L’augurio: non soltanto aprire una porta, ma soprattutto aprire un nuovo percorso della sanità nell’Area Grecanica.

Diciassette posti letto, assistenza infermieristica continuativa, medici, fisioterapia e collegamento con la rete territoriale. Non è un piccolo ospedale e non sostituisce il “Tiberio Evoli”: è il nuovo anello fra ospedale, territorio e casa.

BOVA MARINA – 18 settembre 2026

C’è una fotografia che forse più di ogni altra racconta il significato della giornata di oggi. Un edificio che per generazioni ha avuto una funzione religiosa, educativa e sociale cambia ancora una volta pelle e diventa un luogo destinato alla cura.

Sembra ieri, ma per la verità eravamo nel secolo scorso quando circa trent’anni or sono, eravamo in amministrazione comunale con il sindaco Leonardo Rodà, abbiamo avuto l’intuizione di acquisire l’ex seminario vescovile, una pietra miliare per la Comunità che merita un articolo a parte. Non avevamo in quel momento le idee chiare sulla destinazione, si pensava a un centro polifunzionale. Soltanto dopo le idee cominciavano a prendere gambe e le gambe camminano con i bisogni. Il dott. Giovanni Squillaci proponeva di coinvolgere la Regione per la realizzazione di in un centro AISM. L’idea veniva accolta, ma gli ostacoli che si sarebbero frapposti non li conoscevamo ancora: si sa, tra la domanda che viene dal basso per una sanità efficiente e le risposte che vengono dall’alto, suggerite da interessi o disegni occulti, il divario è notevole. Intanto arriviamo al nostro secolo e i locali vengono consegnati nel 2002 con pubblica cerimonia, poi gli ampliamenti, poi i collaudi di opere incomplete, poi l’intervento inevitabile della magistratura. Tutto finisce nel nulla. In Calabria i tempi sono dilatati: ciò che altrove si fa in un anno, qui ce ne vogliono molti di più. E così nel 2024, Sindaco l’on. Saverio Zavettieri, un’altra intuizione: proporlo come Ospedale di Comunità. Cambia l’amministrazione, Sindaco Andrea Zirilli: il seme gettato germoglia e diventa ….

L’ex Seminario vescovile di Bova Marina, in contrada Spina Santa, diventa ufficialmente l’Ospedale di Comunità “Stella Maris”.

L’Area concessa all’ASP. La cavea (gradinata-teatro) è compresa

L’inaugurazione è stata oggi, venerdì 18 settembre, dalle ore 10.

C’erano tutti gli attori politici, amministrativi, sanitari, civili, militari e religiosi.

L’Azienda sanitaria era rappresentata dalla gerarchia essenziale: dott.ssa Maddalena Berardi, direttore generale dell’Azienda Sanitaria Provinciale, dott. Domenico Bova responsabile del Distretto, dott.ssa Gabriella Eburnia, responsabile della struttura. Inoltre l’ing. Carmelo Minniti direttore della Struttura Complessa Gestione Tecno Patrimoniale ed Ingegneria Clinica dell’ASP di Reggio Calabria.

Bova, Berardi, Eburnia, Minniti

E ancora: il sindaco pro tempore Andrea Zirilli, l’ex Sindaco on. Saverio Zavettieri, altri sindaci dell’Area interessata alla struttura, Pier Paolo Zavettieri per Roghudi, Ercole Nucera per Roccaforte, Gianfranco Marino vice per Bova, il parroco don Pasquale Rondinelli, numerosi medici tra i quali Anna Scordo che faceva un po’ da anfitriona.

Ma dietro la cerimonia c’è una storia amministrativa e sanitaria molto più lunga: il progetto è inserito nel PNRR, Missione 6 Salute, e la Regione Calabria ha certificato nel giugno scorso il completamento dell’intervento e l’inserimento della struttura nell’elenco degli Ospedali di Comunità regionali. Il decreto regionale indica come data di inizio del funzionamento il 30 giugno 2026, intesa come data di attivazione dei servizi minimi previsti dal DM 77/2022.

Di fatto, quella di oggi non è soltanto la posa simbolica di una targa. È il passaggio dalla fase dei lavori a quella, assai più importante, del servizio sanitario da far funzionare ogni giorno.


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Ma che cos’è, in concreto, un Ospedale di Comunità?

Qui bisogna sgombrare subito il campo da un possibile equivoco. Un Ospedale di Comunità non è un ospedale tradizionale in formato ridotto. Non è un Pronto Soccorso. Non è un reparto per infarti, ictus o altre emergenze. Non è una struttura di terapia intensiva e non deve sostituire l’ospedale per acuti.

È qualcosa di diverso: un luogo intermedio fra l’ospedale e la casa.

Immaginiamo una persona ricoverata al “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo. La fase acuta della malattia è superata, le sue condizioni sono stabilizzate, ma non è ancora sufficientemente autonoma per tornare a casa. Ha bisogno ancora di controlli, terapia, assistenza infermieristica, magari fisioterapia.

È proprio in questo spazio che dovrebbe entrare in funzione lo “Stella Maris”.

Il documento regionale lo definisce un sistema di congiunzione fra ospedale e distretto e precisa che deve gestire bisogni clinici a bassa intensità sanitaria, ma che richiedono una sorveglianza che a domicilio non sarebbe sufficiente. È anche uno strumento per favorire le dimissioni appropriate dall’ospedale.

La formula potrebbe essere semplicissima:

ospedale → Ospedale di Comunità → casa.

Ma il percorso può naturalmente avvenire anche in senso diverso, quando le condizioni del paziente lo richiedono.


Diciassette posti letto

Il dato ufficiale oggi è chiaro:

17 posti letto.

La struttura è stata realizzata attraverso un intervento di ristrutturazione finanziato dal PNRR e concessa in comodato all’ASP di Reggio Calabria dal Comune di Bova Marina.

L’investimento PNRR destinato all’intervento è di 2.753.837 euro, cui il decreto regionale aggiunge 438.578,53 euro di risorse FOI 2022.

È dunque un investimento pubblico considerevole, che porta nel territorio una struttura sanitaria completamente nuova nella sua funzione.

Ma il valore dell’investimento non si misurerà soltanto nei muri, nelle attrezzature e nei posti letto.

Si misurerà soprattutto in quello che succederà dentro quei 17 letti.


Chi ci lavorerà?

È forse questo uno degli aspetti più importanti per capire che cosa sia realmente lo “Stella Maris”.

La dotazione prevista dall’ASP comprende:

  • 1 coordinatore infermieristico;
  • 6 infermieri, compreso il coordinatore;
  • 5 operatori sociosanitari (OSS);
  • 1 medico referente;
  • medici di medicina generale secondo le necessità e con accesso programmato;
  • 1 fisioterapista;
  • il raccordo con l’Infermiere di Famiglia o di Comunità;
  • personale amministrativo e di accoglienza.

Gli infermieri sono organizzati su turni e la documentazione prevede la presenza infermieristica anche durante la notte.

Il medico referente è previsto per 4,5 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Per la copertura notturna e festiva il sistema prevede il raccordo attraverso la Centrale Operativa Territoriale (COT), la Guardia Medica e il 118.

Questa distinzione è importante.

Non significa che ci sarà un medico fisicamente presente 24 ore su 24.

La sorveglianza infermieristica è continuativa; la presenza medica è programmata e integrata con la rete territoriale.


Chi potrà essere ricoverato?

Non sarà una struttura alla quale ci si presenta autonomamente come al Pronto Soccorso.

L’accesso sarà prevalentemente programmato.

I pazienti potranno essere segnalati dagli ospedali, dalle Case della Comunità, dal medico di medicina generale o dalla COT. La Centrale Operativa coordina la valutazione e costruisce il percorso assistenziale individuale.

Fra i pazienti indicati dalla documentazione regionale ci sono, in particolare:

  • persone dimesse dall’Ospedale di Melito Porto Salvo ma non ancora pronte per tornare a casa;
  • pazienti con patologie croniche riacutizzate;
  • persone con scompenso cardiaco stabilizzato;
  • pazienti con BPCO dopo una riacutizzazione;
  • alcuni pazienti oncologici in fase subacuta;
  • persone fragili che necessitano di monitoraggio ravvicinato;
  • pazienti che necessitano di completare terapie o recuperare funzionalità.

Il documento parla anche della possibilità di completare cicli terapeutici, ottimizzare le terapie farmacologiche, avviare percorsi di nutrizione clinica, gestire accessi venosi complessi e trattare alcune lesioni cutanee.


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E chi non deve andarci?

Questa è una delle informazioni che dovrebbero essere spiegate meglio a tutti i cittadini.

Se una persona ha un infarto, un ictus, un grave trauma, un’insufficienza respiratoria acuta o un’altra emergenza, l’Ospedale di Comunità non è il luogo appropriato.

In quei casi bisogna ricorrere alla rete dell’emergenza-urgenza e all’ospedale per acuti.

Lo “Stella Maris” è destinato invece a pazienti stabilizzati o in fase di stabilizzazione, che non necessitano di monitoraggio intensivo o di interventi ad alta complessità tecnologica.

È una differenza fondamentale.


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Il rapporto con l’ospedale di Melito

Ed è proprio qui che bisogna evitare un’altra possibile incomprensione.

L’Ospedale di Comunità di Bova Marina non nasce per sostituire il “Tiberio Evoli”.

La programmazione ufficiale lo considera parte di una rete nella quale l’ospedale per acuti e le strutture territoriali hanno funzioni differenti.

Il documento regionale indica espressamente l’integrazione con l’Ospedale di Melito Porto Salvo e con gli altri servizi territoriali. In caso di necessità di emergenza, il collegamento con il 118 permette il trasferimento verso gli ospedali della provincia, indicando proprio Melito come presidio di riferimento più vicino.

Dunque non dovrebbe essere:

Bova Marina contro Melito.

Dovrebbe essere:

Bova Marina insieme a Melito.

Questa, almeno, è la logica organizzativa sulla quale è stata costruita la struttura.


La COT: una parola difficile che diventa importante

C’è una sigla che i cittadini sentiranno sempre più spesso:

COT – Centrale Operativa Territoriale.

È una sorta di regia dei percorsi sanitari.

La COT dovrebbe mettere in comunicazione ospedale, medico di famiglia, Casa della Comunità, assistenza domiciliare, Ospedale di Comunità e altri servizi.

Per lo “Stella Maris” il modello previsto è molto preciso: la COT riceve la segnalazione, coordina la valutazione del paziente, organizza l’ingresso e segue il percorso fino alla dimissione.

E qui entra anche la telemedicina, attraverso il collegamento con gli specialisti e i presìdi di riferimento.


Non soltanto Bova Marina

La struttura non è stata concepita esclusivamente per i residenti di Bova Marina.

La relazione dell’ASP considera un territorio più ampio, comprendente Bova, Bova Marina, Condofuri, Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Roghudi, San Lorenzo, Bagaladi e Roccaforte del Greco.

Nel complesso, la documentazione considera una popolazione di 28.813 persone, con una quota di popolazione anziana particolarmente significativa. A Bova Marina, per esempio, vengono indicati 994 residenti di 65 anni e oltre su 3.925 abitanti; l’indice di vecchiaia è indicato in 223,4.

Sono proprio queste caratteristiche — territorio disperso, invecchiamento e presenza di patologie croniche — che l’ASP indica fra le ragioni della rilevanza strategica della struttura.

E qui il problema sanitario si incontra con quello geografico.

In un territorio nel quale raggiungere determinati servizi può significare percorrere decine di chilometri, avvicinare la cura alle persone non è un dettaglio.


Una vecchia struttura, una nuova vita

C’è poi un elemento che va oltre la sanità.

L’edificio dell’ex Seminario vescovile non è un contenitore qualsiasi.

Ha attraversato una parte importante della storia di Bova Marina e della sua comunità. La trasformazione dell’edificio in struttura sanitaria rappresenta dunque anche la prosecuzione di una storia locale: un luogo nato con una funzione religiosa ed educativa assume oggi una funzione pubblica completamente diversa, quella della cura.

Una ricostruzione pubblicata nel giugno scorso ha ripercorso proprio la lunga storia dell’edificio, dalla sua origine legata al Seminario fino alla nuova destinazione sanitaria finanziata dal PNRR.

È quasi una metafora della comunità stessa:

un edificio che cambia funzione senza perdere la memoria del luogo.


Dal progetto alla realtà: una storia cominciata anni fa

La realizzazione dello “Stella Maris” non è stata improvvisa.

L’ASP di Reggio Calabria conserva nella propria documentazione istituzionale gli atti relativi al progetto di Bova Marina, compresa l’approvazione del progetto definitivo del dicembre 2023, l’approvazione del documento di indirizzo alla progettazione del marzo 2023 e gli atti relativi alla concessione dell’immobile.

Poi sono arrivati i lavori, le verifiche, gli adempimenti autorizzativi e infine la certificazione regionale del completamento dell’intervento.

Il decreto regionale del 17 giugno 2026 prende atto della documentazione trasmessa dall’ASP e certifica il raggiungimento del target relativo agli Ospedali di Comunità.


Adesso viene la parte più difficile

E qui, forse, comincia la vera storia dell’Ospedale di Comunità.

Perché inaugurare una struttura è relativamente semplice.

Farla funzionare bene è molto più difficile.

Il documento regionale contiene già alcuni indicatori attraverso i quali dovrebbe essere possibile misurare il funzionamento dello “Stella Maris”.

Per esempio, indica come obiettivo orientativo:

  • una durata media della degenza di 10-20 giorni;
  • almeno il 70% delle dimissioni verso il domicilio;
  • almeno il 60% delle dimissioni con attivazione dell’assistenza domiciliare, quando necessaria;
  • un miglioramento clinico documentato per almeno il 70% dei pazienti;
  • una riduzione dei ricoveri ospedalieri evitabili e degli accessi impropri al Pronto Soccorso.

Questi numeri sono importanti perché trasformano una promessa in qualcosa che, almeno teoricamente, può essere misurato.

Fra qualche mese, quindi, sarà possibile chiedere:

Quanti pazienti sono stati ricoverati?
Da dove provenivano?
Quanto tempo sono rimasti?
Quanti sono tornati a casa?
Quanti hanno avuto bisogno di un nuovo ricovero?
Quante persone sono state prese in carico dall’assistenza domiciliare?
Quanto ha realmente ridotto la pressione sull’ospedale di Melito?

Saranno queste le domande decisive.


Una nuova pagina per Bova Marina e l’Area greco-calabra

La giornata di oggi, dunque, può essere letta in due modi.

Da una parte c’è la soddisfazione legittima per un’opera pubblica finalmente arrivata alla sua fase operativa dopo un percorso lungo.

Dall’altra c’è una responsabilità ancora più grande: trasformare un investimento in un servizio.

Perché un Ospedale di Comunità non vive di mattoni.

Vive di infermieri, OSS, medici, fisioterapisti, organizzazione, collegamenti informatici, medici di famiglia, assistenza domiciliare, COT e soprattutto di una rete capace di non lasciare il cittadino solo nel momento delicato che sta fra la malattia e il ritorno alla vita quotidiana.

Lo “Stella Maris” dispone sulla carta di 17 posti letto e di una precisa organizzazione assistenziale.

Ora tocca alla realtà confermare ciò che è scritto nei documenti.

Ed è forse questo il significato più autentico dell’inaugurazione di oggi.

Non soltanto aprire una porta.

Aprire un nuovo percorso della sanità nell’Area Grecanica.

Trascorsero i secoli calpestando coi loro piedi invisibili le effimere imprese dell’uomo, ma non poterono ucciderne i sogni, né indebolirne l’amore, che sono immortali con lo Spirito Eterno.

Possono scomparire per un certo tempo, seguendo il sole al sopraggiungere della notte, o le stelle all’apparire del giorno, ma sono destinati a tornare, come luci dal cielo.»

K. GIBRAN
L’Amministrazione comunale
20 novembre 2001