Ci sono storie che nascono sulla carta e altre che germogliano nel cuore, nutrite dai ricordi, dalla fantasia e dal desiderio di regalare emozioni. Quelle di Mariella Licordari appartengono a entrambe le dimensioni: sono piccoli mondi incantati in cui la scrittura si fa carezza, memoria e preziosa occasione di crescita. L’amore per la scrittura accompagna Mariella Licordari fin dall’infanzia, quando le parole rappresentavano per lei un rifugio intimo, uno spazio tutto suo in cui lasciarsi avvolgere dalla bellezza dell’immaginazione. La magia delle fiabe, incontrata da bambina attraverso i libri che la madre le donava nei momenti di malessere, ha continuato a vivere silenziosamente dentro di lei, fino a trasformarsi, in età adulta, in una vocazione narrativa capace di parlare al cuore di grandi e piccoli. Scrittrice e docente di Scienze Umane, Mariella intreccia la sensibilità educativa con la delicatezza di chi crede ancora nel potere delle storie. Nei suoi libri, la fantasia non è una fuga dal mondo, ma una finestra aperta sulla realtà, uno strumento per imparare a riconoscere le emozioni, accogliere le fragilità e scoprire il valore della gentilezza, dell’amicizia e della solidarietà. In “Storie di nonno Alfredo, il racconto diventa un ponte affettuoso tra generazioni. La figura del nonno custodisce la memoria, il calore degli affetti e quella saggezza gentile che nasce dal tempo condiviso. Attraverso i ricordi e il dialogo con i più piccoli, Mariella ci invita a riscoprire il valore delle radici, dell’ascolto e delle piccole cose che rendono preziosa la vita. Con “Il Bosco delle Luci Perdute”, invece, il lettore si addentra in un universo fiabesco popolato da creature straordinarie, dove lo gnomo Tibaldo e i suoi amici affrontano un viaggio che diventa metafora della crescita. Le luci smarrite evocano la speranza che talvolta vacilla, il coraggio che sembra svanire, la fiducia da ritrovare. Eppure, anche quando il bosco si fa oscuro, la presenza degli altri può illuminare il cammino, ricordandoci che nessuno è davvero solo se può contare su una mano tesa e su un cuore disposto ad ascoltare. È proprio qui che risiede la cifra più autentica della scrittura di Mariella Licordari: nella capacità di educare senza predicare, di suggerire senza imporre, di lasciare che ogni lettore trovi tra le pagine una verità personale. Le sue fiabe non offrono risposte già confezionate, ma seminano domande, accendono curiosità e insegnano ai bambini e agli adulti che hanno ancora voglia di meravigliarsi, che sbagliare non significa fallire, che le differenze possono diventare ricchezza e che la gentilezza è una forza capace di cambiare le cose. La sua scrittura nasce così dall’incontro tra memoria e immaginazione, tra esperienza personale e sensibilità pedagogica. Ogni personaggio porta con sé una sfumatura dell’animo umano; ogni avventura custodisce un invito a guardare il mondo con occhi più attenti, aperti alla bellezza e alle possibilità che ancora ci attendono. In un tempo che corre veloce, Mariella Licordari sceglie la lentezza luminosa del racconto, il valore di una voce che legge ad alta voce, di una fiaba condivisa prima di dormire, di un adulto che si ferma accanto a un bambino per donargli qualcosa di sempre più prezioso: il proprio tempo. Forse è proprio questa la magia più grande della sua scrittura. Non soltanto inventare boschi incantati o far vivere personaggi indimenticabili, ma ricordarci che il mondo può essere ancora un luogo da immaginare e trasformare, una storia aperta alla quale ciascuno è chiamato ad aggiungere la propria pagina. E mentre le sue parole accompagnano i piccoli lettori tra sentieri misteriosi e luci da ritrovare, lasciano anche agli adulti un messaggio delicato e necessario: non smettere di sognare, non avere paura delle proprie fragilità e custodire, nonostante tutto, quella scintilla di meraviglia che ci permette di riconoscere la bellezza della vita. Perché, in fondo, scrivere per Mariella Licordari significa accendere una luce nel cuore di chi legge, nella speranza che quella luce possa continuare a brillare anche oltre l’ultima pagina.

Ecco di seguito l’intervista alla scrittrice Mariella Licordari:
Prima parte – La scrittura e il valore educativo delle storie
1. Mariella, come nasce la sua passione per la scrittura e, in particolare, per le storie dedicate ai bambini? Quanto della sua sensibilità personale ritroviamo nei suoi racconti?
La mia passione per la scrittura nasce fin da quando ero bambina. Ho sempre avuto una naturale predisposizione a scrivere e nella scrittura ho trovato un luogo di rifugio e relax: un momento d’evasione tutto mio, che mi faceva stare profondamente bene. Scrivevo molto, ma non ancora fiabe: quelle sono arrivate più tardi, in età adulta.
In passato ho scritto di tutto, ma non avrei mai pensato di arrivare a creare fiabe. Eppure, la loro magia ha sempre fatto parte della mia vita: da piccola, ogni volta che stavo male e non potevo andare a scuola, mia madre mi comprava un libro di fiabe. Amavo leggere e perdermi tra quei racconti fantastici.
Da grande, mi sono ritrovata a fare con i miei figli quello che mia madre aveva fatto con me. Ho compreso l’immenso valore educativo della fiaba e la sua straordinaria capacità di sviluppare l’immaginazione e il pensiero nei bambini. Così ho iniziato a inventarle e a raccontarle a loro, per poi rendermi conto che la fiaba poteva diventare uno strumento educativo universale, capace di raggiungere tutti, grandi e piccini. In fondo, davanti a una bella fiaba, chiunque torna un po’ bambino e si lascia incantare dal suo mondo fatato.
In tutto ciò che scrivo c’è inevitabilmente una parte di me: della mia infanzia, della mia sensibilità, dei miei ricordi e delle mie esperienze di vita.
2. In Storie di nonno Alfredo e Il Bosco delle Luci Perdute incontriamo due universi narrativi diversi. Qual è il filo conduttore che unisce queste opere e quale visione dell’infanzia desidera trasmettere attraverso di esse?
In realtà, Storie di Nonno Alfredo è un progetto che nel tempo si è arricchito di diversi universi narrativi, ognuno con una propria identità. C’è il Bosco delle Radici Antiche, ci sono le avventure di Nonno Alfredo e del suo nipotino Totò, L’Orto delle Verdure Bisbetiche, Luminella con il suo mondo di Velluto Celeste, nato per accompagnare le fiabe della buonanotte, e poi le fiabe del mare, popolate da sirene e creature marine.
Il Bosco delle Luci Perdute nasce proprio all’interno del Bosco delle Radici Antiche, dove vivono lo gnomo Tibaldo, Muffetto, il topolino verde mela, Lella la lepre, Tommì la talpa e tanti altri piccoli abitanti. La particolarità di questo libro è che la sua avventura è nata anche grazie ai lettori della mia pagina Facebook. Un giorno ho chiesto loro di immaginare un nuovo personaggio da far entrare nel bosco, pensando inizialmente di sceglierne soltanto uno. Sono arrivate tantissime proposte, ricche di fantasia e curate fin nei minimi dettagli.
Quando è arrivato il momento di scegliere, però, non me la sono sentita di escludere nessuno. Dietro ogni personaggio percepivo l’entusiasmo e l’affetto di chi aveva partecipato. Così ho deciso di accoglierli tutti e di farli incontrare in un’unica grande avventura. È nato così Il Bosco delle Luci Perdute.
Pur nella diversità dei personaggi e dei mondi che racconto, esiste però un filo che attraversa tutte le mie storie: il desiderio di accompagnare il lettore attraverso valori ed emozioni senza trasformare la fiaba in una lezione.
Le mie storie nascono per i bambini, ma mi piace pensare che possano parlare anche agli adulti. Crescendo, a volte perdiamo qualcosa dello sguardo dell’infanzia: la capacità di meravigliarci, di dare valore alle piccole cose, di ascoltare davvero e di vivere i sentimenti con semplicità.
È questa la visione dell’infanzia che vorrei trasmettere: non soltanto un’età della vita da educare, ma uno sguardo sul mondo che anche noi adulti dovremmo imparare, qualche volta, a ritrovare. Attraverso la fantasia vorrei accompagnare i bambini verso la gentilezza, l’empatia, la collaborazione e il rispetto dell’altro e, nello stesso tempo, ricordare agli adulti quanto questi stessi valori siano necessari anche per noi.

3. Le storie per bambini possono essere molto più di un semplice intrattenimento. Secondo lei, in che modo la narrazione può diventare uno strumento pedagogico capace di aiutare i più piccoli a comprendere sé stessi, gli altri e il mondo che li circonda?
Per me la narrazione non è mai solo intrattenimento, ma un vero e proprio ponte emotivo e cognitivo. Attraverso una storia, il bambino può comprendere meglio sé stesso, gli altri e il mondo che lo circonda.
Quando ascolta o legge un racconto, si riflette nelle emozioni dei personaggi. Attraverso le loro paure, le difficoltà, le sfide e le conquiste, impara a dare un nome a ciò che prova, come la rabbia, la gelosia o la timidezza, comprendendo che queste emozioni fanno parte dell’esperienza umana e che possono essere riconosciute e affrontate. In questo senso, la fiaba gli offre un vero e proprio “vocabolario emotivo”.
Allo stesso tempo, incontrare personaggi diversi da sé, che sia uno gnomo, una lepre o un bambino con un vissuto differente, lo abitua a mettersi nei panni dell’altro. Attraverso la narrazione comprende che ogni personaggio ha la propria storia, le proprie fragilità e il proprio valore, sviluppando così ascolto, rispetto ed empatia.
Infine, c’è la forza della metafora. Il mondo degli adulti può apparire complesso e talvolta difficile da comprendere. La fiaba riesce a trasformare temi come l’amicizia, la perdita, la pazienza o il rispetto per la natura in immagini e situazioni vicine alla sensibilità del bambino. Attraverso il filtro della fantasia, anche ciò che nella realtà può sembrare difficile diventa più comprensibile e affrontabile.
In sostanza, la storia non “insegna dall’alto”, ma accompagna. Non dice al bambino che cosa deve pensare, ma gli offre strumenti per esplorare la realtà, comprendere ciò che prova e costruire, poco alla volta, una propria visione del mondo.
Seconda parte – Storie di nonno Alfredo: memoria, affetti e dialogo tra generazioni
4. La figura del nonno richiama il mondo degli affetti, dei ricordi e delle esperienze di vita. Quale significato assume nonno Alfredo e che cosa può insegnare il rapporto tra nonni e nipoti alle nuove generazioni?
La figura di Nonno Alfredo nasce per me come un vero e proprio faro affettivo. Nel mondo di oggi, fatto di ritmi sempre più veloci e di relazioni spesso mediate dalla tecnologia, il nonno rappresenta la lentezza buona, l’ascolto senza giudizio, la presenza rassicurante e il legame con le nostre radici.
Credo che il rapporto tra nonni e nipoti abbia un valore straordinario proprio perché mette in comunicazione due generazioni lontane nel tempo, ma capaci di incontrarsi in uno spazio tutto loro. I nonni custodiscono storie, ricordi, tradizioni familiari e piccoli frammenti di vita che aiutano i bambini a comprendere da dove vengono e a costruire, poco alla volta, il proprio senso di appartenenza.
C’è poi un altro aspetto che considero prezioso: il tempo dei nonni è spesso un tempo diverso. È il tempo del racconto, dell’ascolto, dei gesti semplici, delle cose fatte insieme. In una realtà abituata al “tutto e subito”, questo rapporto può insegnare ai bambini la bellezza dell’attesa, della pazienza e dell’attenzione verso l’altro.
E poi c’è qualcosa di meraviglioso nel legame tra nonni e nipoti: i nonni possiedono l’esperienza della vita, ma spesso sanno ancora giocare, ridere e meravigliarsi insieme ai bambini. È come se la saggezza dell’adulto incontrasse lo stupore dell’infanzia.
Nonno Alfredo rappresenta proprio questo incontro. Attraverso di lui vorrei ricordare che custodire la memoria non significa vivere rivolti al passato, ma consegnare alle nuove generazioni delle radici abbastanza forti da permettere loro di guardare con fiducia verso il futuro.
5. In una società in cui tutto sembra correre velocemente, quanto è importante recuperare il valore del tempo condiviso, dell’ascolto e del racconto orale? Le storie dei nonni possono rappresentare un ponte tra passato e futuro?
Credo che oggi recuperare il valore del tempo condiviso, dell’ascolto e del racconto orale sia più importante che mai. Viviamo giornate molto veloci, siamo continuamente raggiunti da messaggi, immagini e stimoli e, paradossalmente, rischiamo di avere sempre meno tempo per sederci accanto a qualcuno e ascoltarlo davvero.
Anche all’interno delle famiglie, alcuni momenti semplici di condivisione rischiano di diventare più rari: stare insieme senza fretta, raccontarsi ciò che è accaduto, ascoltare una storia, lasciare che un ricordo passi da una generazione all’altra. Eppure sono proprio questi momenti apparentemente piccoli a costruire legami profondi.
Per questo attribuisco un grande valore al racconto orale. Quando un nonno racconta, non trasmette soltanto un episodio del passato: insieme alle parole consegna emozioni, tradizioni, modi di vivere, valori e frammenti di una storia familiare che altrimenti rischierebbero di andare perduti.
Le storie dei nonni possono diventare così un ponte tra passato e futuro. Non servono a guardare indietro con nostalgia, ma aiutano i più giovani a comprendere da dove vengono e a costruire più consapevolmente la propria identità.
Credo che conoscere le proprie radici non significhi rimanere ancorati al passato. Significa, al contrario, portarne con sé ciò che ha valore mentre si cammina verso il futuro. Ed è forse questo uno dei doni più preziosi che il dialogo tra nonni e nipoti può lasciare alle nuove generazioni.
6. Dal punto di vista educativo, raccontare e ascoltare storie favorisce anche lo sviluppo del linguaggio, dell’immaginazione e dell’intelligenza emotiva. Quali opportunità offre la lettura condivisa tra adulti e bambini e come potrebbero valorizzarla le famiglie e la scuola?
La lettura condivisa non è soltanto un’attività di apprendimento, ma prima di tutto un’esperienza affettiva e relazionale. Quando un adulto e un bambino leggono insieme, il bambino non riceve soltanto le parole di una storia: riceve una voce, un tempo dedicato, una presenza. Ed è proprio questa condivisione a rendere la lettura un momento prezioso di vicinanza e di dialogo.
In famiglia non occorrono necessariamente tempi lunghi. Anche pochi minuti al giorno, magari prima di dormire o in un momento tranquillo della giornata, possono trasformarsi in un appuntamento atteso. Credo sia importante, però, che la lettura non venga vissuta come un dovere o come qualcosa a cui debba necessariamente seguire una verifica. Dovrebbe rimanere soprattutto un piacere condiviso, uno spazio in cui il bambino possa fare domande, interrompere, fantasticare, raccontare ciò che una storia gli suggerisce.
Anche la scuola può avere un ruolo fondamentale. Da docente, credo molto nella lettura ad alta voce e nella possibilità di far vivere il racconto oltre la pagina, attraverso la drammatizzazione, il disegno, la scrittura creativa o l’invenzione collettiva di nuovi personaggi e finali alternativi. In questo modo la classe può diventare una vera comunità di lettori, nella quale ogni bambino impara non soltanto a esprimere ciò che pensa e ciò che prova, ma anche ad ascoltare e rispettare il punto di vista degli altri.
Famiglia e scuola, quindi, possono svolgere due ruoli diversi ma complementari: la famiglia può far nascere l’amore per le storie attraverso la relazione e l’affetto, mentre la scuola può coltivarlo trasformando la lettura in un’occasione di scoperta, confronto e crescita.
Perché leggere insieme significa certamente sviluppare il linguaggio e l’immaginazione, ma significa anche qualcosa di più semplice e forse ancora più importante: dire a un bambino “questo tempo è per te, e io sono qui con te”.
Terza parte – Il Bosco delle Luci Perdute: fantasia, emozioni e crescita
7. Nel suo nuovo libro, Il Bosco delle Luci Perdute, il protagonista è lo gnomo Tibaldo, accompagnato dai suoi amici in un’avventura magica. Come è nato questo personaggio e che cosa rappresenta nel percorso di crescita dei giovani lettori?
Lo Gnomo Tibaldo nasce originariamente come figura centrale del Bosco delle radici antiche. Quando ho creato la sua storia, sentivo la necessità di dare vita a un personaggio saggio, una vera e propria guida per gli altri piccoli abitanti del bosco, che con la loro ingenuità ne combinano spesso di tutti i colori. Tibaldo è quel protagonista buono, equilibrato e rassicurante che interviene per riportare l’armonia e la serenità nel racconto.
Nel percorso di crescita dei giovani lettori, Tibaldo rappresenta una figura di riferimento capace di trasmettere protezione, fiducia e sicurezza. Tuttavia, ho voluto donargli una sfumatura profondamente umana: anche uno gnomo saggio come lui a volte vacilla, si stanca, commette errori o rischia di smarrire la strada.
Questo aspetto ha un valore pedagogico fondamentale: dimostra ai più piccoli che anche gli adulti e le figure guida possono sbagliare o trovarsi in difficoltà. L’importante non è mostrarsi perfetti o infallibili, ma esserci con autenticità, riconoscendo i propri limiti e avendo il coraggio di rimediare ai propri errori.
Attraverso Tibaldo, i bambini possono comprendere qualcosa di prezioso per la propria crescita: smarrirsi, avere paura o commettere un errore fa parte della vita, ma con la forza degli affetti, la collaborazione e un cuore sincero è sempre possibile ritrovare la propria strada e far risplendere di nuovo le proprie “luci”.
8. Il titolo evoca un bosco misterioso e delle luci che sembrano essersi smarrite. Al di là della dimensione fantastica, possiamo leggere queste luci come una metafora della speranza, della fiducia e della capacità di ritrovare la propria strada nei momenti difficili?
Assolutamente sì. La ricerca della luce da parte di Tibaldo e dei suoi amici è il cuore dell’avventura, ma è anche la metafora intorno alla quale ruota l’intera storia.
Le “luci perdute” rappresentano tutto ciò che, nei momenti più difficili, possiamo avere la sensazione di smarrire: la speranza, la fiducia in noi stessi, il coraggio, ma anche la capacità di sentirci parte di qualcosa e di affidarci agli altri. Può accadere a un bambino e può accadere anche a un adulto di sentirsi disorientato, di attraversare un momento in cui la propria luce sembra più debole.
Nel libro, però, nessun personaggio affronta questo cammino completamente da solo. Nemmeno Tibaldo, nonostante la sua saggezza, potrebbe riuscirci senza gli altri. Ed è proprio qui che per me si trova uno dei significati più importanti della storia: quando attraversiamo un momento di buio, non dobbiamo necessariamente trovare tutte le risposte dentro di noi. A volte la strada si ritrova anche grazie a chi ci cammina accanto.
Allo stesso tempo, il viaggio insegna ai personaggi che la luce che stanno cercando non è soltanto qualcosa da recuperare all’esterno. È anche quella forza interiore che può riaccendersi quando impariamo ad avere fiducia, ad accettare l’aiuto degli altri e ad affrontare le difficoltà senza lasciarci definire da esse.
Per questo vorrei che Il Bosco delle Luci Perdute lasciasse soprattutto un messaggio di speranza: il buio può far parte del viaggio, ma non rappresenta necessariamente la sua fine. Anche quando ci sentiamo smarriti, possiamo ritrovare una direzione, soprattutto se abbiamo accanto qualcuno disposto a camminare con noi.
E forse è proprio questo il significato più profondo delle luci perdute: non tutte le luci che crediamo di aver smarrito sono davvero spente. Alcune aspettano soltanto di essere ritrovate e riaccese.
9. Le avventure dei personaggi possono offrire ai bambini l’occasione di confrontarsi simbolicamente con paure, ostacoli e incertezze. Quanto è importante, secondo lei, aiutare i più piccoli a riconoscere le proprie emozioni attraverso la fantasia, senza proporre loro risposte già confezionate?
Da docente di Scienze Umane, questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore e che considero centrale nel percorso di crescita di ogni bambino.
La fantasia non è una fuga dalla realtà. Al contrario, può diventare uno spazio protetto nel quale il bambino incontra, attraverso i personaggi e le loro avventure, emozioni che appartengono anche alla sua vita: la paura, la rabbia, la tristezza, il senso di smarrimento, l’incertezza. La distanza offerta dal racconto gli permette di avvicinarsi a ciò che prova senza sentirsi sopraffatto e, poco alla volta, di imparare a riconoscerlo e a dargli un nome.
Credo però che sia fondamentale non offrire ai bambini risposte già confezionate. Una storia non dovrebbe dire loro che cosa devono provare o suggerire una soluzione valida per tutti. Dovrebbe piuttosto aprire domande, suscitare riflessioni e lasciare a ciascun bambino il tempo e lo spazio per trovare un significato personale.
È proprio da questa mia visione educativa e dalla mia esperienza di insegnamento che è nato anche Il Giardino delle Emozioni. In quel libro ho immaginato il mondo emotivo del bambino come un giardino: ogni emozione ha il diritto di esistere e di essere riconosciuta, anche quella che a prima vista ci sembra più difficile da accogliere. Perché non esistono soltanto emozioni “belle” da coltivare ed emozioni “brutte” da eliminare. Ci sono emozioni che hanno bisogno di essere comprese, ascoltate e attraversate.
Credo che le storie possano offrire ai bambini proprio questo: una piccola bussola emotiva. Non per indicare loro una strada obbligata, ma per aiutarli a orientarsi dentro ciò che sentono, a conoscersi meglio e, attraverso questa consapevolezza, a comprendere con maggiore sensibilità anche le emozioni degli altri.
Per me educare attraverso la fantasia significa proprio questo: non spiegare al bambino che cosa deve sentire, ma aiutarlo a trovare le parole per raccontare ciò che sente.
10. Tibaldo affronta il suo viaggio insieme agli amici. Quale valore attribuisce all’amicizia, alla collaborazione e alla solidarietà? In che modo una storia fantastica può aiutare i bambini a comprendere il rispetto delle differenze e l’importanza di sostenersi reciprocamente?
Nel viaggio di Tibaldo l’amicizia non è semplicemente un “volersi bene”, ma diventa qualcosa di concreto: esserci l’uno per l’altro, sostenersi nei momenti di difficoltà e imparare a riconoscere nelle differenze una ricchezza.
Nel Bosco delle Radici Antiche convivono personaggi molto diversi tra loro, per carattere, capacità e fragilità. C’è chi è più saggio, chi più impulsivo, chi sa muoversi velocemente e chi, come la talpa, riesce a orientarsi dove gli altri fanno fatica. Nessuno possiede tutte le qualità necessarie per affrontare il viaggio da solo. Ed è proprio questo uno dei messaggi che desidero trasmettere ai bambini: non dobbiamo essere perfetti e non dobbiamo saper fare tutto da soli. Ognuno di noi possiede qualcosa di prezioso e, quando impariamo a mettere insieme le nostre capacità, anche ciò che sembrava difficile può diventare possibile.
La fiaba permette di raccontare tutto questo in modo spontaneo, senza trasformarlo in una lezione. I bambini vedono i personaggi aiutarsi, aspettarsi quando qualcuno rimane indietro, avere paura, sbagliare e poi ripartire insieme. Comprendono così che accogliere l’altro non significa pretendere che sia uguale a noi, ma riconoscere il valore della sua unicità.
Per me è questo il significato più profondo dell’amicizia e della solidarietà: sapere che posso camminare con te senza chiederti di essere come me.
Ed è forse questo uno dei messaggi più importanti che una storia può lasciare a un bambino: le differenze non devono dividerci, possono diventare una ricchezza. Perché ciascuno porta con sé qualcosa di unico e, quando impariamo a condividerlo con gli altri, possiamo diventare più forti insieme.

Quarta parte – Educare attraverso la lettura
11. La letteratura per l’infanzia può contribuire alla formazione di cittadini più consapevoli, empatici e rispettosi. Quali valori ritiene indispensabile trasmettere oggi ai bambini attraverso i libri, in un mondo segnato da cambiamenti rapidi e relazioni spesso superficiali?
In un mondo che cambia a una velocità vertiginosa e che spesso ci spinge verso relazioni rapide e superficiali, credo che la letteratura per l’infanzia abbia un compito prezioso: non offrire risposte rigide, ma piantare semi di consapevolezza. Ci sono alcuni valori che considero vere e proprie bussole per aiutare i bambini a orientarsi nel mondo di oggi.
Prima di tutto, la gentilezza e l’empatia. Viviamo in una società che tende a premiare l’individualismo e la competizione, mentre abbiamo sempre più bisogno di riscoprire la cura, il rispetto e l’attenzione verso l’altro. Attraverso una storia, un bambino può imparare a guardare il mondo anche da un punto di vista diverso dal proprio, comprendendo che dietro ogni persona ci sono emozioni, fragilità e bisogni che meritano ascolto.
Un altro valore per me fondamentale è il rispetto per la natura e per le nostre radici. Il contatto con la terra, con gli animali, con il susseguirsi delle stagioni e con le tradizioni rischia talvolta di diventare sempre più distante dalla quotidianità dei bambini. Le storie possono aiutarli a ritrovare questo legame e a comprendere che facciamo parte di qualcosa di più grande: non siamo padroni del mondo, ma suoi custodi.
E poi c’è il valore della lentezza, che oggi considero quasi rivoluzionario. I bambini sono continuamente esposti a immagini, stimoli e sollecitazioni. Un libro, invece, chiede di fermarsi. Offre un tempo diverso, fatto di ascolto, immaginazione, domande e silenzi. Leggere significa anche concedersi il tempo di pensare, di fantasticare. Credo che sia questo uno dei doni più importanti che possiamo offrire attraverso i libri: non dire ai bambini che cosa dovranno diventare, ma dare loro strumenti per conoscersi, comprendere gli altri e imparare a guardare il mondo con curiosità, spirito critico e meraviglia. Un bambino che impara ad ascoltare le storie impara, un po’ alla volta, anche ad ascoltare la vita.
12. Quanto è importante che una storia lasci spazio alle domande, alla riflessione e all’interpretazione personale del bambino, invece di limitarsi a impartire una lezione morale? Come si può educare attraverso un racconto senza trasformarlo in una predica?
È d’importanza fondamentale. Se una storia si trasforma in una predica, rischia di perdere la sua magia e anche parte della sua efficacia educativa. I bambini hanno una sensibilità straordinaria e spesso percepiscono quando un racconto vuole soltanto impartire una lezione dall’alto. In quel momento il rischio è che la storia perda la capacità di coinvolgerli davvero.
Nelle mie storie preferisco lasciare che il messaggio emerga poco alla volta, perché credo che la narrazione debba funzionare come un seme, non come un’istruzione per l’uso. Il bambino deve poter incontrare la storia, riconoscersi nei personaggi, interrogarsi sulle loro scelte e arrivare anche a conclusioni che possono essere diverse da quelle di un altro bambino.
Per me educare attraverso una fiaba significa proprio questo: offrire mappe, non destinazioni obbligate. Il messaggio non ha bisogno di essere spiegato alla fine, perché può emergere dalle azioni dei personaggi, dalle loro scelte, dagli errori e dalle conseguenze di ciò che accade.
Significa anche avere fiducia nel bambino e considerarlo un lettore attivo, capace di fare domande, di cogliere sfumature e di attribuire alla storia un significato personale. A volte, proprio le interpretazioni dei bambini riescono a sorprendere noi adulti e a farci vedere nel racconto qualcosa che non avevamo considerato.
È allora che la storia diventa davvero uno spazio di dialogo: non dice al bambino che cosa deve pensare, ma gli offre la possibilità di pensare. E credo che sia proprio questa una delle forme più belle di educazione attraverso la lettura.
13. Se un insegnante volesse utilizzare Storie di nonno Alfredo o Il Bosco delle Luci Perdute in classe, quali percorsi laboratoriali suggerirebbe? Per esempio, attività di scrittura creativa, drammatizzazione, dialogo sulle emozioni o riflessioni sul rapporto con gli altri?
Da docente, credo che portare una storia in classe significhi soprattutto darle la possibilità di uscire dalle pagine. Storie di Nonno Alfredo e Il Bosco delle Luci Perdute possono certamente essere letti insieme ai bambini, ma possono anche diventare il punto di partenza per esperienze creative, emotive e relazionali.
Una delle attività che proporrei è la scrittura creativa, riprendendo proprio il modo in cui è nato Il Bosco delle Luci Perdute. I bambini potrebbero inventare un nuovo abitante del bosco, immaginandone l’aspetto e il carattere, ma anche una fragilità e una qualità particolare. In seguito, la classe potrebbe costruire insieme una nuova avventura nella quale ciascun personaggio mette a disposizione degli altri ciò che sa fare meglio. Sarebbe un modo divertente per stimolare l’immaginazione e, nello stesso tempo, sperimentare concretamente la collaborazione.
Trovo molto importante anche la drammatizzazione. Interpretare Tibaldo o uno degli altri abitanti del bosco permette al bambino di entrare nella storia e di vedere ciò che accade attraverso gli occhi di un altro personaggio. In questo modo si può parlare di paura, amicizia, fiducia, difficoltà e aiuto reciproco senza partire da definizioni astratte, ma da ciò che i bambini hanno vissuto attraverso il racconto.
Un’altra possibilità riguarda proprio le emozioni. Partendo dalla metafora delle luci perdute, si potrebbe chiedere ai bambini di rappresentare con una parola o un disegno una propria “ombra”, qualcosa che li preoccupa o li rende insicuri, e una propria “luce”, qualcosa che li rende felici, li rassicura o rappresenta un loro punto di forza. Naturalmente, la condivisione dovrebbe essere libera, perché credo sia importante offrire ai bambini uno spazio per esprimersi senza sentirsi obbligati a raccontare ciò che desiderano custodire per sé.
Infine, attraverso la figura di Nonno Alfredo, mi piacerebbe creare un ponte tra generazioni. I bambini potrebbero chiedere a un nonno, a una nonna o a un’altra persona anziana significativa di raccontare un gioco dell’infanzia, una tradizione, un ricordo o una piccola storia di vita. Una volta tornati in classe, questi racconti potrebbero essere raccolti attraverso parole e disegni, costruendo una memoria condivisa che metta in relazione scuola, famiglia e territorio.
Credo che la forza della lettura a scuola sia proprio questa: una storia non termina quando chiudiamo il libro. Può continuare nelle domande dei bambini, nei loro disegni, nel gioco, nella scrittura e, soprattutto, nel confronto con gli altri. È in quel momento che la fiaba smette di essere soltanto qualcosa da leggere e diventa un’esperienza educativa vissuta insieme.
Quinta parte – Il ruolo dell’autrice e il futuro
14. Il suo nuovo libro è finalmente disponibile su Amazon. Quali emozioni prova nel condividere con i lettori questo mondo fantastico e quale messaggio spera che bambini, genitori ed educatori possano portare con sé dopo la lettura?
Ogni nuovo libro è per me una grande emozione, perché quando una storia arriva nelle mani dei lettori ho la sensazione che inizi una vita che non appartiene più soltanto a me. Il Bosco delle Luci Perdute non è il mio primo libro: ne ho pubblicati quattro, tutti nati dal desiderio di unire la fantasia a un messaggio educativo. Ma ogni nuova pubblicazione conserva qualcosa di speciale. È il compimento di un viaggio e, nello stesso tempo, l’inizio di un altro: quello della storia che comincia a camminare con le proprie gambe.
La gioia più grande arriva proprio quando qualcuno mi racconta dove sono arrivate le mie storie. Sapere che ci sono insegnanti che le leggono in classe, educatori che portano le mie fiabe anche nelle case di cura per anziani, oppure genitori che le raccontano ai propri bambini prima di dormire, mi emoziona profondamente. Significa che quei personaggi, nati prima nella mia immaginazione e poi sulla pagina, sono riusciti a entrare nella quotidianità di altre persone.
Il messaggio che vorrei rimanesse ai bambini, ai genitori e agli educatori è soprattutto il valore della presenza e del tempo donato all’altro. Leggere insieme una fiaba non significa soltanto condividere delle parole. Significa fermarsi, ascoltarsi, guardarsi, fare domande e concedersi un tempo che appartiene davvero a chi lo sta vivendo.
Spero che le mie storie possano continuare a essere questo: uno spazio in cui ritrovarsi, emozionarsi e riscoprire il piacere autentico dello stare insieme.
Perché credo che, alla fine, la magia più grande di una fiaba non sia soltanto quella racchiusa nelle sue pagine, ma quella che nasce tra chi racconta e chi ascolta.
15. Vorrei fare una domanda che abbraccia entrambe le opere: se potesse lasciare ai bambini un insegnamento capace di accompagnarli nella vita, quale sceglierebbe? E quale ruolo sogna che i suoi libri possano avere?
Se dovessi lasciare ai bambini un unico insegnamento capace di accompagnarli nella vita, vorrei che imparassero fin da piccoli una cosa molto semplice, ma fondamentale: sbagliare non significa fallire.
L’errore non è la fine di un percorso, ma può diventare un’occasione per conoscersi, imparare e ricominciare.
Oggi viviamo in una società che ci chiede continuamente di essere all’altezza, efficienti, vincenti, quasi come se sbagliare fosse una debolezza. Anche i bambini possono avvertire molto presto questa pressione. Per questo credo sia importante insegnare loro che non devono essere perfetti per avere valore.
Cadere, sbagliare strada, avere paura o attraversare un momento di difficoltà, proprio come accade a Tibaldo e a tanti personaggi delle mie storie, fa parte del cammino. Ciò che conta è imparare a rialzarsi, chiedere aiuto quando serve, riconoscere i propri limiti e continuare a credere nelle proprie possibilità.
Ed è proprio questo il ruolo che sogno per i miei libri e per le fiabe che continuo a scrivere: vorrei che fossero piccoli rifugi del cuore e, allo stesso tempo, delle bussole tascabili. Luoghi nei quali bambini, genitori ed educatori possano ritrovare il coraggio di essere imperfetti, il valore della condivisione e la forza necessaria per ricominciare.
Se c’è qualcosa che vorrei rimanesse ai miei piccoli lettori è proprio questo: non abbiate paura di sbagliare strada. A volte è proprio mentre cerchiamo di ritrovarla che scopriamo qualcosa di importante su noi stessi. E anche quando tutto sembra più buio, possiamo sempre cercare dentro di noi e accanto agli altri una piccola luce da cui ripartire.
Mariella, attraverso i ricordi di nonno Alfredo e il viaggio incantato dello gnomo Tibaldo, hai creato uno spazio in cui il bambino non solo sogna, ma impara ad ascoltare le proprie emozioni e a guardare il mondo con occhi più consapevoli. Quanto è importante per te l’idea che educare attraverso le storie significhi coltivare la capacità di immaginare un mondo migliore e di contribuire a costruirlo?
Per me è un’idea fondamentale, perché racchiude il senso più profondo del mio scrivere e anche del mio essere docente. Le storie fanno sognare, certamente, ma credo che la loro forza non stia soltanto nel portarci per qualche istante lontano dalla realtà. Al contrario, possono aiutarci a guardarla con occhi nuovi.
Quando un bambino ascolta o legge una fiaba, non sta semplicemente riempiendo la propria immaginazione di personaggi e mondi fantastici. Sta sperimentando anche la possibilità che le cose possano essere diverse da come sono, che una difficoltà possa essere superata, che qualcuno possa scegliere di aiutare invece di voltarsi dall’altra parte, che ciò che sembra perduto possa essere ritrovato.
Perché prima di poter costruire un mondo migliore bisogna essere capaci di immaginarlo.
Ed è questo che vorrei trasmettere attraverso le mie storie: la consapevolezza che la gentilezza non è una debolezza, che prendersi cura dell’altro è una responsabilità che ci riguarda tutti e che anche il gesto apparentemente più piccolo può avere un valore.
Nei miei racconti può essere uno gnomo, una talpa, un bambino o uno dei tanti personaggi che abitano i miei universi narrativi a fare la differenza. Ed è proprio attraverso di loro che vorrei dire ai bambini: anche voi avete qualcosa da portare nel mondo. La vostra voce, la vostra sensibilità e le vostre scelte contano.
In fondo, è questo l’augurio con cui vorrei concludere: che i bambini non crescano pensando che il mondo sia qualcosa di già scritto, al quale devono semplicemente adattarsi. Vorrei che imparassero a considerarlo una storia ancora aperta, alla quale anche loro possono aggiungere una pagina fatta di rispetto, cura, coraggio e bellezza.









