Ci sono amicizie che nascono dalla vita e altre che la letteratura rende necessarie. Alcune, rare, finiscono per appartenere a entrambe le dimensioni: diventano un modo di stare nel tempo, di attraversarlo senza lasciarsi cancellare. È forse questo il senso più profondo dei cinquant’anni che Rocco Familiari ha trascorso accanto a Stefano D’Arrigo, alla sua persona e alla sua opera, al mistero di quelle pagine, che ancora oggi sembrano custodire, come il mare dello Stretto, qualcosa di insondabile.

A Messina, venerdì 4 settembre, il tempo è tornato indietro. Non come nostalgia, ma come memoria viva.

Nella Libreria Ciofalo – Mondadori Bookstore, in via Consolato del Mare, Rocco Familiari ha presentato “Il caso Horcynus. Scritti su Stefano D’Arrigo (1975-2025)”, pubblicato da Città del Sole Edizioni: 160 pagine nelle quali mezzo secolo di letture, studi, riflessioni, saggi e scritti personali si ricompone in una sorta di geografia sentimentale e intellettuale.


A dialogare con lui sono stati il professore Dario Tomasello, autore della prefazione, e l’editrice Antonella Cuzzocrea, con la moderazione della giornalista Milena Romeo. Ma, al di là della presentazione di un libro, l’incontro è stato una celebrazione: quella di uno scrittore irripetibile e di un intellettuale, che ne ha seguito l’avventura con una fedeltà che non è mai stata semplice devozione critica. Stefano D’Arrigo, cantore dello Stretto, è tornato così a parlare attraverso la voce di chi lo ha conosciuto, frequentato, interrogato e amato come scrittore e come uomo.


Rocco Familiari — scrittore, drammaturgo, saggista, critico letterario e d’arte — appartiene a quella generazione di intellettuali, per la quale la cultura non è mai stata una stanza chiusa, separata dalla vita. La sua ricerca attraversa la letteratura, il teatro, le arti e il pensiero con una curiosità, che non teme i confini e con una naturale disposizione al dialogo. Nel caso di D’Arrigo, questa disposizione si trasformò presto in qualcosa di più raro: una consonanza. Familiari fu tra i primi a comprendere la forza dirompente di -Horcynus Orca-, pubblicato da Rizzoli nel 1975. In quelle pagine sterminate, oltre milleduecento, riconobbe non soltanto l’ambizione di un grande romanzo, ma la nascita di un universo. Da allora cominciò un lungo dialogo, fatto di incontri, letture, discussioni, intuizioni e silenzi, nel quale la dimensione privata e quella intellettuale finirono, per alimentarsi reciprocamente. Il libro presentato a Messina nasce proprio da questa storia. Non soltanto dagli scritti su D’Arrigo, dunque, ma da una frequentazione, che ha permesso a Familiari di osservare da vicino la genesi e la permanenza di un’opera destinata a diventare uno dei grandi monumenti della letteratura italiana del Novecento. E forse la parola
più adatta per definire questa lunga relazione è proprio “fedeltà”. Non la fedeltà immobile di chi conserva una reliquia, ma quella inquieta di chi continua a interrogare ciò che ama, perché sa che ogni grande opera, ogni volta che viene riletta, apre una domanda nuova. Tuttavia, “Il caso Horcynus” è, un libro di ritorno. Ritorno a D’Arrigo, certamente. Ma anche ritorno a un’epoca della cultura italiana, a una stagione nella quale un romanzo poteva ancora presentarsi come un continente inesplorato e pretendere dal lettore tempo, pazienza, ostinazione. Ritorno, soprattutto, allo Stretto. Perché non si può parlare di “Horcynus Orca” senza avvertire la presenza dello Stretto di Messina. Lo si percepisce come paesaggio, ma anche come destino. È il luogo nel quale le terre si fronteggiano e si cercano, nel quale la Calabria e la Sicilia sembrano separate dall’acqua e, nello stesso istante, unite proprio da quella stessa acqua. È una soglia. E ogni soglia, nella letteratura, è anche una promessa e una perdita. Quando ’Ndrja Cambrìa torna sulle rive dello Stretto, alla fine della Seconda guerra mondiale, non ritrova il mondo che aveva lasciato. La guerra ha scavato una ferita nella realtà e nella memoria. Il paesaggio familiare si è fatto estraneo. È qui che D’Arrigo compie la sua metamorfosi del reale. Lo Stretto
diventa luogo fisico e luogo mentale; spazio della memoria e dell’oblio; confine tra la storia e il mito. E poi, dalle profondità del mare, emerge la -fera-. L’Horcynus Orca. Una presenza, che supera la dimensione animale per assumere quella del simbolo, del presagio, della creatura mitica. Attorno a essa sembra concentrarsi il senso di una fine: la morte, la guerra, la scomparsa di un mondo, la dissoluzione di un’antica civiltà marinara. Il viaggio di ’Ndrja diventa allora una moderna Odissea. Ma è un’Odissea senza la rassicurazione del ritorno. Perché tornare non significa necessariamente ritrovare. Anche la lingua di D’Arrigo sembra provenire da quello stesso confine. Italiano e dialetto siciliano, arcaismi, invenzioni, neologismi, parole antiche riportate alla luce e parole nuove forgiate dalla necessità del racconto convivono in una materia linguistica che sembra muoversi come l’acqua. È una lingua, che non descrive semplicemente il mare: lo incorpora. Leggere D’Arrigo significa allora accettare di perdere per un momento i punti cardinali consueti. Significa entrare in una lingua che chiede di essere ascoltata prima ancora che decifrata, come si ascolta una voce provenire da lontano. È forse questo uno dei motivi per cui -Horcynus Orca- continua a resistere alle classificazioni. E forse è anche per questo, che il rapporto tra D’Arrigo e Familiari assume un significato così particolare.
Perché Familiari non ha soltanto studiato quell’opera: l’ha accompagnata nel tempo, seguendone la fortuna, le interpretazioni, le incomprensioni e le continue rinascite.


Tra i documenti raccolti nel volume ce n’è uno che restituisce, più di altri, la dimensione umana di questa vicenda. È una poesia che Rocco Familiari dedicò a D’Arrigo l’8 marzo 1976, appenaun anno dopo la pubblicazione di “Horcynus Orca”. A quella poesia D’Arrigo rispose con un

telegramma, firmato insieme alla moglie Jutta. È un frammento piccolo, quasi intimo, e proprio per questo prezioso. Perché dietro la storia letteraria — dietro i libri, i saggi, le interpretazioni, le discussioni critiche — esistono le persone. Esistono le parole che si mandano a un amico, le risposte che si aspettano, la necessità di riconoscersi nell’altro. Quel telegramma sembra attraversare cinquant’anni in un istante. E ci ricorda che la letteratura, prima di diventare
patrimonio della storia, è stata spesso una relazione fra esseri umani. Celebrare D’Arrigo a Messina assume allora un significato quasi naturale. Questa è la terra della sua immaginazione. Il suo grande teatro. Il luogo nel quale mare, mito e storia si sono incontrati fino a generare una delle opere più singolari della nostra letteratura. D’Arrigo ha fatto dello Stretto un personaggio. Ne ha ascoltato le correnti, le leggende, le voci dei pescatori, la lingua e il silenzio. Ne ha trasformato la geografia in metafisica, il paesaggio in memoria. E Rocco Familiari, dopo mezzo secolo, continua a seguirne la rotta. “Il caso Horcynus” è così qualcosa di più di una raccolta di scritti: è la testimonianza di una fedeltà intellettuale, il racconto di un’amicizia, un atto di memoria nei confronti di uno scrittore, che ha saputo fare dello Stretto una delle grandi immagini della letteratura italiana. Ma è anche il ritratto di un intellettuale, Familiari, la cui statura culturale si misura nella capacità di attraversare le opere senza consumarle, di tornare sui libri senza esaurirli, di trasformare la critica in ascolto. Cinquant’anni dopo, D’Arrigo continua dunque a navigare. Naviga nelle pagine di Familiari, nella memoria di chi lo ha conosciuto, nelle parole dichi ancora oggi cerca di comprendere quel romanzo smisurato. E forse naviga soprattutto nello
Stretto, là dove Scilla e Cariddi continuano a guardarsi, dove le due rive sembrano chiamarsi attraverso il mare e dove ogni ritorno porta con sé la certezza, che nulla torna davvero uguale.


È questo il luogo in cui Rocco Familiari e Stefano D’Arrigo si incontrano ancora. Un luogo senza tempo. Una rotta di parole. Una lunga amicizia affidata al mare.