Solo un decimo del patrimonio intellettuale ellenico è sopravvissuto fino alla modernità: un vero e proprio genocidio culturale

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Circa 16 secoli fa quelli che oggi apparentemente predicano bene, razzolarono male anzi, malissimo. I Cristiani compirono infatti un vero e proprio genocidio culturale, considerando che in realtà solo un decimo del patrimonio intellettuale ellenico è sopravvissuto fino alla modernità. Con l’imperatore Teodosio il cristianesimo era divenuto religione di stato e nel 392 la religione ellenica romana venne proibita, pena la morte, e i suoi templi, l’arte, i monumenti e le opere scritte furono condannati alla distruzione. In ottant’anni i cristiani riuscirono ad impadronirsi del vertice dell’Impero Romano e si trasformarono in accaniti persecutori dei fedeli della religione romana, i cui valori avevano dato vita alla grandezza di Roma e dell’Impero. Nel 391 (come un moderno principe del terrore dell’Isis), il vescovo Teofilo aveva guidato personalmente i cristiani all’assalto del tempio di Serapide, cui era seguito l’incendio dell’immensa Biblioteca di Alessandria, tempio della cultura nel quale erano raccolte le opere della civiltà greca e romana. Da questa tragedia una donna di nome Ipazia, diventa mito. Poiché Ipazia fu una donna reale, una giovane donna innamorata della conoscenza. Nacque intorno al 370 d.C. ad Alessandria d’Egitto e venne avviata dal padre, Teone, allo studio della matematica, della geometria e dell’astronomia; nel tempo, s’addentrò anche nello studio della filosofia. All’inizio del V secolo – l’epoca di Ipazia – i membri dell’antica civiltà non avevano più né templi, né clero, né statue, né riti, le stesse biblioteche furono date al fuoco e alle intemperie.  Un mondo intero di opere relative ad ogni campo dello scibile erano state distrutte. Alla popolazione dell’antica civiltà rimaneva ormai solo lo spazio della tradizione orale della scienza e della filosofia. In questo tragico frangente storico, Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: era donna, di culto ellenico, scienziata di grandissima fama e guida della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria. Nell’anno quarto del vescovado di Cirillo, decimo del consolato di Onorio, sesto di Teodosio II, nel mese di marzo dell’anno 415, narra Socrate Scolastico, un gruppo di monaci e parabolani cristiani si riunirono sotto la guida del chierico Pietro il Lettore con l’intenzione di assassinare Ipazia. Adunarono una folla di cristiani, quindi la aggredirono, la torturarono, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono. Scrisse Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu, felice per l’evento: «E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono “il nuovo Teofilo” perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città». Racconta Damascio che «una moltitudine di uomini imbestialiti piombò improvvisamente addosso a Ipazia un giorno che come suo solito tornava a casa da una delle sue apparizioni pubbliche».  Ipazia viene tirata fuori dalla lettiga e trascinata nel Cesareo dove, scrive Socrate Scolastico,  «incuranti  della vendetta e dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa» in modo orrendo. Secondo Damascio «mentre ancora respirava debolmente le cavarono gli occhi», mentre secondo Socrate «La spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi (ὄστρακα), la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaro, li diedero alle fiamme». Il mandante materiale del delitto, il vescovo Cirillo (375-444), venne fatto santo dalla Chiesa cattolica e nel 1882, a suo maggior prestigio, fu dichiarato Dottore della Chiesa. Bisognerà attendere il Rinascimento (Francesco Petrarca, Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Niccolò Copernico, Giovanni Keplero, Tycho Brahe, Andrea Vesalio, Galileo Galilei, ecc. tutti imbevuti di cultura classica…) perché l’arte, la scienza sperimentale e la filosofia della conoscenza rientrino a pieno titolo in Europa, rinnovando la natura e le mete dell’Occidente. Ecco, Ipazia è il ricordo di qualcosa che non può morire. E’ lo splendore del femminile brutalizzato da mostri umani. E’ La Donna nella sua bellezza senza confini di spazio e di tempo. Per quanto si tenti di rimuoverla e di cancellarla, ritorna sempre alla memoria, bella e struggente come sarà per sempre. Chissà cosa penseranno le donne dopo aver letto quanto scritto.