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LETTERE INEDITE DELLA POETESSA ADA NEGRI  A ROMEO RICCI CRITICO LETTERARIO DELLA RIVISTA  “RACCOLTA” NEL 150° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA  

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 Introduzione

Di recente sono state ritrovate in modo assolutamente  fortuito, ovvero tra le pagine di un volume  della “Grande Enciclopedia De Agostini” ,appartenente a privati, alcune lettere autografe della poetessa Ada Negri (1870/1945) indirizzate a Romeo Ricci, redattore di articoli di critica letteraria su varie riviste di poesia e letteratura,tra cui “Raccolta”, edita nei  primi anni ’40 sulle orme della precedente e ben nota negli ambienti culturali romani, rivista “Circoli”, quest’ultima fondata  a Genova nel 1931 come bimestrale  da Adriano Grande, poeta ligure di una certa rilevanza.

In queste autorevoli riviste del periodo dove pubblica la Negri e non solo,  non è raro imbattersi  nelle firme di uomini di cultura e poeti come  Alberto Savinio,Umberto  Saba, Rosso di San Secondo….

Nei paraggi di “Circoli si aggirano, tra gli altri, in qualità di  redattori Eugenio Montale, futuro premio Nobel ,Camillo Sbarbaro e dal 1934,quando la redazione viene spostata  a Roma, lo stesso Giuseppe Ungaretti, avente come collega  Indro Montanelli.

Un anno decisivo si rivela il 1940, in cui prende la direzione di Circoli,  quel medesimo Guglielmo Danzi ,la cui opera, edita nel 1936, “Europa senza Europei?”,dal contenuto  smaccatamente propagandistico,  reca la prefazione del Duce in persona.

Da questo momento la rivista cambia titolo, chiamandosi “Raccolta” e soprattutto linea  editoriale, per poi chiudere definitivamente nel 1943.

Dura la vita delle riviste letterarie allora come ora……

Le lettere in questione, risalenti al biennio1939/1941 che vede la piena maturità  e  più che consolidata  fama letteraria dell’Autrice,  sono in tutto 13, spedite con cadenza piuttosto regolare,  di cui 5 datate 1939, 6 inviate nel corso del 1940, 2  riferite al primo semestre del 1941.

Esse sono state poste a conoscenza di  chi scrive  con il  dichiarato intento di contribuire a  riesumare  dall’inevitabile  e sicuramente  ingiusto oblio  la pregnanza letterario/poetica di Ada Negri,  esponente  emblematica suo malgrado di un’epoca peculiare, quasi un’epopea, oseremmo definirla, densa come è stata di protagonisti indiscussi  della scena culturale italiana ascritta al ventennio fascista.

Le lettere s’aprono all’attenzione come uno scrigno di notizie, una vera messe di genuini commenti in punta d’anima, s’intende ovviamente quella del poeta, perennemente alle prese con le  umbratili sollecitazioni che contraddistinguono  il  dispiegarsi della  sua creatività.

Prima di addentrarci nella loro analisi si ritiene necessario fornire alcune notizie biografiche sulla poetessa .

 

Cenni  biografici

Da attendibili  testi di fonte scolastica si apprende che Ada, come si legge, con qualche latinorum di troppo, nell’atto di battesimo , Hada,sì con l’acca, Aloysia,Theresia,Josepha,Maria Negri, nasce il 3 febbraio del  1870 a Lodi, vale a dire, qualche mese prima che nel Regno d’Italia , precisamente nel settembre del medesimo anno, si intreccino gli storici eventi  che porteranno alla presa di Porta Pia , notoriamente collegati alla successiva proclamazione di Roma Capitale.

Se ne deduce quindi che anche per la Nostra siano da celebrare 150° anni dalla  sua nascita.

Ciò detto, il padre Giuseppe, vetturino di piazza, dedito all’alcool, nonché dotato di gran voce tenorile, muore  molto giovane di tifo, in una corsia di ospedale, ad un anno dalla nascita di Ada e la madre Vittoria, già tessitrice, per assicurare la sopravvivenza della famigliola,composta  anche di un altro figlioletto, Annibale di due anni,ospitato presso lo zio materno omonimo, va a lavorare fino a  13 ore al giorno  come operaia in un opificio, solitamente all’epoca trattasi di quelli tessili.

Infanzia miserrima quella della Negri, per assoluta  mancanza di beni materiali, non certo di quelli affettivi, ben rappresentati anche dalla confortante presenza della nonna materna Peppina, governante della  mezzosoprano Giuditta Grisi, famosa per i suoi ruoli a metà tra i capolavori di  Rossini  e quelli di  Bellini, consorte del Conte Cristofaro Barni, il cui palazzo gentilizio situato su Corso Vittorio Emanuele II, nella città del Barbarossa,come  è definita Lodi, è stato restaurato di recente dopo decenni di degrado.

In questa nobiliare  residenza, risalente al tardo seicento,  ossia nelle anguste stanzette adibite a portineria, Ada Negri finisce con il trascorrere sia l’infanzia sia l’adolescenza  in ragione del fatto che la nonna, morta la cantante, viene  riassunta dal  Conte vedovo, proprio in qualità di custode del palazzo, fino a quando,  ella verrà rimossa da queste mansioni di portinaia, diciamo pure per raggiunti limiti di età e trasferita, ultima sistemazione abitativa, assieme a figlia e nipote, in due  ancor più poveri ambienti ricavati nel sottotetto  della medesima magione.

A parte  queste inevitabili traversie, la vita della piccola Ada scorre tutto sommato abbastanza serena ,fra tante ore in solitaria nei locali della portineria ma anche, non di rado condividendo i primi giochi con le figliolette dei padroni di casa, fra le aiole del giardino antistante e  nel contempo, ogni qualvolta si renda necessario, attendendo già al servigio di apertura  del cancello principale alle carrozze dei vari ospiti in visita nel  palazzo.

Negli anni, la poetessa non dimenticherà il senso di frustrazione  e malcelata vergogna nel sottostare a tali mansioni  che, si può dire,influenzeranno, in modo accentuato,seppure non duraturo, i suoi esordi in poesia, ove i suoi versi appariranno impregnati di sacro furore sociale a favore degli umili da redimere,  non disgiunti  da enfatizzazione e  melodica  immediatezza  di linguaggio….

La rozza figlia/dell’umida stamberga conquista di diritto l’appellativo di poetessa del Quarto Stato , suo malgrado  in simbiotica correlazione con il celeberrimo manifesto pittorico del proletariato dall’omonimo   titolo, dipinto agli albori del Novecento dal Pellizza ,nato in quel di Volpedo.

Va riconosciuto alla Nostra di non aver mai ceduto alla tentazione di rinnegare le umilissime origini, da definirsi senz’altro “plebee”, dimostrando, al contrario,  una volontà  impavida di renderne  specchiata  testimonianza , in un insieme di pudore  misto a fierezza, in faccia agli scontati  giudizi benpensanti  circa una scrittura , la Sua, da immortalare come  un vessillo al servizio di  temprate esuberanze poetiche a sfondo sociale che  si inseriscono con forza  nella lotta quotidiana contro le innumerevoli angherie perpetrate  nella società retriva del  tempo a danno delle categorie più tribolate e bisognose.

Intanto, grazie ai gravosi sacrifici affrontati dalla madre, Ada  riesce a  frequentare la Scuola Normale Femminile di Lodi dove nel 1887 ottiene  giovanissima il diploma di maestra elementare e contemporaneamente il suo primo incarico presso il Collegio Femminile di Codogno.

Solo un anno dopo  si trova ad insegnare  a Motta Visconti, borgo dell’entroterra milanese, intercalando l’attività di insegnante elementare con la composizione dei primi versi che  confluiranno nella fortunata  silloge  “Fatalità”,  pubblicata nel 1892 da Fr.lli Treves ed., regalando a Lei, la maestrina di Motta  Visconti, una fulminea notorietà nel mondo delle belle lettere.

Le sue poesie  riscuotono un tale successo,specie presso i lettori dell’epoca ma pare  abbiano entusiasmato perfino il  grande cantore delle “Odi Barbare”  Giosuè Carducci , da farle ottenere, su decreto del Ministro Zanardelli, per inciso ,abolitore della pena di morte nel nuovo codice penale da Lui appena  riformato,  il titolo di docente per chiara fama, presso l’Istituto Superiore “Gaetana Agnesi”, sito a Milano,dove la neo poetessa  si trasferisce insieme alla madre. 

Qui  incontra gli esponenti del Partito Socialista, da  Filippo Turati  ad Anna Kuliscioff ,   precorritrice del ruolo emancipato delle donne,  che la Nostra sente vicina come una sorella ideale.

Lo stesso Mussolini è tra coloro che Ada Negri, in queste fortunate occasioni di confronto, ben presto potrà conoscere e frequentare con una certa assiduità.

Nel prosieguo dell’attività poetica,  nel 1895 esce, sempre presso F.lli Treves ed., con minore  ma sempre notevole fortuna esegetica, la seconda silloge dal titolo ”Tempeste”, peraltro oggetto di commenti critici  esemplarmente negativi, si direbbe addirittura feroci, da parte di Luigi Pirandello in persona, che  sferza la Negri per la ridondante retorica sulle proprie origini proletarie,  ostentate con lividi accenti da Scapigliatura vagamente dépassé ma di sicuro veritieri se raffrontati alla realtà spietata che  incombe sui  lavoratori di fine secolo, non esclusa l’esperienza materna,  in ambienti scarsi  e malsani, ove nulla è concesso alla sicurezza sui luoghi di lavoro.      

Nel 1896, matrimonio mal riuscito, sposa un industriale tessile, dal quale si separa nel 1913. Ne nascono nel 1898 Bianca,molto amata, e in seguito Vittoria,morta ad un mese di età,della quale alcune biografie ignorano addirittura la  brevissima vita.

In uno con questi esistenziali eventi, il suo percorso in prosa, elegiaca come uno squisito sensibile poema, diviene  manifestamente autobiografico e introspettivo, così come più pressante  il tema della memoria, di cui  chiaro esempio ne  fornisce la stesura del romanzo  “Stella Mattutina”,anno di grazia 1921, ispirato dal matrimonio della figlia Bianca.

Già prima si veda “Maternità”, novella silloge splendidamente allusiva, edita nel 1904, che prende ovvio spunto  dai sentimenti di amore materno verso l’unica figlia che Le è rimasta.

Dopodiché ,con un deciso cambio  di direzione, la Negri si  consacra  alla creatività de “Le solitarie”, prima esperienza in prosa attorno a novelle pubblicate nel 1917, umili scorci di vite femminili, con mirabile dedica a Margherita Grassini Sarfatti, “ nimbata d’oro, aulico il riferimento alle bionde chiome elegantemente avvolte sulla nuca ,donna di bellezza,sanità e letizia, aggiungasi onnisciente vigile musa di Arti e mestieri del periodo fascista, sotto l’egida del Nume/Duce,del quale per alcun tempo è l’amante apprezzata anche per queste sue doti di ambasciatrice della cultura italiana spesso fuor dai confini nazionali…

Libro di penombra ,così lo chiama l’Autrice, in effetti asserendone la  valenza già modernamente conscia delle molte tematiche femminili,dall’antesignano  riconoscimento dell’aborto alla condanna della violenza sulle donne,che ne formano,sebbene in nuce, l’oggetto letterario e  culturale,prossimo ad una torbida vitalità, come si schermisce la Negri, non ancora convinta di potersi chiamare scrittrice.

Un accenno particolare merita la raccolta di poesie  “Il libro di Mara”,uscito nel 1919, espressione  di un magma poetico fatto di “dense,brutali onde magnetiche …..

Per la prima e ultima volta nella vita della Nostra si addensa una passione amorosa  cocente, del tutto imprevista, che  non si risolve se non dilaniando l’anima dopo la tragica assenza dell’amato,  morto di influenza spagnola.

I premi e i riconoscimenti si susseguono: negli anni 1926 e 1927 la Negri viene nominata al Premio Nobel per la Letteratura, vinto poi da Grazia Deledda nel 1926, per la cronaca a venti anni esatti da quello ottenuto dal Carducci nel 1906, finora rimasta unica donna italiana  ad averlo conseguito, sbaragliando la candidatura non solo di Ada Negri ma quella altrettanto temibile di Matilde Serao.

Tra i si dice,contrari alla  presentazione della Nostra, i  più insistenti riguardano una certa diffidenza incontrata dalla poetessa in ambienti ecclesiastici, forse a cagione di talune inusitate  passionalità liberamente esibite, pur  sotto forma di ideale poetico, nonché di argomenti sociali scabrosamente portati all’attenzione di cerchie ancora troppo ristrette e culturalmente impreparate ad accettarli senza pregiudizi.

Nel 1931 Ada Negri ottiene il Premio Mussolini alla carriera che le viene consegnato in Campidoglio, alla presenza dei Reali e nel 1940 sarà la prima donna, ancora adesso unica rappresentante femminile, quale prestigiosa e consapevole voce della cultura nazionale del tempo, a divenire membro della Reale Accademia d’Italia, istituita nel 1926,  poi fusasi nel 1939  con quella dei Lincei ,che dal 1934 si gloria della Presidenza di Guglielmo Marconi, il quale ,per l’occasione, la omaggia, con la consueta  amabilità, di una Sua visita.

L’Autrice succede a Cesare Pascarella, dopo aver avuto la meglio sui ripetuti, perfino vagamente patetici, tentativi posti in essere da Corrado Govoni, uno dei più eccentrici tra i poeti futuristi, al fine di ottenere in tutti i modi  l’ambita  nomina.

Ammettiamo pure che non sia stata estranea al raggiungimento di  tale traguardo la feconda amicizia con la domina,vedi sopra,  dei salotti culturali,  la sua Margherita donna di luce,  ma ciò non toglie che la Nostra  abbia profuso a piene mani la sua  istintiva, generosa  ispirazione  poetica  che per svariati lustri le ha permesso,per così dire,di licenziare alle stampe sillogi  di grande versatilità  creativa, non disgiunta da una prosa carica di sentito idealismo.

La poetessa muore a casa della figlia Bianca per arresto cardiaco nel 1945 e viene sepolta nel cimitero di Milano.

Solo nel 1976 la tomba viene traslata nella Chiesa di San Francesco a Lodi.

 

Analisi delle lettere inedite viste da vicino

Anzitutto la scrittura…..nel senso letterale di grafia .

Essa sgorga ampia ,larga, gradevolmente comprensibile,pur con qualche civetteria in quelle maiuscole ornate da ghirigori e la firma leggibile risulta composta dal nome tutto insieme  vergato al cognome, quasi ad inscriversi in un universo appartato di singolari vedute  ed etici sentimenti solidali.

Per contro i magniloquenti svolazzi che accompagnano la A di Ada  si concludono ogni volta con un tratto di penna in grassetto a delimitare uno spazio  in alto…. come dire…oltre non si può…

Tra  le missive recuperate, si rende necessaria  una difficile scelta  a favore delle più  significative , tra le quali una,  datata 20/10’39,in Milano,con sotto il numero romano che,come è noto,rimarca l’anno dell’era fascista.

Signore ed amico

esordisce cerimoniosamente la poetessa rivolta al Ricci e continua poi con lo stesso afflato per chi dimostra cura  nei confronti di quelle assolutamente fragili creature in versi dalle quali,l’autore,ogni autore, si distacca a fatica…

“ La Vostra lettera mi è molto,molto cara nella sua schiettezza cordiale”. E vi ringrazio di quanto mi dite sul mio ultimo libro:libro che,pur non essendo se non una raccolta di prose in massima parte già pubblicate, mi è costato un lungo,tormentoso lavoro di rimaneggiamento e di scavo. Cose che non risultano: le sappiamo solo noi poveri scrittori.”

Non par vero di rileggere in diretta quali faticose titubanze presiedano alla   nascita di così “sudate carte”  e intanto  la Negri  può dichiarare  la sua gioiosa  soddisfazione nei confronti  dei lusinghieri giudizi espressi  dal  Ricci   su “talune pagine “ di “Erba sul sagrato – Intermezzo di Prose” (Anni 1931/1939),Mondadori  Ed. di Milano, definite “da antologia”….

“…..mi conforta di tante incomprensioni più volute che sentite”.

Apri e chiudi parentesi….

Romeo Ricci, ovvero il destinatario delle lettere in indirizzo, vanta già un illustre curriculum, avendo egli collaborato in modo preponderante all’attività culturale e di redazione della più altolocata fra le Riviste dell’epoca, vale a dire ”Stirpe” fondata sul finire degli anni ‘20 dal catanese  Stefano Cutelli,  volta a celebrare gli alti destini di regime, grazie ai contributi speculativi di esponenti del calibro di Sergio  Panunzio, teorico del corporativismo fascista.

La lettera prosegue con interessanti conferme…”Ricordo il Vostro denso studio in “Stirpe” ,coscienzioso e sincero tanto nella lode quanto nella critica”.

Quanto all’ispirazione un grido reiterato a prova di qualunque tentennamento: “Vi assicuro in coscienza” sempre in riferimento a quest’ ultimo parto letterario  “ che non ho ascoltato se non me stessa,me stessa e poi me stessa.”

A questo punto inizia,se così lo si può definire, un delicato sogno  in versi che riempie di  contentezza la poetessa  tutta presa da una piccola lirica inviata secondo il solito al Ricci per l’ovvia pubblicazione.

“Non stavo a mandarla perché mi pareva troppo poca cosa,e breve. Ma voi me ne dite tanto bene che ne rimango un po’ stupita. Ne attendo le bozze presso il Collegio Boerchio” ….dove Ella si sente di casa.

Difatti a inizio ‘40 la poetessa  può informare l’amico Ricci che….” rimanda  a volta di corriere le bozze di Binuba”…Svelato l’arcano…  titolo assolutamente enigmatico, scovato  in qualche ormai  funereo singulto della memoria alla ricerca struggente  di una  seconda possibilità, chi può dire, di nozze,(tale il significato del termine), stroncata nella tragedia.

Ed  è così che, senza  albagia ,lungi dal temperamento dell’Autrice, Ella si dilunga  nel manifestare incertezza: “Ho un dubbio (penultimo verso),  si riporta integralmente,  il verbo reggerà non dà forse un’idea di pesantezza al lieve gambo d’una rosa? Metterei stringerà ma in questo caso mancherebbe totalmente l’impressione  della rosa levata in alto.

Dunque mi sembra che,dubbio per dubbio,meglio sia lasciare reggerà.

E’ così pesante, dopo,la vita!

Un doloroso scoramento a lungo covato mentre il  commovente esito dei versi si fa chiaro….

C’è di più…nel seguito di queste corrispondenze ci sarà occasione di riparlare di questa piccola poesia… Siamo a febbraio del ’40…cartolina da Boerchio…. “ma che vuole dire il Bargello di Firenze lodando “Binuba” ma ricordando la bella canzone di guerra? Non mi sembra ci sia rapporto alcuno.

Per inciso, ndr, il famoso e autorevole settimanale fiorentino, nato nel 1929,  viene  diretto agli inizi  da un giovane Pavolini, destinato a  divenire protagonista della scena culturale e politica del periodo.

Nelle lettere a seguire  si ritrova ulteriore traccia di questa soave  vicenda in altra lettera sempre a febbraio del ’40, spedita  dal Collegio Boerchio  , in cui la Negri dice al suo amico e interlocutore  Ricci,appena convalescente dall’influenza, che….

rileggendo la piccola lirica mi sono accorta(e chi sa mai perché non me sono accorta prima) che il nome rosa vi è troppo ripetuto. L’ho quindi tolto da un verso,mutandone lievemente,per forza, anche un altro…

Caro Ricci,non s’è proprio mai finito di epurare e limare…

Una cullante visione di amorevoli sentimenti che incoronano questa rosa  nella speranza di pervenire a più  felici risoluzioni di vita, proprio attraverso l’idillica  fatica del comporre…

A questo punto si dia spazio,anche se  meramente descrittivo, ad  un  luogo/ rifugio che riveste una certa  importanza nella quotidianità  della Negri ,dato che,come abbiamo potuto constatare, alcune  delle missive in veste di cartoline illustrate provengono  da Pavia, ove è  giusto allocato il  Collegio Boerchio, noto educandato femminile dell’epoca.

In realtà esso costituisce primariamente  l’abitazione di Abele, il capofamiglia Direttore del quotidiano locale “La Provincia Pavese”,  antifascista convinto nei ricordi postumi di figli e nipoti e in quelli  si direbbe, affettuosi, della Nostra, ospite sempre privilegiata in questa “Casa in Pavia”,piena d’aria e di pace”, dal titolo dell’omonimo libro che la  poetessa dedica ai suoi  soggiorni rallegrati dall’oleandro che inonda il balcone di fiori bianchi e rosa.

Di ciò permane specchiata  memoria  nello scuro sguardo immortalato  nel ritratto di zia Ada , familiarmente seduta a capotavola nella sala da pranzo, ricavato  da una foto scattata  controvoglia alla  poetessa che teme “l’onta delle rughe”.

Quanto ai contenuti delle lettere che Ella riceve e alle quali risponde quasi di continuo , la serenità del luogo mitiga in parte l’asprezza di certe  amare confidenze ben precise…

” Caro Ricci, sono  a Pavia dal 9 corrente ( data del 22/12/’39,XVIII)……Avete visto la stroncatura di Bellonci” , s’intende Goffredo, fra i  promotori  assieme alla consorte Maria del futuro Premio Strega , “nel Giornale d’Italia? Fa il paio con quella del Dono, tre anni fa.”

La Negri si riferisce evidentemente  alla  silloge “Il Dono” ed. Mondadori 1936, così liricamente  intitolata quale supremo omaggio alla Vita, dono divino e quindi incommensurabile fin quando ci è dato goderne.

Intanto sembra prendere  in maniera sportiva, si fa per dire , la poco benevola recensione nei riguardi degli scritti inclusi in  “Erba sul Sagrato”, da parte del noto critico ufficiale dell’importante quotidiano…

Sin dal suo primo apparire sulla scena letteraria il libro conosce  esiti  a dir poco controversi , alternando   l’oltraggio  della“stroncatura “, come appena appreso, al susseguirsi di consensi entusiastici!

Non basta…Romeo Ricci, come in altre occasioni, diviene, perché no, fido depositario non solo di avveduti suggerimenti di ordine tecnico circa la stesura di  versi difficoltosi quanto raffinati che impegnano oltremodo la Negri alla ricerca del risultato ottimale,  ma anche di quasi accorate malinconie di fronte a vere e proprie malevolenze di giudizio.

Pavia,Collegio Boerchio,5-I-‘40

Dal secondo foglio:

voi mi scrivete, nell’ultima lettera, cose sacrosante. Perché tanto desiderio di farmi del male,  in certe persone?  Ma vi scriverei dodici pagine  su questo argomento;e non è il giorno adatto.Ciò che vi posso dire è che “Erba sul sagrato”è un libro amatissimo……” parola di Autrice…

Fra le  liriche che immettono con immediatezza nel Suo universo poetico una ce n’è da cui  scaturisce il magma esistenziale che ha fatto da sostrato all’intero corpus poetico e letterario di Ada Negri,come riportano i versi sottostanti:

Io non ho nome/ io son la rozza figlia /dell’umida stamberga/plebe triste e dannata/è la mia  famiglia/ ma un’indomita fiamma/in me s’alberga”.

Da “Senza nome” contenuto in  “Fatalità”,  la celebre raccolta poetica di esordio, edita da Fratelli Treves Milano 1892.

A tal proposito possiamo riprendere le parole vergate dalla stessa Ada Negri in una delle suddette lettere che  porta la data del “16-5-’41-XIX, ”….

 Dunque mia madre” la Negri sta rispondendo al Ricci che le chiede  notizie della genitrice, ormai morta da diversi anni,precisamente nel 1919,….

“Assistette al chiasso enorme fatto intorno a Fatalità (sottolineato) nel 1893;chiasso che avrebbe fatto girare la testa a non so chi.

Io rimasi perfettamente calma e indifferente:lei toccava il cielo col dito.Ma non furono poi sempre rose:anzi.”

La Negri addirittura si lascia andare a confidenze personali, come non  mai, vincendo la caratteriale   riservatezza circa la  sua indiscussa notorietà divenuta pubblico supplizio dai venti anni in avanti

Dopo di ciò Ella ringrazia il Signore d’avere una cara figliola di forte intelligenza e robusto carattere,ma vivente solo per la sua casa e la sua famiglia. 

In altre parole… niente grilli poetici per la testa  come invece  succede alla madre!

Ancora  nella medesima lettera  Ella si dilunga con una ricchezza di dettagli   inusitata per un temperamento come  il suo,in effetti  divenuto moderato nel corso degli anni , dopo le intemperanze tematiche dei primissimi trascorsi letterari, su un certo articolo a firma dell’acclarato critico letterario Marco Ramperti , (1887/1964) a sua volta scrittore novarese di buon calibro.

Il pezzo in questione  appare su “Illustrazione Italiana”, rivista settimanale  blasonata e di lungo  corso, ovvero edita dal 1873 al 1962, adatta ai salotti-bene, frequentati dalle classi medio alte e medio colte, a cui, peraltro, la Negri, in compagnia della Serao, non disdegna di collaborare in occasione dell’uscita di numeri speciali dedicati di solito  alle  festività di fine anno.

Tornando all’ articolo, esso si attarda  in modo polemico circa il “contegno di certi membri di commissione ai Littoriali (si tratta di poeti ermetici)”.( Sorta di gare  annuali aperte alla popolazione universitaria per misurarsi nello Sport,Arte e cultura, ndr.)

La precisazione in parentesi ,caustica quanto basta, appartiene alla medesima Negri la quale insiste : “Vi avverto però”  sempre rivolta al Ricci, “ che io non ho né parlato né scritto a Ramperti, prima di quell’articolo.Glielo dettò l’indignazione.

La poetessa  non chiarisce oltre e non fa nomi ma ,da breve ricerca in loco, ne risulta che ai Littoriali  di Arte e Cultura di San Remo dell’ anno 1941 ,da qui il titolo dell’articolo “Le allegre comari di San Remo”, viene proposto un saggio critico sulla sua opera, Lei vivente,  che suscita un certo putiferio , non accettando la Negri, come si può facilmente  immaginare, critiche sbrigative e neghittose  che paiono voler distruggere a colpi di pregiudizio l’intera sua ispirazione.

Se ne rendono interpreti  proprio quegli “ermetici”,  indecifrabili ideatori di versi in orrore alla retorica del periodo, la cui presenza  disorienta quelle intime certezze socio- esistenziali tante volte  asserite da Ada Negri nei  suoi limpidi e impulsivi lirismi, in ossequio ai rassicuranti stilemi  che sono stati fino a quel momento il perno di un’ espressività intellettuale, anche  di regime, inutile negarlo.

Così come è altrettanto inutile mascherare  la supponenza di certi ambienti   ben radicati nella cultura del tempo, nonostante le letterali difficoltà di estrinsecazione, che ambiscono  a detenere  il primato della veridicità espressiva, si direbbe con  sprezzo del pericolo, in realtà  tenendo  comodamente a portata di mano  un  quadratino a forma di tessera o distintivo,valevole in modo imprescindibile per svolgere qualunque attività di più o meno rilevante  caratura siopolitica e culturale.

Il cruento irrompere della  guerra nella vita del paese spazza  via di colpo  un incedere quotidiano progressivamente sempre più  tragico  a cui non basta certo il conforto delle solite innocenti  piacevolezze, quali il rallegrarsi dell’arrivo di ben due fascicoli della Rivista “Raccolta” “ ….”pensai l’aveste soppressa  e invece è viva e vitale”, continuando a discettare lievemente di “piccole liriche” da limare …..”

Le lettere in cui si profila l’ombra, ancora è solo un’ombra, della tragedia nazionale,  recano le date  del 22 e 27 luglio del ’40, anno fatidico dell’entrata italiana “nello spaventevole conflitto  che dilaga in tutto il mondo”.

Apodittica come mai, la Negri si fa interprete di un sentire comune  che sa di poter condividere con il “Caro Amico” Romeo Ricci  al quale continua a indirizzare le sue missive….. “Giustizia sarà fatta.Il Duce e Hitler sono due giganti (testuale,ndr.).

 Ma credete poi che la Poesia, la mia poi!  ( Nel testo l’asserzione appare come un trepidante cammeo  racchiuso in una parentesi un po’ sbilenca),  riesca in questo momento cruciale, a dominare con la sua voce tanta grandezza e tanto furore d’armi in terra, in mare, in cielo?”

Se non fosse per l’inflessibile lealtà  del suo temperamento, si potrebbe facilmente  tacciare queste fatali affermazioni,  peraltro in virtù di uno scontato senno del poi, di sconsiderato stravolgimento dei fatti, in uno scenario al di fuori della stessa  realtà  con la quale la Nostra, così come il resto dei connazionali ,deve  confrontarsi ogni giorno.

Riepilogo

In luogo del consueto termine conclusioni poiché, nel caso considerato,  non si deve considerare esaurito e quindi concluso il discorso sulla vita  e le opere della Poetessa Ada Negri,così come traspaiono dai dettagli rivelati nelle lettere autografe, un carteggio minuto,sì,ma innegabilmente prezioso, per rendere  segnata testimonianza ad una delle protagoniste assolute  della poesia italica,.

spesso confinata,nei libri di testo per la scuola in poche righe frettolose e citazioni di versi,scelti ,si direbbe con cura, tra i più enfatici,meglio ancora oleografici,in nome di intellettualismi di risulta.

In realtà, Ella, giustamente osannata ai suoi tempi,può e deve continuare a far parte del nostro più valido retaggio culturale da trasmettere in questo millennio appena avviato, magari avvalendosi della contemporanea comunicazione tecnologica che ha il merito di rendere  rapide e incisive, in una parola, attuali,  le memorie di personaggi come la Nostra,trascorse da gran  tempo, ma tuttavia capaci di attrarre  l’attenzione  sull’umano vissuto dei  valori e sentimenti  che promanano  dalla Sua alta e sensibile ventura  poetica. 

I versi  sotto riportati provano a confermare quanto appena evidenziato:

Non vidi che me stessa …omissis….

Ama l’opera tua ,che unicamente

Ti rassomiglia,per divine tracce note a te sola”

Dall’Incipit di “Vespertina”, Mondadori 1930

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