Nuovi volti emergono come apparizioni tra le strade assolate e i vicoli silenziosi della Calabria. I sapori hanno il respiro della memoria e le montagne custodiscono segreti antichi, sussurrati dal vento. In questo paesaggio sospeso tra storia e poesia, Gianpiero Taverniti cammina catturando la luce dei luoghi e l’anima delle persone. Ogni fotografia, ogni parola, diventa gesto d’amore: un invito a fermarsi, ascoltare e sentire, come se la Calabria si aprisse solo a chi sa guardare con delicatezza e meraviglia. Fin dall’infanzia, Gianpiero Taverniti custodisce dentro di sé il fuoco dell’arte, una fiamma silenziosa che guida lo sguardo e ne orienta la sensibilità. La sua fotografia nasce da “occhi attaccati al cuore”, capaci di vedere oltre l’immagine, di trattenere l’anima dei luoghi prima ancora della loro forma. Ogni scatto è una soglia attraversata con rispetto: volti segnati dal tempo, mani che raccontano il lavoro, paesaggi che non chiedono di essere spiegati ma sentiti. In questo dialogo intimo tra luce e parola, la Calabria si rivela come un canto antico, fragile e potente, affidato alla memoria di chi sa guardare senza possedere.

Nel corso dell’intervista lo scrittore raccontava di rubare la Polaroid alla mamma, curioso di catturare la luce e i segreti del mondo, e insieme alla scrittura coltivava un amore silenzioso, per le immagini. Con il tempo, la fotografia prese il sopravvento: semplice, immediata, capace di trasformare ogni scatto in un “piccolo capolavoro”.
Oggi Taverniti fotografa con uno smartphone, eppure ogni immagine sembra sospesa tra memoria e poesia, come se la Calabria stessa si lasciasse raccontare solo attraverso il suo sguardo. Nel 2018, il suo talento è stato riconosciuto con il “Premio Touring Contest” grazie a “Pentedattilo by Night”. Ma già nel 2016 aveva conquistato il pubblico e la giuria con “lo scatto raffigurante il mosaico del Drago di Kaulon”, proveniente dalla Casa del Drago dell’area archeologica di Monasterace – Kaulonia in Calabria, vincitore del “terzo concorso fotografico indetto dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico”, tenutosi a Paestum dal 27 al 30 ottobre. Un’immagine che cattura la magia nascosta tra storia, leggenda e arte, testimonianza del talento precoce di Taverniti e della sua capacità di trasformare luoghi antichi in narrazioni visive. Così, da bambino curioso a artista riconosciuto, Gianpiero continua a inseguire la luce,
trasformando gesti quotidiani in un racconto visivo ed emozionale, che accompagna anche le sue parole. Il suo libro d’esordio è “Raccontando la Calabria: Una nuova alba per la mia terra”, un’opera che si colloca a pieno titolo nel panorama della narrativa culturale e territoriale contemporanea. Attraverso uno sguardo attento e partecipe, l’autore accompagna il lettore in un viaggio profondo all’interno di una regione, che custodisce un patrimonio storico, artistico e umano di straordinaria ricchezza. Il volume restituisce una Calabria dai colori intensi e dai paesaggi suggestivi, descritti con una sensibilità che trasforma il territorio in racconto, il viaggio in esperienza conoscitiva. Non si tratta di una semplice guida, ma di un percorso culturale che intreccia luoghi, memoria e identità, capace di coinvolgere tanto il visitatore quanto il lettore interessato alla storia e alle tradizioni del Mezzogiorno.

L’opera è articolata in cinque collane, suddivise per province, nelle quali Taverniti valorizza le eccellenze locali attraverso la narrazione delle tradizioni enogastronomiche, delle ricette tramandate e delle consuetudini popolari. Elemento centrale del libro sono le persone incontrate lungo il cammino: le loro voci, le testimonianze e i racconti di vita restituiscono il senso più autentico del legame tra la terra e la sua comunità. Nato da appunti di viaggio annotati su un’agenda nel corso degli anni, il progetto editoriale prende forma grazie all’incontro con il professore e storico Saverio Verduci, che ne cura la prefazione. Il suo contributo offre un approfondimento storico di rilievo sul Castello di Santo Aniceto di Motta San Giovanni, arricchendo l’opera di un ulteriore livello di lettura e di riflessione culturale. Invece in “Raccontando la Calabria. Il viaggio continua…”, Taverniti trasforma questa sensibilità in “una narrazione poetica e partecipe della sua terra”. Non si tratta di una semplice guida o di un diario di viaggio: ogni pagina è una tappa di un percorso umano, fatto di persone, ricette e memorie, che si intrecciano tra le pieghe dei paesi e delle montagne calabresi. Il libro è il naturale proseguimento di “Raccontando la Calabria. Una nuova alba”: un secondo capitolo che amplia lo sguardo, aggiungendo “nuovi personaggi, nuove storie, nuovi sapori”, senza mai perdere l’intimità del primo viaggio. I volti incontrati lungo la strada – artigiani, giovani che restano, custodi silenziosi di saperi antichi – diventano protagonisti di un racconto corale. E accanto a loro, le ricette, rinnovate e arricchite, non sono mai semplici piatti, ma “atti di memoria”, gesti tramandati che parlano della vita quotidiana, della famiglia, della cultura che resiste al tempo. In questo intreccio di storie, sapori e immagini, il libro conferma la sua natura di “viaggio umano
prima ancora che geografico”, un cammino che non si esaurisce ma continua, come il fuoco creativo che da sempre anima Taverniti. Tra le pagine del libro, l’autore si concede un capitolo che ha il passo lento e profondo delle storie destinate a restare. È il capitolo dedicato a Giuseppe Rocca, il pittore sognatore, l’uomo che ha immaginato e creato la copertina del volume: un artista capace di trasformare visioni interiori in colore, di dare forma all’invisibile e di raccontare, con i pennelli, ciò che le parole spesso non osano dire.

La sua arte diventa così una soglia, un invito al lettore a entrare in un mondo fatto di fragilità e slanci, di sogni ostinati e bellezza imperfetta. Accanto a lui, Taverniti racconta anche la storia di Fabrizio Mirante, un uomo che da bambino ha perso l’uso di una gamba, un evento che avrebbe potuto segnare un confine definitivo. E invece no. L’arrivo della protesi bionica non è stato un limite, ma un nuovo inizio: una sfida accettata con coraggio, trasformata in forza d’animo e in una volontà incrollabile. Quella che sembrava una ferita si è fatta motore, spingendolo a superare sé stesso fino a conquistare diversi campionati. Due vite diverse, due percorsi lontani, uniti dallo stesso filo invisibile: la capacità di non arrendersi e di trasformare la mancanza in possibilità. Testa dura, come solo i calabresi sanno esserlo. Una caparbietà antica, ruvida come la pietra e insieme luminosa come il mare all’alba. In quelle pagine si respira proprio questo: il sogno che non chiede permesso, che cresce ostinato anche quando la vita prova a piegarlo. È una resistenza silenziosa, fatta di passi lenti ma mai indietro, di mani sporche di colore o di fatica, di occhi che continuano a guardare lontano. Il pittore e il giovane atleta condividono la stessa radice profonda: quella testardaggine gentile, che appartiene a chi nasce in una terra difficile e bellissima. Cadere non è mai la fine, è solo un altro modo per imparare a stare in piedi. Così, tra sogni dipinti e gare vinte contro ogni pronostico, emerge un’idea semplice e potentissima: la forza non sta nell’assenza di ferite, ma nella capacità di trasformarle in luce. Tra le testimonianze raccolte da Gianpiero Taverniti nei suoi racconti trova spazio pure la figura di Giuseppe Bagnato, calciatore legato a una delle pagine più significative della storia recente della Reggina. La sua vicenda personale si inserisce nel più ampio contesto del calcio calabrese, raccontando un percorso fatto di sacrifici, dedizione e forte senso di appartenenza. Cresciuto con il sogno di indossare la maglia amaranto, Bagnato incarna l’ideale del calciatore che riesce a trasformare un desiderio infantile in un traguardo concreto. Dopo anni di impegno e rinunce, il suo approdo alla Reggina rappresenta non solo una realizzazione personale, ma anche un momento di rilevanza per la storia sportiva del club. Il punto più alto del suo percorso coincide con la rete decisiva che sancì la promozione della squadra dalla Serie C alla Serie B, un episodio rimasto impresso nella memoria dei tifosi e nella cronaca calcistica locale. Quel gol assume oggi il valore di un simbolo: l’espressione di un calcio vissuto come passione autentica e come elemento identitario di un territorio. Attraverso il racconto di Bagnato, l’opera di Taverniti contribuisce a preservare la memoria storica dello sport calabrese, restituendo dignità narrativa a quei protagonisti che, con gesti decisivi, hanno scritto pagine significative della storia calcistica regionale.

Ma l’area grecanica rappresenta uno dei nuclei più significativi del percorso narrativo dello scrittore, non solo come spazio geografico, ma come territorio culturale stratificato, in cui paesaggio, lingua e memoria collettiva convivono in un equilibrio fragile. Le fiumare e le montagne selvagge delineano un ambiente che ha storicamente favorito forme di isolamento, ma anche una straordinaria capacità di conservazione identitaria. Luoghi come Gallicianò, la valle dell’Amendolea e Roccaforte del Greco emergono come veri e
propri archivi viventi. In particolare, nel racconto dedicato a Roccaforte del Greco, l’autore adotta un approccio vicino all’osservazione partecipante: i dialoghi con gli anziani, raccolti nel bar storico del paese, diventano uno spazio informale di trasmissione culturale. Qui affiora la consapevolezza dolorosa di una lingua – il greco di Calabria – che sta progressivamente scomparendo, insieme ai contesti sociali che ne hanno garantito la sopravvivenza. Le testimonianze degli anziani si intrecciano con il disagio delle giovani
generazioni, costrette a lasciare il territorio in cerca di opportunità altrove. Il racconto mette in luce dinamiche strutturali ben note agli studi antropologici: lo spopolamento dei borghi interni, la dispersione scolastica, la carenza di servizi essenziali come la sanità e la sicurezza delle infrastrutture viarie. Questi fenomeni non vengono trattati come dati astratti, ma come esperienze vissute, inscritte nei corpi, nei linguaggi e nei silenzi della comunità.
Taverniti affronta tali criticità con una scrittura misurata e rispettosa, evitando ogni forma di spettacolarizzazione del disagio. Il suo sguardo suggerisce, piuttosto, la possibilità di un cambiamento graduale, fondato sul riconoscimento del valore culturale e umano dell’area grecanica, restituendo centralità a quelle voci che, pur flebili, continuano a custodire e trasmettere memoria.
Leggere “Raccontando la Calabria. Il viaggio continua…” è come “passeggiare tra vicoli assolati e coste silenziose”, fermarsi davanti a un mosaico antico o respirare l’odore della pasta appena fatta, mentre qualcuno ti racconta la storia di una terra che ha scelto di non partire. Gianpiero Taverniti, con lo sguardo del fotografo e la sensibilità dello scrittore, trasforma ogni incontro e ogni dettaglio in “un atto di memoria”, un invito a vedere la Calabria non solo come luogo, ma come cuore pulsante di storie, persone e tradizioni. La Calabria dell’autore è “una terra che parla e aspetta”, dove il passato dialoga con il presente, dove ogni immagine e ogni parola custodiscono il tempo e lo restituiscono con delicatezza al lettore. In questo viaggio, il libro diventa uno specchio: ci riflette, ci interroga, ci invita a camminare con lentezza, ad ascoltare con attenzione, a ricordare che ogni storia, ogni gesto, ogni piatto ha il diritto di essere raccontato. E così, pagina dopo pagina, la Calabria si svela come un’opera collettiva di cultura, memoria e bellezza. Un viaggio che non finisce mai, perché, come ogni grande arte, lascia in chi guarda e in chi legge la scintilla del desiderio di continuare a cercare, a vedere, a sentire. E allora il lettore diventa
viaggiatore notturno, con il passo leggero di chi non vuole svegliare i luoghi che attraversa. Avanza seguendo il filo invisibile delle emozioni, come chi cammina guidato dalle stelle più che dalle strade. Ogni pagina è una soglia, ogni immagine una vela spiegata al vento della memoria storica. Non cerca una destinazione, ma un ritorno: a un tempo originario, alla propria casa dell’infanzia. E quando il viaggio finisce, resta quella dolce inquietudine dei sogni veri, quelli che non si chiudono al mattino, ma continuano a camminare dentro
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Di Redazione.









