OLTRE IL MOVIMENTO LA STORIA E LA GRAZIA DI UNA BALLERINA PER PASSIONE
Prima viene il movimento, poi il viaggio. E infine la necessità di tornare a ciò che ci appartiene. È lungo questa traiettoria che si sviluppa la storia artistica di Silvia Legato, danzatrice, docente e coreografa che ha scelto Bova Marina come luogo in cui far crescere la propria idea di danza. Ritorna al mare, alla famiglia, alla Calabria, dove oggi ha scelto di investire il proprio talento e di trasformare l’esperienza maturata lontano in una possibilità per gli altri. Danzatrice, docente e coreografa, diplomata all’Accademia Nazionale di Danza di Roma e vincitrice del Premio Nazionale delle Arti del MIUR, Silvia
Legato è oggi direttrice artistica di “Interno Uno Studio Danza”, una realtà nella quale la danza diventa educazione, disciplina, bellezza e incontro. Ma prima ancora di essere una professionista della danza, Silvia è una donna, che ha trovato nel movimento una forma di libertà. “Quando danzo sono io e sto bene, nella mia libertà”. Forse non serve una spiegazione più razionale. Forse la danza comincia proprio là dove le parole si arrendono.

La danza, per Silvia, non è mai stata soltanto una sequenza di movimenti. È un luogo interiore. Un luogo nel quale il corpo può finalmente dire ciò che la voce non sa dire, nel quale l’emozione diventa gesto e il gesto diventa memoria. Il suo percorso è iniziato con insegnanti qualificati che, ancora prima dell’ingresso all’Accademia Nazionale di Danza, hanno saputo costruire le fondamenta sulle quali immaginare un futuro da danzatrice. Poi è arrivata l’Accademia, con la sua formazione artistica, teorica e pratica, con l’esperienza scenica e con quella crescita umana e psicologica, che Silvia considera una parte essenziale del proprio cammino. “L’Accademia è stata tanto per me”, racconta. Una frase
breve, ma capace di contenere anni di studio, fatica, incontri e trasformazioni. Perché il corpo non impara soltanto a muoversi. Impara ad ascoltare. Impara la misura, la precisione, il limite. E proprio attraverso il limite scopre, paradossalmente, la libertà. La sua idea di danza, nel tempo, non è cambiata: è maturata. Come maturano le persone. Come cambia il mare sotto luci diverse.” Per poter ricercare e sperimentare bisogna avere delle basi forti”, spiega. La libertà, dunque, non è l’assenza di regole. È la possibilità di conoscerle così profondamente da poterle attraversare. Anche il Premio Nazionale delle Arti non rappresenta, per Silvia, un punto di arrivo. È un riconoscimento importante, un faro acceso sul percorso compiuto, ma non una luce che invita a fermarsi. Perché il talento, dice, è un dono. Il lavoro quotidiano, invece, è ciò che permette a quel dono di diventare arte. C’è qualcosa di profondamente poetico in questa idea: il talento come seme e la disciplina come terra. Nessun fiore nasce senza essere coltivato. Nessun corpo diventa artista senza conoscere la fatica. Poi c’è Bova Marina. C’è il mare. E c’è una domanda, che sembra attraversare tutta la ricerca di Silvia: quanto della propria terra vive dentro il corpo di chi danza? La sua tesi di laurea è nata proprio da questa riflessione.
Quando danza, Silvia percepisce il movimento come qualcosa che non finisce nel momento in cui il gesto si conclude. L’intenzione continua a viaggiare. Diventa un riverbero, una tensione, un’energia che rimane nell’aria. Come un’onda. “Sono convinta di lasciare un’eco quando danzo”. È forse questa l’immagine più bella per raccontare la sua idea di movimento. L’onda si allontana, ma non scompare. Lascia una traccia. Così il danzatore: entra nello spazio, lo attraversa, lo modifica e lascia qualcosa nello sguardo di chi osserva. Ogni corpo possiede una qualità diversa, una dinamica irripetibile, una storia che non può essere separata dalla sua origine. E Silvia sente che la propria qualità di movimento sia legata anche a una “matrice biologica”, alla sua terra, al mare. “Sono il prodotto del mio paese”. In questa frase c’è un’appartenenza, che non ha nulla di immobile. La terra non è una radice, che trattiene. È una radice, che permette di partire.

Per danzare Silvia ha avuto il coraggio di allontanarsi dalla propria famiglia. Eppure la danza, dopo averla portata lontano, sembra averla ricondotta proprio lì. Alla sua famiglia. Al mare. Forse è questo uno dei misteri dell’arte: partire per trovare la propria voce e scoprire che quella voce aveva dentro, fin dall’inizio, il rumore della propria terra. “Forse ho scelto questa via perché mi permette di raccontare la mia vita”- ha sottolineato Silvia Legato. Danzare diventa allora un modo per raccontarsi senza spiegarsi. Un modo per essere sé stessi. Un modo per sentirsi a casa nella propria libertà. È questa consapevolezza, che Silvia porta nel lavoro di “Interno Uno Studio Danza”, a Bova Marina.

La scuola è il luogo in cui la sua esperienza artistica incontra quella educativa. Un luogo dedicato alla formazione di bambini e ragazzi, nel quale la danza viene proposta non come semplice svago, ma come arte e disciplina. Qui si impara, che ogni gesto ha un peso. Che la puntualità conta. Che il rispetto conta. Che l’assenza di uno può diventare il problema di tutti. Che ripetere non è perdere tempo, ma costruire. Che correggere non significa umiliare, ma aiutare il corpo a trovare una forma più consapevole. In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediato, la danza insegna invece la pazienza. Bisogna tornare sullo stesso passo. Ancora. E ancora. Finché il corpo non lo comprende. E allora ciò che sembrava difficile diventa naturale, quasi invisibile. È lì che comincia l’arte.
Ma la formazione non può fermarsi alla tecnica. Silvia parla di estetica, altruismo, rispetto, umiltà. Parole che sembrano semplici e che, invece, rappresentano una vera educazione alla vita. La danza forma il corpo, ma può anche deformarlo se viene insegnata male. Per questo Silvia insiste sulla necessità di affidarsi a professionisti e non all’improvvisazione. Perché dietro un movimento corretto c’è una conoscenza. E dietro una danza autentica c’è un racconto. Quando la preparazione manca, non si perde soltanto la qualità tecnica: si perde la magia. E senza magia, la danza rischia di diventare soltanto forma. La ricerca di Silvia non si chiude nei confini della danza. I suoi spettacoli cercano il dialogo con il teatro e con la musica, costruendo una scena nella quale le diverse arti possano incontrarsi. È accaduto con “The Great Show” e con “La Rosa Incantata”, spettacoli che hanno portato centinaia di spettatori nei teatri calabresi. Il palcoscenico diventa così un luogo di trasformazione. E tutto questo richiede un lavoro collettivo. La collaborazione con il Conservatorio “F. Cilea” nasce dentro questa stessa idea di dialogo. Musica e danza non sono due mondi separati. Sono due modi diversi di respirare il tempo. La musica dà al movimento una direzione invisibile. La danza restituisce alla musica una forma nello spazio. E quando si incontrano, può nascere qualcosa che nessuna delle due arti avrebbe
potuto creare da sola. Per questo Silvia considera importante costruire reti tra scuole, artisti e istituzioni culturali del territorio. Perché un territorio diventa culturalmente vivo quando le persone smettono di lavorare in solitudine e cominciano a riconoscersi degli altri. Nel corso dell’intervista quando le ho chiesto del futuro, Silvia sorride. Non racconta i propri progetti.” Tengo i sogni chiusi nel cassetto per poi realizzarli”. È una risposta che sembra arrivare da un tempo più lento. Ad aspettare il momento in cui potranno diventare movimento.

Ecco di seguito l’intervista alla ballerina Silvia Legato:
- La danza è spesso definita un linguaggio universale. Cosa comunica a lei che le parole non riescono a esprimere?
Mi fa stare bene davvero. Non ho mai saputo dare una spiegazione razionale o ‘’filosofica’’, ma quando danzo sono io e sto bene, nella mia libertà. - In che modo la sua formazione all’Accademia Nazionale di Danza ha influenzato la sua ricerca artistica?
L’accademia è stata tanto per me, a livello artistico, umano e psicologico.
Io ho avuto la fortuna di avere insegnati qualificati già prima di entrare in accademia che mi hanno seguita e formata, hanno messo le basi su cui costruire un ipotetico futuro da danzatrice. In accademia ho poi maturato l’arte della danza in tutte le sue forme, dallo studio pratico e teorico all’esperienza artistica. - Vincere il Premio Nazionale delle Arti è stato un punto di arrivo o un punto di partenza?
Credo nessuno dei due, è un riconoscimento molto importante a livello nazionale quindi senza dubbio ha accesso un faro sul mio percorso, ma credo che si debba sempre spingersi oltre e migliorare, il talento è un dono ma il lavoro quotidiano porta al successo. - Come è cambiata la sua idea di danza nel corso degli anni?
E’ maturata nel corso degli anni, non direi cambiata, perché con lo studio e l’esperienza maturi aspetti che crescono insieme a te, nel corpo e nello spirito. Per poter ricercare e sperimentare bisogna avere delle basi forti: è come la libertà, per provarla devi avere delle regole e dei limiti, solo così puoi provare a raggiungerla. Il territorio come ispirazione
- Ha scelto di investire il suo talento a Bova Marina. Quanto conta il legame con la propria terra nella sua attività artistica?
Ho fatto la mia tesi di laurea su questo argomento.
Quando danzo il movimento non si arresta, o meglio non si arresta l’intenzione che metto e che si trasforma in movimento. Un movimento simile a quello di un’onda. E’ un riverbero di energia, compatta e leggera, un gioco di tensioni. E’ questo ciò che penso riflettendo sul mio movimento. Sono convinta di lasciare un’eco quando danzo. E’ questo gioco che mi rende felice quando danzo? E’ l’idea e la curiosità di scoprire e cercare le regole di questo gioco? Perché ho scelto di danzare? Perché ho avuto il coraggio di allontanarmi dalla mia famiglia per danzare? Questo mi porta a pensare alla mia famiglia. Questo mi riporta a casa, nella mia terra, nel mio mare. Forse ho scelto questa via (di danzare) perché mi permette di raccontare la mia vita, perché in qualche modo mi riporta sempre a casa, mi fa sentire a casa essendo me stessa, nella mia libertà. Ogni danzatore ha un corpo diverso, con dinamiche e qualità particolari, e propaga il suo essere allo spettatore, e se c’è un significato dentro questo corpo, questo arriva. La qualità di movimento che mi identifica, quindi, è forse legata ad una matrice biologica, alla mia origine, al mare… Sono il ‘’prodotto’’ del mio paese.
- Crede che la danza possa diventare uno strumento di valorizzazione del territorio e della sua identità?
La danza è arte e cultura, quindi è un valore aggiunto, sempre. Però va studiata bene, perché forma il corpo e lo ‘’deforma’’ se studiata male. Bisogna affidarsi a dei professionisti e no a chi si improvvisa insegnante di danza magari avendo visto qualche video su youtube o in tv, anche perché oltre all’aspetto tecnico ed estetico si perde la magia del racconto e si cade nella banalità.
Interno Uno – Studio Danza
- Qual è la filosofia educativa che guida Interno Uno – Studio Danza?
E’ un percorso intenso di lavoro che spinge gli allievi ad andare avanti con gli studi e la pratica della danza, e i ‘’nuovi arrivati’’ a misurarsi con una realtà ‘’diversa’’ da quella che magari conoscevano, sotto tanti punti di vista. Perché la danza non è solo svago, ma soprattutto arte e disciplina, è impegno, regole, sacrificio, senso del dovere e rispetto per sé e per gli altri. - Oltre alla tecnica, quali valori cerca di trasmettere ai suoi allievi?
L’estetica, l’altruismo, il rispetto, l’umiltà.
Musical e contaminazione delle arti
- I suoi spettacoli uniscono danza, teatro e musica. Perché ha scelto questa forma espressiva? “The Great Show” e “La Rosa Incantata” hanno coinvolto centinaia di spettatori.
- Qual è il percorso creativo che porta dalla prima idea alla messa in scena? Quanto è importante il lavoro di squadra in una produzione così complessa?
Collaborazioni artistiche
10. La collaborazione con il Conservatorio “F. Cilea” rappresenta un dialogo tra diverse discipline artistiche.
11. Cosa nasce dall’incontro tra musica e danza?
12. Quanto è importante creare reti tra scuole, istituzioni culturali e artisti del territorio?
La danza oggi
- In un’epoca dominata dai social media, come si può preservare l’autenticità della formazione artistica?
Credo che come ogni cosa si debba cercare, in caso, il lato positivo, come può essere la divulgazione veloce o una visione diversa dalla nostra come punto di confronto o magari anche come stimolo. - Qual è il ruolo della disciplina in una società che privilegia spesso l’immediatezza?
È difficile! A me è sempre stato detto ‘’non c’è vittoria senza sacrificio’’, adesso una frase del genere non credo si possa usare con la stessa disinvoltura. Il rispetto delle regole, la puntualità, l’ordine vengono viste come severità da parte dell’insegnante. Secondo me non lo è affatto. Il dottore ha il camice? Bene, a lezione di classico si va in body e con lo chignon! Cercare di unire ed amalgamare diverse anime non è semplice, perché insegnare che per esempio un’assenza (a giro quando un allievo e
quando l’altro!) diventa un problema per il percorso di un intero gruppo che si ritroverà a ‘’ripetere’’ per far recuperare l’assenza del singolo sembra visto come qualcosa di eccessivo ed esagerato, invece non lo è, perché devi stare attento a ‘’non far annoiare gli altri’’ per le ripetizioni e correzioni necessarie per un lavoro fatto bene. E’ difficile anche spiegarlo!
Sguardo al futuro
- Quali progetti artistici sogna di realizzare nei prossimi anni?
Sono molto scaramantica e non parlo mai del futuro. Tengo i sogni chiusi nel cassetto per poi realizzarli. - C’è uno spettacolo che sente di non aver ancora creato e che vorrebbe vedere prendere forma?
Domanda conclusiva
17. Se dovesse definire la danza con tre parole, quali sceglierebbe e perché?
Tecnica, estetica e libertà.
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