Nel respiro lento del Sud, dove il mare custodisce segreti antichi e la luce accarezza le cose come un ricordo mai svanito, nasce l’arte di Tina Nicolò. Non come gesto improvviso, ma come fioritura silenziosa dell’anima, come una voce che emerge dalle profondità e si fa colore, forma, visione. Le sue tele non si limitano a mostrarsi: sussurrano.
Raccontano storie che non sempre hanno parole, ma che si riconoscono nei battiti del cuore. I colori caldi, intrisi di Mediterraneo, ardono come tramonti sospesi, mentre sfere fredde e mutevoli attraversano lo spazio pittorico come pianeti lontani. È un equilibrio fragile e potente, un dialogo continuo tra luce e ombra, tra ferita e rinascita.
Nell’universo di Tina, l’arte diventa rifugio e rivelazione. Le sue opere danno forma ai disagi interiori, alle crepe invisibili dell’esistenza, ai drammi sociali che troppo spesso restano ai margini dello sguardo. Donne, bambini, solitudini: figure che emergono come apparizioni, portando con sé il peso e la dignità del vivere. Eppure, anche nel dolore, si intravede sempre una soglia di bellezza, una possibilità di riscatto, come se ogni quadro custodisse una promessa. Ma il sogno dell’artista non si ferma alla tela. Si fa gesto concreto, presenza viva, incontro.
Nel progetto A.ge.di, nato come un seme nel 2005, l’arte si apre agli altri, diventa casa, diventa spazio condiviso. Bambini, adulti, persone con disabilità si ritrovano in un laboratorio che è insieme officina creativa e luogo dell’anima. Tra colori, pietre e presepi, accade qualcosa di invisibile e prezioso: il riconoscersi, il sentirsi parte di un disegno più grande. E come in ogni racconto che merita di essere ascoltato, c’è un’immagine che resta sospesa nel tempo: un ragazzo autistico che, dopo lunghi anni di attesa, posa finalmente il colore sulla superficie. In quel gesto, fragile e immenso, vive tutta la poesia dell’arte di Tina: la pazienza che diventa fiducia, il silenzio che si trasforma in espressione, l’attesa che si
fa luce.
Il suo cammino attraversa luoghi lontani e riconoscimenti importanti, fino a sfiorare orizzonti internazionali come New York, e a lasciare tracce nella sua terra d’origine, dove un’opera diventa patrimonio condiviso. Ma il vero viaggio è un altro: è quello che costruisce legami, che intreccia storie, che restituisce valore a una comunità. Attraverso il suo impegno, anche nel mondo digitale, la pittrice custodisce e racconta la memoria artistica della Calabria, come una narratrice di bellezza dimenticata. Ogni artista evocato, ogni opera condivisa, è un filo che ricuce il tempo, che restituisce voce a ciò che rischierebbe il silenzio. Così, tra sogno e realtà, tra denuncia e carezza, Tina Nicolò continua a camminare. E la sua arte, come una stella discreta, illumina senza clamore, guidando lo sguardo verso ciò che conta davvero. Perché il Sud non è soltanto un luogo: è uno stato dell’anima. E in quell’anima, fatta di luce e nostalgia, di radici e desiderio, esistono artisti capaci di trasformare il dolore in canto, e la vita in visione. Tina Nicolò è una di queste presenze rare: un sogno che ha imparato a restare.

Ecco di seguito l’intervista alla pittrice Tina Nicolò
- Nel panorama contemporaneo, il figurativo viene spesso messo in discussione: cosa
significa oggi, per te, scegliere di restare fedele a questa forma espressiva?
Nel panorama contemporaneo ancora il figurativo è realizzato da tanti artisti, la mia pittura è stata agli inizi del mio percorso artistico prettamente figurativo non accademico ma, spesso surreale e figurativo- astratto con l’utilizzo di varie tecniche. Da alcuni anni, le mie opere sono anche astratte ed informali, non condizionate, nella libera scelta, esigenza dettata da un’evoluzione necessaria alla mia espressione artistica, quindi non mi ritengo fedele al figurativo ma seguo la mia ispirazione in base ad uno stato emotivo d’ animo che racconta un contesto sociale o la mia vita personale. - Il tuo lavoro si inserisce in una tradizione ma anche in un presente in continuatrasformazione: come dialogano memoria e contemporaneità nelle tue opere?
Come ho dichiarato precedentemente le mie opere sono testimoni di ciò che vivo ed utilizzo sia il figurativo -astratto che l’arte informale, cambiamento avvenuto nel corso degli anni. - Nel corso della tua carriera hai attraversato contesti espositivi diversi, sia in Italia che all’estero: quali differenze hai percepito nel modo in cui il pubblico si relaziona alla tua arte?
Ho esposto all’ estero diverse volte, New York, Lisbona, Parigi, Barcellona di Spagna. Il pubblico e i critici d’arte hanno sempre apprezzato le mie opere innovative, con tecniche diverse segno di preparazione e non improvvisazione. Sia a New York che a Barcellona ho avuto due premi importanti, in Spagna ho rappresentato due mie opere dipinti sui vestiti ed accessori, in una sfilata di Moda internazionale, portando l’Arte in passerella in streaming mondiale. - Pensi che esista ancora una specificità territoriale nell’arte, o viviamo ormai in un linguaggio globale?
Esiste una specificità territoriale ma l’Arte Contemporanea ultimamente ha un linguaggio globale attraverso la pittura astratta, informale e digitale, causa di Pittori occasionali senza una formazione e competenza artistica. - La tua ricerca pittorica sembra mantenere un legame con l’esperienza reale: quanto conta l’osservazione del quotidiano nel tuo processo creativo?
Un’ opera d’arte è tale perché ha contenuti di contesti sociali o personali, è testamento di ciò che si vive, senza questo sarebbe solo decorazione o copia- incolla. Il vissuto, la percezione della realtà è per me basilare … così nasce la mia “voglia” di prendere un pennello e dipingere, raccontarmi …raccontare il bello e il brutto! Esprimere attraverso il linguaggio pittorico la profondità dell’anima senza limiti. - Il riconoscimento istituzionale — premi, selezioni, pubblicazioni — ha accompagnato il tuo percorso: in che modo questi elementi incidono (o non incidono) sulla libertà artistica?
Io dipingo perché è la mia espressione autentica del mio essere non per ricevere premi, questi gratificano dopo anni di lavoro dedicati solo all’ Arte sicuramente ma… io e l’Arte siamo
imprescindibili, non esistiamo senza l’una per l’altra! È un amore che mi accompagna da sempre, sin dalla giovanissima età, sarà nel mio DNA, ho avuto sempre la necessità di esprimermi attraverso questo potente mezzo comunicativo visivo che “entra” nel cuore. - L’artista oggi deve anche sapersi “posizionare” nel sistema dell’arte, oppure può ancora sottrarsi a queste logiche?
Per me si può sottrarre a queste logiche, sarebbe una forzatura, fare Mostre, Personali di pittura però è l’unico mezzo per fare conoscere la propria Arte. La mia è stata sempre una scelta voluta e cercata. - Molte delle tue opere entrano in relazione con il pubblico in modo diretto: che tipo di sguardo cerchi nello spettatore?
Io dipingo per me stessa, è come scrivere un libro, comunicare! Se arriva allo spettatore sono ben felice di aver dato emozioni e riflessioni sul contenuto della mia opera. - Preferisci una lettura immediata o un’esperienza più stratificata e complessa? Preferisco un’esperienza più stratificata e complessa.
- Il tuo impegno nel sociale attraverso la pittura suggerisce una visione dell’arte come strumento attivo: quali pensi sia oggi la responsabilità culturale dell’artista?
L’ arte-terapia che io svolgo presso l’Agedi di R.C. (Associazione genitori adulti e ragazzi disabili) è un mezzo efficace per l’autostima ed autodeterminazione personale. Ho riscontrato un beneficio umano e sociale dei miei allievi! Tanto lavoro ma tante soddisfazioni con risultati inaspettati: inclusione ed opportunità, questo il mio obiettivo da sempre!
- L’arte deve prendere posizione o limitarsi a osservare?
Ha un ruolo importante come ogni forma di Arte: riflessione, pausa, Bellezza, comunicazione. - Nel tuo percorso emergono sia dimensioni individuali sia collettive: quanto è importante, per te, il dialogo con altri artisti e con le realtà associative?
L’ Arte deve prendere posizione, lasciare messaggi e contenuti che posso arricchire e pensare! - La dimensione condivisa arricchisce o rischia di diluire l’identità personale?
Il dialogo con altri artisti e le associazioni è sempre confronto, ognuno di noi è unico, l’esperienza degli altri, l’ascolto è momento di crescita e guardare altri orizzonti. - Guardando alla tua produzione nel suo insieme, esiste una continuità riconoscibile o preferisci pensare al tuo lavoro come a una serie di trasformazioni?
Non sempre la dimensione condivisa arricchisce, l’artista è individualista. Dico per me…ho bisogno dei miei spazi in solitudine, che non contaminano ciò che sono e voglio raccontare. - C’è qualcosa che senti di aver definitivamente superato nel tuo linguaggio artistico?
Si, certamente! Sono più disinvolta, audace nell’ uso dei colori e delle forme, senza schemi ma solo istinto emozionale! - Può essere uno spazio di resistenza, di lentezza, o deve inevitabilmente adattarsi ai nuovi linguaggi visivi?
È una questione personale, l’adattamento non è mai bello …ogni evoluzione deve avvenire spontaneamente. - Se dovessi collocare oggi la tua ricerca all’interno di un discorso più ampio sull’arte contemporanea, quali sarebbero i riferimenti o le tensioni con cui senti di dialogare?
I contesti sociali non possono passare nell’ indifferenza, guerre, violenze di genere,
discriminazioni ed ingiustizie sociali! Spesso le mie opere hanno “parlato” di questo e continuerò a farlo. - Se il tempo potesse attraversare i tuoi colori, quale traccia vorresti che lasciasse nel cuore di chi guarda?
Bella domanda! Attraverso i colori del mio mare, dinamico, caotico, cangiante, immenso, agitato, imprevedibile, infinito…guardando il mare si ricordassero il dialogo che ho avuto dipingendo… lì c’è tutto l’inizio, la fine…la natura che nonostante tutto è la ” madre” del mondo!









