Ci sono luoghi che non si visitano: si attraversano come sogni. La Casa degli Artisti di Sant’Ilario dello Ionio è uno di questi. Appare tra i vicoli antichi, in via Marconi, come una visione gentile: una casa che ha deciso di non essere più soltanto casa, ma racconto, memoria, respiro. È aperta a chi sa fermarsi, la mattina, tra le 10;00 e le 12.30, e nel pomeriggio, dalle 16.30 alle 19.30, come se anche il tempo avesse imparato a rispettare il ritmo lento della meraviglia. Le pareti non contengono: parlano. Si aprono in colori, in figure che sembrano uscire dalla calce per inseguire la luce. Le mura della Casa degli Artisti sono state dipinte da artisti provenienti da ogni parte d’Italia, mani diverse unite da uno stesso respiro creativo. Su quelle superfici riaffiorano gli anni ’60, ’70 e ’80, raccontati attraverso volti, gesti e scene di vita quotidiana: una memoria che non si è mai dissolta, ma continua a vivere nei colori.

Sulla facciata, le immagini si fanno racconto mitico e identitario: figure tridimensionali emergono come presenze silenziose, tra cui il murale di Persefone e quello di Nosside, evocazioni della Magna Grecia. Accanto a divinità e personaggi storici, trovano spazio artigiani, contadini, figure popolari calabresi.

A vegliare sull’ingresso, come nume tutelare, c’è il ritratto della nonna Carmela: uno sguardo che accoglie e protegge, memoria viva di una promessa mantenuta. A lei, Renato Mollica aveva giurato di donare arte, bellezza e fare sorridere sempre i bambini. Qui il tempo non scorre in linea retta. Si raccoglie, si stratifica, ritorna.

Nella “casa del fuoco” si avverte ancora il calore del focolare, dove un tempo si cucinava per vincere il freddo dell’inverno. Terracotte, utensili, oggetti quotidiani raccontano una vita semplice e antica, fatta di gesti ripetuti e silenzi condivisi. E poi, improvvisamente, una terrazza si apre sull’infinito: il mare Ionio distende il suo azzurro come una promessa. È qui che, nelle sere d’estate, la casa si trasforma in un palcoscenico sospeso tra cielo e terra: concerti non convenzionali — jazz, musica etnica — risuonano tra le pietre, mentre il vento porta lontano le note.

Al centro di questo gesto poetico c’è ancora Renato Mollica, custode discreto di un incanto collettivo. Direttore artistico dell’Epizephiry International Film Festival e insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica, egli continua a intrecciare linguaggi e visioni, promuovendo anche il mondo dei libri attraverso numerose iniziative culturali. Le tre case ereditate dalla nonna sono diventate uno spazio educativo e inclusivo, dove i bambini si siedono in cerchio ad ascoltare le fiabe di Pinocchio, o riscoprono giochisemplici che parlano di comunità e immaginazione.

E proprio Pinocchio, qui, smette di essere soltanto racconto e diventa presenza. Non dipinto, ma quasi reale: due sculture a grandezza naturale accolgono i visitatori come silenziosi custodi dell’infanzia. Sembrano usciti direttamente dalle mani del falegname della fiaba, con il legno che conserva ancora il respiro della bottega.

Il manufatto principale, alto un metro e venti, porta la firma dell’artista Giovanni Leonetti, noto come il “Geppetto calabrese”, che ha donato al centro culturale una delle sue opere dedicate al burattino collodiano. Questi Pinocchi non sono semplici sculture: sono presenze vive, capaci di risvegliare stupore. “Sono richiestissimi dalle scuole”, racconta Renato Mollica. “Molti istituti mi contattano, e io racconto la storia anche con il teatrino kamishibai di legno. I ragazzi ne sono entusiasti”.

In un tempo in cui i bambini crescono tra schermi e immagini veloci, incontrare Pinocchio in carne di legno diventa un’esperienza inattesa, quasi magica. È un ritorno a una narrazione antica, fatta di voce, ascolto e immaginazione. “Piace perché i bambini conoscono solo personaggi, che non trasmettono messaggi profondi. Non sono più abituati alle fiabe tradizionali, che noi abbiamo imparato dai nonni. Vedere un burattino così, per loro, è una sorprendente novità”. La Casa degli Artisti non espone soltanto: accoglie, trasforma, restituisce.


Ogni visitatore lascia una traccia, e quella traccia resta. Nel cuore della casa vive una biblioteca dedicata agli autori calabresi, dove le parole di Corrado Alvaro e Saverio Strati dialogano con quelle di voci meno note, in un intreccio continuo di memoria e scoperta. Tra gli spazi più originali emerge la stanza delle mattonelle dipinte, un’esposizione unica in Calabria: una collezione in continua crescita, che oggi conta già decine di opere. Piccole o grandi, fino a dimensioni sorprendenti, queste mattonelle arrivano da artisti e appassionati, ognuna portando con sé un frammento di visione.


La Casa degli Artisti è ormai un centro culturale vivo, attraversato da residenze artistiche, eventi e collaborazioni con associazioni e istituzioni. Forte è anche il legame con le scuole, segno di una continuità, che guarda al futuro senza dimenticare le radici. In un’epoca che spesso dimentica i margini, questo spazio restituisce dignità al dettaglio, al piccolo, all’appartato.


Sant’Ilario dello Ionio non è più soltanto un punto sulla mappa, ma una soglia. E oltre quella soglia, l’arte non è più distanza, ma prossimità. È un gesto quotidiano, una possibilità. Forse è questo il segreto della Casa degli Artisti: ricordarci che anche i luoghi possono sognare. E che, a volte, basta entrare in una casa per ritrovare un pezzo di sé che credevamo perduto. È una scelta che si radica in una parola antica e luminosa: “restanza”. Un concetto caro all’antropologo Vito Teti, che Mollica ha fatto proprio come gesto di appartenenza e responsabilità. Restare non come immobilità, ma come atto poetico e consapevole; non come chiusura, ma come apertura profonda verso la propria terra, ascoltata, attraversata, amata. “La nostra Calabria è una terra in cui possiamo rivivere diverse contaminazioni, dai Greci di Calabria alle civiltà arbëreshë. Ho scelto di restare nella mia terra e di promuovere la cultura.


Spesso vado in giro in moto con il mio taccuino e la stilografica, annotando le bellezze del territorio. Mi piace parlare con la gente e ascoltare – ha dichiarato Renato Mollica”. E così, quando si esce dalla Casa degli Artisti, non si ha davvero la sensazione di aver lasciato un luogo, ma piuttosto di portarlo con sé. Come un colore rimasto negli occhi, come una storia che continua a raccontarsi in silenzio. Forse perché quella casa non chiede di essere ricordata, ma di essere vissuta — anche lontano, anche dopo. E mentre il mare ionico continua a respirare sotto il cielo, e i vicoli tornano al loro passo antico, resta una certezza lieve: che esistono ancora spazi capaci di custodire sogni senza trattenerli, di accendere bellezza senza consumarla. Luoghi in cui l’arte non è rifugio, ma partenza. Dove ogni ritorno è una promessa, e ogni promessa ha il suono discreto di qualcosa che, finalmente, ci somiglia.