Ci sono sere in cui la letteratura smette di abitare soltanto le pagine e torna a camminare tra la gente. Sere in cui un libro ritrova la terra da cui è nato e le parole sembrano riconoscere il paesaggio, che le ha ispirate. Accade allora qualcosa di raro: il confine tra narrazione e memoria si dissolve, e chi ascolta non assiste semplicemente alla presentazione di un romanzo, ma prende parte a un rito antico, quello del racconto condiviso.

È accaduto mercoledì 15 luglio,


sul Viale delle Rimembranze, nella suggestiva Piazzetta della Pretura di Melito Porto Salvo, dove il Circolo Culturale Meli ha inserito un nuovo, prezioso tassello nel suo percorso dedicato alla narrativa degli autori calabresi. La presentazione di “Dove canta il cuculo”, l’ultimo romanzo di Gioacchino Criaco, pubblicato da Piemme, ha trasformato la piazza in uno spazio dell’anima, dove il tempo sembrava rallentare per lasciare posto all’ascolto. Le luci della sera si posavano leggere sui volti del pubblico presente, mentre il vento, salendo dal mare verso l’Aspromonte, sembrava portare con sé le stesse voci, che attraversano le pagine di Criaco. Perché i suoi libri non raccontano soltanto una terra: ne custodiscono il respiro, le ferite, la forza silenziosa e la capacità di rinascere. Sono storie, che affondano le radici nella memoria collettiva e, come gli alberi più antichi, continuano a generare nuovi sguardi sul presente.


A condurre l’incontro sono stati il presidente del Circolo Culturale Meli, Pasquale Pizzi, e lo scrittore Saverio Orlando, che hanno accompagnato il pubblico con sensibilità e profondità dentro l’universo narrativo dell’autore. Il dialogo ha attraversato la storia e l’antropologia, la cultura e l’identità, restituendo l’immagine di una Calabria lontana dagli stereotipi: una terra complessa, capace di custodire il dolore senza rinunciare alla bellezza, dove ogni sentiero conserva una memoria e ogni voce porta con sé il peso e la grazia delle proprie origini. Nel corso della conversazione è emerso con chiarezza come “Dove canta il cuculo” sia molto più di un romanzo. È una ricerca delle radici più profonde dell’essere umano, un invito ad ascoltare ciò che il rumore del presente spesso soffoca: il linguaggio della natura, il valore della comunità, il legame invisibile tra chi eravamo e ciò che siamo destinati a diventare. Il canto del cuculo
diventa così simbolo di un richiamo sottile e persistente, capace di orientare il cammino di chi non ha dimenticato il significato del ritorno.

La piazza, per una sera, si è fatta libro; il libro si è fatto paesaggio; il paesaggio si è trasformato in memoria condivisa. E forse è proprio questo il dono più autentico della letteratura: ricordarci che le storie non appartengono mai soltanto agli scrittori, ma continuano a vivere negli occhi di chi le ascolta, nei luoghi che le hanno generate e nelle comunità che, custodendole, continuano a riconoscersi in esse. L’Aspromonte, nelle parole di Criaco, non è soltanto una montagna. È una geografia dell’anima. È il luogo dove il tempo continua a custodire ciò che altrove si è dissolto. Quelle montagne conservano la grecità forse più della stessa Grecia, come se tra i boschi e le rocce fosse rimasta intatta la voce della tragedia antica. Ed è proprio da questa antica parola “tragodia”, il canto del capro da cui nacque la tragedia greca — che prende forma il nuovo romanzo dello scrittore di Africo. A quasi vent’anni dalla pubblicazione di “Anime nere”, l’opera che ha ispirato l’omonimo film di Francesco Munzi, premiato con nove David di Donatello, Gioacchino Criaco ritorna nelle profondità della sua terra con una storia che attraversa continenti e generazioni, ma che continua ad avere un solo cuore: l’Aspromonte. Il viaggio del romanzo si snoda tra Canada, Messico, Milano e Calabria. È un Atlantico attraversato non dalle speranze dell’emigrazione, ma dalle rotte oscure del potere criminale. Eppure ogni strada, ogni fuga, ogni vendetta finisce sempre per ricondurre ad Africo. Africo non è semplicemente un paese. È un nome che pesa nella storia italiana. Alla fine degli anni Quaranta divenne il simbolo di una Calabria dimenticata, quella che Carlo Levi definì una terra “senza peccato e senza redenzione”. È da questa terra estrema che Criaco continua a far nascere i suoi personaggi. Da una parte Gino, adolescente spedito in Canada, educato al
crimine dentro una potente famiglia mafiosa nordamericana. Dall’altra Salvo, un antico capraio dell’Aspromonte diventato il padrone assoluto della montagna, uomo che ha trasformato il possesso della terra nel dominio sugli uomini. Tra loro corre un filo invisibile che lega continenti e coscienze. L’assassinio di un affiliato ad Acapulco scatena una guerra destinata a oltrepassare l’oceano e a ritornare laddove tutto ebbe origine, tra i valloni e le fiumare dell’Aspromonte, dove la natura sembra conoscere ancora il linguaggio ancestrale dei patti, dei tradimenti e della vendetta. La montagna diventa organismo vivente, spettatrice muta di una violenza che attraversa le generazioni. Qui la tragedia non appartiene al passato: continua a ripetersi, cambiando soltanto i nomi dei protagonisti. Nel romanzo, accanto al capro della tragedia, compare un’altra figura simbolica: il cuculo. Un uccello apparentemente innocuo, ma capace di occupare i nidi altrui, distruggere le uova degli altri e costringerli a crescere la propria prole.

Una metafora potente della sopraffazione. Il cuculo diventa l’immagine stessa del mafioso: un predatore che si traveste da custode, promettendo protezione mentre semina dipendenza, paura e distruzione. Lo racconta Criaco nel corso dell’evento con parole che suonano come una definitiva demolizione di ogni retorica mafiosa: “Il cuculo è forse l’animale più feroce che esista in natura. La sua crudeltà non si manifesta con la forza, ma con l’inganno. Non costruisce un nido, occupa quello degli altri. Depone le proprie uova nel rifugio di altri uccelli e, una volta nato, il piccolo cuculo elimina i suoi fratelli adottivi, spingendoli fuori dal nido e condannandoli alla morte. È felice che gli altri soccombano, perché soltanto così può crescere indisturbato e ricevere tutte le cure destinate a chi avrebbe dovuto condividere quel luogo di vita. È un predatore silenzioso, che prospera sulla distruzione dell’altro. Per questo il cuculo
diventa, nel romanzo, una potente metafora della mentalità mafiosa: occupa ciò che non gli appartiene, annienta chi rappresenta un ostacolo e trasforma la sopraffazione in un’apparente normalità. Non conquista con il coraggio, ma con l’arroganza; non genera vita, ma vive sottraendola agli altri. Il suo canto, allora, non è quello della primavera, bensì l’eco di una tragedia antica, che continua a ripetersi ogni volta che il potere sceglie la violenza invece della giustizia”.


Ma il momento forse più intenso della serata è arrivato quando la conversazione si è spostata dal romanzo allo scrittore. Alla domanda sul significato della scrittura, Criaco ha risposto lasciando cadere parole che sembravano nascere da una riflessione lunga una vita. “La scrittura costringe ad affrontare il dramma. La maggior parte di noi non è felice, poiché il mondo esterno ti costringe ad un egoismo estremo, a correre per tutta la vita. Noi non abbiamo il coraggio di metterci in discussione, perché non ci siamo confrontati con il nostro dramma personale”. In quel momento la letteratura ha smesso di essere racconto ed è diventata confessione. Per Criaco scrivere significa attraversare il proprio dolore, guardarlo negli occhi e trasformarlo in parola. Non per trovare risposte, ma per continuare a porsi domande. È lo stesso spirito con cui ha spiegato il suo ritorno in Calabria. “Ho vissuto gran parte della mia vita fuori regione. Subito dopo la maturità, ho seguito gli studi all’Università di Bologna e poi ho viaggiato tantissimo in tutto il mondo. Non era nei miei progetti fare ritorno in Calabria. Successivamente tutto si è capovolto. Oggi posso dire che io scelgo la Calabria. Questa è una scelta vera. Noi calabresi abbiamo un contesto di vita diverso rispetto a quello di altri territori. Non possiamo paragonarci con altro. Non cambierei la Calabria con nessuna diversa prospettiva”.
Tutto questo non suona come nostalgia. È una scelta consapevole. È il ritorno di chi ha conosciuto il mondo e ha deciso di misurare la propria libertà restando fedele alle radici. Nel finale dell’incontro è arrivata anche la domanda che molti lettori attendevano: “Dove canta il cuculo” avrà un seguito, come accadde per “Anime Nere”? La risposta dell’autore è stata un deciso no. Il romanzo resterà così, sospeso nel suo finale aperto. Ma Criaco non ha escluso una possibile trasposizione cinematografica, lasciando immaginare che quelle pagine possano un giorno trasformarsi in immagini, restituendo sullo schermo la stessa luce scura che attraversa il libro.

Quando la serata si è conclusa, il cielo sopra Melito Porto Salvo aveva ormai assunto il colore della notte. Le parole continuavano però a restare nell’aria, leggere come il vento che sale dall’Aspromonte. Forse è questo il destino della grande letteratura: non offrire consolazione, ma custodire domande. E il cuculo di Gioacchino Criaco continua a cantare proprio lì, tra gli alberi di una montagna antica, ricordandoci che ogni terra possiede una voce segreta. Basta fermarsi ad ascoltarla.