passare del tempo, la memoria storica diretta del fascismo e della guerra si indebolisce. Le nuove generazioni non hanno vissuto quei drammi e spesso li conoscono solo in modo scolastico o superficiale. Questo può rendere meno immediata la percezione dei rischi legati all’autoritarismo, alla propaganda o alla limitazione delle libertà democratiche.
Allo stesso tempo, è importante distinguere tra: destra democratica; destra radicale; movimenti apertamente antidemocratici.
Non tutte le persone che votano partiti di destra condividono idee estremiste o autoritarie. In una democrazia, il confronto politico resta legittimo finché avviene nel rispetto della Costituzione, del pluralismo e dei diritti fondamentali.
La preoccupazione riguarda soprattutto l’emergere di nostalgie autoritarie, linguaggi violenti, delegittimazione delle istituzioni democratiche; discriminazioni verso minoranze; esaltazione della forza contro le regole democratiche.
Ed è proprio per questo che la memoria storica resta centrale. La Repubblica Italiana è nata dopo il fascismo e la guerra civile con una Costituzione costruita proprio per evitare il ritorno di sistemi autoritari. Conoscere la storia serve non solo a ricordare il passato, ma a riconoscere i segnali che possono mettere in difficoltà la democrazia nel presente.
Molti si chiedono perché figure come Roberto Vannacci possano avere consenso in una democrazia nata dall’antifascismo. La spiegazione, secondo sociologi e politologi, sta nel fatto che una parte della società si sente distante dalle élite politiche tradizionali e cerca figure percepite o che astutamente si fanno percepire, come “forti”, dirette e anti-politicamente corrette. Cercano di far ripetere la storia negativa.
Vannacci ha costruito la sua immagine pubblica parlando in modo provocatorio su identità nazionale, immigrazione, sicurezza, diritti civili e ruolo dell’esercito. Per alcuni questo linguaggio rappresenta una rottura con il conformismo; per altri è invece un segnale preoccupante di regressione culturale e democratica.
Ancora più preoccupante è pensare che nell’esercito italiano ci sono state e … ancora ci possano essere figure così.
Il punto centrale è che le democrazie permettono anche l’esistenza di idee dure o radicali, purché restino dentro il quadro costituzionale. La vera sfida non è soltanto impedire certe figure, ma capire perché una parte dell’opinione pubblica si riconosca nei loro messaggi.
Spesso dietro questi fenomeni ci sono: paura sociale ed economica; crisi della rappresentanza politica; rabbia verso le istituzioni; sfiducia nei media tradizionali; uso molto efficace della comunicazione polemica e dei social network.
La storia insegna che le democrazie si difendono soprattutto con cultura, partecipazione, educazione civica e memoria storica, non soltanto con l’indignazione.
Ma la storia insegna anche che il sistema potere dietro le “belle riforme della formazione” attiva meccanismi per incepparle impedendo lo sviluppo di quel pensiero autonomo e di quella capacità critica che sono un potente antidoto alla patologia del cittadino manipolabile e “ubbidiente” sempre e comunqe.
Mentre presentiamo queste considerazioni, poco distante da noi, nell’area che va dalla Stazione Centrale al Parlamento belga, a Bruxelles, si stanno svolgendo pesanti manifestazioni, ad opera di professori e studenti, contro il Governo per il tagli ai fondi per la Scuola. Come dire della formazione interessa poco dappertutto.
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