CI SONO CITTÀ CHE SI VISITANO E CITTÀ CHE SEMBRANO ENTRARE DENTRO DI NOI.
ISTANBUL APPARTIENE ALLA SECONDA CATEGORIA
.

“Il viaggio” non è banalmente un cambiamento di posizione geografica, il viaggio è un modo di cambiare, è andare incontro ad una trasformazione attraverso la visione di luoghi e il contatto con persone e culture diverse; può essere un modo per migliorare la propria esistenza, allargare i propri orizzonti, imparare ad adattarsi alla mutevolezza dei codici comportamentali.

Mesi di preparazione codificati in una brochure, informazioni, servizi da assicurarsi, cautele di fronte all’aleatorietà degli eventi, poi l’immersione nel viaggio e la ricerca di senso.

Due ore di volo per atterrare nell’aeroporto più connesso al mondo e nella rosa dei primi tre con il maggior transito di passeggeri: l’IST della Istanbul europea. 50 km con il fiato sospeso alla “riscoperta” – è la terza volta   – di una metropoli speciale, unica tra due continenti, che ti affascina ogni volta come fosse la prima.

La parola ricorrente è suggestione ma … dalla mille sfaccettature.

Istanbul, la città che attraversa due continenti

Non è facile descrivere l’impatto che produce la prima volta che la si guarda nella sua interezza. Forse perché Istanbul non è soltanto una città: è un incontro continuo di mondi, di epoche, di popoli, di religioni, di abitudini e di codici culturali.


È una città sospesa fra due continenti, ma soprattutto sospesa fra due modi diversi di concepire lo spazio, il tempo e la vita.

Nel mezzo c’è il Bosforo, che non divide veramente l’Europa dall’Asia: le attraversa entrambe, le mette in comunicazione, le costringe quasi a guardarsi negli occhi. I traghetti lo percorrono continuamente, trasportando persone da una riva all’altra, mentre sulle colline la città sale e scende, si addensa e improvvisamente si apre sul mare.



E poi ci sono le moschee.

Prima ancora di riconoscerne una, se ne avverte la presenza. Una cupola appare oltre i tetti, poi un minareto, poi un altro ancora. I minareti si levano sottilissimi verso il cielo e sembrano dialogare da una collina all’altra, trasformando il profilo della città in una straordinaria scenografia.

Quando la voce del muezzin* si diffonde nell’aria e viene raccolta da altre moschee, Istanbul sembra parlare attraverso il proprio paesaggio.

Non è soltanto un suono religioso. È una componente della città, come il rumore dei traghetti, il traffico, il vento del Bosforo, le voci dei mercati.



E basta attraversare il mare per ritrovarsi in un’altra Istanbul.

A Üsküdar, sulla sponda asiatica, la città sembra quasi raccogliersi. Per certi aspetti conserva l’atmosfera di un grande villaggio affacciato sull’acqua: più intimo, più vicino alla dimensione quotidiana, con la vita che scorre davanti al Bosforo.

Poi si torna verso l’Europa e tutto cambia.

Karakoy, Galata, Fener, Balat sembrano appartenere a un’altra città ancora. Le case colorate si arrampicano sulle colline, le strade salgono e scendono, i negozi si susseguono, i ristoranti e i caffè restano animati fino a tarda sera. Le funicolari collegano livelli diversi della città e la gente continua a muoversi, incontrarsi, mangiare, parlare.

Istanbul è una città che non sembra avere un’ora in cui spegnersi.



E forse il modo migliore per conoscerla è proprio quello di lasciarsi trascinare dalla sua vita quotidiana.

Anche il cibo diventa una forma di esplorazione.



Il kebab, il pesce, i dolci, il pane, la cucina di strada, i piccoli ristoranti. Ma soprattutto i profumi. Prima ancora di vedere molte delle cose che si vendono nei mercati, spesso le si riconosce con l’olfatto.

Tra i cibi più semplici e autentici ci sono i panini dei pescatori, preparati con lo sgombro e venduti a coppie lungo la sponda o sotto il ponte Galata. Si mangiano in piedi, seguendo il ritmo della città, con il Bosforo davanti e il movimento continuo di barche, venditori e passanti intorno.



Nel Grand Bazaar si entra quasi come dentro un fiume.



Un fiume di persone, di negozi, di colori, di oggetti, di contrattazioni. Un labirinto nel quale sembra possibile trovare qualunque cosa: gioielli, tappeti, tessuti, ceramiche, lampade, borse, abiti, souvenir, oggetti tradizionali e prodotti che riproducono, con maggiore o minore fedeltà, i grandi marchi internazionali.

Non è semplicemente un mercato.

È una rappresentazione della città stessa: antica e moderna, tradizionale e contemporanea.

E quando si esce da questo vortice e si arriva al Bazar delle Spezie, la percezione cambia ancora.

Qui la città si ascolta con il naso.

Cannella, zafferano, pepe, cumino, chiodi di garofano, tè, frutta secca, dolci, erbe, profumi dolci e pungenti si mescolano nell’aria.

È una vera sinfonia di profumi.



Il mercato diventa quasi una memoria dell’antica Istanbul commerciale, quella città che per secoli ha fatto incontrare merci e uomini provenienti da mondi lontanissimi.

Ma se vogliamo, alla fine, ad Istanbul c’è un bazar diffuso.

Tre strade, tre Istanbul



Ma anche le strade commerciali raccontano la città. E basta percorrerne tre per capire quanto possa essere diverso il pubblico che le attraversa.

İstiklal Caddesi è la grande strada commerciale della Istanbul contemporanea. È affollata, rumorosa, attraversata continuamente da residenti e visitatori. Qui si viene per comprare, ma anche semplicemente per stare nella città: entrare in un negozio, fermarsi in un caffè, mangiare qualcosa, osservare la folla. È una grande passerella urbana, nella quale si incontrano generazioni, culture e condizioni sociali differenti.

Poi c’è Nişantaşı – lo sappiamo anche se non siamo riusciti a visitarla –   e il tono cambia.

Qui la strada commerciale diventa elegante, internazionale, legata alla moda e al lusso. Le vetrine dei grandi marchi, i ristoranti raffinati, i caffè e le architetture moderne costruiscono un ambiente nel quale anche il modo di vivere lo spazio appare diverso. Il cliente non è soltanto chi cerca qualcosa da comprare: è anche chi vuole entrare, almeno per qualche ora, in un certo stile di vita.

Nişantaşı mostra una Istanbul più sofisticata e cosmopolita, inserita nei grandi circuiti internazionali della moda e del consumo.

E poi c’è la strada che collega il Grand Bazaar al Bazar delle Spezie, nell’area di Eminönü.



Qui il commercio torna a essere più antico, più fisico, quasi istintivo. La folla non sembra entrare nei negozi: è la folla stessa a diventare parte del mercato.

Si cammina tra botteghe e bancarelle, tessuti, borse, scarpe, oggetti per la casa, dolci, frutta secca e spezie. Si guarda, si tocca, si annusa, si confronta, si contratta. Il rapporto fra venditore e compratore diventa una piccola rappresentazione teatrale.



E soprattutto cambia il pubblico.

A İstiklal prevale la mescolanza: il quartiere è una grande passerella della città contemporanea.

A Nişantaşı il pubblico è più orientato verso la moda, il design, i marchi e un consumo di fascia alta.

Tra Grand Bazaar e Bazar delle Spezie, invece, il visitatore entra in una dimensione più popolare e mercantile, dove il prezzo si discute, l’acquisto diventa una trattativa e il piacere sta anche nel cercare, confrontare e contrattare.

Tre strade, dunque, tre modi di fare commercio e, soprattutto, tre modi diversi di vivere Istanbul.

Una stessa città può mostrarsi come metropoli internazionale, come capitale del lusso oppure come immenso mercato orientale.

E la cosa sorprendente è che basta prendere una strada, attraversare un quartiere o salire su un tram per passare dall’una all’altra.

A Istanbul non cambiano soltanto i negozi: cambia il pubblico, cambia il ritmo, cambia il linguaggio della città.

Una città di molte civiltà

E tutto questo continua ancora oggi, dentro una metropoli modernissima.

Questa è forse la cosa più sorprendente: la capacità di Istanbul di sovrapporre senza cancellarle le proprie diverse identità.



Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul.

Oriente e Occidente. Europa e Asia. Tradizione e modernità. Il bazar e il grattacielo. La moschea antica e la strada commerciale. Il traghetto sul Bosforo e la metropolitana. La funicolare e il taxi. Il piccolo negozio di quartiere e il grande marchio internazionale.



E non è soltanto una storia di Islam e di Occidente.

Nella trama della città sopravvivono anche altre grandi tradizioni religiose. C’è l’ebraismo, con la sua presenza secolare e le sue testimonianze ancora visibili nella città; e c’è soprattutto il cristianesimo ortodosso, che trova a Fener uno dei suoi luoghi più importanti.



Qui si trova il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, con la chiesa di San Giorgio dagli interni splendidi, sede del patriarca ecumenico Bartolomeo I, oggi 84enne, la cui visita a Bova Marina – la prima in Calabria storicamente in assoluto –  ebbi modo di organizzare il 23 marzo del 2001

È un luogo che sembra racchiudere, quasi fisicamente, la continuità fra la Costantinopoli cristiana e la Istanbul contemporanea.

E così, passeggiando per la città, la pluralità non è soltanto qualcosa che si studia nei libri di storia: diventa una presenza concreta, visibile, fatta di edifici, luoghi di culto, quartieri, persone e tradizioni.

Islam, ebraismo, ortodossia e le altre confessioni cristiane fanno parte di una storia urbana stratificata, nella quale ogni epoca ha lasciato una traccia senza cancellare completamente quella precedente.

È anche per questo che Istanbul appare così difficile da racchiudere in una sola definizione.

Non è una città con una sola anima. È una città nella quale molte anime hanno imparato, nel corso dei secoli, a vivere una accanto all’altra.

La città dall’alto

E poi c’è un momento in cui tutto questo può essere osservato dall’alto.



Dal decimo piano dell’albergo – Golden City Istanbul – il Corno d’Oro si apre davanti agli occhi in una visione quasi irreale. Le acque riflettono le luci della sera, le rive si accendono lentamente, le moschee emergono dalla massa degli edifici e i minareti si stagliano contro il cielo. I traghetti attraversano l’acqua lasciando dietro di sé lunghe scie luminose.



Da lassù, per un istante, la complessità di Istanbul sembra trovare una sua forma perfetta. 

Sotto quello stesso cielo convivono la preghiera e il commercio, il silenzio delle moschee e il vociare dei bazar, le antiche tradizioni e la frenesia della metropoli. La storia non è confinata nei monumenti: è ancora parte della vita quotidiana.

Ed è forse questo che rende una visita a Istanbul così particolare. Non si attraversano soltanto luoghi, quartieri e paesaggi, ma strati di civiltà che continuano a vivere gli uni accanto agli altri.

Nella piazza Sultanahmed – anticamente ippodromo romano – il tempo è segnato dai monumenti: obelisco di Teodosio (XIV  secolo a.C.) trasportato dall’Egitto nel 390 d.C.; la colonna dei serpenti trasportata dal santuario di Apollo a  Delfi per opera dell’imperatore Costantino; l’obelisco costantiniano; la fontana tedesca donsta nel 1898 al sultano Abdulhamid; la moschea basilica di Santa Sofia voluta da Giustiniano I nel 537 d.C.; la Moschea Blu voluta nel 1609-1616 dal sultano Ahmet I; e non molto discosta la  spettacolare Basilica Cisterna voluta dall’imperatore bizantino Giustiniano I nel 532 d.C., 70×140 metri con 336 colonne di 9 metri, serbatoio antico per l’apporto idrico ecc.     

        
Poi arriva la sera, le luci si riflettono sul Bosforo e il profilo delle cupole e dei minareti si fa sempre più nitido contro il cielo scuro.

È in quel momento che si capisce che Istanbul non ha bisogno di essere spiegata fino in fondo.


Basta averla attraversata.
Perché, quando si riparte, restano negli occhi il Bosforo e il Corno d’Oro, nelle orecchie il richiamo del muezzin e il rumore dei traghetti, nella memoria i colori di Fener e Balat e, nell’aria, quasi ancora, il profumo delle spezie.
Il resto lo fa il ricordo. 

__________________

*Nella liturgia islamica, il muezzin (pron. [mueʣˈʣin] ; in turco müezzin, dall’arabo مؤذن muʾadhdhin)  è la persona incaricata di salmodiare cinque volte (tra notte e giorno) dal minareto il richiamo (adhān), rigorosamente in arabo lingua del Corano, che serve a ricordare l’obbligo di effettuare validamente la preghiera islamica della ṣalāt.

La formula dell’adhān è nel sunnismo:

ReciteAraboTranslitterazioneTraduzione
4xالله أكبرAllāhu AkbarDio è [il più] grande*
2xأشهد أن لا اله إلا اللهAš-hadu an lā ilāha illa LlāhTestimonio che non c’è altro dio all’infuori di Dio
2xأشهد أن محمدا رسول اللهAš-hadu anna Muħammadan Rasūlu LlāhTestimonio che Maometto è il Messaggero di Dio
2xحي على الصلاةHayya ‘alā s-ṣalāhAffrettatevi alla preghiera
2xحي على الفلاحHayya ‘alāl-falāħAffrettatevi alla felicità
2xالصلاة خير من النومAs-ṣalātu khayru min al-nawmPregare è meglio che dormire**
2xالله أكبرAllāhu akbarDio è [il più] Grande
1xلا إله إلا اللهLā ilāha illallāhNon c’è altro dio all’infuori di Dio