Ci sono sere in cui una piazza smette di essere soltanto pietra e diventa memoria. Sere in cui il caldo dell’estate sembra alleggerirsi grazie al respiro delle parole, quando la narrativa profonda
e autentica riesce a creare una brezza invisibile capace di attraversare i cuori. Il vento rallenta il
suo passo, le voci si fanno ascolto, e le storie trovano finalmente il luogo in cui abitare. È
accaduto a Melito Porto Salvo, nel suggestivo scenario del Viale delle Rimembranze, in Piazza
Pretura, dove il 2 agosto si è conclusa la rassegna dedicata agli scrittori calabresi promossa dal
Circolo Culturale Meli. Una serata in cui la calura dell’estate ha lasciato spazio al calore delle
emozioni, e le pagine dei libri hanno trasformato una piazza in un luogo dell’anima, sospeso tra
memoria, bellezza e futuro.


Cinque incontri, cinque voci, cinque modi diversi di raccontare una terra, che continua a
generare storie antiche e necessarie. Non semplici presentazioni di libri, ma un itinerario dentro
l’anima della Calabria, dove la letteratura ha ritrovato il suo compito più alto: costruire comunità
attraverso la bellezza del pensiero, il dialogo e l’ascolto.


Dopo Mario Alberti con “Camera Oscura” (Città del Sole Edizioni), Gioacchino Criaco con “Il
canto del cuculo” (Piemme Editore), Saverio Gangemi con il romanzo “Calura”(Rubbettino) e
Marina Neri con “Le storie della Mosca: Avventure tragicomiche di un insetto consapevole” con
la partecipazione della poetessa Mimma Creaco e gli intermezzi musicali del Maestro Mario
Taverriti, la rassegna si è chiusa con Anna Mallamo e il suo intenso “Col buio me la vedo io”
(Einaudi), romanzo vincitore del Premio SuperMondello e già riconosciuto come una delle opere
più significative della narrativa italiana contemporanea.


Ad accogliere il pubblico è stato il Presidente del Circolo, Pasquale Pizzi, che ha rivolto un
sentito ringraziamento ai numerosi partecipanti e ai soci che, con discrezione e dedizione,
hanno trasformato un’idea in un luogo di incontro. Perché la cultura, prima ancora di essere un
evento, è un gesto di cura. A guidare il dialogo sono stati la vicepresidente del Circolo, Patrizia
Pansera, e lo scrittore Saverio Orlando, che ha ricordato come il percorso delle cinque serate
abbia restituito una Calabria lontana dalle semplificazioni, raccontata nelle sue ombre e nelle
sue luci, nella sua memoria e nelle infinite possibilità narrative.


Anna Mallamo appartiene a quella rara famiglia di scrittori, che non descrivono semplicemente
un luogo: lo fanno respirare. Nata a Reggio Calabria e da anni residente a Messina, continua ad
attraversare quotidianamente quel confine liquido che è lo Stretto, trasformandolo in una
geografia dell’anima. Giornalista, responsabile delle pagine di Cultura e Spettacoli della
“Gazzetta del Sud” e collaboratrice dell’Huffington Post, ha sempre intrecciato il mestiere
dell’informazione con quello, più silenzioso e profondo, della ricerca letteraria. Con “Col buio me
la vedo io”, pubblicato nella collana Supercoralli di Einaudi, Mallamo consegna ai lettori una
Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, che sfugge a ogni stereotipo. Una città ferita, inquieta,
attraversata dalla violenza della storia e da quella più segreta delle famiglie, raccontata con una
tenerezza, che non indulge mai nella nostalgia. Al centro della vicenda c’è Lucia Carbone,
sedicenne del liceo classico che sceglie un gesto radicale: rapire un compagno di scuola,
Rosario Cristallo, figlio di un boss dell’Aspromonte, e rinchiuderlo nello scantinato della casa
della nonna scomparsa. Attorno a questo gesto si apre un romanzo che parla della ricerca della
verità, del desiderio di giustizia, dell’amicizia, dell’amore e di quella sottile linea che separa
l’innocenza dalla responsabilità. Ma durante l’incontro è stato soprattutto il linguaggio a
diventare protagonista. Saverio Orlando ha accompagnato il pubblico dentro la straordinaria
architettura della scrittura di Anna Mallamo, sottolineando come la sua sia “una lingua densa,
stratificata e musicale, che unisce registri opposti e voci differenti, per raccontare la Reggio
Calabria degli anni Ottanta”. Una lingua che sembra respirare. Dentro la stessa frase convivono
l’inglese delle canzoni e la parlata domestica, il dialetto reggino e calabrese, la precisione del
lessico colto, la voce adolescenziale dei protagonisti, gli echi del greco antico, le inflessioni della
nonna, i modi di dire popolari. Ogni parola conserva il suono di un’origine. Ogni frase possiede il
ritmo di una memoria. È una lingua che si muove come il mare dello Stretto: apparentemente
quieta, ma attraversata da correnti profonde, che uniscono epoche, generazioni e destini.

Le domande di Patrizia Pansera hanno poi condotto il dialogo su un piano ancora più intimo.” La
cultura è uno strumento di salvezza o di coscienza?”. Anna Mallamo ha risposto con la
limpidezza di chi riconosce alla parola una responsabilità civile:” La cultura è salvezza ma
anche coscienza, un atto di coraggio”.
Una definizione, che racchiude il senso stesso della letteratura: non rifugio dalla realtà, ma forza
capace di attraversarla. Poi una seconda domanda, semplice solo in apparenza: “Cosa ci salva
realmente?”. La risposta dell’autrice è arrivata con la delicatezza di una confidenza:
“Sicuramente ognuno di noi ha una definizione diversa. Magari ritagliarsi uno spazio di serenità
nella vita. Sono grata a tutte le narrazioni, che aprono all’immaginazione, alla mia anima. Forse
è proprio questo il miracolo dei libri: aprire stanze interiori dove il rumore del mondo si fa
finalmente silenzio e diventa possibilità”.


Tra i temi affrontati durante la conversazione, uno dei più intensi è stato quello della famiglia. Il
capitolo “Balletti” è diventato il simbolo di quella danza invisibile che unisce madri e figli. Un
gesto quotidiano — piegare insieme un lenzuolo — si trasforma in una coreografia
dell’esistenza. Anna Mallamo racconta: “La famiglia potrebbe essere paragonata ad un balletto
come un campo minato. Disfunzionale, un processo di individualizzazione. Il piegare le lenzuola
potrebbe essere paragonato alla relazione tra madre e figlio, avvicinarsi, ma poi succede anche
di contrarre le distanze. Il linguaggio che ho utilizzato agisce proprio come un elastico, che
contrae e annulla le distanze personali, temporali e geografiche”.
È forse questa l’immagine più bella del romanzo: il linguaggio come un elastico invisibile che
continua ad avvicinare ciò che il tempo sembrava avere separato. La serata si è poi raccolta
attorno a due pensieri che sembrano destinati a rimanere nella memoria di chi era presente.
“Ciò che neghi, ti sommette, ciò che accetti ti trasforma”. Non è soltanto una frase. È un modo di
attraversare la vita. Ed è forse il significato più profondo del percorso di Lucia, della città che la
circonda e, in fondo, di ciascuno di noi.


Infine, parlando del potere della parola, Anna Mallamo ha consegnato al pubblico una
riflessione, che è sembrata quasi una dichiarazione d’amore verso la letteratura: “Le parole
definiscono i mondi, il linguaggio definisce la persona. Grazie alle parole possiamo ricordare,
dentro il ricordo c’è il cuore”. Dentro quella frase c’era il senso dell’intera serata.
Perché ricordare non significa soltanto conservare il passato. Significa continuare a dargli voce.
Significa permettere al cuore di non dimenticare ciò che ci ha resi, ciò che siamo.
La rassegna del Circolo Culturale Meli si conclude così, lasciando la sensazione che la cultura,
quando è autentica, non finisca con gli applausi. Rimane. Rimane nei libri portati a casa sotto il
braccio. Nelle domande che continuano ad abitare il silenzio. Negli sguardi di chi, uscendo dalla
piazza, si scopre un poco diverso da come era arrivato. Per questo iniziative di tale portata
meritano di essere custodite, sostenute e fatte crescere. Perché possono diventare il volto
migliore di una comunità, un’eccellenza capace di educare alla bellezza, di trarre fuori il meglio
di noi stessi, creare appartenenza e di ricordarci, che il futuro si costruisce soltanto dove esiste
ancora il coraggio di immaginare e sognare. La cultura non è un ornamento delle città. È il loro
respiro. È la luce, che continua a brillare quando il giorno finisce. E forse il titolo del romanzo di
Anna Mallamo custodisce proprio questa verità. Ci sono oscurità, che non chiedono di essere
cancellate. Chiedono soltanto di essere attraversate. Con le parole. Con la memoria. Con il
coraggio.
Grazie, Anna Mallamo, per averci ricordato, che la letteratura non illumina il mondo, perché
dissolve il buio, ma perché ci insegna ad abitarlo senza smettere di cercare la luce. Grazie per
averci regalato tanta bellezza.