Ci sono sere d’estate, che sembrano scritte dalla stessa mano che disegna i romanzi. Il cielo si raccoglie in un silenzio lieve, una pioggia improvvisa sfiora la terra senza sconvolgerla, bagna le pietre, accarezza gli alberi, placa appena l’arsura. Poi il tempo riprende il suo respiro lento e le parole trovano finalmente il luogo dove posarsi.
È accaduto così nella sera del 24 luglio, sul Viale Rimembranze di Piazza Pretura, a Melito Porto Salvo. Una breve pioggerellina estiva ha preceduto l’inizio dell’incontro dedicato a “Calùra”, il romanzo d’esordio di Saverio Gangemi, quasi fosse un segno discreto della natura, una carezza effimera prima di tornare a confrontarsi con il tema stesso del libro. L’iniziativa, promossa dal Circolo Culturale Meli nell’ambito della rassegna “La Calabria si racconta”, ha trasformato una piazza in uno spazio di ascolto, dove la letteratura ha incontrato il territorio e il pensiero si è fatto dialogo. Ad aprire l’incontro è stato il Presidente – Pasquale Pizzi che ha presentato l’autore Saverio Gangemi, che con emozione ha ricordato come quella di Melito Porto Salvo fosse la prima presentazione di “Calùra” nella cittadina. Prima di entrare nel cuore della narrazione, il Dirigente Scolastico Vincenzo Zappia ha offerto una delle chiavi di lettura più significative dell’opera, soffermandosi proprio sul titolo. “Calùra”, ha osservato, “non è soltanto il caldo che brucia la terra, ma una metafora insieme fisica e metafisica che rallenta la vita delle persone”. È una presenza invisibile che sospende il tempo, modifica i gesti quotidiani, costringe gli uomini a guardarsi dentro e a confrontarsi con la propria fragilità. Un’intuizione che accompagna l’intero romanzo e che diventa la soglia attraverso cui il lettore entra in un mondo sospeso tra realtà e allegoria.

A conversare con l’autore sono stati il Dirigente Scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore “Ten.Col. G. Familiari” – Vincenzo Zappia e Cinzia Messina, accompagnando il pubblico dentro un’opera che parla di uomini e donne, di una terra arida ma ancora capace di custodire speranza. “Calùra”, vincitore del “Premio Demetra 2026”, è molto più di un romanzo sul cambiamento climatico. È una meditazione sul nostro tempo. In un paese arcaico del Sud, senza nome e senza coordinate cronologiche precise, una calura innaturale si abbatte sulla terra prosciugando le fiumare, uccidendo gli animali, facendo morire gli alberi e mettendo a nudo egoismi, paure, disuguaglianze, violenze e slanci di solidarietà. È una distopia contadina che parla con sorprendente forza al presente.
Nel corso dell’incontro Gangemi ha ricordato come la narrativa abbia un compito essenziale: “far riflettere le persone”. “La scienza ci consegna elementi fondamentali, ma la narrativa può trasformare quei dati in esperienza, può generare coscienza nelle persone”. E con una frase destinata a rimanere impressa ha aggiunto: “Dobbiamo costruire la consapevolezza. Il tempo a disposizione sembra sfuggire”. Il caldo, nel romanzo, non è un semplice fenomeno atmosferico. È un contesto assoluto che investe una comunità intera, una prova fisica, spirituale e sociale. Di fronte alla calura l’uomo attiva il proprio istinto di sopravvivenza: può arrivare alla violenza più estrema oppure scegliere la solidarietà. Si spoglia non soltanto degli abiti, ma anche delle proprie certezze, dei beni materiali, perfino della fede, interrogandosi su Dio e tornando ad affidarsi alle antiche credenze popolari. La calura diventa così una lente attraverso cui osservare l’essenza dell’essere umano.

Nel suo intervento il Dirigente – Vincenzo Zappia ha posto al centro della riflessione anche il tema della famiglia, riconoscendola come il nucleo più autentico del romanzo. Quando tutto sembra dissolversi restano gli affetti, la memoria condivisa, la casa come ultimo approdo. È nella famiglia che l’uomo continua a riconoscersi e a custodire il senso della propria esistenza. Gangemi ha sviluppato questa riflessione raccontando come il romanzo nasca anche dall’osservazione della crisi della famiglia contemporanea. Un tempo il nonno rappresentava la saggezza e il punto di riferimento della comunità; oggi, troppo spesso, fratelli e parenti si allontanano per eredità, interessi o incomprensioni. “Calùra” diventa allora anche una riflessione sul bisogno di ritrovare l’ascolto reciproco, perché — come ha sottolineato l’autore — molte fratture nascono proprio dall’incapacità di parlarsi. Accanto alla famiglia, il dialogo si è soffermato anche sul tema dell’amore. Saverio Gangemi ha raccontato come l’amore rappresenti il momento in cui l’essere umano decide di mettersi davvero in gioco, accettando il rischio dell’incontro e della vulnerabilità. Una forza silenziosa che resiste persino quando il mondo sembra consumarsi sotto il peso della calura. Zappia ha colto in questa visione il messaggio più profondo dell’opera: una fiducia ostinata nell’uomo, nella sua capacità di rialzarsi, di custodire la speranza anche quando ogni orizzonte sembra oscurarsi. È questa fiducia che impedisce al romanzo di trasformarsi in un racconto della fine; al contrario, ne fa un canto sommesso sulla possibilità della rinascita. Uno dei momenti più intensi della serata è stato il racconto della nascita del romanzo. Gangemi ha confidato che “Calùra” ha avuto una gestazione di quasi dieci anni e che tutto è nato da un episodio realmente vissuto insieme al padre. Avevano piantato alcuni alberi di kiwi che necessitavano di un sostegno. Utilizzarono una verga apparentemente morta. I kiwi non diedero frutto, ma da quel ramo secco germogliò improvvisamente un noce. Da quello “scherzo della natura” nacque l’immagine dell’albero misterioso che

attraversa tutto il romanzo, un albero inesistente, insieme benefico e inquietante, capace di custodire la vita mentre il mondo intorno si spegne. Successivamente quell’intuizione si è intrecciata con la suggestione di un dipinto di Bruno Caruso e con l’eco universale dell’Urlo di Munch, dando origine all’ossatura simbolica dell’opera. Nel paese immaginato da Gangemi si muovono Lanczo, Duardo, Rachela, Nina, Doriano e molti altri. Sono uomini e donne che resistono, naufraghi di un incendio che sembra caduto dal cielo, raccolti attorno all’ombra di quell’albero immenso, unico elemento capace di opporsi all’avanzare della distruzione. L’albero diventa memoria, radice, speranza. Simbolo di ciò che rimane quando tutto sembra perduto. Il romanzo sembra svolgersi in un tempo sospeso, riconoscibile senza essere dichiarato. La peste, le carestie, la civiltà contadina, le credenze popolari, le magare, la religiosità e la storia della Calabria affiorano come tracce sotterranee. Gangemi ha raccontato di aver costruito questa ambientazione partendo dai racconti registrati del nonno negli ultimi mesi della sua vita, da una lunga ricerca sulla propria genealogia familiare e dalla memoria di un mondo contadino ormai scomparso, dove la tradizione orale custodiva l’identità delle comunità. Anche il rapporto tra fede e superstizione occupa un posto importante nel romanzo. La Chiesa convive con il ricorso alle magare, in un universo dove il sacro e il popolare si intrecciano senza contraddizione apparente. È un patrimonio culturale che appartiene alla memoria del Sud e che Gangemi restituisce senza giudizio, come parte della complessità dell’animo umano. L’Aspromonte emerge così lontano dagli stereotipi. Non soltanto luogo delle cronache nere, ma spazio di miti, racconti, boschi, silenzi e leggende. Un territorio capace di generare immaginazione. Nato a Redentora, in Brasile, e cresciuto in Calabria, Gangemi ha spiegato come il suo percorso personale gli abbia permesso di osservare questa terra con uno sguardo insieme interno ed esterno, quasi fosse un ponte tra due profondi Sud, quello sudamericano e quello aspromontano. Cinzia Messina ha guidato invece il pubblico dentro la trama della scrittura, mettendone in luce la cifra stilistica. “Il linguaggio utilizzato è asciutto ma denso, lirico e visionario. La scrittura fonde un registro colto con elementi dialettali e parole antiche, richiamando le atmosfere arcaiche della terra calabrese”. Sono parole che sembrano descrivere non soltanto uno stile, ma una materia viva. Perché la lingua di Saverio Gangemi nasce dalla polvere delle strade, dalle pietre arroventate, dalle fiumare disseccate, dagli ulivi immobili nel sole. Una lingua che conserva la memoria della tradizione orale, dove il dialetto entra naturalmente nella frase italiana come accadeva nelle conversazioni dei nonni. È una scrittura musicale, capace di legare memoria e futuro, realtà e visione, dolore e speranza. Fin dall’incipit colpisce proprio questa capacità evocativa. Ogni pagina restituisce odori, luce, silenzi. Il ritmo segue quello stesso della calura: lento, esasperato, immobile. Il lettore non osserva semplicemente il caldo; lo attraversa, lo abita, ne sente il peso trasformarsi da fenomeno fisico a condizione esistenziale. È questa una delle ragioni per cui la Giuria del “Premio Calvino” ha segnalato il romanzo con una menzione, definendolo “una versione originale di climate fiction dai tratti allegorici caratterizzata da una invenzione linguistica che fonde con perizia registro colto, elementi dialettali e parole dismesse”. Anche Massimo Onofri, proponendolo alla “LXXX edizione del Premio Strega”, ha riconosciuto nell’opera il ritratto di un “Sud metafisico”, dove la natura riarsa certifica un dramma etico prima ancora che ambientale.

La serata si è conclusa con un momento dal forte valore simbolico. Il presidente del Circolo Culturale Meli, Pasquale Pizzi, ha conferito al Dirigente Scolastico – Vincenzo Zappia la targa di – Socio Onorario del Circolo Meli -, riconoscendone la sensibilità culturale, la costante vicinanza alle iniziative dell’associazione e quella capacità, mai venuta meno negli anni, di considerare la scuola come un luogo aperto al dialogo con il territorio. Nel suo intervento, Pizzi ha ricordato come la cultura possa crescere soltanto quando istituzioni, scuola e associazioni scelgono di camminare insieme, condividendo responsabilità, idee e visioni. L’emozione del momento è stata resa ancora più intensa dalla consapevolezza che quello di Vincenzo Zappia è ormai un tratto conclusivo del suo percorso alla guida dell’Istituto Superiore di Melito Porto Salvo. Un cammino che volge al termine, ma che lascia in eredità un’idea precisa di educazione: quella che riconosce nella cultura non un semplice complemento della formazione, bensì il suo fondamento più autentico. Nel ringraziare il presidente Pasquale Pizzi per la proficua e sincera collaborazione costruita negli anni con il Circolo Culturale Meli, Zappia ha ribadito come la scuola abbia il dovere di continuare a coltivare spazi di incontro tra la conoscenza e la vita, tra i libri e il territorio, tra le istituzioni e la comunità. Perché la cultura, ha ricordato, è visione, inclusione, possibilità. È lo strumento attraverso il quale ogni giovane può imparare a riconoscere il proprio talento, trasformare un’intuizione in un progetto, un’idea in futuro. Ha rivolto infine un pensiero ai ragazzi, veri destinatari di ogni investimento culturale. Sono loro il patrimonio più prezioso di una comunità e soltanto offrendo occasioni di crescita, di confronto e di bellezza sarà possibile accompagnarli nella scoperta delle proprie capacità. Continuare a credere nella cultura significa, dunque, continuare a credere nei giovani, valorizzarne i talenti, accendere curiosità, alimentare sogni e costruire cittadini consapevoli. Quando le ultime parole si sono sciolte nel silenzio della notte, il caldo aveva ripreso ad avvolgere la piazza. Ma non era più lo stesso caldo. La letteratura lo aveva trasformato in memoria. In domanda. In coscienza.
Forse è questo il compito più alto dei libri: prendere ciò che appartiene alla cronaca e restituirlo all’anima; trasformare una stagione in una metafora, un territorio in un destino universale, una sera d’estate in una promessa che continua a vivere nel tempo. Come quella pioggia arrivata poco prima dell’incontro. Pochi minuti appena. Il tempo necessario perché la terra respirasse. E perché, tra le pagine di un romanzo, le parole trovassero ancora una volta il loro posto nel cuore degli uomini.
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Nella foto di copertina dell’autrice F. A. Martino: Pizzi, Messina, Gangemi, Zappia









