Ci sono incontri che sembrano nascere da una necessità profonda della memoria. Non semplici presentazioni di libri, ma occasioni in cui la letteratura diventa casa comune, luogo di resistenza e di immaginazione.
È accaduto a Reggio Calabria, dove Dacia Maraini è tornata per presentar “Le scritture segrete delle donne”, su iniziativa del Circolo culturale Guglielmo Calarco, in sinergia con il MArRC e in collaborazione con il Touring Club e con l’Accademia del Tempo Libero Odv. Ad accompagnarla lo scrittore e giornalista Eugenio Murrali che, insieme alla presidente del Circolo Guglielmo Calarco, Angela Curatola, ha dialogato con l’autrice in una conversazione intensa e partecipata. A rendere ancora più suggestivo l’incontro le letture dell’attrice Cinzia Messina e gli intermezzi musicali di Rosamaria Scopelliti, alla voce, e Vincenzo Oppedisano alla chitarra.
Dacia Maraini continua ad abitare la letteratura italiana con la stessa passione e la stessa lucidità che da decenni ne fanno una delle voci più autorevoli. Tradotta in oltre venticinque Paesi, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi, vincitrice del Premio Campiello con “La lunga vita di Marianna Ucrìa” e del Premio Strega con “Buio”, la scrittrice continua a interrogare il presente attraverso il dialogo con la storia.
Nel suo libro compone una straordinaria costellazione di figure femminili che hanno attraversato i secoli lasciando traccespesso ignorate o dimenticate. Mistiche, cortigiane, monache ribelli, rivoluzionarie, teoriche del femminismo, scrittrici e premi Nobel diventano protagoniste di un viaggio che da Vibia Perpetua arriva fino a Michela Murgia. Un percorso che intreccia la storia della letteratura con quella della libertà femminile. A inizio incontro è stato sottolineato anche la totale assenza di autrici donne per la prova di italiano, in particolare di Grazia Deledda, che ha suscitato forti polemiche. Rimarcando che è un’esclusiva maschile, che si protrae da anni. Per la prima prova, infatti, le tracce ministeriali hanno proposto Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, lasciando nuovamente da parte le scrittrici. La totale assenza di letterate per l’analisi del testo all’Esame di Stato è un trend che va avanti da molti anni. Il mancato inserimento della Deledda fa particolarmente discutere per via della ricorrenza, trattandosi inoltre dell’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Un tema che si è intrecciato naturalmente con il cuore stesso del libro di Maraini: la lunga esclusione delle donne dagli spazi del sapere e della rappresentazione culturale.

“Nel teatro i ruoli delle donne venivano interpretati dagli uomini. Nel medioevo i luoghi in cui potevano imparare a leggere, scrivere e fare di conto era il convento. L’istruzione era concessa solo agli uomini e alle cortigiane”. Parole che aprono uno squarcio su secoli di marginalizzazione, ma anche sulla straordinaria capacità delle donne di conquistare lentamente, spazi di libertà.
Tra i momenti più emozionanti della serata, il ricordo di Elsa Morante. “Scrittrice di grandissimo talento, curiosa e amava giocare”. Maraini ha raccontato un episodio intimo e commovente. “Poco prima di morire, sono andata a trovarla in ospedale e lei mi disse di prendere un foglio e giocare insieme a lei al gioco del se fosse…”. Un ricordo, che restituisce tutta la vitalità e la forza immaginativa di una delle più grandi autrici del Novecento italiano. Maraini ha ricordato come Morante abbia attraversato gli anni del Gruppo 63 senza mai rinunciare alla propria autonomia creativa e come spesso il giudizio sul talento femminile si stato condizionato da pregiudizi e discriminazioni.
“Lei aveva il punto della verità, coraggiosa, autentica e spiritosa”. Anche il nome di Grazia Deledda è tornato più volte nella conversazione. “A quel tempo tutti i grandi intellettuali dicevano che era solo una provinciale, il tempo ha riconosciuto l’enorme talento. Gli svedesi hanno dato il giusto valore alla scrittrice. Questo deve farci pensare”. Una riflessione, che risuona ancora oggi e invita a interrogarsi su quanti talenti siano stati ignorati o sottovalutati semplicemente perché appartenenti all’universo femminile.
Particolarmente toccante anche il passaggio dedicato alla giornalista reggina Adele Cambria, evocata attraverso una lettura di Cinzia Messina. A questo riguardo Dacia Maraini ha detto: “Adele Cambria è stata una giornalista rivoluzionaria, colta, femminista, tenace. Sempre pronta per fare valere i diritti dei più deboli. Ricordo un testo pubblicato sulla rivista Effe dove esplora il complesso e intenso universo sentimentale, privato e politico di Gramsci, attraverso il carteggio inedito di tre figure femminile di nazionalità russa. L’opera poi si conclude con il testo teatrale Nonostante Gramsci-“. Nel ricordo di Maraini emerge il ritratto di una donna, che ha saputo coniugare cultura, impegno civile e libertà di pensiero, lasciando un segno profondo nel giornalismo e nel femminismo italiano. Al centro dell’incontro si è imposto anche il tema del linguaggio, inteso come strumento fondamentale di conoscenza e di emancipazione.
“Chi possiede la parola, possiede il mondo. Il pensiero senza parole, non esiste. Esse sono estrinseche al pensiero, servono per apprendere e la ragione aiuta a sviluppare il pensiero”. Una riflessione che si è allargata al rapporto tra lingua, identità e contemporaneità. “Attualmente si usa il linguaggio povero, quasi inglese, all’altezza delle macchine. Quando si usa troppo l’inglese si perde di vista la nostra identità. Noi siamo italiani. È importante conoscere le lingue, ma per scrivere e comunicare al meglio dobbiamo conoscere bene l’italiano”. Ma la lingua, ha ricordato Maraini, conserva ancora molte tracce di una cultura patriarcale. “Tuttavia, devo sottolineare che la lingua italiana è profondamente misogina, soprattutto nella declinazione. Con il passare del tempo si è evidenziato un’evoluzione, molte parole hanno mutato nel significato. Un passo alla volta si fa la rivoluzione”. E ancora: “Tengo a sottolineare, che proprio In Italia durante il Rinascimento, che le donne hanno incominciato a recitare, ad essere protagoniste, che poi hanno fatto eco in tutta l’Europa”.
Grazie all’intervento del professore Paolo La Marca, docente di Lingua e Letteratura giapponese, il dialogo ha assunto una dimensione ancora più personale, riportando la scrittrice agli anni dell’internamento in Giappone durante la Seconda guerra mondiale. “Mio padre subito dopo laureato ha vinto una borsa di studio in Giappone. Ho un ricordo meraviglioso della mia infanzia”. Poi il precipitare della storia e della guerra. “Durante l’internamento abbiamo sofferto moltissimo la fame. Ricordo mio padre con un
espediente riuscì a convincere una guardia a fare un gesto di profonda umanità, ovvero di portare una piccola capra. Grazie al suo latte, siamo vivi. Se non fosse stato per quell’azione, non so se io e la mia famiglia saremmo sopravvissuti”. In quel racconto emerge tutta la forza della memoria. Una memoria fatta di fame, paura e resistenza, ma anche di piccoli gesti capaci di salvare una vita. E accanto alla figura del padre si staglia quella della madre, Topazia Alliata. “Ricordo anche in quel contesto la determinazione di mia madre. Lei era sempre accanto a noi e teneva un piccolo quaderno, che teneva nascosto all’interno di un orsacchiotto, celato da una piccola cerniera. Ha sfidato l’autorità, ma teneva a mettere per iscritto tutto quello, che accadeva quotidianamente”. Forse è proprio da quel quaderno nascosto che nasce il senso più profondo della scrittura: custodire ciò che rischia di andare perduto.
Nel finale dell’incontro, Maraini ha evocato anche la Sicilia della sua infanzia, terra di racconti, leggende e narrazioni che hanno alimentato la sua immaginazione e il suo amore per la parola. E mentre le ultime note musicali si diffondevano nella sala, appariva chiaro come “Le scritture segrete delle donne” sia molto più di un libro. È un atto di restituzione. Un viaggio nelle vite di donne che hanno trasformato la scrittura in uno strumento di libertà. Un invito a guardare la storia da prospettive nuove e a riconoscere il valore di voci troppo a lungo rimaste ai margini. Perché ogni parola conquistata sottrae spazio al silenzio. E ogni donna che scrive, ieri come oggi, compie un piccolo gesto rivoluzionario capace di cambiare il mondo.










