A mia nonna Caterinuzza, nel raccontar fiabe seconda soltanto a nonno Ciccio.

 

La strada che da Bova porta ai suoi campi ad un certo punto si biforca e, mentre un ramo prosegue per la Pineta, Africo Vecchio, Carrà, Casalnuovo, l’altro ripiega giù verso Chorio di Roghudi. Percorrendo questo, dopo quattro o cinque chilometri, si noterà, poco discosto dalla strada, un… un posto, avremmo detto qualche anno addietro, ma, ora che fior di studiosi se ne sono occupati, sappiamo che bisogna dire “geosito” e così diremo.

Dunque, dicevamo, ci si imbatte in questo geosito dove balza subito agli occhi un’enorme e bizzarra roccia, un poliedro irregolare col vertice in basso, che poggia su un sostegno cilindrico, anch’esso roccioso, che pare troppo esile per reggerla. Ricorda un fungo enorme su un gambo minuscolo. Uno degli spigoli, poi, poggia su una bassa parete rocciosa laterale cosicché si è creato un piccolo arco. La roccia ha due enormi e lisce facce laterali. Su una di queste due facce spiccano tre cerchi abbastanza regolari, tanto da apparire incisi da mano umana, anche se probabilmente così non è, sbrigativamente definiti “occhi” da chi in quella faccia ne ravvisa una di drago. Poco distante, a circa duecento metri,affiora dal terreno un blocco di roccia con sette protuberanze semisferiche.

Le due rocce sono rispettivamente chiamate nel greco locale: “Rocca tu Draku” e “Ta vrastarùcia” e sono diventate, in italiano, “La Rocca del Drago”(1), con traduzione fedele, e “Le caldaie del latte”, con traduzione libera, perché in effetti sarebbero “caldaiette” ed il loro uso per il latte era prevalente ma non esclusivo. Intorno a queste due rocce sono fiorite diverse leggende. Almeno così dicono. A noi invece più che leggende paiono frottole che hanno il sapore della burla di qualche buontempone ai danni di sprovveduti esploratori della domenica.

La più assurda, vecchia al massimo di una cinquantina d’anni, narra che nella rocca vivesse un Drago divoratore di bambini che era tenuto a bada soltanto da un frate che gli raccontava fiabe e leggende. Così quando il frate morì i roghudesi, per paura del Drago, abbandonarono il paese. Mah… noi sapevamo che il drago che ha spopolato Roghudi si chiamava alluvione…

Secondo un’altra di queste cosiddette leggende all’interno della rocca ci sarebbe un tesoro custodito da un soldatino che esce fuori di notte per mettere in fuga uomini o animali che passano da quelle parti.

Ma che c’entra il soldatino col Drago? Mah! Forse è quello della fiaba “O sordato ce i diavòli” che si è confuso e ha sbagliato favola. O a sbagliare favola è stato “O Pingi Spangi” il soldato che sempre giocava e sempre perdeva? No, no! se qualche soldato ha sbagliato favola è stato quello di “Ta tria leddìdia” (“I tre fratelli”: un tenente, un caporale ed un soldato, appunto). Infatti a quest’ultimo, mentre era di guardia, a mezzanotte, gli apparve un Gigante che lo sfidò e bisogna ammettere che tra un Gigante ed un Drago, inteso come Orco, è facile fare confusione.

Secondo un’altra leggenda ancora la Rocca sarebbe stata un covo di Briganti e quei tre cerchi che si vedono sarebbero i segni lasciati dalle botti del vino. Il denaro custodito nella roccia perciò sarebbe il frutto delle loro scorrerie. E per impadronirsi di questo denaro un giorno un gruppo di animosi si recò alla Rocca con picconi e leve per aprirvi un varco o farla rotolare giù. Ma, appena arrivarono, il cielo si rabbuiò e si scatenò una tremenda tempesta che non lasciò traccia dei malcapitati.

Ma per accedere al tesoro, del soldatino o dei Briganti che sia, non c’è bisogno di spaccare o buttare giù la Rocca perché un’altra ancora di queste leggende ci racconta che per impadronirsi del denaro bisogna andarci di notte, portare un gatto nero, un capretto nero ed un bambino e sgozzarli tutti e tre. Ma i soldi sono ancora là perché nessuno ha avuto l’animo di sporcarsi le mani col sangue di un bimbo, come ci tranquillizza la versione rassicurante della leggenda.

Un’altra versione, infatti, ci dice invece che una volta, essendo nato un bambino malformato rifiutato dai genitori, questi, volendosene sbarazzare, affidarono l’odioso incarico a due loschi individui. I due pensarono di sfruttare l’occasione e di tentare di impossessarsi del tesoro affrontando la prova. Uccisero il gatto nero ed il capretto nero ma, quando fu la volta del bambino si scatenò una terribile tempesta e si sollevò una tromba d’aria che scagliò i due figuri contro la roccia. Uno morì sul colpo, l’altro rimase storpio ed il diavolo lo perseguitò fino alla fine dei suoi giorni.

Che fine abbia fatto il neonato la leggenda non ce lo dice ma vogliamo sperare che la Natura, dopo essersi presa il disturbo di scatenare tutto quel finimondo per salvarlo, gli abbia regalato dopo, ed in abbondanza, quello che gli aveva sottratto prima.

Comunque, autentiche o inventate che siano, di queste leggende non è mai giunta eco a Bova. Forse perché a Bova per guadagnarsi un tesoro non c’è bisogno di spargimento di sangue, neanche di una gallina. Basta salire al Castello, anche di giorno, e far combaciare perfettamente la pianta del proprio piede con l’orma del Piede della Regina e il gioco è fatto! Leggenda questa che è stata sublimata dai versi del grande poeta bovese Napoleone Vitale nella poesia Bova.

…o di colei (regina

o dea?) che il peso d’uno scettro resse

e del suo piede nel granito impresse

indelebil profonda orma divina,

cui dal credulo volgo ancor si affida

certa virtù d’incanti ove si ottenga

che umano piede in quella si contenga

sì che orma e forma niun error divida.

Tornando alla Rocca del Drago, qualcuno vi racconterà che si chiama così perché rassomiglia a un drago e questo non c’entra niente perché, come già abbiamo detto in nota, il Drago delle nostre fiabe corrisponde all’Orco. Rassomiglia ad un Drago a tre occhi, vi dirà, ma poi aggiungerà che la leggenda racconta che sotto la rocca vivesse un drago cieco. Ed allora è chiamata così perché assomiglia a un drago o perché il drago vi viveva? Ed era cieco o aveva tre occhi? Qualcun altro, più fantasioso, vi dirà che in ellenistico Draku significa occhio e perciò si chiama così. Può anche essere vero, non sappiamo che dire. Perché se sappiamo che in grecanico occhio si dice lùkkio oppure artàmmi come si dice in ellenistico non lo sappiamo anche perché non sappiamo cosa accidenti sia questo idioma ellenistico. E poi via fantasticando… anche altri hanno scritto le loro brave… opinioni.

E anche la scienza ha detto la sua. Per spiegare la bizzarra forma della Rocca del Drago i geologi vi parleranno di erosione, di disgregazione, fenomeni geologici, e per ta vrastarùcia di concrezioni, di incrostazioni, di aggregati minerali e simili. Non li state ad ascoltare: tutte chiacchiere!

Noi la conosciamo la verità ed ora la racconteremo a tutti ma soprattutto ai bambini che sono i principali destinatari di questa storia.

I nostri nonni la conoscevano anche loro la verità e l’avevano raccontata nella fiaba “Ta pedìa stramandemména”, che a noi ha raccontato nostra nonna Caterinuzza, ma ormai siamo rimasti in pochi a ricordarla e nessuno più a raccontarla, accanto al braciere, nelle notti di inverno.

Ta pedìa stramandemména” sarebbe, in dialetto, li figghjoli stramandati” ed in italiano si potrebbe rendere con “i bambini mandati lontano” che però non sarebbe una traduzione efficace. Perché se è pur vero che una breve e letterale traduzione di stramandari è “mandare lontano”,la traduzione che meglio rende l’idea del senso in cui questo verbo è più frequentemente utilizzato è “allontanare per far smarrire”, “mandare lontano per impedire il ritorno”.

Quindi si tratta di bambini portati nel bosco e lì abbandonati come oggi si abbandonano i cani in autostrada. Ed i piccoli della nostra fiaba sono in buona compagnia ché le favole sono piene di questi sventuratelli.  I più famosi sono: Pollicino di Perrault, Hansel e Gretel dei fratelli Grimm e Ninnillo e Nennella di Basile.

Chi sia però l’autore di Ta pedìa stramandemména purtroppo non lo sappiamo e ce ne dispiace perché, letterato, mastro o pastore che fosse, ci sarebbe piaciuto citarlo e lodarlo per l’ottimo lavoro e, soprattutto, per l’ingegnoso ed umoristico gioco di parole di cui diremo al momento opportuno.

Dimenticate ora tutte le chiacchiere che vi hanno raccontato ché ve lo spieghiamo noi perché la Rocca del Drago e Le caldaie del latte si chiamano così e, soprattutto, perché hanno quelle forme. E ve lo spieghiamo raccontandovi quella favola di cui abbiamo parlato sopra:

TA PEDÌA STRAMANDEMMENA

C’era una volta un povero taglialegna che rimasto vedovo da poco e con due fanciulli a cui badare, un maschio ed una femmina, aveva deciso di risposarsi. Per un po’ di tempo le cose filarono lisce, poi la matrigna cominciò ad essere insofferente nei riguardi dei figliastri e prese a fare pressioni sul marito tentando di convincerlo che per vivere dignitosamente, visti i pochi mezzi a loro disposizione, bisognava sbarazzarsi dei ragazzi.

Tanto disse e tanto fece che l’uomo acconsentì a portarli con sé in montagna per abbandonarli nel bosco. La sera disse ai due:

  • Domani vi porto con me in montagna perciò ora andate a salutare la nonna.

Il pover’uomo pensava che non l’avrebbero rivista mai più. La nonna, la madre della loro vera madre, quando i fanciulli le dissero che l’indomani sarebbero andati in montagna col padre, capì che c’era qualcosa che non andava e nel congedarli regalò loro due manciate di lupini addolciti raccomandandogli di mangiarli all’andata e di lasciar cadere le bucce lungo la strada per trovare agevolmente la via del ritorno casomai si fossero smarriti. Pare che glielo diceva il cuore…

L’indomani i bambini andarono in montagna col padre e lungo la strada, secondo le raccomandazioni della nonna, mangiarono i lupini lasciando cadere le bucce bene in vista.

Quando arrivarono nel bosco, il padre li portò in uno spiazzo e disse loro:

  • Figliuoli, restate qua a giocare. Io vado a fare legna e, a mezzogiorno, torno, mangiamo e ritorniamo a casa.

Si allontanò di una cinquantina di passi, legò la salvietta con le cibarie al ramo di un pino e, piangendo, andò via abbandonando i figli al loro destino.

Il vento faceva oscillare la salvietta col cibo che, sbattendo contro il tronco, faceva toc, toc, toc… e i bambini, pensando che fosse il rumore dell’accetta del padre, giocavano tranquilli. Quando però, all’ora di pranzo, non lo videro arrivare andarono a cercarlo ed ebbero un’amara sorpresa. Erano stati abbandonati!

A sassate riuscirono a far cadere la salvietta. L’aprirono, la stesero sul prato e si sedettero a mangiare ché l’appetito era più forte della preoccupazione. Quand’ebbero finito la fanciulla disse:

  • E ora che facciamo?!
  • Non ti preoccupare – rispose il fratello – riusciremo a tornare a casa seguendo la traccia delle bucce dei lupini.

Così fecero ma, quando furono in vista della casa, il ragazzo disse:

  • Vacci tu da sola che io non voglio tornare a stare con quella donna ché di sicuro è stata lei a convincere il padre ad abbandonarci. Me ne vado per il mondo in cerca di fortuna.

E riprese la strada della montagna.

La ragazza arrivò a casa, si accostò alla porta e origliò. Marito e moglie avevano appena finito di cenare. La donna, sbarazzatasi dei figliastri, aveva preparato una cena abbondante ed il cibo era pure avanzato.

  • Ah – sospirò il pover’uomo – qua il cibo si perde e i miei figli digiuni in montagna…!
  • Se me ne volete dare, io qua sono! – gridò la ragazza.
  • Ah – ironizzò la donna – li hai lasciati davvero lontano i tuoi figli…

Ma l’uomo non la stette a sentire. Spalancò la porta, abbracciò la figlia e la portò dentro.

  • E tuo fratello dov’è?
  • Lui non è voluto ritornare. È andato per il mondo in cerca di fortuna.
  • Voglia Dio che la trovi! – mormorò il padre rassegnato.

Il ragazzo aveva ripreso la strada della montagna e camminava senza meta. Ma ora stava cominciando a preoccuparsi perché si avvicinava la notte e lui non aveva un riparo dove trascorrerla. Ad un tratto vide una luce in lontananza e vi si diresse.

Cammina, cammina, arrivò ad uno spiazzo davanti ad una spelonca dove un vecchio, accanto al fuoco, stava mangiando da una caldaia fumante curcudìa, la polenta, ma era evidente che, quando poteva, mangiava pure carne. Infatti in un canto c’erano delle ossa umane spolpate. Con terrore si rese conto che quel vecchio era un Drago. Poi, guardando meglio, e osservandone i movimenti si accorse con sollievo che era cieco.

Allora prese un cucchiaio di legno, si accostò con cautela e prese a mangiare pure lui. Quando la polenta terminò, il Drago commentò:

  • Strano! Questa sera non mi sono saziato. Mah!

La cosa si ripeté pure il giorno successivo e il vecchio cominciava a sospettare qualcosa. Finché, al pranzo dell’indomani, il ragazzo, nella foga di sfamarsi, urtò col cucchiaio il bordo della caldaia e fece rumore. Lesto il Drago allungò la mano e lo afferrò.

  • Ah! Ti ho pescato lazzarone… Lo sapevo che in questi giorni avevo compagnia e perciò non mi saziavo mai. Ora ti mangio!
  • No, no, nonno, non mi mangiate! Mi chiamo Nicola e sono un vostro pronipote. Quando mio padre me lo ha detto e mi ha detto pure che siete cieco, sono partito per venirvi a cercare per aiutarvi. Ma non sapevo come dirvelo perché avevo paura.
  • Se le cose stanno come dici non ti mangio però devo verificare se è vero. Facciamo così: tu ti appoggi a quella grande roccia ed io ti scaglio contro sette pordi, sette peti. Se non ti ammazzo vuol dire che sei davvero mio pronipote.

Come si è capito, quella grande roccia era quella che oggi chiamano la Rocca del Drago e, all’epoca, contrariamente ad ora, poggiava saldamente sul terreno con tutta la sua base. E come si è pure capito il nostro Drago, a differenza di quello classico, non era propriamente dalla bocca che sputava fuoco e fiamme.

Il ragazzo, che non era uno sciocco, finse di obbedire ma in realtà anziché davanti alla rocca vi si sistemò dietro, ben al riparo.

Vrooom!

Il Drago sganciò il primo peto e chiese:

  • Èspazza to pordangoni?
  • Udé, pappù, pappummu!                        
  • Ammazzai il pronipote?
  • Proprio per niente, nonno, nonno mio!

Vrooom!

Il secondo:

  • Èspazza to pordangoni?
  • Udé, pappù, pappummu!              

Vrooom!

Il terzo:

  • Èspazza to pordangoni?
  • Udé, pappù, pappummu!                  

Questi primi tre peti non furono molto forti, colpirono la roccia e vi lasciarono quei tre segni rotondi che ora dicono occhi o segni delle botti.

Ne seguirono altri tre, più potenti, che sgretolarono la parte della rocca a sinistra dichi guarda senza però procurare alcun danno a Nicola.

  • Èspazza to pordangoni?
  • Udé, pappù, pappummu!                  

Chiese il Drago a questo punto:

  • Ragazzo, sai, nei giochi di fuoco, cosa si intende per corpu scuru?
  • Certo che lo so! È il colpo finale, il più rumoroso e il più potente, col quale finisce la festa.
  • Ecco, bravo! Quindi ora preparati che arriva il corpu scuru con cui finisce la tua vita!

E, così dicendo, mollò il settimo ed ultimo pordo, un pordo così fragoroso e potente che causò un grande foro nella rocca, a destra di chi guarda, e creò quel piccolo arco di cui abbiamo detto, poi perforò anche la timpa e si perse nelle viscere della terra ed il boato fu così forte che tremò persino la rocca del Castello di Bova.

  • Èspazza to pordangoni?
  • Udé, pappù, pappummu!                        
  • E allora sei per davvero il mio pronipote!!

Capito ora perché la Rocca ha quella forma? Perché è rimasta poggiata su quel sostegno esile esile? Perché c’è quell’arco? Altro che le chiacchiere dei geologi… sono stati i pordi del Drago!

(E qui dobbiamo aprire una parentesi. Tanti che hanno riportato la fiaba hanno evitato il riferimento ai pordi, forse ritenendolo sconveniente, e hanno parlato di altre modalità: sette spari (senza specificare l’arma) sette sassate, sette pernacchi… Un famoso scrittore addirittura parla di tre frecce. Ma ve lo immaginate voi un Drago cieco con arco e frecce che fa il Guglielmo Tell alla rovescia sulle montagne di Roghudi?

L’episodio dei pordi è quello che più ci divertiva da bambini e che più ha divertito i bambini quando la fiaba l’abbiamo raccontata a nostra volta. Eliminarlo snatura la fiaba ma, soprattutto, impedisce di gustare l’ingegnoso ed umoristico gioco di parole cui avevamo accennato sopra. Infatti, nel greco di Calabria, Pordangòni è il pronipote ma è anche una quasi sciarada formata dalle parole pordo, che sarebbe il peto e angoni, che è il nipote del nonno[2]. Chiusa parentesi).  

Tornando al Drago, convintosi che Nicola fosse realmente suo pronipote, gli disse:

  • Puoi restare a vivere con me. Raccoglierai la legna, mi porterai l’acqua e mi aiuterai a cucinare la polenta e a fare la ricotta e il formaggio. Mungerai le mie capre e le porterai al pascolo. Ma non andare nel fondo di quella malvagia di mia sorella, la Làmia[3], e, soprattutto non salire sul suo albero di ciliegio altrimenti finirai mangiato senza scampo. Lo sai perché sono cieco? Perché quella megera mi ha cavato gli occhi e li tiene conservati in una scatoletta di latta. E tutto perché avevo mangiato una manciata delle sue ciliegie!

Ma il fanciullo, come quasi tutti i ragazzetti, fece esattamente il contrario di ciò che gli era stato raccomandato.E il giorno dopo portò le capre del Drago a pascolare nel fondo della Làmia e lui si arrampicò e si appollaiò sul ciliegio a rimpinzarsi di ciliegie.

Dalla finestra di casa, la Làmia vide le capre e si precipitò nel fondo. Si guardo intorno cercando l’incauto pastore che ce le aveva portate ma non c’era nessuno. Annusò l’aria e ne avvertì l’odore. Alzò lo sguardo verso l’albero e finalmente lo vide.

  • Oh, bel giovanetto, scendi e porta una manciata di ciliegie anche a me che non ci arrivo a raccoglierle.

Nicola non cadde nella trappola.

  • Aspettate… Tendete il grembiule che vi lancio una manciata. – E gliela lanciò.

Ma la Làmia finse di mancarla e le ciliegie finirono a terra.

  • Visto?! Sono finite a terra e si sono sporcate. Scendi tu a portarmele!
  • Ma non c’è bisogno che scenda io… – replicò Nicola – basta che saliate voi e ce le mangiamo assieme.
  • Ma io non mi so arrampicare!
  • Non importa: lanciatemi le trecce che vi tirerò su io!

La Làmia, che portava delle trecce lunghissime, così fece tanto, pensava, divorarlo a terra o sull’albero non faceva differenza. Nicola cominciò a tirarla su[4] però, quando la sollevò quel tanto sufficiente a non farle toccare i piedi per terra, le legò le trecce a un ramo perché non potesse scappare e, sfilatasi l’accetta dalla cintola, con un colpo secco le mozzò il capo.

Uccisa la Làmia, il fanciullo corse a casa di quella e cominciò a rovistare dappertutto finché, in un cassetto della credenza, trovò la scatoletta di latta con dentro gli occhi del Drago.[5]

Tutto contento, radunò le capre e corse subito da quello.

  • Nonno, nonno, ho ucciso quella malvagia di vostra sorella! Ora non farà più male a nessuno ed io credo di potervi aiutare a riacquistare la vista.

Cosa mi date se ve la faccio tornare da un occhio?

  • Quando mangiamo ti do un mestolo di polenta in più.

Nicola gli accomodò l’occhio nell’orbita vuota ed il Drago, anche se un po’ confusamente, cominciò a vedere.

  • Ed ora cosa mi date se ve la faccio tornare anche dall’altro?
  • Quando mangiamo ti do altri due mestoli di polenta in più.

E gli sistemò anche l’altro occhio. A quel punto il Drago ci vide benissimo e cominciò a guardarsi intorno riassaporando il piacere di vederci di nuovo. Quando lo sguardo gli cadde sul fanciullo rimase colpito dalla sua carnagione candida.

  • Quanto sei bello bianco… ora ti mangio e divento anch’io bianco come te!

Nicola rimase sconcertato da tanta ingratitudine ma non si perse d’animo.

  • Ma che bestialità andate dicendo?! Quello che dite voi è impossibile. Ditemi: da quant’è che mangiate carne di capra?
  • Da tutta la vita.
  • E vi sono mai spuntate le corna?
  • Certo che no!
  • Ecco, vedete? Non è che si diventa come quello che si mangia! Sapete perché sono così bianco io? Perché mio padre mi ha fatto fare il bagno nel latte caldo in una caldaia tenuta chiusa con una coperta in modo da assorbire anche i vapori. Se volete possiamo fare così anche con voi tanto non è certo il latte che ci manca!

Il Drago acconsentì entusiasta.

Riempirono la caldaia di latte in uno spiazzo, là dove oggi ci sono ta vrastarùcia, il Drago vi si immerse tenendo la testa sotto una coperta e il ragazzo accese il fuoco sotto.

Quando la temperatura cominciò a salire il Drago voleva uscire ma il ragazzo:

  • No, nonno dovete resistere se no non riuscirete a diventare bianco!

Dopo un po’ il Drago nuovamente:

  • Fammi uscire, ti dico, che mi sento soffocare.

Ma Nicola insisteva:

  • Coraggio, resistete che manca pochissimo: altrimenti avremo fatto tutta questa fatica per nulla.

Alla fine il Drago non ce la fece più:

  • Basta! Adesso esco che sto bollendo vivo!

il Drago fece per alzarsi ma Nicola lo rispinse giù col cucchiaione di legno per rimestare e così quello, rendendosi finalmente conto della trappola tesagli e della fine che stava per fare, lanciò al ragazzo una terribile maledizione:

  • Setti crapi ti dassu, setti chjumari mi ‘ncuntri, setti chjumari mi passi e l’urtima mi ti leva!

(Sette capre ti lascio, che sette fiumare tu possa incontrare, che sette fiumare tu debba attraversare[6] e che l’ultima ti travolga!)

E furono le sue ultime parole. Nicola lo spinse di nuovo sotto col cucchiaione e ve lo tenne finché non morì. Il corpo del morto, pian piano, si squagliò nella caldaia finché del Drago non rimase cheuna massa gelatinosa che era tutta bianca per via del latte.

Beh, se vogliamo, dopotutto il ragazzo la promessa l’aveva mantenuta: l’aveva fatto diventare tutto bianco!

A quel punto, diede un calcione alla caldaia che si rovesciò e la massa gelatinosa finì addosso ad alcune caldaiette capovolte che erano là vicino e ne restarono coperte diventando quelle che ora sono ta vrastarùcia.

E così, anche per queste, ora sapete come sono andate realmente le cose… Altro che le chiacchiere dei geologi!

Nicola mise un po’ di provviste in una bisaccia, radunò capre e caprone e si mise in cammino per tornare a casa.

Camminava da un bel po’, spensierato e felice per il piccolo gregge che portava a suo padre quando, dopo una svolta, gli apparve una fiumara che gli attraversava il cammino impedendogli di proseguire. Si guardò attorno cercando un guado ma non ce n’erano. Provò più a monte, provò più a valle ma inutilmente. Scoraggiato, si sedette su una pietra e si mise a piangere.

Veniva da lì passando un vecchio con una lunga barba bianca e si fermò. A Nicola sembra di averlo già visto da qualche parte ma non riusciva a ricordare dove. Era però sicuro di non averlo mai incontrato.

Il vecchio gli chiese:

  • Perché piangi, figliuolo?
  • Perché volevo tornare a casa e ora non so come fare per attraversare questa fiumara.
  • Se vuoi ti aiuto io però prima dobbiamo mangiarci una capra…

Nicola ci pensò un po’ su perché gli dispiaceva privarsi di una capra ma alla fine acconsentì. Meglio rinunciare a una capra che restare lì senza sapere che fare.

Finito che ebbero di mangiare, il vecchio disse al ragazzo:

  • Ora raccogli le ossa della capra, avvolgile nella pelle e conservale nella bisaccia.

Una richiesta che a Nicola sembrò bizzarra ma eseguì lo stesso. Poi il vecchio entrò nell’acqua chiedendo al ragazzo di stargli appresso con le capre. Così fecero e passarono agevolmente lui, il ragazzo, le cinque capre rimaste ed il caprone.

  • Se ti fa piacere – disse il vecchio quando furono dall’altra parte – proseguo il cammino assieme a te…

Nicola ne fu felice.

Cammina, cammina, arrivarono ad un’altra fiumara. Anche questa sembrava impossibile da attraversare.

  • Se vuoi ti aiuto io – si offrì il vecchio – ma dobbiamo mangiare un’altra capra.

A malincuore Nicola acconsentì nuovamente. Anche questa volta il vecchio chiese al ragazzo di conservare nella bisaccia pelle e ossa e anche questa volta attraversarono la fiumara senza problemi.

La cosa si ripeté per altre quattro volte. In tutto: sei capre mangiate, sei pelli con ossa conservate, sei fiumare attraversate. Quando Nicola pensava ormai di essere prossimo a casa ecco che invece si imbattono nella settima fiumara, più terribile di tutte quelle incontrate prima. Rombante e impetuosa, trascinava con sé tronchi e detriti. Al ragazzo tornò in mente la maledizione del Drago:

  • Setti crapi  ti dassu, setti chjumari mi ‘ncuntri, setti chjumari mi passi e l’urtima mi ti leva!

Ecco, questa era l’ultima, quella che lo avrebbe travolto! Si mise a piangere. Ma il vecchio lo rincuorò:

  • Non ti preoccupare, ti aiuto io anche questa volta. Ma dobbiamo mangiarci il caprone.

Nicola lo scongiurò di risparmiare l’ultimo rimasto del gregge ma il vecchio fu irremovibile e, alla fine, il ragazzo cedette. Anche se aveva sperato, se non un gregge, almeno un caprone di portarlo a suo padre, era sicuramente meglio perdere anche l’ultima bestia e però riuscire ad attraversare la fiumara senza rimanere travolto. Ammesso che ci fossero riusciti. Riteneva infatti impossibile attraversare quella massa impetuosa d’acqua con tutto quello che trascinava a valle. Sarebbero rimasti travolti lui e il vecchio. Ma, se dovevano morire tanto valeva morire con la pancia piena e mangiarono il caprone. E, anche questa volta, conservò ossa e pelle.

Poi si avvicinarono alla fiumara, il vecchio toccò le acque con il bastone e queste si divisero lasciando un tratto asciutto attraverso il quale i due passarono dall’altra parte. Nicola era felice per lo scampato pericolo ma non poteva fare a meno di rammaricarsi per il piccolo gregge perduto e lo disse al vecchio:

  • Vi ringrazio molto per quello che avete fatto per me ma io speravo di portare a mio padre quelle poche bestie che ci avrebbero fatto star meglio e invece ora mi tocca andare nuovamente in giro per il mondo.
  • Non ti preoccupare che non dovrai andare da nessuna parte. Fai come ti dico io! Scava una buca bella grande nel terreno, mettici dentro le ossa che hai conservato e coprila con le pelli delle capre. Poi copriti bene la testa con la pelle del caprone in modo da non poter guardare e fai questo richiamo:

Oohò, oohò!

Il ragazzo così fece e man mano che gridava Oohò, oohò! saltavano fuori dalla buca capretti e capre in quantità con tanto di campanaccio. Nicola, nel sentire tutto quello scampanio, alla fine non resistette più alla curiosità e buttò via la pelle con cui si copriva la testa e guardò. Appena ebbe fatto ciò, le capre smisero di uscire dalla fossa ed un caprone con le corna d’oro che stava uscendo rimase incastrato: metà dentro e metà fuori. Il ragazzo lesto lo prese per le corna e lo fece uscire.

  • Ora – gli disse il vecchio – per aiutarti a custodire tutto questo gregge cosa vuoi? Due cani o due pastori?
  • Meglio i due cani!

E dalla buca uscirono due cani mandrarici, due cani da pastore, grossi e ringhiosi.

Nicola, ancora incredulo, si girò per ringraziare il vecchio ma questi era sparito. Solo allora si ricordò dove lo aveva già visto. In una immaginetta sacra. Quel vecchio era San Nicola, il suo santo protettore.

Il giovane costruì alla meno peggio una capanna per sé ed un ovile per le capre e rimase sulle montagne. Pian piano cominciò a spargersi la voce di questo nuovo capraio con un gregge mai visto e la gente lo veniva a trovare per comprare latte, formaggio e ricotte.

Un giorno, tra le altre persone, venne anche la sorella. Lui la riconobbe subito, lei invece no.

  • Bella figliola – le chiese – come mai con questo gelo hai indosso questi abiti così leggeri? Tua mamma non vede che muori di freddo?
  • Non ho più la mamma. Vivo con mio padre e la mia matrigna che mi maltratta e mi manda in giro vestita così!

Nicola le mise addosso la sua giacca smanicata da pastore e le diede un sacco di roba senza volere nemmeno una lira.

  • Anzi – le disse – se domani torni con i tuoi, te ne regalerò molta di più. Però dovrete venire: la tua matrigna avanti, tuo padre appresso e, per ultima tu!

La ragazza tornò tutta contenta a casa e raccontò l’episodio e la strana richiesta del pastore. Ma la matrigna, avida com’era, non stette a pensarci sopra.

  • Domani ci andremo senz’altro – disse – e faremo come ti ha chiesto lui.

E così quando la mattina dopo arrivarono con la matrigna in testa che precedeva tutti, Nicola le aizzò contro i cani che le si avventarono addosso e sbranarono quella malvagia.

A quel punto si fece riconoscere dal padre e dalla sorella e così la famigliola poté riunirsi e, col benessere procurato loro da quel gran gregge, vissero felici e contenti.

E noi, per far felici anche voi, vogliamo svelarvi un ultimo segreto.

Oggi, ogni tanto capita, quando l’aria è tersa, il vento tace e le fronde non stormiscono, che passando nei pressi della Rocca del Drago si senta un cupo brontolio. E il viandante si stupisce di quel tuono a ciel sereno. Ma non c’è da stupirsi: non è il tuono, è l’eco del settimo pordo che ancora rimbomba nelle grotte profonde delle viscere della terra.

E così ora conoscete anche voi la vera storia della Rocca del Drago e delle Caldaie del latte e se volete andare a visitare il… geosito… potete andarci perché tutti sanno dov’è e ci sono pure i cartelli stradali che lo indicano.

Quello che però nessuno è riuscito mai a sapere è dove si trova il ciliegio della Làmia, la sorella del Drago. Noi invece questo lo sappiamo ma staremo ben attenti a non lasciarci sfuggire parola altrimenti voi ci andate e vi mangiate tutte le ciliegie senza lasciarcene nemmeno una!

Francesco Borrello


[1] Nelle fiabe della Bovesìa, il Drago non è il favoloso rettile che sputa fuoco ma corrisponde all’Orco delle fiabe classiche.

[2] Il nipote dello zio è anizzìo.   

[3] Mitica donna mostruosa divoratrice di bambini. Deriva dal mito greco secondo cui Lamia, regina della Libia, figlia di Belo, amata da Zeus e madre di Scilla ebbe gli altri figli uccisi dalla gelosa Era e sfogò il proprio dolore uccidendo i figli delle altre madri e succhiandone il sangue.

[4] Abbiamo qui un rovesciamento di quanto avviene nelle fiabe classiche dove le trecce vengono lasciate cadere giù perché qualcuno vi salga mentre qui vengono lanciate in alto per farsi tirare su.

[5] In una versione, diffusa a Roccaforte, quella che il ragazzo trova è una pozione che ridà la vista, in un’altra, diffusa a Roghudi, invece cava gli occhi alla Làmia uccisa per inserirli nelle orbite del Drago.

[6] Anche qui, come in molte altre fiabe della Bovesìa, vi è un richiamo ad un mito della classicità greca. È il mito di Oreste che dovette attraversare i sette affluenti del sacro fiume Metauros per poi bagnarsi in esso, recuperare il senno, perso ad opera delle Erinni, e purificarsi dal matricidio. Il Metauros è l’odierno Petrace che, nel tratto prima della foce, segna il confine tra i comuni di Palmi e Gioia Tauro.