Questa frase suggerisce una distinzione importante tra governo e potere. Se consideri il governo come uno strumento di servizio pubblico, allora hai interesse a coinvolgere persone competenti, anche indipendenti o critiche, perché l’obiettivo è amministrare bene. Ma se il governo viene vissuto come potere — cioè controllo, mantenimento dell’influenza, fedeltà personale — allora i “migliori” possono diventare scomodi: hanno autonomia, prestigio proprio, capacità critica. In quel caso si tende a preferire collaboratori ubbidienti più che competenti. È un’idea che attraversa molta riflessione politica, da Niccolò Machiavelli fino a Max Weber: la tensione tra competenza tecnica e conservazione del potere è quasi strutturale nei sistemi politici. La frase funziona bene anche come aforisma politico, perché è breve ma lascia intendere una critica precisa: quando il fine diventa conservare il potere, la qualità della classe dirigente passa in secondo piano. Se pensiamo agli illustri politici e/o statisti della Repubblica Italiana – ne cito alcuni a caso – De Gasperi, Berlinguer, Anselmi, Jotti, Moro, Andreotti, … trovatemi politici dello stesso calibro, nella compagine di governo. Non solo nel macrocosmo la qualità della classe dirigente passa in secondo piano, ma anche nel microcosmo funziona così: i collaboratori personali dei presunti statisti, volgarmente portaborse, sono della stessa qualità scadente; mai mettere in mostra uno troppo bravo.
Mi vengono in mente dei discorsi storici come quello di De Gasperi al cospetto dei vincitori dopo la seconda guerra mondiale in occasione del Trattato di Parigi nel 1947 o di Berlinguer in una famosa Tribuna Politica nel 1972. Trovate oggi, se riuscite anche lontanamente, la stessa qualità! Prendetevi la pazienza di andare ai link e ascoltare la voce originale. De Gasperi si presentò davanti ai delegati delle potenze vincitrici consapevole che le loro conclusioni erano state già ampiamente anticipate. Iniziò così il suo intervento, diventato storico per la sua sincerità: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato…” Nonostante la posizione di svantaggio, non chiese l’esenzione dalle proprie responsabilità, ma pretese che la nuova Italia antifascista non venisse schiacciata da condizioni punitive insostenibili.
Sottolineò che la Repubblica italiana non era l’erede del regime fascista, ma il frutto della Resistenza, della cospirazione dei patrioti e della lotta partigiana che aveva contribuito a cacciare i nazifascisti, per un’Italia democratica.
Affermò che un’imposizione di pace troppo dura avrebbe alimentato risentimenti e instabilità, trasformando l’Italia in un focolaio di futuri conflitti. Chiese che la pace fosse costruita sull’indipendenza e sulla fraterna collaborazione: equità e non vendetta: Difese aspramente l’italianità di Trieste e dell’Alto Adige/Sudtirolo, argomentando contro le pretese territoriali e le mutilazioni coloniali.
Il celebre scontro televisivo avvenuto durante “Tribuna Politica” nell’aprile 1972, quando Berlinguer replicò al giornalista del Secolo d’Italia Mario Pucci, e l’intervento sul “Fascismo come ondata di barbarie” sono i momenti in cui il leader del PCI ha definito in modo più netto l’antifascismo e la distanza abissale tra i due movimenti. Per Berlinguer, l’antifascismo non era solo una memoria storica, ma il pilastro della democrazia italiana, il valore fondante. Il PCI ha sempre rivendicato il proprio ruolo centrale nella Resistenza. Nel celebre discorso, Berlinguer definì il fascismo come “un’ondata di barbarie”. Ne sottolineò la violenza sistematica, ricordando la soppressione della libertà, lo sfruttamento dei lavoratori e l’asservimento al nazismo. Quando il giornalista missino accusò i comunisti di presunta codardia, Berlinguer rispose con fermezza: «Voi siete stati coraggiosi soltanto quando stavate dietro la protezione delle SS, allora siete stati coraggiosi, nel massacro dei giovani, dei partigiani. Quando vi siete trovati di fronte i partigiani, siete sempre scappati». Il Partito Comunista Italiano (PCI) si basava sui principi di emancipazione sociale e pluralismo, seppur con un complesso e netto percorso di distanziamento dal modello sovietico, concretizzatosi nell’eurocomunismo. Per Berlinguer, i comunisti italiani combattevano per la libertà, mentre il fascismo si fondava sulla dittatura, sulla soppressione delle opposizioni e sul culto della sopraffazione. E poi i comunisti erano tra i costituenti con 104 deputati e Terracini era il presidente dell’Assemblea Costituente, per poi pensare a Amendola , Iotti, Di Vittorio, ….









