DELLA CACCIA

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Premetto, prima di introdurre l’argomento, che personalmente sono contrario alla caccia perché una società civile si misura anche dal suo livello di rispetto e tutela dell’ambiente.

Ma non posso non misconoscere che nell’atto che tutti noi compiamo di assimilare il cibo c’è compresa quella fase in cui qualcuno deve necessariamente fare il lavoro “sporco” di uccidere esseri viventi i quali andranno a finire sulle nostre tavole. E del resto la caccia è un’attività che nasce con l’uomo…

 E’ vero –qualcuno può obiettare – una volta c’erano le impellenze di sopravvivenza assenti nel mondo moderno, nel quale si possono fare scorte, previsioni di consumo, allevamenti mirati, scegliere prodotti alternativi etc… Non di meno l’uomo è fatto di bisogni, di passioni che danno un senso alla vita e una vera democrazia deve essere in grado di contemperare le esigenze degli animalisti con quelle dei cacciatori. Fino a pochi anni passati la politica, pur di ottenere voti, e le multinazionali, pur di vendere armi, hanno fatto sì che la caccia non si limitasse ad essere uno sport ma un vero e proprio macello di tutte le specie viventi. Allora bisogna distinguere chi pratica la caccia rispettando l’equilibrio delle specie, il loro abbattimento limitato, l’eliminazione degli animali infestanti; da coloro che nella attività venatoria vedono un modello di matrice patriarcale basato sulla mascolina virilità, “lu masculu calabrisi” che già appena nato deve avere la promessa di possedere il porto d’arma da fuoco.

Quest’ultima non può essere identificata come caccia nel senso sportivo dell’uso ma chiaramente un’aberrazione dell’attività originaria. Solo la riappropriazione del territorio da parte dei cittadini, sotto il loro controllo può garantire quella naturale canalizzazione delle vocazioni individuali in maniera virtuosa e controllata. Basti pensare che se in Aspromonte fosse stata consentita la caccia ai cacciatori veri e non agli sterminatori, essi avrebbero potuto fare da sentinella all’insorgere dei primi fuochi che, ormai, hanno divorato quasi tutto il territorio. Sull’obiettività delle uccisioni, penso che solo Dio può dare e togliere la vita ma nel caso del mondo animale vanno fatte due ultime considerazioni.

La prima è di tipo ontologico: l’uomo occidentale ha infatti rimosso la morte dal panorama della vita quando di essa ne fa parte rendendoci così impreparati ad affrontare –sempre il più tardi possibile- l’imponderabile dell’esistenza.

La seconda tocca la differenza uomo/animale che non prevede negli animali la facoltà critica, dell’immaginazione propria dell’uomo e negli animali constante solo in istinti biologici preordinati.

Diamo spazio come ha già previsto Platone, anche agli animi guerrieri della società ma facciamolo ricordandoci della stessa allegoria platonica per cui il carro ha bisogno di essere guidato da un cocchiere.