Palma Comandè è una voce che sembra arrivare da lontano, come un richiamo notturno sul mare calmo. È profonda, indipendente, essenziale e nasce da una sensibilità che non si può imitare, solo ascoltare. La sua scrittura non guarda la vita: la attraversa in punta di piedi, le toglie i veli con delicatezza e la trasforma in visione, in luce che resta negli occhi. Nei suoi romanzi il reale smette di essere peso e diventa respiro. Galleggia come un sogno sull’acqua, si lascia cullare dalla luce lunare sullo Jonio, dai sentimenti segreti, che l’aria posa nell’anima di chi nasce su quelle rive. È un realismo che sogna, che non grida mai, ma incanta. Palma Comandè scrive come chi veglia il mare di notte, quando le onde parlano piano e le voci invisibili si avvicinano: le ascolta, le custodisce e le restituisce al mondo trasformate in racconto, memoria, incanto
Da bambina non giocava soltanto: ascoltava il respiro dei libri, ne seguiva il profumo come una promessa, accarezzava le pagine per sentirne il battito. Le parole la chiamavano prima ancora di avere voce. Intorno allo zio Saverio Strati, seduta in silenzio come chi assiste a un rito, imparava che la scrittura è una forma d’amore ostinato: fogli che si moltiplicano, correzioni a penna come ferite luminose, la pazienza di chi crede nel tempo. In quei gesti lenti Palma ha riconosciuto il suo destino, non come privilegio, ma come incanto da custodire.
È cresciuta così, con il Sud negli occhi e l’inchiostro nel sangue, portando dentro di sé paesi, venti e voci dimenticate. Nei suoi libri la Calabria non è solo luogo: è anima che sogna, memoria che canta, nostalgia che non fa male, ma illumina.
Palma Comandè scrive come si cammina verso il mare all’alba: senza fretta, con stupore, lasciando che ogni parola diventi orizzonte. Gli anni dell’infanzia trascorsi accanto allo zio Saverio sono stati per la scrittrice importanti, un vero imprinting emotivo e intellettuale. In quella vicinanza silenziosa e intensa hanno preso forma la passione per la lettura, l’abitudine all’introspezione, la ricerca di un modo profondo e consapevole di stare al mondo. È lì che la dimensione del pensiero ha iniziato a prevalere su quella puramente pratica, diventando spazio di ascolto, di osservazione e di crescita interiore.
“Fin da piccola mi attraeva il frutto del pensiero umano, soprattutto quello narrativo. Mi riconosco come scrittrice, questo mi dona gioia. È una voce che viene da dentro, linfa vitale”, ha raccontato l’autrice rispondendo a una mia domanda. Parole, che restituiscono il senso di una vocazione maturata presto, naturale come il respiro, e mai vissuta come eredità, ma come necessità intima e profonda. Il suo esordio letterario è affidato al romanzo storico: “Per coraggio e per paura”, dedicato alla strage di Cefalonia e pubblicato da Pellegrini. Un libro nato da una ferita della memoria familiare: il padre di Palma Comandè era un sopravvissuto e le aveva raccontato la guerra nei suoi risvolti più umani, nelle contraddizioni profonde di giovani costretti a uccidere altri giovani, senza odio personale, ma travolti dalla storia.
Da quei racconti è scaturita una narrazione intensa, capace di interrogare il coraggio e la paura, la responsabilità e il destino, restituendo alla tragedia una dimensione etica e umana. “Per coraggio e per paura” ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è oggi conservato anche nella Biblioteca Ambrosiana, a
testimonianza del valore letterario e civile di un’opera, che ha segnato con forza l’inizio del percorso narrativo della ideatrice. Successivamente, Palma Comandè racconta suo zio Saverio Strati nel romanzo dal titolo: “Prima di tutto un uomo”, edito da Rubbettino. Dalla voce limpida e coraggiosa della scrittrice affiora l’uomo dietro lo scrittore: non il monumento letterario, ma la creatura ferita, che ha fatto della parola una forma di sopravvivenza. “Prima di tutto un uomo” non è soltanto il racconto di uno dei più grandi autori calabresi del Novecento – vincitore del Premio Campiello con Il selvaggio di Santa Venere – nato a Sant’Agata del Bianco, ma un’indagine necessaria sulle radici, sulla famiglia, sul mistero stesso dell’essere umano.

Gli eventi di deliapress.it UTE-TEL-B: “Un prete” di Franco Nirta presentato da Palma Comandè. Elio Cotronei, Palma Comandè, Franco Nirta
Nel corso dell’intervista racconta la memoria senza indulgenze. Non addolcisce, non giustifica. Così il libro rifiuta l’immagine patinata dell’autore celebrato e restituisce quella più autentica: un uomo tormentato, silenzioso, spesso distante, ma mai reciso dal legame profondo con la sua terra e con il sangue da cui proviene. L’incipit ha il valore di un rito: il ritorno a Sant’Agata del Bianco con la madre, partendo da Casignana. Un viaggio breve nello spazio, infinito nella memoria. È un pellegrinaggio, che apre le porte a una narrazione che attraversa tre generazioni, tra povertà, emigrazione, sacrifici, sogni interrotti. Un racconto, che porta l’impronta del verismo e del neorealismo, ma che si nutre di una sensibilità contemporanea, capace di dare voce a chi per troppo tempo è rimasto ai margini. Al centro della narrazione stanno le donne. Figure potenti, simbolo di una Calabria arcaica e patriarcale della prima metà del Novecento. Agata, madre di Saverio, è il cuore pulsante del libro: donna piegata dalla violenza e dall’indifferenza di un marito padrone, ma capace di proteggere i figli e di trasmettere loro la fame di sapere. È lei che, aiutata da uno zio emigrato in America, spinge Saverio a riprendere gli studi a diciotto anni. La sua forza non è clamore, è destino. Accanto a lei, Teresa, la figlia, incarna il dramma del sacrificio imposto: convinta a sposare lo zio “miricano” per salvare il fondo di Cola, compie una scelta che, come in una tragedia greca, non redime ma condanna. La terra, unica forma di identità e riconoscimento in un mondo agricolo chiuso nei confini del paese, diventa oggetto di contesa, avidità, giudizio sociale. E la donna, ancora una volta, ne paga il prezzo più alto. Queste figure femminili non sono comparse: sono coscienza, motore, resistenza. Prigioniere di un sistema che le voleva mute, si rivelano invece custodi di dignità. Palma Comandè si pone come loro erede, affrontando le verità più scomode e restituendo la memoria familiare come atto di giustizia e di amore. E poi c’è Saverio Strati. Non lo scrittore pubblico, ma l’uomo: muratore, figlio, fratello, segnato da un padre violento e da un carattere chiuso, riservato.

Dietro i silenzi, Comandè intravede il peso di un’infanzia aspra, di una Calabria dura e impenetrabile. È un ritratto umano, che illumina le sue scelte e il bisogno profondo di trasformare la ferita in parola. Nelle pagine del libro rivivono povertà, analfabetismo, emigrazione, ma soprattutto la dignità di una terra e dei suoi uomini. Il libro si chiude con un’immagine di struggente poesia: una rosa deposta sulla salma dello zio, che la madre, in un momento sospeso tra vita e morte, rivede tra le sue mani, finalmente sorridente. È una riconciliazione simbolica, il gesto che scioglie i nodi di esistenze segnate dal silenzio. Ma il lascito più profondo del romanzo “Prima di tutto un uomo” è un altro: mostra che per Saverio Strati la parola non era strumento, ma sostanza vitale. Scrivere significava riscattare l’oscurità, trasformare il silenzio in voce, fare della memoria una responsabilità condivisa. La letteratura non come fuga dalla vita, ma come immersione nella sua verità più segreta. Perché prima dello scrittore viene l’uomo. E solo un uomo, che ha conosciuto il dolore può restituire, con le parole, dignità al mondo.

Durante l’intervista Palma Comandè racconta anche l’ultimo romanzo scritto: “La Padrina” edito da Rubbettino. Si tratta di un libro, che cammina sul filo sottile del cambiamento, come chi avanza nella nebbia senza rinunciare alla direzione. Al centro, due donne legate dal sangue e divise dal tempo: la bisnonna, la Padrina, e la nipote. Due poli di uno stesso universo, due modi opposti di abitare il mondo. La Padrina è radice e legge. Incarnazione autorevole di una cultura arcaica, trasmette i suoi dettami attraverso un potere indiscusso, duro, avvolgente, che sa di ’ndrangheta e di destino già scritto. In lei il comando è silenzio, il silenzio è ordine, l’ordine è sopravvivenza. È la custode di una tradizione che non ammette deviazioni, dove la donna è cardine invisibile, ma imprescindibile. La nipote, invece, è crepa. È inquietudine che non si rassegna, è desiderio di scegliere, di pensare a modo suo, di essere. In un mondo che chiede obbedienza, lei coltiva il dubbio. In un sistema che pretende continuità, lei sogna lo scarto. Il suo cammino è accidentato, segnato da urti violenti contro i sentimenti, da cadute che a volte assumono contorni tragici. Ma ogni ferita diventa consapevolezza, ogni perdita un passo verso sé stessa. Lo sfondo è un Sud solo in apparenza immobile, schiacciato da una cultura fatalistica e chiusa. In realtà, sotto la superficie, pulsa un movimento segreto: domande, contraddizioni, desideri di riscatto. La Padrina scava lì, nelle profondità dell’essere, dove l’identità non è mai data una volta per tutte, ma va conquistata. Questo è un romanzo di donne, ma soprattutto di rivalsa femminile. Non urlata, non retorica, bensì ostinata e sognante. È la storia di chi osa immaginare un’altra vita anche quando tutto sembra già deciso. Perché il vero atto rivoluzionario, qui, non è rompere le regole con violenza, ma avere il coraggio di pensarsi libere.
E in quel sogno, fragile e luminoso, la donna non è più custode del destino altrui, ma finalmente artefice del proprio.” La Padrina è diventata una vera e propria bandiera dell’associazione Libera di don Ciotti, promosso in molti eventi culturali dedicati alla memoria di Lea Garofalo, soprattutto nelle scuole lombarde, con particolare attenzione ai territori di Monza e Brianza e Milano”, ha spiegato la scrittrice Palma Comande.

Infine, l’autrice è da sempre impegnata in attività culturali volte a valorizzare la narrazione artistica e culturale calabrese. Infatti, subito dopo la tappa a Palazzo Campanella a Reggio Calabria, si è concluso a Cosenza nella sede del Consiglio Regionale, il progetto “100 Strati”, promosso dalla Regione Calabria, dalla Calabria Film Commission e dal Comitato “100 Strati”. Si è trattato di un percorso culturale, che ha saputo trasformare la memoria in esperienza viva, parlando ai giovani con il linguaggio del presente. Oltre duecento studenti delle scuole secondarie calabresi sono stati coinvolti in un lavoro di riscoperta dell’opera dello scrittore di Sant’Agata del Bianco attraverso il cinema. I ragazzi, provenienti da diversi licei, hanno realizzato cortometraggi nati da attività di studio, lettura e confronto, dando forma visiva a una letteratura che continua a interrogare il nostro tempo, mediante il supporto tecnico e artistico dell’Associazione Culturale School Movie APS.“È stata un’esperienza che non si esaurirà entro i confini regionali calabresi: i progetti proseguiranno anche in Italia e all’estero, intrecciando cinema, letteratura e formazione in una prospettiva multidisciplinare” – ha evidenziato Palma Comandè – “Questi progetti sono
fondamentali solo se stimolano davvero a leggere e studiare Saverio Strati. Altrimenti rischiano di restare sterili».
Un monito chiaro, che richiama al senso autentico della culturale come esercizio critico e non come celebrazione vuota. “Saverio Strati – ha ricordato Comandè – mise al centro l’uomo, superando la visione delle masse come oggetti sociali tipiche di certo verismo e realismo, per restituire dignità a soggetti capaci di agire e scegliere. La sua non fu mai una nostalgia regressiva, ma uno sguardo capace di trasformare la necessità in opportunità, come accade nei flussi migratori che attraversano la storia del Sud. In questo senso, “100 Strati” rappresenta un fiore all’occhiello per la Calabria.
Nonostante, le difficoltà iniziali, grazie a una collaborazione corale – che ha visto impegnati anche la casa editrice Rubbettino, il coordinatore del Comitato “100 Strati”, Luigi Franco, il Sindaco di Sant’Agata del Bianco Domenico Stranieri, il Professore Giuseppe Polimeni – membro dell’Accademia della Crusca e numerose realtà istituzionali e culturali – si è riusciti a coniugare passato e presente, costruendo un modello virtuoso di valorizzazione identitaria.
Da qui l’appello: la scuola e la Regione dovrebbero introdurre stabilmente gli autori calabresi, come lo scrittore Saverio Strati, nei curricula, per non perdere le nostre radici, che nel Sud sono ancora vive” – continua la scrittrice Comandè – “Occorre ascoltare di più gli intellettuali”, indicando una direzione che va oltre l’evento e punta alla continuità. Intanto lo sguardo è già rivolto al futuro. Palma Comandè ha annunciato un saggio su Saverio Strati in uscita nel nuovo anno e un nuovo romanzo in lavorazione. Entrambi, probabilmente, saranno pubblicati da Rubbettino, proseguendo un percorso editoriale che tiene insieme ricerca, memoria e narrazione. “100 Strati” lascia così in eredità qualcosa di prezioso: non solo un omaggio a un grande scrittore, ma la consapevolezza che la letteratura, quando incontra i giovani e i linguaggi del presente, può ancora essere strumento di conoscenza, radice viva e possibilità di futuro.
A conclusione dell’intervista, Palma Comandè ha lasciato parole che suonano come un invito e insieme come una visione. “Valorizzare ogni risorsa del nostro territorio, le storie, le voci, i paesaggi, le ferite e i talenti significa custodire ciò che ci rende unici.
È lì, in quella ricchezza spesso nascosta, che può nascere un antidoto all’omologazione. Per la scrittrice, la Calabria non deve rincorrere modelli estranei, ma ascoltare il proprio respiro profondo, trasformare la memoria in possibilità, la tradizione in seme. Solo così la cultura diventa sogno che resiste, identità che dialoga, luce capace di attraversare il tempo senza spegnersi”.









