Ci sono parole che si scelgono e parole, che ci scelgono. Le prime appartengono alla scrittura, le seconde alla poesia. Tiziana Bruzzese sembra conoscere bene la differenza: per lei il verso non è un ornamento della vita, ma il luogo segreto in cui ciò che ama e ciò che ancora non sa nominare può finalmente trovare una voce. Ci sono persone che attraversano la vita raccogliendo parole. Le raccolgono nei libri, nelle canzoni, nei film, nelle conversazioni, negli sguardi degli altri. Le lasciano sedimentare dentro di sé, come fanno le conchiglie con il mare, fino a quando un giorno una di quelle parole torna a galla e chiede di essere scritta.


Tiziana Bruzzese appartiene a questa umanissima categoria di anime, che non riescono a passare accanto alle emozioni senza ascoltarle. Nasce in Calabria, a Gioiosa Jonica, e nella sua terra costruisce il proprio percorso umano e professionale. È docente e assistente educativo nelle scuole, a contatto quotidiano con bambini e ragazzi con disabilità. Un lavoro fatto di presenza, attenzione e cura. Un lavoro, che obbliga a guardare oltre la superficie, ad accorgersi dei silenzi, dei gesti minimi, delle parole che talvolta non arrivano dalla voce ma dagli
occhi, dalle mani, dai piccoli movimenti del corpo. Forse anche per questo la sua poesia sembra avere un’attenzione particolare per ciò che vive sotto la pelle. Per ciò che non si vede. Per quella parte dell’esistenza, che rimane spesso senza nome e che pure, dentro di noi, continua a bussare. Accanto all’insegnamento c’è il giornalismo. Bruzzese ha collaborato come giornalista pubblicista con diverse testate online, occupandosi di articoli, recensioni e scritti di varia natura.


E poi ci sono la musica, il cinema, la letteratura: passioni che hanno a che fare con il racconto dell’uomo e con il bisogno di dare una forma alle emozioni. Ma la poesia è un’altra cosa. La poesia non si lascia comandare. Non arriva quando la si convoca. Arriva. E quando arriva, bisogna ascoltarla. Nel suo modo di raccontare la scrittura poetica c’è infatti qualcosa di quasi fisico, una sorta di urgenza. Prima ancora della parola c’è un’immagine. Una visione improvvisa. Una sensazione, che prende corpo con una tale intensità da interrompere la normalità della
giornata. È come se dentro si accendesse una luce. E quella luce non potesse aspettare. Bisogna fermarsi, prendere un foglio, un telefono o qualcosa su cui fissarla prima, che scompaia. Poi viene il lavoro paziente della scrittura: la scelta delle parole, la limatura, il ritmo, il verso che viene accorciato o spostato, la parola che sembra giusta ma non lo è ancora. Prima, però c’è l’emozione. Ed è proprio l’emozione il territorio nel quale Bruzzese sembra abitare con maggiore intensità. Si definisce una persona empatica, capace di nutrirsi di stati d’animo e sensazioni. In quei momenti la poesia diventa una necessità. Una forma di decompressione. Un modo per fare spazio dentro. Perché anche l’anima, quando sente troppo, ha bisogno di respirare. E forse è proprio qui, che si trova il nucleo più autentico della sua scrittura: nella necessità di trasformare l’esperienza in parola, di impedire che ciò che si prova rimanga informe, oscuro, muto. La poesia diventa allora uno strumento introspettivo, ma anche una forma di verità. Non la verità assoluta, quella che nessuno possiede, ma la verità intima di un sentimento nel momento esatto in cui viene vissuto. È da questo luogo interiore che nasce la sua prima esperienza letteraria, una silloge dedicata all’amore nelle sue molteplici sfumature. Ma l’amore, nelle pagine di Bruzzese, non ha soltanto il volto luminoso degli incontri. Ha anche quello dell’assenza, della perdita, della delusione, del tradimento, del lutto e infine della rabbia.


Sono poesie nate separatamente, in momenti differenti della sua vita. Non erano state concepite come un unico libro, ma come frammenti di esistenze, emozioni e stagioni diverse, riunite in un unico filo rosso. E quel filo rosso è l’amore. Ma sotto l’amore ce n’è un altro, più segreto. È il rapporto con sé stessi. È qui che la poesia di Bruzzese smette di essere semplicemente una poesia d’amore e diventa una poesia dell’io. Un io, che ama. Un io, che si perde. Un io, che soffre. E infine, lentamente, un io che prova a tornare a casa. La poesia diventa così catarsi, ma anche emancipazione. Bruzzese sceglie, per le sue poesie una lingua semplice, diretta, asciutta. Non ama i fronzoli e le sovrastrutture. La sua idea della poesia è essenziale. La poesia deve comunicare appassionare. E per comunicare davvero un’emozione, bisogna averla attraversata. In questa tensione tra fragilità e rinascita si colloca il percorso di Tiziana Bruzzese, una voce al suo esordio letterario, che ha già trovato nel riconoscimento del “Premio Rhegium Julii Inedito 2026” un importante passaggio del proprio cammino. La poetessa calabrese è stata infatti selezionata tra i finalisti nella sezione dedicata alla silloge inedita con “Madre terra”, un titolo, che sembra aprire una nuova porta nella sua ricerca poetica. Dall’amore alla terra.
Dall’intimità dell’io a qualcosa di più vasto.

Tra poco sarà lei stessa, nelle parole dell’intervista che segue, a raccontarci il suo viaggio poetico. E allora sarà bello lasciare per un momento la penna sul tavolo, smettere di interpretare, e ascoltare. Perché alcune storie non hanno bisogno di essere spiegate. Hanno soltanto bisogno di essere ascoltate. Come si ascolta il mare quando è notte. Come si ascolta una voce che arriva da lontano. Come si ascolta il cuore quando, finalmente, trova il coraggio di parlare.

Ecco di seguito l’intervista:

  1. Quando nasce in lei la poesia?
    La poesia in me non nasce come una scelta intellettuale ma come un “bisogno”, come esigenza interiore. Nasce nel silenzio e nell’attesa di quei luoghi in cui sono cresciuta, là dove “le montagne insegnano l’attesa”. Prima di essere scrittura, la poesia è stata ascolto: dei rumori della natura, del dolore che attraversa le nostre vite senza chiedere il permesso.
  2. Che cosa cerca quando scrive?
    Cerco verità. Quella nuda, spoglia. Scrivere mi permette di dare voce a ciò che la vita quotidiana soffoca o rimuove; mi permette di guardarmi allo specchio senza sconti, di fare “manutenzione del vuoto”.
  3. Da dove nasce -Madre terra-?
    Madre terra nasce dal sottosuolo, dalle zolle della mia terra e dalle cicatrici della memoria. È una raccolta nata lentamente nel tempo dall’esigenza di fare i conti con le origini, con un’infanzia bellissima, fatta di racconti intorno al focolare e da ginocchia sbucciate “color melagrana”. La silloge nasce dalla consapevolezza che siamo fatti della stessa materia dei luoghi che ci hanno generato e trattenuto.
  4. Perché ha scelto proprio questo titolo?
    In realtà la raccolta è stata presenta al concorso senza titolo. È stata la Giuria del premio a sceglierlo, sapientemente. Infatti la terra a cui faccio riferimento non è un idillio pastorale o una cartolina turistica ma una “madre” che, talvolta, è “matrigna”, viscerale, a tratti feroce. È una madre che accoglie ma che può anche divorarti; nutre ma può anche avvelenare. È una madre che sa essere grembo e tomba allo stesso tempo. Madre terra è il punto in cui ci radichiamo e da cui non riusciamo mai a staccarci del tutto. La Giuria, come le dicevo, è riuscita ad ascoltare e comprendere questa natura ambivalente della silloge.
  5. Che cosa rappresenta per lei la “Madre terra”?
    Madre terra, per me, rappresenta l’identità, il luogo in cui anima e corpo si radicano. È la Calabria, la Locride con le sue fiumare gravide, con le sue contraddizioni e la sua bellezza feroce. È una madre severa che ci chiede di “masticare terra impastata col sale” ma che, proprio per questo, ci impone di essere autentici, resistenti e allo stesso tempo accoglienti e aperti verso gli altri.
  6. La poesia può ancora cambiare il nostro sguardo sul mondo?
    Solo se la poesia non è esercizio di stile. La poesia ha il potere di filtrare la realtà, di governare il tempo, di fornire punti di vista differenti. Ogni poeta porta con sé un modo originale e unico di interpretare le cose.
  7. Quale emozione vorrebbe lasciare al lettore?
    Io vorrei, che il lettore leggendo i miei versi, provasse un senso di risveglio e di pienezza anche attraverso il dolore. Non amo la scrittura pietistica e non vorrei dare una lettura comoda e consolatoria. Vorrei che, chiudendo il libro, piccolo e leggero, chi legge sentisse tutto il peso della terra.

8. Quanto conta la Calabria nella sua poesia?
La Calabria, in questa raccolta, è la materia prima. Non è solo uno sfondo geografico ma un personaggio vivo. Sono vive le montagne, le fiumare, le pietre…

9. La sua terra è più radice o memoria?
Entrambe le cose. I due aspetti sono legati in maniera indissolubile. La radice mi tiene legata alla terra, mi impedisce di disperdermi nella baraonda del mondo; la memoria è ciò che si accende nel buio, il ritorno ai giorni d’estate, alle voci intorno alla tavola con la tovaglia a quadri, ai racconti d’infanzia. Senza radici non ci sarebbe stabilità, senza memoria non ci sarebbe poesia.

  1. Che cosa ha significato vincere la 58a edizione del Premio Inedito della Fondazione Rhegium Julii, nella sezione “Gilda Trisolini”?
    È stato un riconoscimento di un’importanza immensa. Soprattutto perché arriva da un premio storico e prestigioso, profondamente legato a questa terra. Vincerlo nella sezione intitolata alla poetessa Gilda Trisolini è una emozione particolare: significa che la voce della mia silloge hatrovato un ascolto autentico, che il dolore e la forza racchiusi in questi versi sono riusciti a valicare la pagina e ad arrivare agli altri.
  2. Questo premio cambia il suo modo di guardare alla poesia?
    Questo premio non cambia il modo in cui vivo la poesia perché, per me, la scrittura poetica resta un atto di necessità interiore. Questo premio mi dà una maggiore consapevolezza: che la voce “scorticata” e cruda di Madre terra è arrivata a destinazione.
  3. C’è un verso di -Madre terra- che sente particolarmente suo?
    Ce ne sono diversi ma se devo sceglierne uno direi:” Solo il foglio è muro. / Solo l’inchiostro è rifugio. / il bianco è casa”. In questi versi è racchiusa l’essenza del mio fare poesia: lo spazio della scrittura come unico riparo dalle tempeste del mondo.
  4. Quale bellezza riesce a raccontare meglio la poesia?
    La poesia, secondo me, racconta la bellezza imperfetta. Non quella patinata, artefatta ma quella segnata dalle rughe, dalle cicatrici, dalla fatica di esistere.
  5. Che cosa vorrebbe dire oggi ai giovani che si avvicinano alla poesia?
    Direi di non cercare la poesia facile, la rima perfetta ma di indagare dentro di sé, scavando in profondità, là dove fa più male. La poesia non è un ornamento, è uno strumento di conoscenza, di libertà. Che leggano, ascoltino il silenzio e scrivano solo quando non possono farne a meno.
  6. Se la poesia fosse una persona, che cosa le direbbe?
    La domanda è curiosa, perché è esattamente come la immagino io! Io la ringrazierei perché mi ha insegnato a restare in piedi quando tutto intorno a me andava in frantumi.
  7. Se “Madre terra” fosse una voce, che cosa ci chiederebbe di ascoltare?
    Ci chiederebbe di ascoltare il battito del sottosuolo, il rumore dei passi della gente che arriva e di quella che parte, il pianto dei bambini sotto le bombe, il lamento dei confini e la potenza del silenzio. Ci inviterebbe a spogliare lo sguardo dagli abbagli effimeri e a ricordarci da dove
    veniamo.
  8. Dopo “Madre terra”, quale sarà il prossimo viaggio poetico?
    Madre terra è un frammento di una raccolta più ampia e strutturata a cui aggiungo quotidianamente nuovi tasselli. Il mio viaggio poetico, dunque, continuerà a scavare nelle stesse radici.