Tra le note di un cantastorie, il gesto paziente di uno scultore, i colori di un murale e le pagine di Saverio Strati, c’è un borgo dell’Aspromonte che continua a insegnare il valore più prezioso del nostro tempo: la convivialità. La prima impressione, appena si arriva nel borgo, non è quella di un paesaggio, pur straordinario, ma quella di un’umanità che resiste. Le sedie davanti alle case, le panchine occupate dagli anziani, i tavolini dei bar, le piazze che diventano salotti a cielo aperto. La gente si ritrova semplicemente per parlare. Si racconta la giornata, ricorda un volto, commenta una stagione, ride di un episodio accaduto poco prima. Nessuno sembra avere fretta. È qui che si comprende il senso più autentico delle aree interne. Non un luogo distante dal mondo, ma uno spazio dove il tempo ritrova misura e dove la semplicità diventa un valore. Lontano dai soliti cliché con cui troppo spesso vengono raccontati i piccoli borghi, Sant’Agata del Bianco custodisce qualcosa di raro: la bellezza dello stare insieme.

Quella convivialità spontanea che non ha bisogno di essere organizzata perché nasce naturalmente dalla
quotidianità. Qui ci si sente semplicemente a casa, anche se è la prima volta che si percorrono questi vicoli. Ed è proprio questa atmosfera a rendere naturale l’incontro tra la vita e l’arte. Tra le pietre antiche del centro storico, mentre il sole disegna ombre leggere e il vento porta con sé il profumo dell’Aspromonte, lo scultore Vincenzo Baldissaro lavora alla sua nuova opera. Non è chiuso in uno studio, lontano dagli sguardi. La sua creatività è libera, aperta, condivisa. Scolpisce mentre la gente gli si avvicina, gli rivolge una domanda, racconta un ricordo, osserva lentamente la materia trasformarsi sotto le sue mani. Ogni colpo di scalpello sembra seguire il ritmo delle conversazioni che nascono spontanee attorno a lui. Qualcuno si ferma qualche minuto, altri restano più a lungo, come se la scultura appartenesse già al paese prima ancora di essere terminata. Baldissaro ascolta, sorride, risponde.

La sua opera cresce insieme alle parole della comunità. E mentre la materia prende forma, nell’aria si diffonde la voce del cantastorie Romano Scarfone. Le sue melodie sembrano arrivare da un tempo antico, quando le storie si tramandavano nelle piazze e la musica custodiva la memoria di un popolo. Le sue canzoni raccontano partenze e ritorni, lavoro e speranza, amore e nostalgia. Raccontano la Calabria più
autentica. Le note accompagnano naturalmente il lavoro dello scultore, si intrecciano alle risate della gente, ai saluti che attraversano la piazza, ai bambini che giocano. È difficile capire dove finisca la musica e dove cominci la vita del borgo. In quel momento tutto diventa un’unica scena. L’arte non è più un gesto individuale. Diventa relazione. Diventa convivialità. Diventa comunità. Poi ci sono i muri che parlano. Sono quelli affidati all’immaginazione di Antonio Zappia, artista che negli anni ha trasformato Sant’Agata del Bianco in un museo diffuso, dove ogni murale dialoga con la memoria dei luoghi e con il presente. I suoi colori non coprono le pareti: le liberano, raccontando storie capaci di restituire nuova vita agli angoli del paese. La sua ultima creazione, Cicca, sembra nascere dal respiro stesso del borgo.

È una figura sospesa tra sogno e ricordo, delicata e intensa, capace di evocare l’infanzia, le radici, la tenerezza e quella nostalgia gentile che appartiene ai luoghi dove la memoria continua a camminare accanto al presente. Davanti a Cica il tempo rallenta. Lo sguardo si ferma. E la parete diventa poesia. Non è un caso che tutto questo accada proprio a Sant’Agata del Bianco. Qui continua a vivere il pensiero del
suo figlio più illustre, Saverio Strati, lo scrittore che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la dignità della Calabria contadina, il linguaggio del popolo, le partenze, le ferite e la forza di una terra mai arresa. Quella memoria oggi continua a essere custodita e raccontata dal sindaco Domenico Stranieri, che ha scelto di fare della cultura il cuore della rinascita del paese.
Chi arriva nel borgo scopre presto che la sua non è una semplice visita guidata. È un racconto vissuto. Domenico Stranieri accompagna spesso gli ospiti lungo le strade di Sant’Agata del Bianco narrando la vita di Saverio Strati, indicando le case, gli scorci, le atmosfere che hanno ispirato le sue pagine. Camminare con lui significa entrare dentro un romanzo, dove ogni pietra sembra custodire una voce. Questo dialogo con Strati trova la sua espressione più compiuta nel volume “Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati”, pubblicato da Rubbettino. È un’opera che supera i confini della critica letteraria. Domenico Stranieri costruisce una ricerca rigorosa, originale e profondamente partecipe, offrendo nuove chiavi di lettura sull’opera e sulla vicenda umana dello scrittore, proprio nell’anno del centenario della sua nascita. Il libro accompagna il lettore in un viaggio dentro la letteratura “in movimento” di Strati, mostrando come la sua scrittura sia nata dall’ascolto della vita vera, dal linguaggio della gente, dalla capacità di trasformare la realtà quotidiana in racconto universale. La grandezza di Saverio Strati non risiede soltanto nell’aver narrato la Calabria, ma nell’averle dato una voce nuova, fedele ai suoi uomini e alle sue donne, inventando una lingua narrativa capace di restituire tutta

la forza e la dignità del popolo. Ma il volume possiede anche una profonda valenza biografica. Domenico Stranieri entra con delicatezza negli anni più intimi dello scrittore, seguendone il cammino umano oltre quello letterario. Ne racconta le inquietudini, la tenacia, la fedeltà alle proprie radici e quella solitudine che ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita, quando, lontano dalla sua Calabria, il silenzio sembrava diventare il suo interlocutore più fedele. Eppure quella solitudine non appare come un tramonto. Assomiglia piuttosto alla luce della luna: discreta, silenziosa, costante. Una luce che continua a rischiarare il cammino di chi resta e di chi parte. Così emerge la figura di Saverio Strati, appartata ma mai assente, distante eppure ancora vicinissima al suo paese, capace di continuare a parlare attraverso le sue pagine come fanno le stelle nelle notti limpide dell’Aspromonte. La biografia dello scrittore finisce così per intrecciarsi con quella del borgo stesso. Le vicende dell’uomo e quelle della comunità diventano
un unico racconto, dove la memoria individuale si trasforma in patrimonio collettivo. Insieme alla sua squadra amministrativa, Domenico Stranieri ha saputo restituire luce a Sant’Agata del Bianco. Non soltanto la luce che oggi illumina i vicoli del centro storico, ma una luce culturale, civile e umana. Una luce fatta di arte, di letteratura, di iniziative condivise, di attenzione ai giovani, di valorizzazione degli artisti e della memoria. Ed è forse questa l’immagine che rimane nel cuore di chi visita il borgo. Vincenzo Baldissaro che scolpisce dialogando con gli abitanti. Romano Scarfone che canta mentre le persone si fermano ad ascoltare. Antonio Zappia cheaffida ai muri nuovi frammenti di poesia. I bambini che giocano.

Gli anziani che raccontano. Le piazze che diventano luoghi dell’anima. Qui nessuno è spettatore. Tutti partecipano. Tutti, in qualche modo, diventano autori di una storia collettiva. In un tempo che sembra aver smarrito il valore dell’incontro, Sant’Agata del Bianco ricorda che la cultura nasce prima di tutto dalle relazioni. Dalla semplicità di una chiacchiera. Dal tempo donato agli altri. Dalla musica condivisa. Da uno scultore che apre il proprio lavoro alla comunità. Da un murale che restituisce colore alla memoria. Da un libro che riporta alla luce la vita di uno scrittore e, insieme, quella di un intero popolo. Forse è questo il vero capolavoro di Sant’Agata del Bianco. Non una singola opera d’arte, ma la capacità di trasformare la quotidianità in poesia. Di fare della convivialità una forma d’arte. E quando si lascia il borgo, ciò che resta non è soltanto il ricordo di un panorama o di un’opera. Rimane la nostalgia di un modo diverso di abitare il mondo. Quello in cui le persone hanno ancora il tempo di guardarsi negli occhi, gli artisti creano insieme alla comunità, la letteratura continua a camminare tra le case e la poesia non vive soltanto nei libri, ma nelle piazze, nelle mani, nelle voci e nei silenzi di un piccolo paese che ha scelto di custodire la
propria anima condividendola con chiunque vi faccia ritorno.









