Dove la Calabria respira in musica. Il viaggio sonoro di Ciccio Nucera, dal vento dell’Aspromonte ai palchi del mondo.


C’è un suono che nasce dalla terra, un ritmo che somiglia al vento quando attraversa i borghi grecanici. Quel suono ha un nome: Ciccio Nucera.

Nato a Melito di Porto Salvo il 7 maggio 1971. L’artista cresce a Gallicianò, borgo sospeso tra cielo e montagna, dove le case sussurrano storie antiche e la memoria parla ancora in greco. Qui il vento porta con sé i canti dei padri e il silenzio sembra fatto di note pronte a nascere. Ogni pietra, ogni vicolo, ogni respiro del paese è già un ritmo, e in quell’eco antico Ciccio Nucera scopre il suo battito, antico e contemporaneo insieme, che diventerà musica capace di attraversare il tempo e lo spazio. È lì che, bambino, impara ad ascoltare prima ancora che a suonare. A tre anni stringe già un tamburello tra le mani, e non è un gioco: è un destino. Nel 1975 una telecamera greca lo immortala nel documentario Polemonta: uno sguardo piccolo, un ritmo già grande, come se la musica lo avesse scelto prima ancora che lui potesse sceglierla.


Da allora, la sua vita è un viaggio continuo tra piazze, festival, scuole e comunità. Non un mestiere, ma una missione: custodire la tarantella, difenderla dall’oblio, restituirla viva al suo popolo. Ciccio non suona soltanto: trasmette, insegna, coinvolge. Ogni colpo di tamburo è un atto d’amore, ogni passo di danza un filo che lega passato e presente. Con i Cumelca, storica anima della Calabria ellenofona, contribuisce a salvaguardare lingua, canti e tradizioni, costruendo ponti con la Grecia e con il Mediterraneo intero. Dai primi nastri alle produzioni discografiche, dalle taverne grecaniche ai grandi palchi internazionali, la sua musica diventa voce collettiva, memoria condivisa. Bruxelles, Finlandia, Grecia, New York: ovunque vada, Ciccio porta Gallicianò con sé.


Direttore artistico, formatore, trascinatore di folle, è uno di quegli uomini che non salgono sul palco per mostrarsi, ma per accendere. Accendere corpi, memorie, comunità. Il suo nome è intrecciato a festival che hanno fatto la storia – Paleariza, Kaulonia Tarantella Festival, Tarantella Power – luoghi dove la musica non è mai stata semplice spettacolo, ma rito collettivo, respiro condiviso.


Dalla Ciccio Nucera Band alla Kalabrian Orkestra, ogni progetto porta il segno di una coerenza rara: quella di chi non ha mai tradito l’essenza. La tradizione, per Ciccio Nucera, non è un confine ma un dialogo continuo con il presente, un filo teso che non si spezza e non perde anima. È ascolto, è visione, è rispetto profondo per ciò che è stato e per ciò che può ancora diventare.
Nelle sue mani la tarantella smette di essere folklore da museo, teca polverosa o cartolina turistica. Si libera. Diventa corpo vivo, sudore che cola sulla pelle, sorriso che esplode senza preavviso, resistenza che danza contro il tempo e l’oblio. È musica che non chiede permesso, che non si spiega: ti prende per mano, ti trascina, ti ricorda da dove vieni anche quando pensavi di averlo dimenticato. Premi, riconoscimenti e incontri illustri restano pietre miliari lungo il cammino, mai medaglie da esibire. L’ultimo, in ordine di tempo, è il Premio “O Nostos” 2025 – Roghudi, conferito al Maestro Ciccio Nucera per la sua opera di custodia, salvaguardia e trasmissione della musica tradizionale, memoria viva di una terra che continua a cantare. Nulla ha deviato la sua rotta, perché Ciccio Nucera non insegue le mode: ascolta un battito.

Un battito antico e vivo, che attraversa il tempo e sa orientarsi anche nel buio.

Ora quel battito si prepara a viaggiare lontano: a breve partirà il tour che porterà la sua musica oltre i confini, fino ad Australia, Canada, Messico, Svizzera e Tunisia. E quando, nel 2025, sceglie una nuova direzione artistica, lo fa con la lucidità di chi sa che rinnovarsi non significa rinnegare. È, piuttosto, un altro modo per restare fedeli. Fedeli a sé stessi, fedeli a una musica che rifiuta di invecchiare, che continua a camminare, a suonare, a danzare. Perché finché c’è battito, c’è vita. E finché c’è vita, la tarantella continua a parlare. Gratitudine, riflessione, coraggio: non parole da manifesto, ma materia sonora. Diventano musica, ancora una volta. Diventano gesto, passo, vibrazione. Perché la sua arte non si limita a essere ascoltata: si vive, si suda, si condivide. Ciccio Nucera è questo: un uomo che vive la​ tradizione per poterla donare. Un tamburo che batte per ricordarci chi siamo, anche quando ce ne dimentichiamo. Perché certe musiche non si spiegano: si sentono. E certe dipendenze, come la tarantella, non fanno male. Anzi, tengono uniti.