L’idea di essere completamente liberi è una delle convinzioni più radicate dell’essere umano. Ci piace pensare che le nostre decisioni siano il frutto di riflessioni autonome, di valutazioni razionali, di una volontà indipendente. Eppure, osservando il comportamento delle persone nel tempo, emerge un’altra possibilità: molte menti funzionano come algoritmi semplici.

Un algoritmo è una procedura. Riceve un’informazione, applica una regola e produce una risposta. Non serve che sia complesso. Anzi, spesso la sua forza sta proprio nella ripetizione.

Molti esseri umani reagiscono nello stesso modo agli stessi stimoli. Un elogio genera adesione. Una critica provoca difesa. La paura restringe il ragionamento. L’appartenenza al gruppo prevale sull’analisi. Una convinzione, una volta acquisita, tende a difendersi da qualsiasi prova contraria. Gli input cambiano, ma le regole restano le stesse.

Un esempio banale. Algoritmo semplice, oserei dire primordiale. Input: un cane morde un passante; informazione secca, surrettizia. Si passa immediatamente all’output: non dovrebbero esserci questi cani randagi pericolosi; al Comune che fanno? e così via. Il risultato è ottenuto: scatenare contro gli Amministratori. Invece l’algoritmo andava modificato, introducendo un banale grado di complessità: la scelta multipla. input: un cane ha morso un passante. Domanda: lo hanno molestato? Se la risposta è no, allora vale la conclusione precedente. Se la risposta è sì e si scopre che il passante lo aveva involontariamente calpestato mentre era tranquillamente accovacciato a dormire, allora l’output, cioè la conclusione, è ben diverso.

Evidentemente chi ha lanciato l’informazione vera ma surrettizia (cioè omettendo delle notizie si fa credere altro) contava proprio sull’algoritmo semplice che governa troppe menti.

Non dimentichiamo il classico: Lo ha detto la TV. Si acquisisce senza porsi domande.

Questa prevedibilità rende le persone manipolabili.

Chi conosce l’algoritmo non ha bisogno di controllare la mente; gli basta controllarne gli input. La propaganda, la pubblicità, la comunicazione politica e gli algoritmi delle piattaforme digitali funzionano spesso secondo questo principio. Non creano necessariamente idee nuove: sfruttano schemi mentali già esistenti, amplificandoli.

La vera libertà, allora, potrebbe non consistere nella possibilità di scegliere tra diverse opzioni. Potrebbe consistere nella capacità di modificare l’algoritmo con cui scegliamo.

È una differenza enorme.

Una persona che cambia opinione solo quando cambia l’ambiente continua a essere governata dal proprio algoritmo. Una persona libera è capace di mettere in discussione le regole con cui interpreta la realtà. Può osservare i propri automatismi, individuarne i limiti e sostituirli con altri più efficaci.

In altre parole, non cambia semplicemente le risposte.

Cambia il metodo con cui produce le risposte.

Questa capacità prende il nome di metacognizione: il pensiero che riflette su se stesso. È probabilmente una delle facoltà più rare e preziose della mente umana. Richiede umiltà, perché implica la possibilità di avere torto. Richiede coraggio, perché modificare il proprio algoritmo significa rinunciare a una parte della propria identità. Richiede disciplina, perché il cervello preferisce conservare ciò che già conosce.

Per questo motivo dubito che tale libertà appartenga a molti.

La maggior parte delle persone modifica le proprie conclusioni molto più facilmente di quanto modifichi i processi con cui vi è arrivata. Cambia opinione, ma non cambia modo di pensare. Cambia bandiera, ma conserva lo stesso meccanismo mentale. Sostituisce un dogma con un altro.

L’algoritmo rimane intatto.

Forse è proprio questa la differenza tra intelligenza e coscienza. L’intelligenza permette di eseguire un algoritmo con maggiore efficienza. La coscienza permette di riscriverlo.

Ed è qui che si misura la libertà.

Non nella quantità di scelte disponibili, ma nella capacità di interrogare il codice invisibile che le genera.

La maggior parte delle menti esegue il proprio programma.

Poche imparano a diventarne il programmatore.