Lo scenario dell’amore tra follia e razionalità. Rinascita di un nuovo umanesimo. 

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Ha vestito l’abito del lutto, la Calabria. Difficile da elaborare, se ferito è il cuore.

Tradita, derubata e mortificata, ora anche ripiegata su se stessa, come accade ad una madre, quando una sua figlia viene martoriata a colpi di coltello e, così, finita.

I mezzi divulgativi, assolvendo al precipuo ruolo di cronaca, l’hanno posta al centro del loro raccontare, in questo ultimo tempo in cui, essa, la terra di Calabria, sta vivendo ore di passione. Fatti di cattiva politica, di malasanità, di economia in ginocchio, di poteri forti, di logiche perverse, di vicissitudini umane, sono i titoli di un concitato argomentare, di un bailamme discordante, di un lapidario sentenziare, di un accorato appello. Di ridisegnato dolore.

“Il linguaggio è la casa della verità dell’essere”, afferma Martin Heidegger. Non può essere disconosciuta questa verità, né il linguaggio, da qualunque casa provenga, che disvela della Calabria un primo piano più oscuro del colore del buio e intriso del rosso più rosso del sangue. L’urlo contro la violenza sulle donne ha contrassegnato, non un giorno come un  altro: nel suo divenire, è diventato cassa di risonanza ad un tragico accadimento umano.

La giornata per l’eliminazione della violenza di genere, ha raccolto i brandelli sanguinanti del corpo di Loredana Scalone, martoriato da 16 coltellate; poi abbandonato, tra gli anfratti rocciosi e gli spruzzi salati delle onde, che avrebbero dovuto risucchiare e inghiottire, anche il mistero della sua scomparsa e la fine della sua storia umana. Beffarda appare la maestosità della scogliera di Pietragrande, nel Golfo di Squillace, e scomposto l’azzurro del suo mare, che da sempre decantano la bellezza e le suggestioni di un luogo votato alla poesia e all’amore. Risuona la risacca di funereo mormorio in questi giorni, nel silenzio più stridente intorno al corpo senza più respiro di una donna, vittima d’amore, e della passione folle del suo carnefice, Sergio Giana, reo confesso.

Esistono amori che generano tempeste e diventano tragedie. E’ un altro volto dell’amore. E’ l’amore senz’anima, che pretende assoluto dominio; che non supera il confine del sé; che si alimenta soltanto di sensi; che fa oggetto di possesso la donna, essere consacrato dall’amore all’amore.

“Siamo state amate e odiate, adorate e rinnegate, baciate e uccise, solo perchè donne”, scrive Alda Merini.

Essere donna è un rischio troppo alto, un prezzo da pagare: vessazioni psicologiche, sevizie, stupro, stalking, morte. Eppure la natura non l’aveva predisposta a subire.

Le indagini statistiche rilevano dati ed evidenziano numeri impietosi; il rapporto dell’OMS conferma che “la violenza femminile rappresenta un problema di proporzioni globali enormi”. Una donna su tre uccisa ogni tre giorni: è una realtà che non lascia scampo, che va posta in stato di emergenza. Non episodi,  ma triste fenomeno. Un fenomeno di gravi dimensioni. Una questione da affrontare e da combattere. Le norme, i decreti, le convenzioni, ci sono; ed anche le strutture socio-assistenziali e socio-sanitarie. Operativi, i centri antiviolenza di genere ed attivate molte reti territoriali. Ma non bastano. Neppure l’attenzione, posta in essere da diversificati canali informativi, non basta. Le scarpette rosse, sicuramente d’impatto visivo per il loro significante, recitano un desueto clichè; anche il ripetuto “non è amore”, un refrain non recepibile.

Nella giornata contro la violenza sulle, due casi di femminicidio, consumati rispettivamente a sud e a nord del nostro Paese. Due storie che si aggiungono a molte altre, maturate in contesti e situazioni diverse; che suscitano stesso sconcerto e sgomento, che sollevano puntualmente reazioni e polemiche, ma incapaci di produrre “cultura”.

“La prima battaglia culturale è stare di guardia ai fatti”, scrive Hannah Arendt. Alla parola della cronaca deve essere affiancata la parola della riflessione. Urge una matrice culturale, che, superando ogni speculazione, attraversi le contraddizioni di un tempo e di una società, immersi nel dilagare della tecnica e segnati dalla povertà estrema di valori. Occorre cercare fondali più profondi. L’influenza dei media, l’assenza di riferimenti sicuri e forti, la mancanza di affetti stabili, lo sgretolarsi di fondamenti culturali, costituiscono terreno fertile al “naufragio dei sentimenti” (P.Crepet) e della civiltà. L’anticamera della civiltà è la cultura; senza la cultura, la società smette di progredire nella dimensione umana. I comportamenti deviati e folli sono sintesi dell’incapacità di controllare  la forza compulsiva degli istinti possessivi; dell’incapacità di percepire di “essere parte del tutto non dominatore di tutto”(Eraclito).

E non chiamiamolo destino ciò che è, come dice Umberto Galimberti, “svalutazione dei valori”; ciò che è deserto interiore, assenza di scopo e di perché. Assenza di senso. E’ mancante “il luogo interiore che contiene la vita e dalla vita si è contenuti”. Le cose accadono e sono: nessun dio può giustificare ed assolvere chi disprezza la vita. Non chiamiamolo amore ciò che libera dalla colpa e giustifica la follia: l’amore è altra cosa. E’ afflato: unicità e complementarietà. Non innamorato e folle: “le cose dell’amore sono altre”(cit.). Scenario alternativo alla follia dell’amore è la razionalità, che non può e non deve essere riposta in un angolo oscuro dell’io interiore; che non può e non deve essere rimossa e spazzata via dalla casa del vivere quotidiano dalla furia del vento delle passioni. E’ una pratica difficilissima, ma non impossibile. Può riprendere fiato, finchè sopravvive la speranza, anche nel più deserto della vita.

In questi giorni, molte persone, molti giovani, si sono recati sulla scogliera di Pietragrande. Lo scalpiccio dei loro passi sugli speroni arroccati, ha sollevato eco di questa speranza. Hanno deposto fiori sugli scogli. Nell’assoluto raccoglimento hanno fissato lo sguardo su un punto lontano, oltre l’orizzonte, quello che unisce la terra e il cielo. Hanno ascoltato la voce della Natura e di se stessi nell’Infinito. Il silenzio alto; visibile la commozione. Si sono strette le mani. Ecco i fondali profondi: la rinascita di un nuovo umanesimo; la riscoperta dei veri valori. Per scoprire l’amore, quello del “Cantico dei Cantici”.