Un’opera di ricerca botanica, illustrazione e recupero linguistico che restituisce valore alle conoscenze popolari e a una delle più antiche eredità culturali della Calabria.

Ci sono libri che si limitano a raccogliere informazioni e altri che, attraverso la ricerca, riescono a restituire un mondo. Piante officinali del Mediterraneo, pubblicato da Rubbettino nel dicembre 2025, appartiene a questa seconda categoria. È un’opera che parla di piante, delle loro caratteristiche, dei loro impieghi e delle loro proprietà, ma che, pagina dopo pagina, racconta anche la storia del rapporto fra l’uomo e la natura, il patrimonio delle conoscenze popolari, le abitudini di una società contadina e il valore di una lingua antica che ancora sopravvive nell’area ellenofona della Calabria.

Il volume, firmato da Orlando Sculli, Domenico Carteri e Salvatore Dieni, con prefazione di Francesco Macrì e Guido Mignoli, offre una prospettiva che supera i confini della botanica intesa in senso strettamente descrittivo. La ricchezza dell’opera nasce, infatti, dall’incontro fra competenze scientifiche, capacità illustrativa, memoria etnobotanica e attenzione per una tradizione linguistica che costituisce una parte preziosa dell’identità culturale calabrese.

La pianta: conoscerla, riconoscerla, comprenderne gli usi.

Il primo elemento che colpisce è la completezza delle schede. Ogni pianta viene presentata attraverso un insieme articolato di informazioni che accompagna il lettore dalla sua identificazione alla conoscenza delle sue caratteristiche e dei suoi possibili impieghi.

La descrizione riguarda l’aspetto della pianta, le sue parti, i frutti, gli ambienti in cui cresce e le altre informazioni botaniche necessarie a comprenderla. A queste si affiancano i dati relativi ai prodotti che se ne ricavano, alle modalità di utilizzo, ai principi attivi, alle proprietà riportate e ai nomi con cui la pianta è conosciuta nei diversi contesti linguistici e popolari. Un’attenzione specifica è riservata agli usi della medicina popolare calabrese, ricostruiti come parte di un patrimonio di esperienze e conoscenze trasmesse nel tempo.

Questa organizzazione rende il volume uno strumento di consultazione, ma anche un’opera di divulgazione. Il lettore non si trova davanti a un semplice elenco di specie vegetali: può seguire un percorso che mette in relazione la natura, la conoscenza scientifica e le esperienze maturate dalle comunità nel corso delle generazioni.

È importante, in questo contesto, distinguere la documentazione degli usi tradizionali dalla dimostrazione scientifica della loro efficacia terapeutica. Il valore del libro consiste anche nel conservare e descrivere queste pratiche, permettendo di conoscerle senza confondere la memoria della medicina popolare con la validazione clinica dei rimedi.

Le illustrazioni di Domenico Carteri: la botanica prende forma

Domenico Carteri

A rendere ancora più efficace il lavoro interviene la componente illustrativa, affidata a Domenico Carteri. Le tavole botaniche accompagnano le descrizioni con rappresentazioni accurate e ricche di particolari, dando forma visibile a ciò che il testo spiega.

L’illustrazione, in un’opera di questo genere, non è un semplice ornamento. È parte del processo di conoscenza: aiuta a riconoscere le piante, a osservare le loro caratteristiche e a collegare le parole alle forme della natura. Foglie, fiori, frutti e particolari vegetali diventano elementi di un racconto visivo che affianca e completa la descrizione scientifica.

La qualità del disegno contribuisce così alla funzione divulgativa del volume. Anche chi non possiede una preparazione specialistica può avvicinarsi al mondo botanico attraverso immagini che invitano all’osservazione e rendono più immediato il rapporto fra la pagina e la realtà.

La pianta descritta non rimane un’entità astratta: diventa qualcosa che il lettore può imparare a riconoscere, ritrovare nell’ambiente e comprendere meglio.

Orlando Sculli e il rigore della descrizione scientifica

Orlando Sculli

La componente scientifica costituisce l’ossatura dell’intero lavoro. Il contributo di Orlando Sculli si esprime nella ricchezza e nell’organizzazione delle informazioni botaniche e descrittive, necessarie a dare solidità al repertorio.

La completezza delle schede permette di affrontare le singole specie da più punti di vista, senza separare artificiosamente la descrizione della pianta dalle informazioni che ne aiutano la comprensione. Le caratteristiche botaniche convivono con i dati relativi agli ambienti di crescita, ai prodotti ricavabili e alle conoscenze tradizionali, componendo un quadro ampio e articolato.

È questa integrazione a conferire al volume la sua fisionomia particolare: la divulgazione non rinuncia alla precisione e la tradizione non viene trattata come un semplice ricordo folkloristico. Entrambe trovano posto in una struttura ordinata, pensata per documentare e trasmettere conoscenze.

Il contributo di Salvatore Dieni: la lingua greco-calabra incontra i caratteri greci moderni

Salvatore Gennaro Dieni

Uno degli aspetti più significativi e originali dell’opera è il bilinguismo delle schede, redatte in italiano e in greco di Calabria. La seconda versione viene scritta utilizzando i caratteri greci moderni, una scelta che richiede attenzione linguistica e una specifica riflessione sul rapporto fra suoni, parole e sistema di scrittura.

Il merito di questo lavoro è del professor Salvatore Dieni, che ha affrontato il problema di rendere graficamente la lingua greco-calabra attraverso l’alfabeto greco moderno. Non si tratta semplicemente di sostituire lettere italiane con lettere greche. Occorre individuare combinazioni grafiche capaci di riprodurre, per quanto possibile, i suoni della parlata locale, rispettandone le peculiarità fonetiche e la sua storia.

La lingua greco-calabra, conosciuta anche come grecanico, rappresenta infatti una delle testimonianze più preziose della lunga presenza greca in Calabria. È una lingua minoritaria di antica origine, conservata attraverso la vita delle comunità, la comunicazione quotidiana, la poesia e le espressioni della cultura locale. La sua trasmissione è stata affidata per secoli soprattutto alla voce, alla famiglia e alle relazioni fra le persone.

Trascriverla significa affrontare una questione che non è soltanto tecnica. Significa chiedersi come una lingua tramandata oralmente possa trovare una rappresentazione scritta capace di renderla leggibile, studiabile e trasmissibile anche a chi verrà dopo di noi.

Il lavoro di Dieni assume dunque un significato che va oltre le esigenze pratiche del volume. La scelta dei caratteri greci moderni offre una modalità di scrittura attraverso cui documentare la lingua e renderne più accessibile lo studio. Le soluzioni adottate per rappresentare suoni specifici testimoniano la necessità di confrontare il sistema fonetico del greco-calabro con le possibilità offerte dall’alfabeto utilizzato.

Quando il lessico tradizionale non dispone di termini adeguati a esprimere concetti botanici o scientifici contemporanei, il confronto con il greco moderno può inoltre offrire risorse linguistiche utili. È importante che tale passaggio sia affrontato con consapevolezza, distinguendo il patrimonio lessicale locale dalle forme introdotte per rispondere a esigenze nuove. La lingua non viene così costretta entro un’immagine immobile del passato, ma messa in condizione di confrontarsi con il presente.

È proprio qui che il bilinguismo acquista il suo significato più profondo. Il greco-calabro non compare nel libro come una curiosità marginale, né come una testimonianza relegata a un capitolo introduttivo. È presente nelle singole schede, accanto all’italiano, e partecipa alla trasmissione delle conoscenze botaniche. La lingua diventa così uno strumento vivo di descrizione del mondo.

Bova Marina, Bova, Condofuri e Roghudi: un territorio che custodisce la propria storia

Il legame fra il volume e il territorio nel quale si colloca il lavoro assume un’importanza particolare. Bova Marina, Bova, Condofuri, Roghudi e gli altri centri dell’area ellenofona costituiscono il contesto umano e culturale in cui la memoria della lingua greco-calabra continua a essere custodita.

È un territorio in cui il paesaggio mediterraneo non può essere separato dalla storia delle comunità che lo abitano. Le piante appartengono all’ambiente naturale, ma appartengono anche alla cultura: hanno nomi locali, entrano nelle abitudini domestiche, sono associate a pratiche di lavoro, a rimedi tramandati, a racconti e a esperienze condivise.

Per questo motivo, un repertorio delle piante mediterranee che dedica attenzione anche alle specie e alle denominazioni conosciute nell’area ellenofona calabrese acquista un valore specifico. La dimensione mediterranea costituisce l’orizzonte più ampio; quella locale offre il luogo concreto nel quale la ricerca incontra una storia linguistica e sociale ancora riconoscibile.

Non si tratta di chiudere la cultura greco-calabra entro i confini di pochi paesi, ma di riconoscerla come parte di una storia più vasta, nella quale il Mediterraneo è stato per secoli uno spazio di scambi, incontri e sedimentazioni culturali.

La lingua e le piante diventano, da questo punto di vista, due forme complementari di memoria. Entrambe conservano tracce del passato; entrambe possono andare perdute se non vengono documentate e trasmesse.

Le piante e la vita quotidiana: il sapere che nasce dall’esperienza

Il volume permette anche di riflettere su un mondo che il progresso economico e le trasformazioni sociali hanno profondamente modificato.

Per le generazioni che vivevano prevalentemente di agricoltura e di lavoro manuale, conoscere le piante significava possedere un sapere necessario. Si imparava a riconoscerle, a distinguerle, a individuare i luoghi in cui crescevano e a sapere quando raccoglierle. Alcune erano utilizzate nell’alimentazione, altre nella preparazione di rimedi tradizionali, altre ancora per ricavarne materiali destinati alle attività domestiche e artigianali.

La conoscenza delle piante tintorie, per esempio, richiama il rapporto fra il mondo vegetale e la lavorazione dei tessuti: i colori dei filati, la lana e le tecniche di tintura appartenevano a un sistema di competenze che univa risorse naturali, abilità manuale ed economia familiare. Erano conoscenze che si apprendevano attraverso la pratica e che passavano da una generazione all’altra, spesso senza lasciare documenti scritti.

Ricostruire questi impieghi significa recuperare una parte della storia materiale delle comunità. Dietro una pianta si possono ritrovare il lavoro delle donne e degli uomini, le consuetudini familiari, le necessità economiche e la capacità di utilizzare le risorse offerte dall’ambiente.

È un passato che tuttavia non va idealizzato. La vita di un tempo era segnata anche dalla fatica, dalla scarsità di mezzi e dalla necessità di affrontare problemi che oggi trovano risposte differenti. Ma proprio per questo le conoscenze maturate allora meritano di essere studiate: rappresentano una testimonianza dell’ingegno umano, dell’adattamento all’ambiente e della capacità di costruire un sapere a partire dall’esperienza.

Le schede del volume contribuiscono a sottrarre queste conoscenze all’oblio, organizzandole in una forma che può essere consultata, confrontata e trasmessa.

Un libro di divulgazione, ma anche un’opera di conservazione culturale

La forza di Piante officinali del Mediterraneo risiede nella capacità di far dialogare ambiti che spesso vengono trattati separatamente. La botanica offre gli strumenti per descrivere le specie; le illustrazioni rendono visibili le loro caratteristiche; l’etnobotanica ricostruisce il rapporto fra le piante e le comunità; la lingua conserva i nomi, le distinzioni e le tracce di una cultura.

Questi elementi, insieme, fanno del volume qualcosa di più di un manuale di consultazione. L’opera può essere letta anche come un archivio di memoria culturale, nel quale le informazioni scientifiche convivono con le testimonianze delle conoscenze popolari e con il tentativo di preservare una lingua antica.

Il bilinguismo assume qui una funzione concreta: permette di affiancare alla terminologia italiana una versione in greco-calabro, offrendo un esempio di come una lingua minoritaria possa essere impiegata anche in un ambito specialistico e divulgativo. Non soltanto nei versi poetici o nelle espressioni della tradizione orale, dunque, ma anche nella descrizione sistematica del mondo naturale.

È un modo per contrastare l’idea che le lingue locali appartengano esclusivamente al passato e non possano affrontare argomenti complessi. Ogni tentativo rigoroso di documentarle e utilizzarle in nuovi contesti contribuisce ad ampliare le possibilità della loro trasmissione.

Naturalmente, un libro da solo non può garantire la sopravvivenza di una lingua o di un patrimonio di conoscenze. Può però offrire uno strumento importante a insegnanti, studiosi, studenti, appassionati e comunità locali, mettendo a disposizione materiali da leggere, discutere e valorizzare.

Ritornare al passato per costruire il futuro

C’è infine una ragione più generale per guardare con interesse a un’opera di questo genere. In un’epoca nella quale molte conoscenze vengono rapidamente sostituite, semplificate o dimenticate, recuperare il rapporto fra natura, lingua e vita quotidiana significa interrogarsi su ciò che una società decide di conservare.

La modernità non richiede di rinunciare alla memoria. Al contrario, la conoscenza del passato può aiutare a comprendere meglio il presente, a riconoscere il valore delle risorse naturali e a considerare le culture locali come patrimoni da studiare, non come residui destinati a scomparire.

Le piante mediterranee raccontano una storia biologica, ma anche umana. I loro nomi parlano di lingue e di territori; i loro usi ricordano economie e abitudini; le descrizioni scientifiche permettono di conoscerle con maggiore precisione. E la scelta di trascrivere il greco-calabro in caratteri greci moderni mostra che anche un’eredità antica può essere affrontata con strumenti contemporanei.

È in questo incontro che il libro trova la sua ragione più profonda: non separare la ricerca scientifica dalla memoria popolare, né la divulgazione dalla tutela culturale. Restituire conoscenza al passato significa renderlo disponibile al presente e consegnarlo, con strumenti nuovi, alle generazioni future.

Perché conoscere le piante significa anche conoscere le persone che hanno imparato a vivere con esse; e salvaguardare una lingua significa conservare un modo particolare di nominare, interpretare e raccontare il mondo.

In questa prospettiva, Piante officinali del Mediterraneo è insieme un ritorno alle radici e un’apertura verso il futuro: un’opera nella quale la scienza incontra la tradizione, l’immagine accompagna la parola e la grecità di Calabria trova nuove occasioni per essere conosciuta e trasmessa.

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ultima di copertina

Dati bibliografici

Piante officinali del Mediterraneo, Orlando Sculli, Domenico Carteri, Salvatore Dieni; prefazione di Francesco Macrì e Guido Mignoli. Rubbettino, 2026.