C’era una volta un piccolo borgo nascosto tra le montagne delle Serre calabresi. Si chiamava Fabrizia e aveva vicoli di pietra, case silenziose e tante storie addormentate dietro le finestre.
Poi, un’estate, accadde qualcosa di meraviglioso: le favole uscirono dai libri e cominciarono a camminare sui muri. La volpe, la tartaruga, la lepre, la cicala e la formica arrivarono tra le stradine del paese, portando colori, sorrisi e antiche saggezze.

A dipingerle è stato l’artista Matteo Lupia, trasformando il centro storico in un grande libro illustrato, dove non servono pagine per leggere e basta alzare gli occhi per cominciare a sognare. Così Fabrizia è diventata un luogo speciale, dove ogni vicolo può nascondere una favola e ogni muro può aprire una porta verso la fantasia. E mentre i bambini si fermano a guardare, sembra quasi che Esopo, dopo migliaia di anni, sia tornato a raccontare le sue storie proprio qui, tra le pietre di questo piccolo borgo calabrese. Dal 6 agosto, giorno dell’inaugurazione, il borgo ha accolto visitatori, famiglie e persone tornate alle proprie radici. Gli occhi si sono posati sui muri dipinti, mentre le favole tornavano a vivere tra le case e le pietre. Per i bambini sono diventate meraviglia; per gli adulti, memoria e riflessione. È questa la forza dell’arte quando incontra un luogo: non si limita ad abbellirlo, ma gli restituisce una voce. Un murale diventa una pagina, un vicolo una storia, una passeggiata un viaggio nella fantasia. E la favola non sembra destinata a finire con l’estate. A settembre, il progetto potrà accogliere anche gite scolastiche a carattere didattico e culturale, trasformando il percorso di Esopo in un’esperienza capace di unire arte, letteratura e conoscenza del territorio. Nello stesso periodo è previsto anche un nuovo video promozionale dedicato a Fabrizia, per raccontarne paesaggi, tradizioni e identità oltre i confini del borgo. Un grazie va all’Amministrazione comunale, al sindaco Francesco Fazio, agli organizzatori, agli artisti, alle associazioni, ai volontari, alle attività commerciali e a tutti coloro che hanno reso possibile questa estate speciale. E a chi, attraverso fotografie, video e racconti, continua a mantenere vivo il legame con Fabrizia, anche da lontano. Perché un paese vive anche quando qualcuno, lontano, ne pronuncia il nome con emozione. Forse è proprio così che cominciano le storie più belle: con un piccolo paese che decide di tornare a sognare. Dunque, a Fabrizia, le antiche favole di Esopo hanno trovato una nuova casa. Sono scese dalle pagine dei libri e hanno preso colore sui muri, tra i vicoli e le pietre del borgo, dove bambini e grandi possono incontrarle durante una passeggiata. La volpe sembra ancora cercare l’uva, la tartaruga continua il suo cammino paziente, la cicala canta e la formica lavora. E ogni bambino che si ferma davanti a un murale può immaginare che, dietro quelle figure colorate, si nasconda una storia pronta a cominciare. Così Fabrizia non è soltanto un luogo da visitare, ma un luogo da ascoltare con gli occhi e con il cuore. Perché quando una favola arriva in un paese, non porta soltanto personaggi e colori: porta meraviglia, curiosità e la voglia di raccontare. E forse, quando il sole tramonta sulle Serre e i vicoli diventano silenziosi, le favole continuano a vivere sulle pareti, custodite dalla notte. Chissà, magari la volpe racconta una nuova storia alla tartaruga, la cicala torna a cantare e un bambino, domani, si fermerà ad ascoltare. Perché in questo luogo la favola non è finita. Ha soltanto voltato pagina. E la pagina nuova si chiama Fabrizia.

Ecco di seguito l’intervista all’artista Mattia Lupia

  1. Da dove nasce l’idea di portare le favole di Esopo sui muri di Fabrizia? Cosa ti ha affascinato di queste storie così antiche e, allo stesso tempo, ancora incredibilmente attuali?
    Erano le storie che mi raccontava mio nonno, essendo analfabeta le aveva sicuramente imparate in maniera verbale, questo dimostra il filo conduttore che ci lega all’antica Grecia e ne sono sempre rimasto affascinato.
  2. Esopo raccontava attraverso gli animali vizi, virtù e debolezze degli uomini. Quando hai dovuto trasformare queste morali in immagini, qual è stata la sfida più grande?

Adattare il mio stile alle scene sicuramente non è facile, ancora più difficile è rendere comprensibile la storia in una o due immagini.

  1. Il progetto conta, almeno per ora, circa venti murales e oltre 80 metri lineari di percorso. Come si progetta un racconto così lungo, facendo in modo che ogni opera sia autonoma ma dialoghi anche con le altre?
    Sicuramente si analizza bene il percorso, avevamo alcune opzioni e alla fine ho scelto via Mazzini perché si adatta perfettamente a quello che avevo in mente. Dopodiché in base al muro adatto l’immagine. Ovviamente per muri come il cervo e il lupo mi tengo i colpi migliori, le immagini che secondo me sono più d’impatto.
  1. Tra tutte le favole che hai rappresentato, ce n’è una a cui sei particolarmente legato? E perché proprio quella?
    Il cervo e il leone, per la complessità, il modo con cui l’ho progettato e le difficoltà nel realizzarlo mi legano molto all’opera. La storia racconta proprio delle insicurezze del cervo che nel momento del bisogno si trasformano in punti di forza, mi rivedo molto in questo
  2. Le favole di Esopo sono nate nell’antica Grecia, ma molte delle loro morali sembrano scritte per l’uomo contemporaneo. Quale messaggio di Esopo pensi che oggi abbiamo più bisogno di riscoprire?
    Cerco di cogliere l’attimo in cui tutto cambia, il momento che fa la differenza tra il prima e il dopo.
  3. Nei tuoi lavori precedenti, come il progetto del “Borgo delle Favole” di Belcastro, hai utilizzato l’arte per restituire vita e identità a luoghi del territorio. Cosa cambia, per un artista, quando il muro non è soltanto una tela ma diventa parte della storia di una comunità?
    Riuscire a realizzare qualcosa che dia slancio a un paese, soprattutto a realtà in via di spopolamento come Belcastro e Fabrizia, e vedere migliaia di persone arrivare, vivere quei luoghi e ringraziarti perché il tuo progetto ha contribuito a ridare loro nuova vita… non ha prezzo. Ma la vera soddisfazione è un’altra: vedere gli occhi dei bambini illuminarsi mentre
    attraversano i vicoli, sentire di aver restituito vitalità, sorrisi e futuro a luoghi che rischiavano di spegnersi. Perché quando riesci a dare nuova vita a un paese, non stai semplicemente realizzando un progetto: stai creando emozioni, comunità e futuro. E questo non ha prezzo.
  4. Nei tuoi lavori precedenti, come il progetto del “Borgo delle Favole” di Belcastro, hai utilizzato l’arte per restituire vita e identità a luoghi del territorio. Cosa cambia, per un artista, quando il muro non è soltanto una tela ma diventa parte della storia di una comunità?
    Esopo si lega benissimo come ambientazione alle serre vibonesi e ai paesaggi di Fabrizia, la flora è la fauna del parco delle serre, la bellezza del passo dell’abate, i panorami della ciclovia dei parchi, il tutto legato alle tradizioni folcloristiche di un tempo.
  5. Un percorso di questo tipo può diventare anche uno strumento educativo, soprattutto per bambini e ragazzi. Ti piacerebbe che i visitatori imparassero qualcosa dalle favole semplicemente camminando tra i murales?
    Il mio obiettivo è proprio quello di coinvolgere innanzitutto le scuole e trasformare questo percorso in un’esperienza educativa, capace di andare oltre la semplice visita. Attraverso i murales e le favole, vorrei riportare bambini e ragazzi alla scoperta di racconti, valori e morali che oggi rischiano di perdersi, spesso sostituiti da ciò che trovano quotidianamente in televisione o sugli smartphone. Mi piacerebbe che i bambini potessero camminare tra i vicoli, lasciarsi incuriosire dalle immagini, ascoltare le storie e riscoprire il valore dell’immaginazione, della condivisione e degli insegnamenti che queste favole trasmettono. Allo stesso tempo, credo che le scuole possano diventare un vero motore di promozione del territorio: portare gli studenti a vivere questa esperienza significa far conoscere loro un luogo, la sua storia e la sua identità, trasformandoli a loro volta in piccoli ambasciatori di questi borghi.
  1. Quando il percorso sarà completato e lo guarderai nel suo insieme, cosa vorresti che restasse al visitatore? La bellezza delle immagini, il ricordo delle favole di Esopo oppure, soprattutto, una riflessione sul modo in cui viviamo e ci rapportiamo agli altri?
    Vorrei che, attraverso questo progetto, restasse soprattutto la voglia di un paese di ripartire, di credere nuovamente nelle proprie potenzialità e di far riscoprire al mondo le proprie bellezze, la propria storia e la propria identità. L’obiettivo è lasciare un segno che vada oltre i murales: la consapevolezza che anche un piccolo paese può tornare a vivere, attirare persone e raccontare al mondo qualcosa di unico.