Eravamo seduti all’osteria a bere il vino nuovo di Cagliorga, quello che produce Donn’Angelina e, tra un bicchiere e l’altro, si parlava dei brutti tempi in cui viviamo: delinquenza, ignoranza, mancanza di rispetto, poca voglia di lavorare, corruzione, raccomandazioni, fede perduta…
- Eh sì – commentai io – Mala tempora currunt sed peiora parantur!
- Che cosa…? – compare Bruno, già stralunato di suo per il vino, mi guardava ancor più stralunato.
- Ho detto: “Scorrono tempi cattivi ma se ne preparano di peggiori!”. Più o meno è quello che intende lo Zzi’ Ninu Dittureddhi quando dice “lu peju è arretu!” solo che io l’ho detto in latino.
- Latino? – compare Bruno stralunò ancora di più: – Voi conoscete il latino?
- E perché vi meravigliate? Non lo sapete che ho studiato al seminario?
- Santudià, è vero! Avevo dimenticato che siete un prete rimasto a menzu bugghju.
Eh sì, è vero: non sono giunto ad ebollizione, sono rimasto cotto a metà. E come me tanti altri a Bova che sono entrati in seminario e poi, per un motivo o per l’altro, non hanno concluso gli studi. Per esempio: compare Mico Seneca.
Ecco vedete che paese straordinario Bova: negli altri posti danno soprannomi scherzosi o malevoli o semplicemente descrittivi e noi qua invece appioppiamo nomi di filosofi, di uomini illustri, di personaggi letterari… e via dicendo.
Tornando a compare Mico Seneca, di lui e del suo latino si racconta un episodio che, all’epoca, a molti sembrò straordinario. Lui era colono nelle terre del Cavaliere Cosmani dove c’era pure un mulino che lui mandava avanti. Era successo che si era rotto il mozzo della macina del mulino e questa si era inclinata così lui era corso a Bova per avvertire il Cavaliere.
Lo vide in piazza assieme ad alcuni amici e ad un forestiero vestito elegantemente. Era l’orafo Pittè, un gioielliere reggino che periodicamente si recava nei paesi interni per consentire l’acquisto di preziosi a chi non poteva recarsi in città. Qualcuno di voi lo ricorda e chi non lo ricorda lo ha sicuramente sentito nominare anche per via di… quella canzoncina.
Dovete sapere, ma qualche volta ve l’ho già detto, che in occasione delle novene di Natale, a Bova, assieme alle ninnarelle di argomento sacro, si cantavano anche quelle di argomento profano per sfottere i protagonisti di qualche disavventura.
Compare Rosu da un paio d’anni ronzava attorno a Maria di la timpa che però non gli dava retta. “Buongiorno e salute” e basta. E così quello pensò di conquistarla regalandogli per il compleanno due laccetti d’oro che aveva acquistato, appunto, da Pittè.
Maria si prese i laccetti, ringraziò educatamente e, dopo, ancora “buongiorno e salute” come prima. Se quei malanova di laccetti glieli avesse dati accompagnandoli ad una richiesta di fidanzamento almeno ora avrebbe potuto richiederli indietro ma, avendoli fatti passare per un regalo di compleanno, non poteva pretendere niente.
E così i ragazzacci quel Natale cantarono:
Masciu Rosu è dispiaciuto
ché Maria non gli parlò
ed i lacci che ha perduto
a Pittè glieli pagò!
Tornando nuovamente a compare Mico Seneca (che lo sapete che non mi piace divagare) questi si avvicina al gruppo e, berretta in mano, si rivolge al Cavaliere interrompendo la conversazione. Era un gesto che in condizioni normali non avrebbe mai osato fare: si era azzardato soltanto perché si trattava di un’emergenza ma voleva che questo fosse ben chiaro perché lui sapeva cosa fosse il rispetto. Quindi, volendo precisare che non avanzava nessuna richiesta che lo riguardasse personalmente, volendo dire: “A te, signore, non chiedo alcuna grazia”, pescò dalle sue reminiscenze latine una frase secondo lui adatta allo scopo: “Tibi, domine, ullam gratiam trahunt”.
Aveva usato la terza persona plurale anziché la prima singolare ma il Cavaliere capì lo stesso e capì molto di più di quanto compare Mico aveva detto o cercato di dire. E Pittè, sbalordito di aver sentito parlare latino quel tamarro, strabuzzò addirittura gli occhi quando sentì il Cavaliere rispondere: – Vai da Mastro Ciccio il falegname e fatti fare un mozzo nuovo che poi passo io e lo pago. Poi trova quattro dei miei coloni più robusti, portali a sistemare la macina e regalagli un fiasco di vino per uno e due litri tienili pure per te.
Veramente a far capire al Cavalier Cosmani cosa volesse Mico Seneca non era stato il latino di questi ma il gesto con cui lo aveva accompagnato. Aveva descritto un cerchio con la mano tenuta verticalmente che poi aveva bruscamente abbattuto volgendola a palmo in su. Ma di ciò Pittè non se ne era accorto e gli altri nemmeno. Così l’episodio fu raccontato a lungo e qualcuno ancora lo racconta. Inevitabilmente però, come sempre accade in questi casi, la frase fu storpiata e divenne: “Tibi, domine, culla grazia Taranto!”.
E così storpiata la ripeteva pure Pittè quando raccontava che, girando per i paesi interni, tamarri che parlavano greco ne aveva visti tanti ma tamarri che parlavano latino… solo a Bova.
Quando ho rammentato l’episodio ai miei amici,
- Sì, è vero! Questa storia l’avevo sentita anch’io. – disse compare Bruno e poi aggiunse – Ma voi sapete soltanto quelle quattro parole di chiesa, come Mico Seneca, o ne sapete di più?
- No, no, ne so molte di più ché il latino lo trovavo una materia molto interessante.
- Ma allora vi piace davvero il latinorum?
- E me lo domandate pure? Basta scomporre la parola stessa: Là Tino Rum, cioè: là c’è un tino pieno di rum! Come può non piacermi!? Ed infatti l’ho studiato come si deve ed avevo pure buoni voti.
- Allora sareste capace anche di fare un vero discorso come fanno Monsignore e quel monsignore di Staiti quando si incontrano?
- Beh sì, un discorso semplice sono in grado di farlo anch’io. – risposi esagerando un po’.
- E allora fateci sentire qualcosa!
Questa non me l’aspettavo! Cosa poteva importare loro di sentire parlare una lingua che non capivano? E, comunque, ora come facevo a tirarmi indietro? Ero proprio in un bel pasticcio e mentre cercavo il modo di tirarmene fuori mi sovvenne quella storiella che si raccontava in seminario.
C’era una volta un prete a cui avevano regalato un pollo. Il prete lo diede alla servetta e le disse di cucinarglielo arrosto per mezzogiorno. Quando fu ora di cucinarlo, però, la ragazza non si ricordava più se doveva farlo bollito o arrosto e al prete non poteva chiederlo perché era in chiesa a celebrar messa. Allora, siccome tra chiesa e canonica c’era una finestra di comunicazione, si accostò a quella tenendo in mano il pollo spennato ed una casseruola aspettando un cenno di assenso o di diniego. Il sacerdote, mentre si girava verso l’altare, vide la serva che cercava di richiamarne l’attenzione e temete che anche qualche fedele potesse accorgersene. Allora improvvisò, continuando a fare i gesti del celebrante rivolto verso l’altare:
- Quid fecisti, Caterinella? Portare pollum ad finestrella…? – e poi, girandosi a braccia larghe verso l’assemblea – Non bollitum sed ad arrostum. Per Jesum Christum Dominum nostrum!
Così pensai: faccio lo stesso anch’io. Dopotutto, qualcosa di latino mi ricordo e, dove non mi ricordo, storpio le parole come quel sacerdote lì. Tanto tra i miei amici non c’è nessuno che sappia il latino e tra gli ascoltatori che possono capirlo ci sono soltanto due ragazzetti di terza media. Ma, con gli insegnanti che ci sono oggi e la poca voglia di studiare che hanno, dubito che ne capiscano molto di più dei miei amici.
- Va bene! – risposi.
- Però parlateci di qualche argomento che conosciamo anche noi.
- D’accordo! Vediamo un po’… Che ne dite di una favola? Ecco sì, proprio una favola! Vi racconto quella di Cappuccetto Rosso.
E iniziai:
In illo tempore apud selvam vivebat parva puella qui indossabat semper, festibus aut lavurantibus, mantellinam russam cum capuccio et ergo appellabant eam Cappuccettum Russum.
Unus dies, mater suam chiamavit illam et dixit: – Nonna tua infirma est. Accipe istam focacciam et ndrizza ad domum suam. Sed raccomando tibi: noli tagliare curtum selvam selvam qui lupus in agguatus semper est.
Paret qui parlavit cum muro. Paret qui dixit illa “taglia curtum!”.
Appenam ad silva pervenit, illa testunella, arboris arboris zziccavit et lupus illam vidit. Quid cafè!
Lupus dixit: – Quo vadis?
Et illa: – Vado ad nonnam meam qui infirma est et istam focacciam reco.
- Quid brava niputem! Tibi saluto. – et lupus, qui aliam ncurtituram sapivat, currendum ad ruttam collum, ante que illa at domus nonnae pervenibat.
Bussavit.
- Quis est? – dixit infirma.
- Ego sum, Cappuccettum Russum – mbrogliavit lupus.
- Mbutta ianuam et trase!
Lupus trasivit et nonnam sanam sanam se mbuccavit. Post, cammisciam nocturna suam indossavit et at Cappuccettum Russum placam paravit.
Cum rivabit et trasivit, puella lupum per nonnnam scambiavit et dixit:
- Nonna, quid magni mani habes?
- Ut te accarezzare melius!
- Nonna, quid magni oculi habes?
- Ut te servare melius!
- Nonna, quid magnas auriculas habes?
- Ut te audire melius!
- Nonna, quid magnam buccam habes?
- Ut te manducare melius! – et etiam niputem se mbuccavit.
Felix cumbinatione, venatore cum scupetta in loco transitabat et lupum sparavit. Post, cum coltellum, ventrem aperuit et nonnam et niputem vivem extrassit, bellem, frischem et pettinatem.
Et semper postquam laetis et feliciter vixerunt!
La formuletta conclusiva la ricordavo bene.
Gli ascoltatori erano sbalorditi. Guardarono i ragazzetti delle medie con aria interrogativa e questi, che come prevedevo non avevano capito niente, fecero segno di sì con la testa. E poi uno dei due aggiunse: – È più bravo del mio professore!
E forse qua aveva ragione.
Compare Bruno commentò: – Ho notato che molte parole assomigliano a quelle del nostro dialetto.
- Giusta osservazione, compare! Infatti molte parole di lingue e dialetti moderni derivano dal latino.
Veramente, nel caso mio, erano le parole… latine che derivavano dal dialetto ma, sia come sia, avevo sicuramente fatto colpo.
Non so se questo episodio lo racconteranno come quello di Mico Seneca ma ero senz’altro cresciuto nella considerazione dei miei concittadini e non nego che ne ero molto soddisfatto.
E così, almeno per quella giornata, quoque ego laetus atque feliciter vixi!
(da “I racconti dell’ubriaco”)









