A Olimpia non si visita soltanto un sito archeologico: si cammina dentro un’idea di civiltà.
Ci sono luoghi che non si limitano a raccontare la storia: la fanno rivivere. Olimpia è uno di questi. Basta varcare l’ingresso dell’antico santuario e il tempo sembra rallentare. Ogni pietra, ogni colonna spezzata, ogni tratto di terreno custodisce la memoria di un’idea che ha attraversato i secoli: quella di un’umanità capace di sfidarsi senza odiarsi.

Stadio, con la pista di 192,27 metri


Sono stato a Olimpia ancora una volta ed entrare nello stadio, ancora una volta, è stata un’emozione particolare. Ho percorso la pista sulla quale, nell’antichità, si cimentavano gli atleti, immaginando il fragore del pubblico e lo spirito delle competizioni di allora. Poco distante si trova il braciere dal quale, ogni quattro anni, viene accesa la fiamma olimpica che raggiunge la città ospitante delle Olimpiadi moderne.

Il braciere


Tra monumenti, resti di antichi edifici e ricostruzioni che aiutano a comprenderne l’originaria imponenza, riaffiorano inevitabilmente riflessioni sul significato autentico delle Olimpiadi. Viene spontaneo pensare alla tregua olimpica, quella straordinaria consuetudine che imponeva la sospensione delle guerre affinché tutti gli atleti e i loro accompagnatori potessero raggiungere Olimpia in sicurezza.

La tregua olimpica nell’antica Grecia si chiama  ekecheirìa (in greco antico: ἐκεχειρία).

Questo termine significa letteralmente “trattenere le mani” o “mani ferme”. Era un accordo sacro che sospendeva tutte le guerre. Durava circa un mese e permetteva, come dicevamo, agli atleti di arrivare in sicurezza fino a Olimpia.
È sorprendente constatare come un principio di tale saggezza, concepito più di duemila anni fa, sembri oggi quasi dimenticato. Eppure gli antichi avevano compreso che lo sport poteva rappresentare qualcosa di più della competizione: un momento di pace, di incontro e di rispetto reciproco, capace di fermare, anche solo per un breve periodo, i conflitti tra i popoli. Che poi non sono proprio tra i popoli ma piuttosto tra i detentori del potere di turno. Ai nostri giorni … i nemici quando non ci sono si inventano.


Camminando su quella pista, ho avuto la sensazione che il messaggio più prezioso di Olimpia non fosse la gloria dei vincitori, ma il valore della pace. Forse è proprio questa la medaglia che il nostro tempo dovrebbe tornare a conquistare.

INTANTO, LASCIAMO OLIMPIA E ANDIAMO VERSO LA MODERNITA’: IL PONTE RIO ANTIRIO CHE ATTRAVERSA L’ESTREMITA’ OCCIDENTALE DEL GOLFO DI CORINTO, SI PASSA DAL PELOPONNESO ALLA GRECIA OCCIDENTALE IN SOLI 2883 METRI.

Denominato ponte di Poseidone, aperto il 12 agosto 2004 ma inaugurato l’8 agosto con il passaggio della fiamma olimpica in occasione dei giochi olimpici di Atene 2004.

All’estremità opposta del golfo, il canale di Corinto, un’altra opera ingegnosa del passato, 1881-1893, di 6343 metri, largo 24,6 metri a livello del mare e 21 metri a 8 metri di profondità. Di fatto il canale sull’Istmo ha reso il Peloponneso un’isola.

Avevano cominciato a pensarci nel VII se. a. C., avevano ripreso l’idea i Romani, tanti i tentativi falliti, tanti gli oracoli consultati. Intanto avevano ripiegato sul Diolkos, una strada lastricata sulla quale trainavano le navi da un golfo all’altro su carrelli, si passava cioè dal golfo Saronico nel mare Egeo a quello di Corinto nel mare Ionio e viceversa, scavalcando l’Istmo e evitando la circumnavigazione del Peloponneso.