Tra memoria, sentimento e coscienza civile, il viaggio poetico di un uomo che ha scelto la parola per abitare il mondo.
La poesia nasce spesso dove il rumore del mondo si fa più lieve. Nasce nel silenzio di una sera quando la luce si ritira lentamente dalle cose e la memoria torna a sfiorare l’anima; nasce nel respiro del mare, nel fruscio del vento tra gli alberi, in un volto che riemerge dal tempo, in quella malinconia sottile che arriva senza annunciarsi e lascia nel cuore una traccia indelebile. È allora che la parola smette di essere soltanto parola e diventa ascolto, sentimento, rivelazione. Il poeta raccoglie ciò che il tempo disperde: un’emozione, un ricordo, una speranza, una ferita, un istante di bellezza. Li custodisce dentro di sé e, quando sente che è giunto il momento, li affida alla pagina, perché possano continuare a vivere oltre il tempo che li ha generati.
In questa dimensione sospesa tra realtà e sogno prende forma la voce poetica di Matteo Laganà. Una voce nata da una sensibilità profonda, da uno sguardo capace di soffermarsi sulle sfumature dell’esistenza e di cercare, oltre la superficie delle cose, quella verità fragile e luminosa che spesso rimane nascosta agli occhi distratti. Fin dall’adolescenza la poesia accompagna il suo cammino, diventando a poco a poco una dimora dell’anima: uno spazio intimo nel quale accogliere pensieri, emozioni, nostalgie e desideri, ma anche un modo per interrogare il tempo e ascoltare il battito segreto dell’umanità. Perché forse essere poeta significa soprattutto questo: “sentire ciò che ancora non ha trovato una voce e cercare, attraverso le parole, di donargliela”.


Matteo Laganà sembra muoversi proprio lungo questo confine sottile, là dove l’esperienza personale incontra qualcosa di più grande e universale. La sua poesia non si limita a raccontare ciò che gli occhi vedono. Cerca ciò che rimane nell’ombra, ciò che vive dietro un gesto, una memoria, un silenzio. Cerca l’anima delle cose. E quando la parola riesce finalmente a raggiungerla, accade qualcosa di raro: il sentimento individuale si apre verso gli altri e diventa emozione condivisa. Così la poesia si fa voce. Voce dell’intimo, ma anche della memoria collettiva; voce dell’uomo e del suo tempo; voce di ciò che non vuole essere dimenticato. È in questa prospettiva che si comprende anche la sua idea del poeta come “vate”: non soltanto colui che canta le proprie emozioni, ma colui che sa raccogliere le inquietudini, le speranze e i sogni di una comunità, facendosi interprete di una coscienza più grande della propria. La parola poetica diventa allora una luce discreta. Non pretende di illuminare tutto, ma indica una direzione. Non offre sempre risposte, ma insegna ad ascoltare le domande. E forse è proprio questa la sua forma più autentica di bellezza: riuscire, attraverso pochi versi, a restituire all’uomo qualcosa che il tempo e la fretta della vita rischiano continuamente di sottrargli. La capacità di sentire. La capacità di ricordare. La capacità, ancora, di sognare. Nato a Melito di Porto Salvo, nella Città metropolitana di Reggio Calabria, il 19 dicembre 1974, e qui residente, è professore di Lettere Classiche. La sua formazione culturale affonda dunque le radici in quel grande patrimonio umanistico nel quale la parola non è mai soltanto parola, ma memoria, pensiero, bellezza e testimonianza dell’uomo attraverso i secoli. E proprio la parola, fin dall’adolescenza, è diventata per Laganà una compagna di viaggio. La poesia è entrata presto nella sua vita, quasi in punta di piedi, per poi trasformarsi in una presenza fedele e necessaria. Non un semplice esercizio letterario, dunque, ma un modo di guardare il mondo; un luogo interiore nel quale raccogliere emozioni, domande, inquietudini e speranze. Il poeta, prima ancora di scrivere, ascolta. Ascolta ciò che accade dentro di sé e ciò che accade intorno a sé. Ascolta le ferite della quotidianità, la bellezza nascosta nelle piccole cose, il tempo che passa e lascia sulle persone l’impronta lieve della memoria. Ed è proprio da questo ascolto che nasce la poesia di Matteo Laganà: da una sensibilità vigile e profonda, capace di trasformare l’esperienza in emozione e l’emozione in parola. Nei suoi versi si avverte il desiderio di andare oltre la superficie. Di cercare ciò che rimane quando il rumore si spegne. Di dare voce a quei sentimenti che spesso abitano nell’uomo senza riuscire a trovare un nome. La sua è una poesia che nasce dall’intimità, ma non vi rimane prigioniera. Perché ciò che è autenticamente personale può diventare universale. Una malinconia, una nostalgia, un amore, una perdita, una speranza: quando vengono attraversati con sincerità, smettono di appartenere soltanto a chi li ha vissuti e diventano patrimonio di chi legge. È questo uno dei miracoli della poesia: permettere a un’anima di riconoscersi nello specchio di un’altra.

Nel corso degli anni, Laganà ha partecipato a numerosi concorsi letterari nazionali e internazionali, ottenendo apprezzamenti per la sua produzione. Il suo universo creativo non si esaurisce tuttavia nella poesia: anche gli aforismi e i racconti brevi fanno parte del suo percorso, a testimonianza di una scrittura curiosa, attenta e capace di muoversi attraverso differenti forme espressive. Leggere e scrivere sono, per lui, due gesti inseparabili. Leggere significa aprire una porta verso altre vite, altre epoche, altre coscienze. Scrivere significa attraversare quella porta e tornare con qualcosa tra le mani: un’immagine, un pensiero, una domanda, talvolta soltanto una parola. Una parola che, però, può bastare a illuminare un’intera stanza dell’anima. È anche per questo che nella concezione di Matteo Laganà il poeta non può essere soltanto un osservatore del proprio tempo. La poesia, nella sua visione, possiede una responsabilità più alta: quella di farsi “coscienza”. Ritorna così l’antica figura del “poeta-vate”, colui che sa raccogliere le inquietudini di una comunità e trasformarle in voce; colui che non parla soltanto per sé, ma prova a interpretare il sentimento profondo di un popolo. Una figura antica, ma tutt’altro che anacronistica. In un’epoca nella quale tutto corre, tutto si consuma e persino le emozioni sembrano avere una durata sempre più breve, il poeta può ancora fermarsi. Può scegliere il silenzio. Può ascoltare. Può restituire dignità a ciò che rischia di essere dimenticato. E forse è proprio questa la funzione più preziosa della poesia contemporanea: “ricordare all’uomo di essere ancora capace di sentire”.
Matteo Laganà sembra muoversi lungo questa strada, con lo sguardo rivolto tanto all’universo interiore quanto alla realtà che lo circonda. La sua sensibilità diventa così una sorta di lente attraverso la quale osservare l’esistenza: una lente capace di ingrandire ciò che normalmente sfugge, di accorgersi di un dolore nascosto, di una speranza esitante, di una bellezza che attende soltanto di essere riconosciuta. E c’è, nella sua esperienza poetica, qualcosa che richiama la sua terra. La Calabria, con la sua luce intensa e i suoi silenzi, con il mare che sembra custodire memorie millenarie e con quella particolare capacità di unire aspra realtà e struggente bellezza, costituisce quasi un orizzonte naturale per chi cerca nella parola un luogo dell’anima. Da questa terra, sospesa tra il Mediterraneo e il mito, la voce del poeta può allora elevarsi oltre i confini del luogo per raggiungere una dimensione universale. Perché la poesia
non conosce confini.


Nasce in un luogo preciso, in una vita precisa, in un cuore preciso. Ma quando è vera, appartiene a tutti. Ed è forse questo il viaggio più autentico di Matteo Laganà: partire da sé per incontrare gli altri; scendere nelle profondità della propria sensibilità per cercare una verità che possa essere condivisa; trasformare la fragilità in forza e il sentimento in testimonianza. Il poeta cammina così tra le parole, come chi cammina di notte sotto un cielo stellato: non possiede le stelle, ma sa riconoscerle. Le raccoglie con lo sguardo. Le affida alla pagina. E lascia, che siano gli altri, leggendo, a trovare in quella luce qualcosa di sé. Matteo Laganà è, prima di tutto, un uomo che sente. E proprio perché sente profondamente, scrive. Scrive per non lasciare, che le emozioni vadano perdute, per dare una casa ai pensieri, per custodire la memoria, per
nterrogare il presente e, forse, per consegnare al futuro una piccola traccia della propria anima. In fondo, ogni poeta cerca la stessa cosa: una parola che sappia sopravvivere al silenzio. Laganà continua la sua ricerca, verso dopo verso, con la consapevolezza che la poesia non cambia il mondo con il fragore delle grandi dichiarazioni, ma con la forza silenziosa di una voce capace di arrivare là dove nessun’altra voce riesce ad arrivare. Nel cuore di chi legge.

Ecco alcune sue poesie:

Una realtà apparente
La notte cede il passo al giorno,
saetta che vibra in cielo,
frammentata in una manciata di ore e minuti.
L’umanità fremente va in cerchio,
brulicante d’impegni ed attese.
Tutto il resto sarà scritto domani.

Non voglio inganni

Non voglio inganni,
quelli dei tuoi occhi sfuggenti.
Non voglio inganni,
quelli delle tue parole false.
Non voglio inganni,
quelli delle tue promesse infrante.
Una lunga parabola temporale ci divide
Sotto una pioggia battente di lacrime amare.

Sulla soglia del Tempo

Sulla soglia del Tempo
un groviglio d’emozioni tu poni.
Da lontano luccica una casa
smarrita nei sentieri di quel vecchio bosco.
Oggi non resta che un involucro di ricordi
a fronteggiare un presente avaro di voci.

Mesta quiete

Tutto tace nell’universo cosmico.
L’aria è immobile,
gli alberi evanescenti.
Tu, fanciulla intrepida, voli sulle ali dei tuoi sogni.
Entri dalla porta magica
E trovi la mesta quiete della terra.
Lui c’è, silente e presente
Capace di destare i tuoi sensi.
Al risveglio ti desterai più viva,
ricordandolo come in un mondo fiabesco.

Il passato nel presente

Lo so, si vive il presente,
attimo dopo attimo,
sogno per sogno.
Irrefrenabile arriva un desiderio,
il tuffo nei ricordi è obbligatorio.
Resto ammaliato dal bagliore delle sue luci.
In me il passato è sotto dei riflettori potenti
che danno spessore ad ogni particolare
per ogni presenza di vita conosciuta-.

Girare sempre

Gira la Vita, l’umanità, il tempo, la moda.
È tutto un carosello conosciuto.
Ogni movimento s’incatena al successivo
creando un meccanismo sincronico, perfetto.
No, non sono una marionetta senz’anima
bensì una creatura consapevole
che vive seguendo il suo corso.

In tale modo faccio incontri,
progetto il futuro, intravedo la mia strada.
Tendo le mani all’altro, cammino insieme a lui,
sicuro di non essere mai da solo.