Ci sono diritti che non chiedono soltanto di essere riconosciuti, ma di essere accompagnati, ogni giorno, verso la possibilità concreta di diventare vita. E ci sono persone che scelgono di abitare questo impegno con la sensibilità di chi sa ascoltare il silenzio, leggere le fragilità e riconoscere, anche nelle realtà più difficili, il germoglio di un futuro possibile. In una terra antica e generosa come quella calabrese, attraversata da contrasti profondi, bellezze straordinarie e ferite sociali ancora aperte, parlare di infanzia e adolescenza significa interrogarsi sul destino stesso delle nostre comunità. Significa guardare oltre le statistiche, oltre le emergenze e le distanze geografiche, per ritrovare, al centro di ogni scelta pubblica, il volto di un bambino, i sogni di un adolescente, il bisogno di una famiglia di non sentirsi sola. È in questo orizzonte culturale e sociale che si colloca il percorso del dott. Emanuele Mattia, già Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Città Metropolitana di Reggio Calabria, la cui visione si distingue per la capacità di intrecciare sensibilità istituzionale, profondità culturale e attenzione concreta alle fragilità del territorio. Un impegno, che riconosce nell’infanzia non una questione marginale delle politiche pubbliche, ma il loro fondamento più autentico; non una promessa da rinviare al domani, ma una responsabilità da assumere nel presente.

Il suo sguardo attraversa le molteplici dimensioni della crescita: la povertà educativa, le disuguaglianze territoriali, la dispersione scolastica, il disagio adolescenziale, le nuove dipendenze, le sfide dell’intelligenza artificiale, la violenza di genere e lo spopolamento delle aree interne. Temi diversi, legati da un filo comune: la necessità di restituire a ogni ragazzo la possibilità di sentirsi accolto, riconosciuto e libero di immaginare il proprio futuro. Nella prospettiva di Emanuele Mattia, la tutela dei minorenni non può esaurirsi nella proclamazione dei diritti né affidarsi alla frammentarietà di interventi occasionali. Richiede cultura, ascolto, conoscenza, servizi accessibili e istituzioni capaci di dialogare. Richiede, soprattutto, una comunità adulta disposta a interrogarsi sulle proprie responsabilità e a costruire reti solide tra scuola, famiglia, sanità, amministrazioni e Terzo settore. Perché nessun bambino dovrebbe essere condannato dalle circostanze della nascita, dal luogo in cui vive o dall’assenza di opportunità. È una visione nella quale la dimensione istituzionale incontra quella profondamente umana: la convinzione che dietro ogni fragilità vi sia una storia da comprendere, dietro ogni silenzio una voce da accogliere, dietro ogni ragazzo una possibilità che attende soltanto di essere riconosciuta. E che investire nell’educazione, nella salute e nella dignità delle nuove generazioni significhi, in fondo, prendersi cura dell’anima civile di un territorio.

Le riflessioni che seguono compongono così un itinerario attraverso le questioni più urgenti dell’infanzia e dell’adolescenza nella Città Metropolitana di Reggio Calabria e in Calabria. Non soltanto un’analisi delle criticità, ma un invito a ripensare il modo in cui le istituzioni e la società si prendono cura del futuro, trasformando la consapevolezza in responsabilità e le parole in impegni verificabili. Perché una comunità diventa davvero grande non quando smette di avere fragilità, ma quando sceglie di non lasciare indietro nessuno. E forse è proprio da qui che bisogna ricominciare: dalla capacità di ascoltare i più giovani, custodirne i sogni e riconoscere, in ciascuno di loro, non soltanto il cittadino di domani, ma la persona che ha diritto, oggi, a una vita piena, dignitosa e libera.

Ecco di seguito l’intervista al Già Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Città Metropolitana di Reggio Calabria, Dott. Emanuele Mattia

1. Partiamo dal quadro generale: quali sono oggi le emergenze più urgenti che riguardano bambini e adolescenti nel territorio metropolitano di Reggio Calabria e aree interne?

 La questione più urgente è la distanza tra i diritti riconosciuti dalle norme e la concreta possibilità di esercitarli. Nel territorio metropolitano di Reggio Calabria, con i suoi 97 comuni e le profonde differenze tra area urbana, fascia ionica e tirrenica, Aspromonte e area grecanica, le principali criticità riguardano la povertà educativa, l’accesso alle cure, il disagio adolescenziale e le difficoltà delle famiglie. Il rischio è che il luogo in cui un bambino vive diventi determinante per il suo futuro.

Nella Relazione istituzionale riferita al 2025 ho posto particolare attenzione alle carenze dell’assistenza pediatrica specialistica e della neuropsichiatria dell’età evolutiva, alla necessità di rafforzare i servizi territoriali e alle disparità educative. Il Rapporto 2025 del Gruppo CRC indica per la Calabria una quota di minorenni in povertà relativa del 44,9%, un dato regionale che non va impropriamente attribuito alla sola città metropolitana.

Il Sesto Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza 2025–2027 offre un indirizzo importante, genitorialità, educazione e salute devono essere trattate come dimensioni collegate. Serve dunque una risposta istituzionale unitaria, con servizi stabili, responsabilità definite e monitoraggio degli esiti. Un diritto non è effettivo se resta inaccessibile proprio ai bambini più vulnerabili.

2. L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità dei ragazzi. Quali sono, secondo lei, le opportunità ma soprattutto i rischi più concreti: dalla disinformazione alla dipendenza, dal cyberbullismo alla tutela della privacy? E quanto siamo preparati ad affrontarli?

 L’intelligenza artificiale rappresenta una delle trasformazioni più significative del nostro tempo e offre importanti opportunità nell’apprendimento, nell’accessibilità delle informazioni e nell’inclusione degli studenti con maggiori difficoltà. Tuttavia, accanto a queste potenzialità, emergono rischi che non possono essere sottovalutati, soprattutto quando tali strumenti vengono utilizzati da bambini e adolescenti senza un’adeguata preparazione e consapevolezza.

Il primo problema riguarda la capacità di distinguere le informazioni attendibili da quelle manipolate, la tutela dei dati personali, il cyberbullismo e la progressiva sostituzione delle relazioni umane con interazioni digitali. Le indagini più recenti evidenziano, inoltre, come numerosi adolescenti ricorrano all’intelligenza artificiale anche nei momenti di solitudine e difficoltà emotiva. È un fenomeno che deve interrogare profondamente il mondo degli adulti e le istituzioni educative.

Un aspetto che considero particolarmente preoccupante è il rischio di dipendenza comportamentale favorito dai sistemi algoritmici che governano i social network e numerose piattaforme digitali. È importante comprendere che molti di questi algoritmi sono progettati e ottimizzati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti, prolungarne la permanenza online e incentivarne l’interazione continua. Attraverso contenuti personalizzati, notifiche e sistemi di raccomandazione sempre più sofisticati, possono favorire forme di utilizzo compulsivo, incidendo negativamente sulla concentrazione, sulla qualità delle relazioni sociali e sul benessere psicologico degli adolescenti.

L’intelligenza artificiale, utilizzata per perfezionare questi meccanismi, rende le piattaforme sempre più capaci di analizzare le preferenze e i comportamenti individuali, adattando i contenuti per mantenere elevata l’attenzione dell’utente. Si pone quindi una questione che non è soltanto tecnologica, ma soprattutto etica, educativa e giuridica: fino a che punto possiamo consentire che logiche commerciali e strategie di massimizzazione del coinvolgimento prevalgano sulla sicurezza, sulla salute e sul superiore interesse dei minorenni?

La stessa normativa europea, attraverso il Digital Services Act, ha introdotto specifici obblighi di tutela dei minorenni e di responsabilizzazione delle piattaforme digitali. Anche il Commento generale n. 25 del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia richiama la necessità di garantire che l’ambiente digitale rispetti la dignità, la salute e lo sviluppo psicofisico dei bambini e degli adolescenti.

Ritengo, tuttavia, che non sia sufficiente intervenire esclusivamente attraverso norme e controlli. La risposta deve essere innanzitutto educativa. Occorre investire nell’alfabetizzazione digitale, nella formazione degli insegnanti, nel coinvolgimento delle famiglie e nella costruzione di una maggiore consapevolezza dei rischi connessi all’utilizzo della rete. Educare i ragazzi significa fornire loro gli strumenti per riconoscere i meccanismi che possono condizionare le proprie scelte, sviluppando autonomia, senso critico e capacità di gestire il tempo trascorso online.

Il Sesto Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza 2025–2027 richiama l’importanza di rafforzare le competenze educative e digitali, favorendo un’azione condivisa tra famiglia, scuola e istituzioni.

Nel territorio della Città Metropolitana di Reggio Calabria, dove persistono significative diseguaglianze educative e sociali, ritengo particolarmente importante garantire a tutti i ragazzi opportunità formative adeguate, evitando che il divario digitale si trasformi in un’ulteriore forma di esclusione. Non dobbiamo demonizzare l’intelligenza artificiale, ma governarne lo sviluppo e l’utilizzo, pretendendo che le piattaforme assumano precise responsabilità nella protezione dei minorenni. La tecnologia deve essere uno strumento al servizio della persona e non un sistema capace di condizionarne progressivamente comportamenti, libertà e relazioni. La salute e la dignità dei nostri ragazzi non possono essere subordinate agli interessi economici delle piattaforme digitali.

3. Di fronte a un adolescente in difficoltà, spesso il primo passo non è trovare subito una soluzione, ma saper accogliere e ascoltare. Quanto sono importanti oggi ascolto, prevenzione e accompagnamento e come possono scuola, famiglia e istituzioni costruire una rete intorno ai ragazzi?

 Ascolto, prevenzione e accompagnamento rappresentano un unico processo. L’articolo 12 della Convenzione ONU del 1989 riconosce il diritto del minorenne a essere ascoltato, non una concessione degli adulti, ma una garanzia che deve trovare spazio nella scuola, nella famiglia e nelle decisioni pubbliche. L’ascolto diventa credibile quando a una richiesta segue una presa in carico appropriata, nel rispetto delle competenze dei diversi servizi.

Nel 2025, durante il mio mandato, abbiamo lavorato per costruire raccordi tra istituzioni e Terzo settore. A San Luca, il 4 giugno, è stato riattivato con la Commissione straordinaria il Tavolo tecnico permanente per l’infanzia e l’adolescenza. Ad Arghillà, il confronto di comunità ha fatto emergere bisogni relativi ad abitare, sicurezza, formazione e inclusione. Si tratta di esempi concreti di prossimità, da consolidare e valutare nel tempo.

La Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante nazionale, presentata il 30 settembre 2026, richiama una più forte cultura della cura. Sul piano territoriale occorrono équipe interdisciplinari, procedure di segnalazione chiare, servizi consultabili senza stigma e un coordinamento che impedisca ai ragazzi di perdersi tra uffici diversi.

 4. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui ogni ragazzo possa sentirsi parte di una comunità. Cosa bisogna cambiare perché nessun adolescente si senta escluso, invisibile o semplicemente “sbagliato”?

 La scuola deve essere una comunità educativa nella quale ogni alunno possa trovare riconoscimento, sicurezza e occasioni di partecipazione. L’inclusione non si esaurisce nel sostegno alle difficoltà certificate, riguarda il clima delle relazioni, le barriere sociali, la disabilità, i contesti familiari fragili e la possibilità concreta di accedere alle stesse opportunità formative.

Gli indicatori regionali descrivono divari significativi, in Calabria, secondo i dati divulgati in occasione dell’Atlante dell’infanzia 2025, legge libri non scolastici il 35,3% degli adolescenti, il 35,1% non pratica sport e il 37,9% ha visitato musei o mostre nell’ultimo anno. Non sono soltanto numeri culturali, raccontano la necessità di ampliare occasioni di crescita dentro e fuori la scuola.

Nel territorio reggino abbiamo promosso con CSI Reggio Calabria e UNICRI l’iniziativa “Un gioco da ragazzi – Diritti, inclusione e partecipazione”, valorizzando gioco e sport come strumenti educativi. Oggi servono più tempo educativo, laboratori, biblioteche, attività artistiche, sport accessibile e ascolto degli studenti. Il Sesto Piano nazionale insiste giustamente sugli spazi di aggregazione e sul protagonismo giovanile, la scuola deve costruire ponti con la comunità, non operare isolatamente.

5. Alcol, sigarette, nuove forme di dipendenza e comportamenti a rischio: la prevenzione viene fatta abbastanza presto e con strumenti adeguati? Oppure interveniamo ancora troppo spesso quando il problema è già esploso?

 Non ritengo sufficiente una prevenzione episodica, limitata a un incontro o a una campagna informativa. Occorre un percorso continuativo, adeguato all’età, che affronti l’uso di alcol e tabacco, i comportamenti a rischio, le dipendenze comportamentali e l’impatto dell’ambiente digitale, senza colpevolizzare i ragazzi.

Sono convinto che la prevenzione dei comportamenti additivi non possa essere affrontata esclusivamente sotto il profilo sanitario, ma debba trovare il suo fondamento nell’azione educativa. Educare significa accompagnare bambini e adolescenti nella costruzione della propria identità, rafforzandone l’autostima, il senso di responsabilità, la capacità critica e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte.

In questa prospettiva, scuola, famiglia, sport, cultura e luoghi di aggregazione rappresentano presìdi educativi fondamentali. Incentivare l’azione educativa, soprattutto nei territori maggiormente esposti alla povertà educativa e alla marginalità sociale, significa offrire ai ragazzi opportunità concrete di partecipazione, appartenenza e crescita, contrastando quelle condizioni di isolamento e fragilità che possono favorire l’insorgenza di comportamenti a rischio e forme di dipendenza.

Naturalmente, la dimensione educativa deve essere accompagnata da un sistema sanitario e sociosanitario efficiente, capace di riconoscere precocemente il disagio e garantire interventi tempestivi. Nel territorio reggino, le criticità già evidenziate nella rete dei servizi specialistici rendono necessario rafforzare consultori, pediatria di comunità e neuropsichiatria dell’età evolutiva, attraverso una collaborazione stabile tra sanità, scuola, famiglie e servizi sociali.

Il Sesto Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza 2025–2027, che individua nell’educazione, nella genitorialità e nella salute tre ambiti strettamente interconnessi, conferma la necessità di superare interventi frammentati e promuovere una prevenzione integrata.

Ritengo, pertanto, che investire nell’educazione sia la strada più efficace per prevenire le dipendenze e contrastare l’isolamento dei ragazzi. Non dobbiamo limitarci a intervenire quando il disagio si manifesta, ma costruire quotidianamente le condizioni affinché possa essere prevenuto. La prevenzione sanitaria è indispensabile, ma è attraverso un’azione educativa costante che possiamo offrire alle nuove generazioni strumenti solidi per affrontare le difficoltà e compiere scelte consapevoli.

6. La dispersione scolastica resta una delle grandi emergenze, soprattutto nelle aree interne e nei territori più fragili. Quali sono le cause che vede più spesso dietro l’abbandono e quali interventi concreti potrebbero riportare i ragazzi dentro la scuola e dentro una comunità?

 L’abbandono scolastico è quasi sempre il risultato di fattori intrecciati, difficoltà economiche, fragilità relazionali, mobilità insufficiente, scarso orientamento e percezione che il percorso scolastico non offra opportunità concrete. È importante distinguere l’abbandono precoce dalla dispersione implicita, che riguarda la mancata acquisizione di competenze adeguate pur in presenza di una frequenza o di un titolo di studio.

Un documento della Regione Calabria del 2025, basato su dati INVALSI per l’anno scolastico 2023–2024, indica una quota a rischio di dispersione implicita del 21,6% nel primo ciclo e del 9,3% nel secondo. Non sono percentuali di abbandono scolastico, ma segnali che richiedono interventi mirati. Nei comuni interni della Città Metropolitana di Reggio Calabria la distanza dagli istituti, i trasporti e l’offerta extrascolastica possono incidere sulla continuità educativa.

Servono sistemi di allerta sulle assenze, tutoraggio, orientamento, trasporto accessibile, sostegno alle famiglie e patti educativi di comunità. Le esperienze di San Luca e Platì, con attività di apprendimento e socializzazione promosse anche dal Terzo settore, mostrano una direzione utile. La risposta deve essere pluriennale e misurabile, non basta riportare uno studente in classe, bisogna restituirgli motivazione e prospettive.

7. C’è poi il tema della violenza di genere, che coinvolge sempre più spesso anche adolescenti. Come si educano i ragazzi al rispetto, all’affettività e alla parità prima che si manifestino comportamenti violenti o di controllo?

 L’educazione al rispetto non può essere delegata a un singolo progetto. Deve attraversare la vita quotidiana della famiglia e della scuola, i linguaggi degli adulti, le relazioni tra pari e l’uso dei social. È importante educare fin dall’infanzia al consenso, ai confini personali, all’autonomia dell’altro e alla capacità di gestire conflitti ed emozioni senza sopraffazione.

La violenza di genere non va trattata soltanto quando assume una rilevanza penale. Il lavoro educativo deve riconoscere stereotipi, atteggiamenti possessivi, controllo digitale e discriminazioni, offrendo a ragazzi e ragazze occasioni sicure di confronto e strumenti per chiedere aiuto. La protezione dalla violenza e la non discriminazione sono principi essenziali della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Anche nel contesto reggino occorrono alleanze stabili tra scuole, famiglie, consultori, servizi sociali e realtà associative competenti. Una comunità educa davvero al rispetto quando lo pratica nelle proprie istituzioni, nei linguaggi pubblici e nella quotidianità delle relazioni.

8. Molti ragazzi chiedono di essere ascoltati, ma spesso gli adulti arrivano quando è troppo tardi. Cosa dovrebbero imparare genitori, insegnanti e istituzioni dal modo in cui le nuove generazioni vivono le proprie fragilità?

 Gli adulti devono imparare innanzitutto a non interpretare ogni silenzio come disinteresse e ogni richiesta come una provocazione. L’adolescenza è una fase complessa, nella quale bisogni di autonomia, ricerca di appartenenza e fragilità possono convivere. La risposta appropriata non è il giudizio immediato, ma una presenza affidabile, capace di ascoltare e, quando necessario, di indirizzare verso un sostegno qualificato. Le ricerche recenti ricordano quanto i ragazzi cerchino spazi di ascolto, anche online. Per questo è decisivo costruire relazioni educative di qualità. Il diritto all’ascolto deve essere riconoscibile anche nell’organizzazione degli istituti scolastici e nelle politiche locali, consulte giovanili, confronto nelle scuole e partecipazione ai processi decisionali non possono ridursi a occasioni simboliche.

La mia proposta è di fare dell’ascolto un metodo amministrativo. Lo stesso approccio, basato su osservazione, confronto e restituzione, è al centro delle attività di ricerca dell’Istituto degli Innocenti di Firenze e del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza. Ascoltare, documentare, agire e verificare, questa dovrebbe essere la sequenza delle istituzioni.

9. Spopolamento e calo delle nascite stanno svuotando interi territori, soprattutto nelle aree interne. Cosa significa per un bambino crescere in un paese dove chiudono scuole, servizi e luoghi di aggregazione? E come si può garantire il diritto a restare e a costruire lì il proprio futuro?

 Per un bambino, crescere in un paese che perde servizi significa vedere restringersi gradualmente il proprio orizzonte, meno coetanei, più distanze da percorrere, minori occasioni sportive, culturali e formative. L’Aspromonte, l’area grecanica e altri comuni interni della Città Metropolitana conoscono questa difficoltà, che non può essere letta come un semplice effetto inevitabile del calo demografico.

Occorre però distinguere il dimensionamento delle autonomie scolastiche dalla chiusura dei singoli plessi. Secondo la programmazione regionale, nell’area reggina le autonomie sono passate da 92 nell’anno scolastico 2023–2024 a 73 nel 2026–2027; il dato non implica automaticamente che altrettante scuole abbiano cessato l’attività. Ciò non toglie che la qualità e la prossimità dei servizi debbano essere presidiate con attenzione.

Il diritto a restare non deve significare un obbligo a non partire, è il diritto ad avere una scelta. Servono trasporti, presidi educativi diffusi, sanità di prossimità, connettività, sostegni alla genitorialità e opportunità di formazione e lavoro. Sostenere l’infanzia nei piccoli comuni significa investire nella continuità delle comunità.

10. La prevenzione della criminalità può iniziare molto prima dell’ingresso di un ragazzo nei circuiti criminali. Quanto contano scuola, sport, cultura, socialità e opportunità di lavoro nel sottrarre bambini e adolescenti alla marginalità e al rischio di reclutamento?

 Scuola, sport, cultura e opportunità lavorative costituiscono fattori di protezione perché rafforzano relazioni, competenze, fiducia nelle istituzioni e capacità di scelta. Il contrasto ai fenomeni criminali richiede certamente il lavoro delle autorità competenti, ma la prevenzione sociale comincia molto prima e non può essere sostituita dalla sola repressione. In contesti segnati da marginalità, come alcune periferie urbane e realtà territoriali dell’area metropolitana, è fondamentale evitare etichette, vivere in un quartiere difficile non significa essere destinati alla devianza. Le iniziative ad Arghillà, il Tavolo permanente di San Luca e i progetti di sport educativo dimostrano che esistono energie civiche da sostenere con continuità.

Le amministrazioni devono destinare risorse a presidi di comunità, percorsi scolastici solidi, formazione professionale, sport accessibile e spazi pubblici sicuri. La legalità diventa un’esperienza condivisa quando i ragazzi incontrano adulti credibili, servizi funzionanti e opportunità reali. Senza queste condizioni, il richiamo astratto alle regole rischia di perdere efficacia educativa.

11. Esistono ragazzi e famiglie che rischiano di diventare “invisibili” alle istituzioni: minori fuori dalla scuola, giovani che non frequentano servizi o attività, famiglie in condizioni di forte disagio. Sarebbero utili veri e propri centri di censimento e di mappatura degli invisibili? E come si può farlo senza trasformare la fragilità in uno stigma?

 Sì a una mappatura sistematica delle situazioni di esclusione, ma con un principio irrinunciabile, non bisogna censire o etichettare le persone, bensì conoscere i bisogni e misurare le carenze del sistema pubblico. Un osservatorio deve descrivere dove mancano servizi, dove aumentano gli ostacoli all’accesso e quali gruppi non vengono raggiunti, proteggendo rigorosamente la riservatezza delle famiglie. Il percorso avviato nel 2025 per l’Osservatorio metropolitano dell’infanzia e dell’adolescenza nasceva proprio da questa esigenza. Nella mia visione ho proposto un ciclo istituzionale che colleghi dati, ascolto, raccomandazioni, decisioni e verifica degli esiti. L’obiettivo non è duplicare competenze, ma favorire coordinamento e responsabilità. L’Istituto degli Innocenti di Firenze, attraverso il Centro nazionale di documentazione e analisi, offre un riferimento metodologico importante, raccoglie e organizza dati, studia servizi e condizioni dell’infanzia e supporta gli osservatori nazionali. È un’impostazione replicabile, con gli opportuni adattamenti, anche alla scala metropolitana. La vera misura del successo non sarebbe il numero di schede compilate, ma quante barriere di accesso vengono concretamente rimosse.

12. Se guardiamo insieme povertà educativa, denatalità, spopolamento e criminalità, emerge il rischio di un circolo vizioso: meno servizi, meno giovani, meno opportunità e maggiore marginalità. Da dove bisogna partire per interromperlo e restituire ai ragazzi la possibilità di immaginare un futuro nella propria terra?

 Si parte da una scelta politica e amministrativa, riconoscere che le politiche per l’infanzia attraversano tutte le competenze pubbliche. Sanità, scuola, servizi sociali, trasporti, spazi urbani, cultura e opportunità economiche non sono capitoli separati nella vita di un bambino. Quando uno di questi fattori viene meno, l’intero percorso di crescita può risentirne.

 Il Sesto Piano nazionale 2025–2027, adottato con decreto del Presidente della Repubblica del 29 luglio 2025, individua genitorialità, educazione e salute quali tre macroaree interconnesse. Questa impostazione deve trovare attuazione anche nei territori della Calabria, con una programmazione che tenga conto dei divari tra centro e periferie, costa e comuni interni. Le esperienze sviluppate nel territorio reggino indicano che Terzo settore e comunità possono collaborare in modo efficace, ma le buone pratiche non sostituiscono i doveri istituzionali. Servono obiettivi pluriennali, risorse certe, responsabilità riconoscibili e valutazioni d’impatto delle decisioni pubbliche sui minorenni. Solo così è possibile spezzare il circolo di povertà educativa, perdita di servizi e spopolamento.

13.Povertà educativa e povertà economica spesso si alimentano a vicenda. Quali sono oggi i segnali che indicano che un bambino o un adolescente sta crescendo in una condizione di svantaggio e quali strumenti servono per intercettarlo prima che sia troppo tardi?

 Il disagio economico non coincide automaticamente con la povertà educativa, ma può limitarne gravemente le opportunità. Tra i segnali da osservare vi sono difficoltà nella frequenza scolastica, accesso ridotto ad attività culturali e sportive, mancanza di servizi per la prima infanzia, difficoltà di mobilità e isolamento relazionale. Nessuno di questi elementi, preso da solo, autorizza a etichettare una famiglia. Il Rapporto 2025 del Gruppo CRC rileva in Calabria il 44,9% di minorenni in povertà relativa, a fronte del 22,2% nazionale. Il dato descrive una condizione regionale grave, che richiede politiche mirate e una lettura territoriale più fine. In un territorio articolato come quello della Città Metropolitana di Reggio Calabria è essenziale osservare non soltanto il reddito, ma la reale disponibilità di nidi, scuole, trasporti, servizi sanitari e spazi educativi.

La prevenzione comincia dai primi anni di vita, attraverso sostegno alla genitorialità, servizi educativi accessibili e presa in carico coordinata. L’Istituto degli Innocenti ricorda, con la propria attività di ricerca e monitoraggio, quanto siano importanti dati affidabili e disaggregati per orientare le politiche pubbliche. La dignità della famiglia deve restare il criterio che accompagna ogni intervento.

14. Se potesse indicare una sola priorità da mettere immediatamente al centro delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza in Calabria, quale sceglierebbe e perché?

 La priorità che indicherei è la costruzione di una rete territoriale stabile di tutela, con particolare urgenza per la salute e il benessere psicologico dei minorenni. Un bambino deve poter accedere a prevenzione, educazione, cure e ascolto indipendentemente dal comune in cui vive. In Calabria e nel Reggino le criticità dei servizi specialistici per l’età evolutiva mostrano quanto sia ancora impegnativo rendere effettivo questo principio. Una rete stabile richiede un’assunzione chiara di responsabilità da parte delle istituzioni, programmazione sanitaria, integrazione sociosanitaria, scuole, comuni, servizi di prossimità, Terzo settore e strumenti di monitoraggio. Non servono soltanto nuovi progetti, ma continuità dei servizi, verifica dei tempi di accesso e indicatori pubblici sugli esiti. Il Sesto Piano nazionale offre un riferimento programmatico; la Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante nazionale ribadisce la centralità della cura; il lavoro del Centro nazionale presso l’Istituto degli Innocenti dimostra il valore di una conoscenza documentata e comparabile.

Durante il mandato di Garante metropolitano ho cercato di affermare proprio questo principio, il valore di un diritto non si misura nella sua proclamazione, ma nella possibilità concreta di esercitarlo. I bambini e gli adolescenti sono titolari di diritti oggi, non soltanto cittadini di domani.