Rincorriamo pensieri e seminiamo parole.

I pensieri sono solo nostri, brillano di luce propria, non possono essere abbracciati, rinnegati o giudicati fino a quando non diventano parole. Sono le parole che hanno il potere di distruggere e di creare, di regalare gioia o graffiare l’anima. I pensieri no. I pensieri si possono indovinare, intuire, come la voce del silenzio, ma non abbracciare nella loro profondità: stanno chiusi dentro uno scrigno, i pensieri.

E solo noi possediamo la chiave.

Nessun’altro.

Possono volare, camminare, correre, intrecciarsi, appallottolarsi in assoluta libertà. Nessuno li può ascoltare, nessuno li può imprigionare. Nemmeno noi.Le parole, invece, parlano, dicono: sono spade, proiettili, coltelli, carezze, gioia e amore. A volte sono reti immense che catturano il mondo e abbracciano i cieli, sono rotonde, luminose, profumano di pulito, di pane appena sfornato.

Non hanno menzogna.

Altre feriscono, svalutano, disprezzano, giudicano; altre non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono suoni vuoti, senza peso semantico.

Ma le parole hanno anche un potere misterioso: escono dalla bocca con un odore e giungono agli orecchi di chi le ascolta con un altro. Come capricciosi elettroni, esse possono uscire fuori dalla loro orbita iniziale, entrare in un campo magnetico più vasto e destabilizzarlo. Non solo.

Nel dizionario le parole stanno in fila, sono allineate, stanno sull’attenti, hanno tutte la faccia pulita. Appena, però, abbracciano la realtà, rompono le righe, si liberano disordinatamente, allentano cintura e cravatta, mostrano la lingua e si sporcano, si incrostano.

Crediamo sempre di dare vita solo alle parole che ci tornano utili, che ricamano i nostri pensieri migliori, ma, a volte, tutt’a un tratto, ce n’è una che s’intrufola, non ci siamo accorti da dove sia spuntata, non l’avevamo chiamata, ma è lì, si è fatta suono, si è fatta segno, non possiamo ritirarla, confezionarla, abbandonarla.

Ed è quella parola, che sfugge al nostro controllo razionale, proprio quella, a mettere in luce i nostri pensieri più profondi. E quando Russell parla di isomorfismo strutturale tra pensiero e linguaggio non intende solo dire più parole, più pensieri, più complessità strutturale del linguaggio, più profondità di pensiero, ma anche più qualità delle parole, più qualità dei pensieri.

Così, quando qualcuno vuole giustificare Grillo per il video abominevole, pubblicato in difesa del figlio, sostenendo che esso esprime la disperazione di un padre, non fa attenzione all’uso delle sue parole: esse appalesano pensieri e convincimenti di un maschilismo becero e disgustoso, di cui ancora, purtroppo, la nostra cultura è intrisa.

Ecco, dunque, il peso delle parole “ribelli”. In loro presenza tutto cambia: Il cielo prima azzurro e allagato di luce diventa grigio, triste, disperato, non attraente e viceversa.

Ci sono, infine, parole spaventate, timorose, non destinate alla vita, che errano nella nostra mente, viaggiano nel vento e non si traducono mai in suono o segno: sanno che il loro posto è lì, e lì vi si adagiano.Leggiamo il mondo attraverso le parole e viviamo e moriamo nelle parole, dette o taciute, delle persone che stimiamo ed amiamo. Facciamone, perciò, buon uso. Sempre.