Esiste una forma di razzismo grave almeno quanto quella biologica, ed è il razzismo delle menti.

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Si può osservare oggi una quota di circa il 10% della popolazione che presenta un carattere cosi detto introverso. L’introverso è sovente ricco di qualità come la sensibilità sociale, morale ed estetica, la disposizione all’uso di facoltà astrattive e simboliche, la tendenza ad inibire piuttosto che esibire le emozioni e le idee; con conseguenze di tipo sia morale che intellettuale. Sul piano morale, una certa tendenza al riserbo, alla prudenza, al rispetto; su un piano intellettuale una disposizione alla curiosità e al gioco introspettivo, alla contemplazione, alla fantasia e all’immaginazione; nonché un’attitudine generica all’elaborazione soggettiva delle informazioni. 

Se fosse inquadrata sulla base di queste ricche disposizioni psicologiche, l’introversione potrebbe uscire dal cono d’ombra in cui è tuttora relegata. Nondimeno, ovunque si ponga attenzione, dall’istituzione scolastica al parlare comune, dalla carta stampata a internet, l’introversione è assimilata alla timidezza, alla ritrosia e persino alla superbia e all’ostilità. È dunque ancora sentita e descritta sulla base di un pregiudizio arcaico, di natura pre-scientifica, pre-psicologica. 

Nei fatti la società attuale privilegia in ogni campo gli atteggiamenti estroversi: l’adattamento e il conformismo sociale e morale, la superficialità negli intrattenimenti e nella cultura, la reattività emotiva immediata, l’impulsività di azione, l’oggettivismo epistemologico (ciò che ci fa dire “Questo è vero!”) e morale (“Questo è giusto!”), la cordialità e l’apertura (anche superficiali), il pragmatismo, l’esibizione assertiva delle proprie qualità, l’attitudine al confronto e alla competizione. 

All’interno di questo cono d’ombra l’introversione, lungi dall’essere riconosciuta per ciò che è – una modalità esistenziale e una strategia d’individuazione (un modo come un altro per difendere e accrescere la propria identità) – e lungi dall’essere acquisita dalla cultura corrente come un dato puro e semplice, viene il più delle volte gravata di giudizi di valore negativi, in grado di compromettere non solo una buona integrazione ma anche, e di conseguenza, l’evoluzione sana e autonoma della personalità. Il mondo, dunque, è degli estroversi, che fanno il buono e cattivo tempo, imponendo per di più il loro modo di essere come parametro della normalità. 

Gli introversi, che spesso hanno delle ricche potenzialità emozionali e intellettive, vivono in un cono d’ombra, defilati, frustrati, infelici. Fatalmente contagiati dal codice culturale prevalente, essi stessi finiscono per ritenersi inadeguati, meno capaci degli altri, gravati da tratti di carattere che, quando non patologici, giudicano comunque inadatti. Ciò li induce a nutrire un sordo risentimento nei confronti della natura, responsabile di un carattere che crea solo problemi, associato spesso ad una rabbia più o meno consapevole nei confronti della società che li umilia e li emargina. Alcuni, come non bastassero le sollecitazioni esterne ad essere “normali”, tendono a adottare, per mimetizzarsi, dei moduli comportamentali estroversi. Nella misura in cui ci riescono, realizzano tutt’al più un “falso sé”, una caricatura del loro vero essere. 

La supremazia sociale dell’estroverso, con la conseguente emarginazione (e auto-emarginazione!) dell’introverso riflette, dunque, di una precisa gerarchia di valori. Si tratta di una gerarchia di valori banale, appiattita sugli schemi sociali attualmente più in voga, che risentono dell’andamento di una società orientata ai valori di mercato. La “brillantezza”, ossia la capacità di sapersi vendere; la “volontà comunicativa”, cioè la deferenza verso l’atto di scambio; la “solidarietà”, intesa come costrizione all’attivismo sociale; il “pragmatismo” e l’”utilitarismo”, adeguati a realizzare l’uso insensibile dell’altro essere umano e dunque il perseguimento del mito conformistico del successo, sono i valori dominanti, più facilmente assimilabili da individui poco riflessivi piuttosto che da individui inclini alla sensibilità, al distacco intellettuale e all’intelligenza critica. 

Occorre, dunque, modificare questa banale gerarchia di valori. In che modo?  Creando dei paradossi. 

Il primo paradosso consiste nello svelare che l’introversione esiste in quanto esprime attitudini biologiche altamente specifiche, necessarie alla sopravvivenza della specie umana nel suo complesso, attitudini che hanno pertanto un valore oggettivo. In un certo senso, l’attitudine introversiva rappresenta l’ultima e più moderna sfida che la specie umana abbia lanciato a se stessa, ad una specie che finora ha espresso il meglio di sé nel campo delle tecniche di dominio della natura.

L’introverso si volge dentro di sé perché là trova il suo ambiente elettivo: un mondo straordinariamente suggestivo e complesso nel quale gode del gioco combinatorio dei suoi oggetti mentali e confronta gli oggetti presenti nel mondo esterno con i prodotti della sua riflessione. 

L’introverso, dunque, possiede l’attitudine a trasformare la sua sensibilità e intelligenza in concetti culturali; quindi ad usare il “mondo ideale” costruito dentro di sé sia per valutare il mondo reale (capacità critica), sia per creare un mondo nuovo (anche solo virtuale) qualora il mondo reale fosse insufficiente in qualche sua parte (capacità creativa). L’introverso dunque é sempre un individuo riflessivo (e in ciò esprime la sua capacità critica); ma é spesso anche un individuo creativo (e in ciò esprime la sua capacità d’invenzione e di rinnovamento del mondo). Egli giudica e inventa meglio di quanto in genere sappia fare l’estroverso. 

Se si ammette questo primo paradosso, ne consegue un secondo, ancora più interessante, per il quale il concetto stesso di introversione viene a mutare radicalmente di segno. 

Se i prodotti dell’introversione hanno un valore d’uso (psicologico) e un valore di scambio (in quanto prodotti culturali) allora, per natura, l’introverso dovrebbe oggettivare la sua attività psichica. Cioè, anziché isolarsi trasformando la sua attitudine in una patologia, dovrebbe seguire l’impulso naturale, che é quello di aprirsi al mondo secondo le sue attitudini specifiche. Oggettivare significa allora far cadere la stessa distinzione fra interno ed esterno. Se vedo la cosa dal punto di vista della psiche, nel momento in cui io, soggetto introverso, mi metto in rapporto con il mondo dei simboli (con uno stile di relazione affettiva; con una moda sociale; con l’autore di un libro morto secoli fa; con una musica composta a migliaia di chilometri di distanza da me; con un simbolo matematico che non esiste come oggetto materiale; con un silenzio riflessivo proscritto da un regime di obbligo comunicativo, ecc.), nel momento in cui mi metto in rapporto con questo mondo simbolico e lo posso oggettivare in un giudizio critico o nella creatività, allora io divengo parte attiva del mondo esterno. La mia introversione si estroverte come sensibilità, riflessività, creatività, senza passare per alcuna mimesi delle caratteristiche tradizionalmente attribuite all’estroversione.