C’è un Sud, che non compare nelle brochure turistiche, non vive nei festival confezionati per i visitatori e non si lascia addomesticare dalla nostalgia da cartolina. È un Sud duro, contraddittorio, ferito, capace però di custodire ancora un respiro antico sotto la polvere delle strade e il silenzio delle montagne. In quella terra marginale e ostinata si muove da decenni una figura irregolare: musicista, antropologo, ricercatore, scrittore, uomo di frontiera culturale. Uno di quelli, che hanno scelto di attraversare la memoria invece di venderla. Il suo racconto non ha nulla della celebrazione folkloristica. Nessuna indulgenza romantica, nessuna “autenticità” costruita per il mercato dell’etnico. Nelle parole di Ettore Castagna, la Calabria non è mai una scenografia: è materia viva, spesso dolorosa, qualche volta perduta. E forse proprio per questo ancora degna di essere interrogata.
La sua storia inizia alla fine degli anni Settanta, quando la musica popolare non era ancora diventata moda, brand o intrattenimento da festival estivo. C’erano le campagne, gli anziani, il vino condiviso, le notti passate ad ascoltare gli ultimi suonatori contadini di lira, zampogna e chitarra battente. C’era soprattutto la fame di capire. Non di imitare, ma di imparare. Ed è forse qui, che si comprende la cifra più autentica del suo pensiero: l’onestà intellettuale. Perché servirebbe molto coraggio, oggi, per dire pubblicamente, che gran parte delle tradizioni
contemporanee sono invenzioni recenti. Che il Sud rischia di trasformare la propria memoria in merce decorativa. Eppure lui lo dice, senza diplomazie. Smonta stereotipi, denuncia la trasformazione delle identità locali in prodotti da consumo e rifiuta il romanticismo sentimentale della nostalgia. In un’epoca in cui tanti utilizzano la cultura come uno specchio per le allodole,una bandiera da agitare durante le campagne elettorali o usano un linguaggio seduttivo, per raccogliere una manciata di preferenze e costruire consenso — la sua posizione appare quasi rivoluzionaria. Perché chi ama le aree interne del nostro territorio non ne sfrutta i simboli: li difende, li studia, li mette in discussione, persino quando questo significa restare soli. La vera rivoluzione culturale, nelle sue parole, non identitaria buona dei salotti letterari. Nasce dal coraggio di dire la verità anche quando disturba. Nasce dalla fatica della ricerca, dall’ascolto degli ultimi testimoni, dalla capacità di custodire la memoria senza trasformarla in una caricatura commerciale. La sua è una voce rara, perché non cerca consenso. Nel corso dell’intervista, quando parla della “morte del tipico”, non lo fa con cinismo, ma con lucidità antropologica. I supermercati — osserva — sono pieni di sapori
“antichi”, “tradizionali”, “autentici”. Ma dietro quelle parole spesso restano simboli svuotati, gusci commerciali buoni, per il turismo culturale. Anche, la Calabria greca, che lui ha amato visceralmente, rischia di sopravvivere più come immagine, che come realtà viva. Eppure nelle sue parole non c’è mai disprezzo. C’è piuttosto il dolore di chi ha visto sparire un mondo.
Quando racconta gli anziani maestri della lira calabrese, il tono cambia. Diventa quasi acro. La lira, dice, gli ha cambiato la vita. Non come semplice strumento musicale, ma come modo di abitare il tempo. Nelle sue corde sopravvive una grammatica antica fatta di imperfezioni, spirali melodiche, intervalli “sbagliati” per la musica occidentale moderna ma capaci di custodire una filosofia del suono e dell’esistenza. Ascoltandolo si ha l’impressione, che la sua vera opera non sia soltanto musicale o letteraria. È etica. Difendere la memoria senza trasformarla in monumento. Raccontare il Sud senza inginocchiarsi né all’autocommiserazione né all’esotismo identitario. Restare libero anche quando la libertà presenta il conto. E il conto, nel suo caso, è arrivato davvero. Le tensioni vissute durante l’esperienza del festival Paleariza, le esclusioni, le pressioni, perfino le telefonate anonime notturne raccontano quanto possa risultare scomoda
una figura, che tenta di coniugare qualità culturale, ricerca e indipendenza di pensiero in territori spesso abituati a logiche diverse.
Ma colpisce la serenità con cui oggi guarda a tutto questo. Nessun desiderio di rivincita. Nessuna amarezza esibita. Solo la consapevolezza di avere attraversato fino in fondo il proprio viaggio. Ed è proprio il viaggio la parola che ritorna continuamente nel suo racconto. Un viaggio sentimentale dentro la grecità perduta, dentro la spiritualità mediterranea, dentro la memoria dei contadini, dei pastori, degli artigiani, delle donne
forti dell’Aspromonte greco. Un viaggio, che ha trovato nel romanzo “Del sangue e del vino” la forma di un commiato poetico: non un documento etnografico, ma una reinvenzione narrativa di un universo umano conosciuto intimamente. Le sue riflessioni sui simboli del sangue e del vino sembrano provenire da un Mediterraneo arcaico, dove tutto possedeva ancora una densità rituale. Il sangue come richiamo delle radici, della stirpe, della vendetta e del ritorno. Il vino come sangue della terra, forza generatrice, memoria liquida di civiltà antiche. In quelle immagini si sente ancora l’eco omerica del nostos, il desiderio disperato di tornare a casa anche quando la casa non esiste più. Forse è questo il nucleo più profondo della sua ricerca: custodire ciò che
scompare senza mentire sulla sua scomparsa. Perché la Calabria, che racconta il professore
Castagna — lo dice apertamente — forse non esiste già più. Ma proprio questa consapevolezza rende il suo lavoro prezioso. In un tempo, che preferisce la superficie, la semplificazione e la caricatura identitaria, la sua voce continua a reclamare complessità, studio, dubbio, memoria. E soprattutto libertà. Libertà di non piegarsi al folklore commerciale. Libertà di criticare il proprio mondo senza smettere di amarlo. Libertà di attraversare la solitudine senza farsene divorare.
Alla fine resta un’immagine quasi monastica: un uomo che continua ostinatamente a custodire frammenti di memoria fragile, pur sapendo che nessun ricercatore può salvare da solo un intero universo culturale. Forse è proprio questo, che rende autentico il suo percorso: non l’illusione di avere vinto contro l’oblio, ma la dignità con cui ha scelto di resistergli.

Ecco di seguito l’intervista al Professore Ettore Castagna
- Come nasce il tuo rapporto con la musica popolare calabrese?
Tanti anni fa, forse troppi. In epoca liceale ascoltavo di tutto, le cose più diverse dal jazz alla contemporanea, da tutte le forme di rock al blues a quella che già si chiamava “musicapopolare”. Fu una conseguenza il desiderio di suonarla. Con altri amici alla fine del ’79 costituimmo il Re Niliu, una band storica che ha lasciato traccia a livello internazionale. Quella band significò per me anche l’inizio della ricerca “sul campo”. Era necessario conoscere le fonti di quella musica che volevamo fare. Allora sopravvivevano nella memoria storica gli ultimi scampoli della musica contadina e pastorale della nostra regione. Venne naturale cercare diascoltare il più possibile percorrendo le campagne con allegria, con voglia di apprendere. E anche con qualche bicchiere di vino … - Quanto è cambiata la tradizione musicale del Sud dagli anni ’80 a oggi?
Tutto cambia. È un dato biologico. Io ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei più grandi maestri contadini della lira, della chitarra, battente, della zampogna…Una generazione che scomparirà, poi, con la cultura, con l’economia contadina. È stata una lezione indimenticabile che mi ha fatto conoscere modi diversi di essere musicisti, di pensare la musica e, anche, di essere uomini, come avrebbe detto Pasolini. Una immensa lezione di vita che non dimentico, una straordinaria esperienza musicale che oggi nell’occidente modernizzato non è più possibile
fare. - La lira calabrese è al centro di molti tuoi lavori: cosa rappresenta per te questo
strumento?
Dico sempre che la lira ha cambiato la mia vita. Vale, direi, quello che ho risposto sopra. È uno strumento nel quale sono entrato esistenzialmente. L’ho rispettato nella sua povertà, apparente semplicità eppure infinita ricchezza direi filosofica. Ho fatto fatica a capire come si potesse suonare con una quarta molto aumentata, una terza calante, una quinta stretta ma ora questi elementi musicali mi scorrono nel sangue. Non riesco a suonare la lira senza quelle volute, quelle spirali sinuose che sono nel suo fraseggio, senza quel meraviglioso dialetto della musica che ho assorbito dai Maestri contadini.
4. Nel tuo percorso artistico hai sempre evitato il folklore “da cartolina”. Perché?
Detesto la retorica. Le opere di nostalgia portano sempre una nota di falsità. Sono come le ricordanze di Leopardi. Ti ricordi con cuore romantico del tuo paese ma non v uoi tornarci più perché la memoria reale è quella di un’epoca di fame. Preferisci che la tua casa cada piuttosto che rivenderla… vivi a Melbourne, ad Amburgo, a Toronto e ti divora la nostalgia ma la realtà non ti cattura più. Io per questo preferisco la memoria. Voglio ricordare le cose per come sono andate non per come sono state inventate. È più doloroso ma è più sincero.
5. Cosa hai cercato di raccontare con Lira sona sona?
La prima cosa da dire è che non avevo nessuna intenzione di fare questo disco. Poi un bel giorno mi bussa alla porta Didier Demolin, professore emerito di etnomusicologia della Sorbona e lo invito con piacere a cena. Viene apposta da Parigi per convincermi a fare un disco per sola lira. “Tu sei oramai il testimone storico di questo strumento” mi dice. Io me la rido perché magari se ne sono accorti alla Sorbona ma di meno in Italia e cerco di sganciarmi dalla proposta. Alle tre di notte, dopo un lungo conflitto a base di vino e maccheroni al ferretto, ho ceduto. È venuto fuori molto velocemente quest’album ed ho approfittato anche per allegare un corposo booklet storico-etnografico. Suono la lira in un modo molto all’antica, rifaccio le vecchie suonate, ne
forgio di nuove con lo stesso linguaggio. Sembra un viaggio in un mondo lontanissimo invece èquello del mio quotidiano musicale. Ho suonato con rispetto di chi mi ha insegnato. Dal disco poi ne è nato uno spettacolo, un concerto esclusivamente sulla lira con ospiti variabili per altri strumenti e per la voce. Si tratta di filologia ma devo dire che è molto divertente.
6. Nei tuoi progetti convivono filologia e sperimentazione: dove trovi l’equilibrio?
L’equilibrio sta nella mia storia personale. Io nasco come bassista punk e armonicista blues subito dopo ho suonato folk americano e poi mi sono convertito agli strumenti, che oggi chiamiamo etnici. Mai abbandonata la passione per la chitarra elettrica…che ti devo dire… non so ancora cosa farò da grande. Meglio così in fondo. Il poeta dice, che l’importante è il viaggio. E devo dire che mi trovo ancora d’accordo dopo tutti questi anni.
7. Da antropologo, qual è oggi il rischio più grande per le culture locali?
Le culture locali sono deboli. La cultura di massa ha una forza stritolante aumentata
esponenzialmente dall’era digitale. Oramai nel più sperduto dei nostri paesi si vive “come” a New York. Siamo immersi nella nostra droga digitale e non percepiamo più alcun altro battito cardiaco. Cosa ci interessa del nostro vicino? Della nostra comunità? La cultura locale viene così stracciata scrollando sul monitor dello smartphone e qualcosa viene salvato per costruire forme di intrattenimento cristallizzate dentro gli agriturismi. La tarantella, il peperoncino, pure la ndrangheta diventano brand da rivendere ai visitatori, forme stereotipe, ipostatiche e facili di standardizzazione di una identità locale che non c’è più (ammesso che ci sia mai stata)
8. Hai parlato spesso della “morte del tipico”: cosa intendi?
“Tipico”, “Tradizione”, “Tarantella” sono stereotipie, parole valigia, simboli vuoti che noi
risemantizziamo a piacimento spesso per soli motivi commerciali. I supermercati sono pieni di sapori antichi, locali, tradizionali e tipici. I festival sono pieni di “tarantelle” assolutamente inventate di cui nella Calabria storica non c’era traccia.
9. La Calabria viene spesso raccontata attraverso stereotipi. Quale narrazione manca
secondo te?
A furia di falsificare per noi e per gli altri non sappiamo più dove è la realtà. Tanto la morte esiste, gli anni vanno avanti e i testimoni di memoria storica se ne vanno. “Quando muore un anziano brucia una biblioteca” dicono in Africa nera. Bisogna fare delle scelte e avere il coraggio di fare la fatica di studiare e informarsi. Quando avevo diciotto anni un mio zio, sotto una basilica bizantina mi disse: “Vattene fuori che qui non c’è niente.” “Come non c’è niente?” Mi venne da pensare. Conoscere la nostra storia può aiutarci in una narrazione nuova e diversa di questa terra.
10. Cosa significa oggi essere “greci di Calabria”?
Io ho amato alla follia la Calabria Greca ma non sono di madrelingua greca. Io sono di
Catanzaro, una città che forse parlava greco cinque secoli addietro. È una domanda che andrebbe girata agli ultimi madrelingua. Oggi I Glossa Palea è in una crisi durissima. Quando una lingua non si parla più al bar, al supermercato, con un amico non è più sufficientemente viva.
11. Nei tuoi lavori ritorna spesso il tema della “grecità perduta”: è davvero perduta?
La Grecità, banalizzando parecchio, è il modo di sentirsi greci, di non vergognarsene. Tutta la mia vita è stata un viaggio sentimentale verso la spiritualità greca, la filosofia, la cultura greca. La grecità è perduta per chi la vuole perdere.
12. Quanto sopravvive ancora della cultura grecanica nella vita quotidiana?
Credo poco e per esplicita ammissione degli stessi grecanici. Restano, forse, le cose peggiori dell’essere greci: il culto della discordia e i comportamenti “tragediaturi”, che i nostri vecchi, invece, così tanto disprezzavano.
13. “Del sangue e del vino” sembra nascere più da una memoria collettiva che da una semplice invenzione narrativa: da dove è partita davvero questa storia?
Il romanzo è il mio personale omaggio a una cultura antica di maghi, intagliatori, artigiani, musicisti, pastori, tessitori, eroi del lavoro duro ed eterno della terra. Un mondo conosciuto personalmente, nella sua intimità culturale, amato senza riserve e nel rispetto delle reciproche differenze. Si tratta di un romanzo non di un documento etnografico. È frutto di finzione ed invenzione. L’orizzonte etnografico viene reinventato, ripassato, riscritto. Esattamente come deve essere per un romanzo. Dentro ci sono centinaia di racconti ascoltati ma poi c’è come racconto io, la mia sensibilità, la mia intenzione comunicativa. Il romanzo costituisce un po’ il mio addio alla Calabria Greca, l’ho scritto in un momento in cui, dopo una vita spassionata dedicata senza nessuna aspettativa a questi luoghi, ho dovuto voltare pagina, proseguire il
viaggio altrove.
14. Perché hai scelto proprio la fine del Seicento e l’Aspromonte greco come scenario della vicenda?
Il compianto prof. Mosino mi parlò di una ricerca greca sugli elenchi telefonici della Calabria meridionale. Una ricerca che rintracciava radici di cognomi cretesi fra i cognomi calabresi. Cognomi senza traccia delle modifiche subite durante la turcocrazia. Era la prova, direi, naturale che alcuni cognomi erano arrivati dopo la progressiva conquista dell’Egeo da parte dei turchi. I greci scappavano ad occidente alla ricerca di salvezza fra altri greci. I cretesi fuggivano dopo la sanguinosa conquista di Creta alla fine del ‘600.
15. I protagonisti sono profughi greci in fuga dalla guerra: quanto c’è di contemporaneo in questa scelta narrativa?
Il famoso storico direbbe: “Niente di nuovo sotto il sole”. Il Mediterraneo è un mare piccolo e per secoli è stato mare di profughi, di commercianti, di pirati, di pescatori. Tale è rimasto nel bene e nel male. A Cirò mi hanno raccontato che l’ultimo attacco di pirati turchi (che poi erano quasi certamente albanesi) è stato in una giornata di mercato credo del 1922. Insomma “solo” cento anni fa.
Se guardi una mappa delle correnti perenni del Mediterraneo vedrai che c’è un intreccio di linee sinuose che parte da Creta, costeggia la Grecia poi passa sotto la Puglia e poi va, praticamente, a sbattere contro la Calabria Meridionale. I miei amici cretesi commentavano, ironizzando, che basterebbe addormentarsi su un materassino al largo di Heraklion per ritrovarsi a bere il caffè a Siderno solo portati dalla corrente. In una regione come la nostra che è proprio lì, in mezzo al mare vuoi che in millenni non passi mai nessuno? Questa esposizione andrebbe valorizzata creando una predisposizione al contatto che vuol dire sviluppo, economia, crescita anche culturale ma non mi pare che la politica e la società locale e nazionale la pensino così. L’importante è dimenticare al più presto di quando eravamo poveri e paddechi disprezzati e vivere rinchiusi oggi nei nostri qrcode, nelle nostre carte di credito, nei nostri centri commerciali, coltivare idee di progresso e di sviluppo decise altrove e che di qua non passeranno mai. La cultura non serve, non produce cashback su Amazon, su Temu o su Aliexpress. La fatica di costruire una propria autonomia e diversità la vogliono fare pochi. La logica di un denaro facile e immateriale consegnato a casa impacchettato di stereotipi ha stravinto.
16. Hai mai pagato personalmente il prezzo della tua libertà intellettuale?
Sì, non ne sono per nulla pentito. Se devo morire preferisco morire in piedi. È un argomento doloroso. Non credo di essere particolarmente eroico né unico e originale perché, se pure io come tanti ho dovuto fare a suo tempo la valigia verso Nord, un motivo c’è. Anche a me è capitato di vedermi offrire posti dentro istituzioni (non dico dove, come e quando) in cambio di tessere di partito o di mazzette sullo stipendio. In merito a Paleariza ho sempre avuto pressioni esterne (e mi fermo qui). Il fatto di non averle accettate ha contribuito alla mia estromissione come direttore, al tentativo continuo e ripetuto di non dare importanza al mio lavoro, di disconoscere la qualità dei miei progetti, di gettare ininterrottamente discredito sul mio operato. C’è chi ebbe la faccia di dire che mi intascavo duecentomila euro l’anno, che avevo la villa con piscina a Condofuri coi soldi del festival.
16. La figura di Caterina è potentissima e fuori dagli schemi: rappresenta una ribellione?
Rappresenta la potenza della donna contadina Calabrese. Si tratta di donne forti nel lavoro, nella relazione coi figli, nella famiglia, nelle fede. Donne che hanno sopportato la fatica e la povertà con dignità costruendo con pazienza sia saperi artigianali e medici antichi sia relazioni solidali in comunità nelle quali la solidarietà e il sacrificio di sé erano fondamentali.
17. Il rapporto tra sangue, sacrificio e vino attraversa tutto il romanzo. Che valore
simbolico hanno questi elementi?
Il discorso sul simbolo in antropologia culturale è un discorso complesso. Ci vorrebbe un’intera lezione e direi che non va annoiato il lettore. Possiamo dire che nelle antiche culture del Mediterraneo ogni cosa portava la sua carica simbolica notevole. Il sangue è rosso e il rosso è il sangue. Quello che potremmo chiamare il culto del sangue è alla base del culto primordiale della famiglia e della vendetta che trovi già nell’Iliade e nell’Odissea. “Sangue chiama sangue” si dice quando si parla delle faide calabresi. Il sangue, le radici chiamano sempre verso un luogo, una casa, una donna… Pensa al potente Nostos di Ulisse che rinuncia all’immortalità pur di tornare a Itaca e al suo sangue (la sposa, il padre, il figlio…). Il vino a sua volta è anch’esso sangue. Sangue della terra, sangue che si beve per generare altro sangue di fecondità e di vita. Pensiamo alla simbologia cristiana del sangue di Cristo durante la messa, ad esempio.
Parlare di sangue e di vino insieme vuol dire cercare all’indietro degli elementi molto forti alla base di storie dalla potenza viscerale.
18. Hai dedicato la vita alla ricerca delle radici culturali del Sud. Credi che il Sud
contemporaneo voglia davvero salvarle o preferisca usarle come immagine?
Oramai, direi, siamo nettamente sulla seconda deriva.
19. In molti ricordano il primo Paleariza come un progetto culturale radicale, mentre oggi viene percepito più come evento turistico. È una trasformazione inevitabile o un sconfitta?
Anche il primo Paleariza era un evento turistico ma si cercava, in qualche modo, di governare la proposta e di evitare la prostituzione completa al mercato dell’etnico. Insomma vendere con dignità il prodotto “Calabria Greca”. Credo di essere io stesso ad avere introdotto questo, chiamiamolo, brand. Il turismo è una risorsa importante, confrontarsi col turismo è inevitabile. Il problema è il come. Un percorso di qualità era possibile e per un po’ me lo hanno lasciato pur fare, prima che la cosa iniziassa a disturbare, soprattutto il livello politico. Non aveva importanza, che ci venissero a studiare da tutta Europa come esempio di buona pratica da esportare. Ci fu chi disse che Paleariza non era adatto all’Area Grecanica, che non era abbastanza questo e abbastanza quello. Un attacco continuo, costante, per richiedere la mia estromissione in nome di progetti “più adatti”. Con una encomiabile costanza sono stato estromesso un prima e poi una seconda e definitiva volta, dieci anni fa.
20. “Se domani avessi di nuovo carta bianca su Paleariza, da dove ripartiresti: dalla
musica o dalla restituzione di un’identità culturale che forse si è persa?
Paleariza è stata un’avventura, umana e culturale, meravigliosa che mi ha insegnato tanto e alla quale mi sono dedicato anima e corpo per “amor dell’arte” non certo per la retribuzione risibile, che è stata dedicata al mio lavoro. Il festival era un progetto di lettura del territorio nel quale si integravano varie linee di intervento. Ti pare che lo hanno capito? Si dissero assurdità del tipo “Il festival si organizza da solo”. Non si spiegavano come mai andasse così bene. Al contrario, organizzativamente, il festival godeva dei miei vari mestieri: il musicista, l’organizzatore, il giornalista, l’antropologo, il ricercatore, il copywriter, l’organizzatore, il professore e con un budget ridicolo, per un evento di quelle dimensioni andava avanti con successo. Forse ti deludo, ma mi accontento di quello che ho realizzato in quegli anni. Paleariza non mi riguarda più.
Quando vengo in Area Grecanica (ho tanti cari amici e parenti) ogni cinquanta metri qualcuno mi ferma e mi chiede quando torno a dirigere il festival. È una cosa comica. Ancora dopo diecianni! Rispondo a tutti che il passato non ritorna. Lascio spazio a chi saprà guadagnarsi una gratitudine maggiore di quella, che è stata riservata a me.
21. La grecità calabrese viene davvero tutelata o semplicemente celebrata a parole?
Non mi pare che si faccia nulla di concreto, per tutelare la grecità calabrese a parte quel manipolo di eroi che in modo volontario e autofinanziato tiene accesa la fiaccola della Glossa Palea con To Domadi Greco.
22. Dopo decenni di studio e ricerca, hai mai avuto il timore che parte di quel patrimonio fosse ormai irreversibilmente perduto?
La schiacciante maggioranza di una cultura molto importante è andata perduta. Non sono i singoli ricercatori che possono salvare e preservare interi mondi.
23. Hai mai pagato personalmente il prezzo della tua libertà intellettuale?
Sì, dovrei dire diverse cose molto brutte e polemiche ma non le dico. C’è stato il periodo che come direttore di Paleariza mi arrivavano lettere e telefonate anonime alle tre di notte. Perché un direttore di festival disturbava così tanto? L’ho preso come un segno di successo. Paleariza dimostrava che i soldi si possono spendere bene e che la qualità si può fare. Sai che fastidio!
24. Oggi tanti giovani riscoprono il folk e le tradizioni. Vedi una ricerca autentica o anche una moda culturale?
Essenzialmente è una moda. E in quanto tale sta iniziando a declinare. Nella massa però ogni tanto qualcuno che si sveglia e guarda la realtà con nuovi occhi c’è.
25. Se potessi parlare oggi al ragazzo che ha iniziato questo viaggio tra musica, ricerca e identità, cosa gli diresti?
Cercheranno di romperti le ossa ma tu vai diritto, il viaggio vale la pena del viaggio.
26. Tra cento anni, secondo te, esisterà ancora la Calabria che hai cercato di raccontare?”
Direi che non esiste già da molto tempo.
27. Hai dedicato la vita a custodire memorie fragili. Oggi senti più speranza o più
solitudine?
È un viaggio tutto mio. Ognuno ha la responsabilità della propria memoria. Spero che quello che ho fatto in questo senso serva per onorare la memoria di chi non sapeva nemmeno scrivere ma che mi ha insegnato tanto. Per la solitudine non saprei dirti. Viviamo in un mondo che pare costruire esclusivamente persone sole. La solitudine non mi spaventa. Non per nulla il mio album da cantautore del 2022 si chiama “Eremìa”. Dall’altra parte è incredibile la quantità di persone che mi vuole bene, fa attestazioni di stima per il mio lavoro culturale, scientifico, musicale. Per conto mio cerco di fare come dice mia madre: “Fai bene e scordati, fai male e ricordati”. Spero di avere sempre molto poco da ricordare.









