Là, verso la periferia del paese, prima che inizino i campi e i seminati, dove il selciato si interrompe e cominciano i sentieri in terra battuta, c’è lu casalinu1 di compare Lollu lu pacciu, triste avanzo di un ormai dimenticato terremoto. Brutto, diruto e pericolante e con la trave maestra crollata che ora, rivolta verso l’alto, sembra un gigantesco dito indice puntato contro il cielo per accusarlo di quello scempio. Tra quei ruderi ci giocano felici i ragazzini.
Non c’è luogo migliore dei casalini per i giochi dei ragazzi ma i grandi non lo capiscono come se non fossero stati bambini anche loro. Comunque possono sgridarli pure quanto vogliono, i ragazzini ci giocano lo stesso.
Ogni tanto qualcuno di loro si fa male ed allora per un paio di giorni sembrano aver riacquistato il sentimento e stanno alla larga ma, dopo un po’, punto e a capo.
Era una bella casa quella di compare Lollu e lui, mastro muratore, era orgoglioso di averla ristrutturata con le sue mani dopo averla acquistata dal fratello, ed unico erede, di Nnanni lu pirchiu, un avaraccio, e forse usuraio, che non si era sposato per non dover sfamare due bocche invece di una.
Eh sì, era una bella casa prima che il terremoto la scuotesse come la tovaglia delle vivande quando è finito lu Pascuni 2 .
Era stato un brutto terremoto. Vittime non ce ne erano state, grazie a Dio, ma crolli di muri vecchi, incannate3 e travi fradicie sì. Era arrivato inaspettato: non c’erano state avvisaglie i giorni prima, nessuna scossetta premonitrice. Era arrivato inaspettato come la fujuna 4 nel pollaio e come la fujuna aveva gettato
lo scompiglio.
Le lumere 5 avevano iniziato ad ondeggiare assieme alle salsicce accanto a cui erano appese ai soffitti, i bicchieri avevano preso a tintinnare nelle loro vetrinette e i piatti nelle piattere6 gli animali nelle stalle
scalpitavano e i loro versi disperati laceravano l’aria assieme ai pianti dei lattanti che scalciavano nelle culle.
JÈSUS, JÈSUS!7 avevano preso a gridare le donne prima di precipitarsi fuori chi pensando prima ai bambini e
chi cercando invece di salvare prima quel poco d’oro dei cassetti del comò.
Nelle strade un formicolio disordinato di gente che si spostava da un posto all’altro o a cercare uno slargo
per stare un po’ più al sicuro o a cercare notizie dei parenti. Calcinacci e polvere dappertutto.
Chi era già andato a letto, si era alzato in fretta e furia ed era balzato in strada coprendosi alla meglio con
quello che aveva trovato a portata di mano. E ora donne avvolte in coperte o in tovaglie da tavola e uomini
coi calzoni in mano cercavano di salvare il pudore alla meno peggio.
Anche compare Lollu lu pacciu era uscito a precipizio di casa con indosso soltanto i mutandoni lunghi di lana
e la mantella militare con cui si era avvolto. Pacciu e buono, la pelle se la guardava anche lui. Che poi non è. Che fosse tanto pazzo. Certo aveva le sue bizzarrie, come un po’ tutti, ma niente di clamoroso. Almeno
ultimamente. Era qualche anno prima che aveva dato grossi segni di squilibrio. Quando la moglie sparì di
casa e non se ne seppe più nulla.
Una mattina Lollu si alzò e uscì fuori gridando che sua moglie non c’era più nel letto. Chiese ai vicini, ai
parenti, girò un’intera giornata cercandola. Niente! Alla fine andò dai carabinieri.
La mattina dopo cominciò a dare segni di squilibrio. Tutti quelli che andavano a chiedere notizie li cacciava
a male parole e gridava che erano tutti d’accordo, che tutto il paese sapeva con chi se ne era scappata e
dove erano andati e, ora, non venivano a chiedere notizie ma a prendersi gusto. Finì che in casa non fece
entrare più nessuno.
Poi comprò due scrofe e diceva che così va il mondo: troie che vanno e troie che vengono.
Le scrofe le sistemò nella stalla assieme all’asino e alle due capre che già aveva e la puzza era tanta che non
si capiva come la sopportasse. Ma se la sopportava lui non la sopportavano i vicini che protestarono
energicamente. Gli animali in casa ce li avevano tutti ma una cosa come quella… O provvedeva o facevano
venire le guardie comunali.
E lui ancora più stravolto dava in escandescenze e chiamava il cielo a testimone della congiura contro di lui,
di cui quella era la prova evidente, e ne invocava i fulmini. Ma il cielo, sordo alle sue richieste, pareva
essersi unito alla congiura pure lui e allora gli indirizzava contro dei bestemmioni che costringevano le
vecchiette a turarsi le orecchie.
Provò a convincerlo Don Serafino, il vecchio arciprete, che mandarono a chiamare d’urgenza. Lollu fu
rispettosissimo e gli baciò pure la mano ma non volle sentire ragioni la porta di casa sua l’apriva e la
chiudeva a chi voleva e se tutto il paese ce l’aveva con lui, se gli esseri umani si erano rivelati tutti dei giuda,
lui preferiva la compagnia delle bestie e chi si metteva di traverso doveva vedersela con lui.
Niente! Non ne voleva sapere e quando qualcuno si lasciò scappare che se non ci pensava lui sarebbero
entrati loro a buttar fuori le bestie, corse dentro e si barricò in casa. Poi si affacciò alla finestra, doppietta in
mano e cartucce in fila sul davanzale.
Qualcuno propose di far intervenire i carabinieri ma Don Serafino volle fare un ultimo tentativo. Lollu
accettò di parlargli ma senza farlo entrare in casa. E così il vecchio sacerdote si sdraiò lungo lungo per terra
a parlottare con Lollu attraverso la tripa, il buco del portone dal quale entrano ed escono le galline. Alla fine
si giunse ad un accordo: Lollu avrebbe iniziato a costruire un porcile nella sua campagna e, appena finito,
avrebbe spostato là le scrofe.
Fu riportata la calma ma l’episodio venne lo stesso alle orecchie del Maresciallo e così gli tolsero il
permesso di caccia e gli sequestrarono il fucile.
Lollu mantenne l’impegno del porcile ma quando andava in campagna a costruirlo sprangava la porta con
una sbarra di ferro con tanto di catenaccio, a scanso di colpi di mano. E nei lavori non volle l’aiuto di
nessuno perché erano tutti contro di lui e così ci mise il triplo del tempo. Ma, alla fine le scrofe furono
trasferite e con esse andò via anche il puzzo ma ci volle un po’ di tempo. Così le cose tornarono più o meno
come prima solo che invece di compare Lollu lu muraturi era diventato compare Lollu lu pacciu.
E che fosse pazzo lo dimostrò anche in occasione del terremoto. Appena le scosse diedero un po’di tregua,
si precipitò molto agitato verso casa.
Ma dove andate…? Non vedete che asino e capre sono usciti per conto loro? Che siete orbo? Siete
scampato al terremoto per lasciarci le penne ora da stupido? – gli gridò dietro uno.
No, da pazzo qual è– corresse un altro.
Lollu le aveva viste anche lui le bestie fuori ma non era verso la stalla che andava. Senza dare retta a
nessuno oltrepassò l’uscio, si fiondò dentro e, facendosi largo tra le macerie, aprì un varco e scese giù in
cantina. Ne uscì fuori dopo una diecina di minuti, sporco di calcinacci, stringendo trionfante in mano un
vecchio ogghjaloru 8 tutto arrugginito.
Non s’è fatto niente, non s’è fatto niente. – gridava come se avesse tratto in salvo una creatura. E
come una creatura lo teneva avvolto nella mantella e lo strofinava e lo lisciava.
Pare che vuol fare uscire il Genio dalla lampada d’Aladino… – disse Mastro Stefano il carbonaio, che
aveva letto “Le mille e una notte”.
E anche dopo il terremoto compare Lollu continuò a comportarsi da pazzo. Rifiutò la sistemazione
provvisoria alle scuole elementari per rimanere a guardia delle rovine. E per rimanere a guardia delle rovine vendette gli animali e si ridusse a vivere nella stalla che era l’unico vano rimasto in piedi. E se non aveva più il fucile, aveva sempre la scure e sapeva usare bene anche quella e guai se si avvicinava qualcuno.
Tutte queste vicende a Ndruzzeddhu di la gurna le raccontarono quando tornò dalla Svizzera dove era
andato a buscare qualche lira per potersi sposare ed acquistare due stanzette in paese che lui della casa in campagna, portata in dote dalla moglie, non ne voleva sapere. E tutte queste vicende lo incuriosirono parecchio e più ci pensava e più si incuriosiva e più si incuriosiva e più ci pensava e alla fine si fece una sua idea.
E così, un bel giorno, con Don Nunzio il sensale, fece arrivare a Lollu l’offerta di una somma considerevole per acquistare lu casalinu ma quello rifiutò con decisione e la gente non sapeva chi dei due era più pazzo.
Lo sapeva però la moglie di Ndruzzeddhu chi era il pazzo o, forse, chi non lo era perché a lei il marito glielo spiegò come stavano le cose. La casa non era quella di Nnanni lu pirchiu? E allora da qualche parte c’era nascosta una pignatta coi soldi dentro. Quella proposta incredibile era stata solo un trucco per averne conferma.
Avuta la conferma, ora bisognava solo trovare il momento buono per intrufolarsi dentro e tentare il
colpaccio. Ma non era semplice: la scure di compare Lollu e le porte della galera erano due paure difficili da superare. E Ndruzzeddhu forse ci avrebbe rinunciato quando gli diede una mano la fortuna o, come si disse dopo, il diavolo ci mise la coda.
Compare Lollu lu pacciu fu ricoverato per una brutta polmonite. Ora la scure era stata eliminata ma la
galera era ancora là. Ma la fortuna, o diavolo che fosse, diede un’altra spintarella e Lollu tornò al suo
casalinu soltanto per morire nel suo letto in quella che una volta era stata una stalla.
Benissimo, si disse Ndruzzeddhu, potrò entrarci senza rischi ora che non è di nessuno. Che invece era di
qualcuno lo appurò il giorno appresso. Viveva ostinatamente in campagna, e in paese ci veniva solo per le feste, comare Cata, una prima cugina di Lollu, unica parente, unica erede ed ora unica proprietaria del
casalinu, come si disse subito in paese dove anche gli analfabeti sono esperti di diritto successorio. Esperti di diritto ed esperti di economia e di domanda e di offerta. Quella testarda cocciuta, attaccata alla sua campagna come se ci avesse messo le radici al pari dei suoi alberi, non avrebbe saputo che farsene del casalinu in paese e lo avrebbe dato via per un tozzo di pane. Ma anche comare Cata era esperta di economia e, senza bisogno di scomodare e pagare il sensale, andò a trovare Ndruzzeddhu di la gurna e gli disse che sarebbe stata ben felice di cederglielo per lo stesso prezzo che lui aveva offerto al cugino e gli avrebbe pure lasciato qualcosa. Non se ne parla nemmeno per sogno! – saltò su Ndruzzeddhu – Io a vostro cugino quella offerta l’ho fatta per burla: non ho neanche l’ombra di tutti quei soldi.
Vabbè, pazienza! – rispose con tono rassegnato comare Cata. E proseguì mentendo
spudoratamente – Io sono venuta per educazione e rispetto perché sapevo che eravate interessato.
Vi eravate fatto avanti con buonanima di mio cugino e vi volevo accordare la preferenza ma, stando
così le cose, la cedo a chi mi dà di più.
Ndruzzeddhu scolorì in volto. Non poteva rischiare che qualcuno acquistasse il casalinu.
Sentite, comare, io soldi non ne ho chè quello che ho buscato in Svizzera l’ho speso per il
matrimonio e per comprare queste due stanze però ci possiamo aggiustare così: io vendo la casa in
paese e quello che ricavo metà lo do a voi e metà lo tengo io che chi sa quanto dovrò spendere per
tirare nuovamente su quei ruderi.
E, dopo un po’ di tira e molla, l’accordo fu raggiunto.
In tempi brevi la casa fu venduta e il casalinu fu acquistato e la sera stessa Ndruzzeddhu e la moglie ci
andarono a dormire nell’unica stanza agibile, cioè la vecchia stalla riadattata dove aveva vissuto gli ultimi anni compare Lollu. Ma dormirono poco in verità aspettando impazienti le prime luci dell’alba per iniziare le ricerche di quella benedetta pignatta.
Il gallo non aveva ancora finito di cantare che marito e moglie scesero in cantina, il nascondiglio più
probabile, armati di piccone e lume a petrolio. Ndruzzeddhu diede una rapida occhiata in giro e,
soddisfatto, disse alla moglie:
Forse non dovremo cercare per molto. Guarda là quei segni nel muro! È evidente che quella è una
hazana9 murata con una ‘ncannata.
Si avvicinò frenetico e vi picchiò contro con il manico del piccone. Suonava vuoto. Diede qualche altro colpo al resto della parete. La differenza era lampante e partì all’assalto della hazana.
Alcuni rapidi colpi di piccone e la ‘ncannata venne giù e venne giù pure la sposina, svenuta per lo spavento.
Incassato nella hazana c’era il cadavere mummificato di una donna col cranio fracassato.
Così finalmente il paese seppe dove era scappata quella sventurata della moglie di Lollu! E seppe pure che la pazzia era tutta una finta per tenere lontana la gente e che il giorno del terremoto quella dell’ogghjaloru8 era tutta una sceneggiata. In realtà compare Lollu era sceso in cantina per verificare che non si fosse danneggiata la hazana dietro cui aveva occultato il cadavere. Quello che non si riusciva a capire era perché avesse ucciso la moglie. I motivi non si sarebbero mai saputi.Sapremo anche questo – disse gravemente comare Giovannina – alla Valle di Giosafattu!
Ora la sposina non vuole più saperne di quel posto dove sicuramente si aggira lu spirdu10 e, col marito, sono
andati a sistemarsi nella casa in campagna, che lei aveva portata in dote e che lui non voleva.
Ma anche gli altri in paese credono che ci sia lu spirdu e lu casalinu non lo vogliono neanche regalato.
Nessuno lo compra, nessuno lo aggiusta, nessuno lo demolisce e i ragazzini possono continuare a giocarci
beati tanto lu spirdu se vuole andare in giro ad atterrire la gente lo fa di notte non certo di giorno.
Lo sanno tutti!
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1 Casa diroccata.
2 Pasquetta.
3 Tramezzo di canne legate tra loro e intonacate.
4 La faina.
5 Lucerne ad olio.
6 Piattaie, scansie per i piatti.
7 Invocazione usata soltanto nei terremoti.
8 Oliera di latta.
9 Ripostiglio a muro.
10 spirito









