Perché ricordare Borsellino e Falcone alle giovani generazioni?

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A ventisette anni dalla strage di Via D’Amelio e dall’uccisione del magistrato Paolo Borsellino, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Nicola Morra, ha deciso di rendere pubbliche le audizioni, finora secretate, tra cui – appunto – quelle di Borsellino audito nel dicembre del 1986.

“Ci danno le auto blindate solo la mattina. Così di sera possiamo essere uccisi”.

In pratica sembrerebbe che oggi scopriamo ciò che Borsellino già allora denunciava alla commissione Antimafia nel 1986. In Sicilia c’era un “calo di tensione nella lotta alla mafia” denunciava il magistrato che, “per avere una volante che pattugliasse il territorio” dovette tagliarsi la scorta. Trapani era considerata – da Borsellino – un vero “santuario di mafia” dove il fratello di Totò Riina non era mai stato neanche pedinato.

Ma la cosa che forse più di tutte lascia perplessi è che già allora, nel 1986, lo stesso Borsellino avesse certificato che “il terzo livello”, quello secondo il quale sarebbe nata la famosa trattativa Stato-mafia, in realtà non è mai esistito.Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono due servitori dello Stato in un’Italia al termine della prima Repubblica in cui la corruzione era diventata la regola. E in cui la lotta alla mafia non era ancora strutturata in una Direzione Nazionale Antimafia e chi come Falcone ci provava veniva ostracizzato dalla politica.

Falcone e Borsellino, sono entrambi protagonisti di una decisiva svolta nella lotta alla mafia, sono stati, e si sono loro stessi definiti, dei “non eroi”, ma dei semplici “uomini al servizio delle istituzioni”, servitori leali della Repubblica fino all’estremo sacrificio della vita in difesa dei valori che fondano lo Stato di Diritto.Il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone viene ucciso con una bomba che provoca quella che ricordiamo come la strage di Capaci. Un cratere aperto nell’asfalto in cui perdono la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Una strage di cui a quasi trent’anni si conoscono gli esecutori ma molti dubbi si hanno ancora sui mandanti e sulle convivenze tra mafia e Stato.

Per spiegare ai più giovani bisognerebbe ricordare le parole di Falcone: “Prima vieni chiacchierato, poi ti rimproverano di “essere chiacchierato” e alla fine, quando le chiacchiere stanno a zero, ecco che tutto si fa più facile, perché lo si è capito che tutto quel chiacchiericcio ha ottenuto il risultato di isolarti; e se ti hanno isolato allora puoi anche essere colpito”.Se ti isolano possono ucciderti più di quanto non possano farlo la mancanza di agenti e di volanti per la scorta.

Dolore e sconforto, dopo anni, si confondono con la memoria di quella che fu “una ferita allo Stato che non potremo mai sanare”. Quel 23 maggio del ’92, ricordo che ero in Irpinia – con colleghi universitari – per la tesi di laurea in geologia. Vivemmo assieme quei momenti di sconforto: la lotta alla mafia era stata sconfitta. Non solo Falcone non era stato nominato capo della procura speciale Antimafia, in quanto il CSM aveva nominato Antonino Meli, ma quello che identificavamo come il vessillo della lotta alla mafia con la “L” maiuscola , era stato spazzato via con un attentato tanto eclatante quanto dimostrativo della forza della mafia.Dopo neanche due mesi, in un’Italia ancora sgomenta per le immagini di quel cratere, il 19 luglio – in una normale domenica d’estate – via D’Amelio si trasforma in un teatro di guerra.

La mafia ha dichiarato guerra allo Stato e, con una 126 imbottita di esplosivo, fa fuori anche Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna agente di PS ad essere uccisa in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Un’altra profonda ferita allo Stato, una ferita che non si può sanare ma che, proprio per questo, è necessario far conoscere per capire e ricordare, alle giovani generazioni quelle due date di 27 anni fa: il 23 maggio e il 19 luglio.

Per ricordarle bisogna conoscere ciò che veramente accadde, e conoscere non solo il testo ma anche il contesto” ponendosi alcune domande.

Chiedersi “Perché”. Perché Falcone fu condannato a morte da Cosa Nostra per aver portato a termine, fino alla Cassazione, il maxi processo con 366 condanne definitive ai boss della mafia palermitana.

E chiedersi il perché di quel “chiacchiericcio” che Falcone denunciava e che ha ottenuto il risultato di isolarlo e – una volta isolato – rendere possibile “farlo fuori”.

Falcone la mafia e i mafiosi li conosce bene; e bene ha compreso le trasformazioni dell’universo mafioso durante la fase di “modernizzazione” in cui i traffici illeciti legati alla droga proiettati su scala internazionale hanno preso il posto dei vecchi interessi rurali.

Della mafia Falcone conosce i linguaggi, i segni, i gesti.

“Il denaro non puzza, ma lascia tracce del passaggio” e Giovanni Falcone le segue perché è tra i pochi che sa e che, soprattutto, vuole seguirle.

In quell’anno, mentre la politica fa i conti con tangentopoli, nel giro di qualche mese, viene prima ucciso il viceré di Palermo, Salvo Lima.

Il primo “ramo secco”che non serve più alla nuova mafia.

Poi i grandi inquisitori: Giovanni Falcone, seguito da Paolo Borsellino. E poi un altro ramo secco: Ignazio Salvo.

“Chi spara e fa esplodere le bombe, segna la fine di un equilibrio e, naturalmente, anche l’inizio di un equilibrio nuovo. Altro”.

Non conoscendo personalmente la vicenda ho dovuto documentarmi e, per farlo, ho fatto ricorso all’archivio di Radio Radicale e alle parole di un amico come Valter Vecellio, giornalista del TG2 che, subito dopo “il botto” di Capaci, andò lui stesso a trovare Giuseppe Ayala, allora membro del pool antimafia assieme a Borsellino, Leonardo Guarnotta, Peppino Di Liello e Pietro Grasso.

Ayala fa parte del “cerchio” ristretto e a Vecellio dice subito che: <<Anche per le modalità con cui è stato eseguito all’attentato è stato affidato un significato politico che deve essere raccolto>>.

E che la strage di Capaci non era: <<Riconducibile all’uccisione di un nemico della mafia da parte della mafia>>.

La mafia non perdona. A Falcone non perdona di aver portato a compimento il maxi processo fino alla cassazione. Non gli perdona di aver seguito con successo la pista del danaro che non puzza ma lascia tracce; e non gli perdona di aver compreso bene le trasformazioni di quell’universo in cui gli interessi rurali lasciano il posto ai più lucrosi traffici di droga.

L’FBI ha dedicato a Falcone una delle sale del suo Quartier generale.

Invece Giovanni Falcone aveva tanti avversari a casa sua, anche tra quanti, nelle istituzioni stesse avrebbero dovuto sostenerlo. Avversari che contribuirono all’isolamento di Falcone che, di fatto, rese possibile il suo omicidio.

Poi toccò al Giudice Paolo Borsellino. “Ora tocca a me”, aveva previsto lui stesso.

Anche quella di via D’Amelio una strage che, a distanza di 27 anni e tre processi, di cui solo uno rimasto intatto, presenta ancora molti punti oscuri.

Innanzitutto l’aspetto processuale: dal ’94 ci sono stati tre processi di cui uno solo è rimasto in piedi, il c.d. Borsellino Quater che ha smantellato i primi due nei quali erano state costruite false verità e condannati falsi colpevoli.

Poi gli altri punti oscuri della vicenda: Chi sa che proprio quel giorno, Paolo Borsellino – in vacanza al mare – sarebbe andato a trovare la madre in via D’Amelio? Chi è che fa allontanare un ragazzo dall’area dell’esplosione poco prima che questa avvenga? é un condomino? Un vicino di casa che “sapeva”? E ancora: chi è Salvatore Vitale? Che fine ha fatto la famosa “Agenda rossa” di Borsellino? Chi ha indotto il pentito Scarantino alla calunnia e ad auto calunniarsi? Chi ha condotto le manovre per occultare la verità? Sono tutte domande che restano ancora senza risposta.

Nell’intervenire al Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura il 19 luglio 2017, in occasione della commemorazione ufficiale davanti al Capo della Stato, il magistrato Giovanni Canzio, Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione oggi in pensione, ha ricordato la lettera che Agnese Borsellino, vedova del magistrato, scrisse il 23 maggio 2012 all’allora Capo dello Stato, il Presidente emerito Giorgio Napolitano.

“Nonostante lo Stato non avesse fatto tutto quanto in suo potere per proteggere la vita del proprio congiunto e per pervenire al rigoroso accertamento dei fatti”, ricordava Canzio, “la vedova – assieme coi figli Manfredi, Fiammetta e Lucia – ribadiva con serena determinazione il dovere di rispettare e servire le istituzioni. “Di avere fiducia in esse”, aveva scritto, “come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato”.

Solo 20 righe che però erano e restano innervate da dignità, sobrietà, compostezza, generosità, nobiltà d’animo.

“Qualità speciali”, – sottolineava allora il Presidente Canzio nel leggerle – che sono “proprie dei congiunti di un amatissimo grande uomo.

Un “grande uomo” che aveva consapevolmente scelto di donare il bene più grande che Dio ci ha dato: la vita. Un dono che Agnese Borsellino, a sua volta, ha ridonato ai giovani e, in generale, alla comunità quando ha affermato che lei non ha perso né perderà “la speranza di una società più giusta e onesta. Una nuova Italia”.

“Gli Organi dello Stato hanno” – per il Presidente Canzio – “il dovere morale (oltre che l’obbligo giuridico, ndr) di accertare, far conoscere alla comunità, da chi e perché, dopo la strage di via D’Amelio, fu costruita una falsa verità giudiziaria. I motivi di un così clamoroso e indegno depistaggio, pure nell’acquisita certezza probatoria che fu Cosa Nostra a ideare ed eseguire il crimine.

Ecco: forse il punto è proprio questo. Oltre ogni retorica del ricordo, la memoria delle vite spezzate di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, deve rinnovarsi declinandosi come “pezzo” importante, “snodo decisivo” della Storia d’Italia, necessario a trasmettere, alle nuove generazioni non solo di magistrati, quelle virtù di coraggio e passione civile dei due magistrati.

Lucia Borsellino, figlia del magistrato, intervenuta anch’essa il 19 luglio 2017, per la 25ma commemorazione del padre presso il CSM, ha voluto sottolineare che “Noi figli abbiamo deciso di vivere – per quanto ci è stato consentito – una dimensione privata del dolore e del ricordo, …, nella convinzione che le istituzioni si impegnassero nella ricerca della verità per quella strage del 19 luglio 1992, rispetto alla quale – è doveroso ricordarlo – dopo Capaci, non si era avvertita la necessità di approntare qualche misura in più, come la chiesta rimozione delle auto di via D’Amelio”. Aggiungendo che, come “figli” avrebbero “continuato a mantenere questa dimensione se non fosse accaduto di scoprire che la verità non è stata pienamente trovata e che, ancora oggi a 25 anni, Giustizia non è stata fatta”.

 

La conoscenza degli atti del c.d. processo Borsellino Quater celebrato sulle rovine conseguenti la demolizione dei due processi precedenti che consacrarono false ricostruzioni e falsi colpevoli, ha profondamente scosso tutti, e ha sollevato ulteriori interrogativi di non poco conto.

Dal dispositivo della Sentenza del Borsellino Quater sono infatti emerse altre gravi anomalie, dall’induzione alla calunnia del pentito Vincenzo Scarantino”. Indotto da chi? E indotto ad auto accusarsi, perché?

Nella occasione solenne, difronte al Presidente della Repubblica e al Consiglio Superiore della Magistratura nel suo Plenum, Luicia Borsellino, il 19 luglio 2017, col rispetto istituzionale che si deve in questi casi, a nome di tutta la famiglia aveva chiesto che, “a fronte delle anomalie emerse e riconducibili, verosimilmente, al comportamento di uomini delle Istituzioni, si intraprendano le iniziative necessarie per fare luce e chiarezza su quello che accadde veramente nel corso delle indagini che precedettero i processi Borsellino 1 e Borsellino bis.

La richiesta della figlia era motivata, come dalla stessa sottolineato: “Al fine di una semplice istanza di trattamento, si chieda conto di comportamenti quantomeno anomali, così come, con estrema solerzia, mio padre dovette giustificarsi sotto la minaccia di un procedimento disciplinare, …, per dichiarazioni in cui denunciava lo smantellamento del pool antimafia”.

“Prima ancora che con la legge,” – ha aggiunto in quell’occasione la figlia del magistrato – “ciascuno di noi – a tutti i livelli – deve fare i conti con la propria coscienza per trovare lì – nella legge morale – quello che trova spesso riscontro nelle concrete disposizioni di legge”.

Oggi bisogna quindi continuare a “chiedere conto dei numerosi errori processuali”, essendo questo “il modo migliore per ricordare Borsellino” onorando così la memoria di tutti gli uomini dello Stato caduti in quella tristissima stagione della nostra Repubblica, perché oggi, più che mai, anche i semplici cittadini, i giovani in primis, sentono la necessità di dare significato a quel sacrificio.