“Libertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta” (Purgatorio vv 71-72)

LA LIBERTA’ DEL SINGOLO E IL POTERE ECONOMICO E MEDIATICO.

Quando la libertà entra nel mondo del lavoro e dell’informazione, il suo status di “valore assoluto” crolla e si trasforma in un equilibrio negoziale, fino a diventare un vero e proprio ossimoro: la libertà dipendente.

Il nodo concettuale tocca tre livelli di contraddizione profonda:

La “Libertà di Vendersi” (Il contratto di lavoro)

Un lavoratore o un professionista entra in un rapporto di lavoro per esercitare una propria libertà (quella di autodeterminarsi, guadagnare, esprimere le proprie competenze). Tuttavia, l’atto stesso con cui firma il contratto è una cessione formale della propria autonomia: si baratta la libertà di gestione del proprio tempo in cambio della sicurezza economica.

  La libertà diventa un ossimoro : sei “libero di scegliere a quale padrone o committente vincolarti”, ma una volta fatta la scelta, la tua libertà si arresta dove inizia il potere direttivo dell’azienda o della proprietà.

Il giornalismo e la “Libertà Condizionata”

Il caso del giornalista è il modello perfetto perché lavora con la materia prima della libertà: la verità e l’opinione.

  L’illusione dell’indipendenza: Il giornalista rivendica l’autonomia intellettuale, ma la proprietà del giornale (editore, gruppo industriale) possiede il mezzo, paga lo stipendio e fissa la linea editoriale o gli interessi economici da tutelare. L’autocensura come sopravvivenza: L’ossimoro si manifesta quando la coercizione non è nemmeno esplicita. La presenza di una proprietà forte induce l’autore a limare, ammorbidire o selezionare i temi spontaneamente. La libertà d’espressione esiste in teoria, ma in pratica è circoscritta all’interno del perimetro gradito a chi detiene il capitale.

La trappola dell’ideologia e dell’identità.

Ognuno di noi convince se stesso di avere “idee proprie”. Ma quando queste idee entrano in una struttura gerarchica, si genera una tensione profonda. Quanto le idee di una persona rimangono autentiche e quanto si modellano (anche inconsciamente) per adattarsi alle aspettative del datore di lavoro?

Credere di poter rimanere del tutto liberi all’interno di un rapporto economico asimmetrico è l’autoinganno ideale che permette al sistema di funzionare senza conflitti aperti.

La convivenza tra la libertà individuale e i vincoli si sviluppa attraverso due tensioni fondamentali: quella intima, vissuta all’interno della coscienza del singolo, e quella dettata dalle architetture del potere economico e mediatico.

Sul piano individuale, l’ossimoro della libertà si consuma in una dinamica silenziosa. Raramente il potere ha bisogno di usare la forza diretta o la censura esplicita; gli è sufficiente creare l’ambiente in cui il singolo sceglie di limitarsi da solo.

La forma più sottile di limitazione non viene dall’esterno, ma dall’interno. Il lavoratore o il giornalista impara a leggere il contesto, riconosce i confini invisibili tracciati dalla proprietà e “anticipa” i desideri del committente. La forbice del censore viene impugnata dal soggetto stesso, che ridimensiona le proprie posizioni prima ancora di esprimerle, convincendosi che si tratti di semplice “ragionevolezza” o “pragmatismo”.

Ammettere a se stessi di aver barattato la propria libertà intellettuale per la sicurezza economica o la carriera è doloroso. Per proteggere la propria autostima, la mente umana attiva un processo di compensazione: “In fondo la linea della proprietà coincide con le mie idee.” “Su questo punto posso cedere, mi batterò solo sulle questioni davvero fondamentali” (che spesso non arrivano mai).

 Separare nettamente la “persona reale” (che pensa in un modo) dal “ruolo professionale” (che agisce in un altro), creando una scissione identitaria dove la libertà viene confinata al solo ambito privato.

Chi detiene i mezzi di produzione o i capitali di una testata giornalistica non acquista soltanto delle ore di lavoro o delle competenze: acquista il controllo sull’output.

La libertà di espressione o di azione ha un “costo economico” che il singolo spesso non può permettersi di pagare: la perdita del posto, la fine della carriera).

Nel giornalismo, la legittima facoltà dell’editore di fissare la linea del giornale si scontra con l’indipendenza dell’informazione. La libertà del giornalista esiste solo entro i margini tracciati dagli interessi della proprietà, degli inserzionisti pubblicitari e dei gruppi di pressione alleati.

Il sistema raramente richiede un atto di sottomissione visibile. Funziona piuttosto tramite meccanismi di selezione all’ingresso e di promozione interna: vengono promosse e valorizzate le figure professionali che dimostrano una “naturale sintonia” con gli interessi della proprietà. Non c’è bisogno di imporre l’obbedienza quando si possono scegliere persone che pensano già esattamente ciò che la proprietà desidera. La libertà residua viene tollerata ed esibita come “prova” di pluralismo, purché rimanga innocua e non incida sulle decisioni decisive.

In entrambe le situazioni, la libertà si rivela per ciò che è diventata: una libertà di conformarsi. Nel momento in cui la sopravvivenza economica o l’integrazione professionale dipendono da una struttura gerarchica, la libertà cessa di essere un diritto inalienabile e si trasforma in una concessione misurata, valida solo finché non ostacola i meccanismi di potere che la finanziano.*

Qui tocchiamo la linea di confine più sottile: la differenza tra libertà e licenza, tra la libertà di pensare e il diritto di ingannare.

La risposta breve è: la libertà in senso assoluto (filosofico e naturale) lo consente, ma la libertà professionale (deontologica) lo vieta tassativamente. È proprio in questa spaccatura che il concetto di “libertà” rischia di autodistruggersi.

La libertà d’espressione, nella sua forma più grezza e radicale, include il potere di dire il falso, di inventare, di manipolare e perfino di ingannare.

Se la libertà fosse definita unicamente come “assenza di qualsiasi vincolo o controllo”, allora qualsiasi limite imposto alla menzogna verrebbe percepito come una censura. È l’argomentazione che spesso si sente nel dibattito contemporaneo sulle fake news o sulla disinformazione: “Sono libero di dire quello che voglio, anche se è falso”

Tuttavia, quando la libertà di mentire viene esercitata per ingannare, si verifica un paradosso profondo: la menzogna priva gli altri della loro libertà perché chi viene ingannato perde la capacità di compiere scelte libere e consapevoli, e le sue decisioni si baseranno su una realtà alterata.

  Se un giornalista o un professionista usa la propria libertà per raccontare bugie, sta di fatto usando la propria libertà per annullare quella del lettore o del cittadino.

Qui la libertà smette di essere un valore liberatorio e diventa uno strumento di sopraffazione.

È esattamente per evitare questo cortocircuito che nasce la deontologia professionale.

La deontologia stabilisce una regola fondamentale: nel momento in cui entri in una professione (specialmente l’informazione), rinunci alla “libertà di mentire”.

Il giornalista non gode di una libertà d’espressione generica, ma di una *libertà qualificata*. La società e le leggi gli riconoscono garanzie e tutele speciali (come il segreto professionale o il diritto di cronaca) solo ed esclusivamente a patto che rispetti la verità sostanziale dei fatti.

La deontologia protegge la libertà di avere un’opinione diversa o un’interpretazione di parte, ma vieta la falsificazione deliberata della realtà per ingannare il pubblico.

L’ossimoro applicato al giornalista che mente per la proprietà

Questo problema diventa drammatico quando la tentazione (o il mandato) di mentire non nasce dal singolo, ma dalla proprietà.

Se l’editore o la proprietà chiedono di raccontare una bugia per tutelare i propri interessi economici/politici, e il giornalista accetta in nome della “libertà di scrivere ciò che vuole” (o per comodità), la libertà si trasforma nel suo esatto contrario: asservimento alla propaganda.

In questo scenario, raccontare bugie non è un atto di libertà, ma l’esecuzione di un inganno commissionato. Invocare la “libertà” per giustificare una menzogna consapevole è l’autoinganno supremo del professionista che ha già ceduto la propria autonomia.

La sintesi

 *La libertà senza vincoli permette anche la menzogna.

 La menzogna deliberata, però, distrugge la libertà di chi legge e serve quasi sempre gli interessi di chi detiene il potere.

Di conseguenza, la deontologia è ciò che salva la libertà dal diventare una truffa: impone il vincolo della verità per garantire che l’informazione rimanga un atto di libertà sia per chi la produce, sia per chi la riceve.

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*E’ di questi giorni il maldestro escamotage, congegnato da menti diaboliche, per far uscire di scena un giornalista d’inchiesta che … non si era conformato a chi comanda. La sua inchiesta avrebbe coinvolto nomi scomodi per l’immagine artefatta costruita. Tuttavia i nomi sono sui social e speriamo se ne accorga qualche magistrato.