E viceversa……

 Dove e quando innanzitutto?!

 Come in un sontuoso proscenio balzano alla ribalta  i protagonisti, interpellati  in Piazza della Calcandola, dal nome del torrente oggi idoneamente deviato, non solo in virtù della Poesia ma anche della Storia che qui a Sarzana napoleonica si materializza in un ispirato testo, apposto sulla facciata del Palazzo Municipale, opera di Achille Pellizzari, colto storico della letteratura italiana, personaggio meno scontato di quel che si pensa, seconda le notizie bibliografiche sugli uomini illustri di tutti i tempi  .

A prescindere quindi da risibili polemiche, i contenuti  dell’epigrafe innegabilmente mettono in risalto nel corso dei secoli fino ad ora il fondamentale operato del Sommo Poeta accorso in  delicata missione diplomatica in Lunigiana, per conto di Ser Giovanni Di Parente Di Stupio notaio, su procura del Marchese Franceschino Malaspina in Mulazzo, per concretizzare i termini  della tanto auspicata “Pace di Castelnuovo”,recante la definitiva soluzione delle dispute territoriali tra i suddetti marchesi Malaspina e Antonio Nuvolone da Camilla, Vescovo,nonché Conte di Luni, sotto il segno di :

Quiete,pace perpetua e concordia” …….

Così narra la cronaca ,scalpellata a mano,per così dire,in  quel finalmente fausto  6 ottobre,  anno di grazia 1306 .

Dopodiché, l’epigrafe di cui al titolo, commemorativa del sesto centenario dell’evento ,recante la data del   6 ottobre 1906, riserva a chi legge un’autentica perla, come dalle profondità di  ostrea,che suggella l’evento  in lapidea massima quale

                                             “Orma di Dante non si cancella” ,

da attribuirsi con presumibile certezza  al genio di Giovanni Pascoli, nel massimo sfolgorio di creatività letterario/poetica avvalorata dal recente incarico di professore assiso sulla cattedra di Letteratura Italiana dell’università di Bologna, già appartenuta al  suo  autorevole Maestro Giosuè Carducci.

Prima di allora,le orme  imperiture dei due massimi  Poeti  incrociano  per volontà del romagnolo purosangue di nascita, rispetto all’Altro che lo diviene per sobrie amicizie e  sinceri segni d’affetto ricevuti nella città di Ravenna, al punto che essa  ospita con amorevole attenzione il sacello di Dante .

                                                   Una vera apoteosi esegetica……..   

Quella che con inusitata  dedizione al tema/mistero dantesco dimostra il Pascoli nell’avventurarsi  fra le  tante supposte meraviglie della Divina Commedia  da rivelare all’universo accademico….dato che….

“Era il mio lavoro segreto e prediletto……Mi rifugiavo nell’oscuro tesoro delle mie divinazioni……Aver visto nel pensiero di Dante!”

“A nessun interprete e critico e storico di Dante fu dato di trovare nel cuore di lui tale traccia visibile quale a me,che ho seguito riverente la sua ombra per la plaga del mistero……”*

Così impregnato di mistico entusiasmo sta principiando il Pascoli ad occuparsi  dell’opera di Dante Alighieri,con quell’immane travaglio intellettuale che infinite volte gli presenta ,per così dire ,il conto nell’arco di un quinquennio, volta a volta proficuo e defatigante fino allo sfinimento delle forze intellettuali pur temprate,come  le Sue.

Come si può agevolmente riscontrare dalle fonti di informazione ,tra le quali fondamentali rimangono le Memorie ,”lungo la vita di Giovanni Pascoli”,con  premurosa diligenza  dettate dalla sorella, la più diletta all’animo del Poeta,  Maria/Mariù,al critico,prof. Augusto Vicinelli,il periodo che qui intercorre,ovvero anni 1898/1903, si riferisce alla permanenza di Giovanni Pascoli in qualità di ordinario di Letteratura Latina presso l’università di Messina per meriti speciali ai sensi art. 69, legge Casati.

(Cfr. a riguardo Violi M.,”Ricordo di Pascoli messinese a 100 anni dalla scomparsa “in “Pagine della Dante”.Ottobre-Dicembre 2012)

Nella città peloritana, il Pascoli agli inizi  si trova alle prese  con  il non trascurabile problema dell’alloggio, nei primi tempi sito in un caseggiato popolare appartenente   al complesso  periferico delle cosiddette “ Case Cicala” , dal nome dei fratelli costruttori, infestate dai miasmi delle fabbriche di laterizi, esistenti all’intorno.

Quasi subito  al Poeta e alla sorella Mariù, angiolino bello  che lo raggiunge a Messina nel novembre 1898,viene offerto un più adatto appartamento in Palazzo Sturiale nella centralissima via Risorgimento 162, la stessa  ove è nata chi scrive in un civico diverso,consentendo al rinato Pascoli  tratto d’impaccio,di accingersi all’opera la più alta che mai il suo intelletto poetico /letterario abbia concepito, ovverossia l’interpretazione della Divina Commedia, attraverso i valori di un esaltante misticismo che gli sono da  sempre propri.

Dal bel Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia…alla falce adunca che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo…..l’Aspromonte che agli occasi…..si colora di inesprimibili tinte…..

Dalla cucina si ammira il Forte Gonzaga sui monti….

Che più….I monti citati sono  i Peloritani che circondano il breve entroterra messinese,in faccia al boscoso Aspromonte, mentre la percezione lirica del vissuto in questa isola di Sicilia,”bella e terribile”, di cui Messina e il suo Stretto ulissiano rappresentano il degno  ingresso dal mare, ben presto ha il sopravvento su altri e diversi  contrastanti  moti dell’animo  a  cui il Pascoli s’abbandona,  cullato da novelle commozioni di  riuscire a penetrare le insondabili profondità morali  del disegno dantesco.

La chiave sta  in quei Prolegomeni  che ,detti alla maniera kantiana si pongono incontrovertibili a spiegare finalmente il problema capitale della

                                                  Minerva/Selva Oscura,

ove il Sommo Poeta smarrisce la diritta via,  prima di giungere alla divina foresta paradisiaca, (ri)conquistata,dopo essere passato nell’Inferno dei capitali peccati dell’anima,tutti riconducibili all’ unica matrice di corruzione  primaria, perversamente racchiusa in quella ria  pargoletta, ira, donde discendono le sfrenate passioni esistenziali che mortalmente  incombono sul libero arbitrio/discernimento dell’umano sentire.
E tosto il Nostro si inorgoglisce inalberando una gioiosa,a sprazzi,vitalità analitica,senza attendere ulteriori accademici consensi,purtroppo non così prodighi, sulle grandi intuizioni alle quali il Pascoli è convinto di pervenire  in  quegli anni di Messina, periodo dallo Stesso,a più riprese definito con animo grato  “uno dei più operosi,più lieti,più raccolti,più sorridenti di armonie della mia vita”

Salvo dolersene,addirittura con acrimonia, quando il vento delle ricerche e degli studi faticosissimi, chino da mane a sera sulle asperità dei versi danteschi, non gira a suo favore negli ostici ambienti letterari che per la verità, anche in precedenza erano  stati spesso tiepidi ,nel plaudire alla esorbitante produzione pascoliana, emotivamente profusa in componimenti poetici, comunque eccelsi nell’ispirazione

supportata dalle  impeccabili conoscenze di latinista e grecista a livello universale.

Ecco allora comparire ,tra una riga e l’altra delle tante missive spedite ad amici ed estimatori, da Luigi Pietrobono a Manara Valgimigli, richieste di amichevole supporto, circoscritto com’è in questa rabbiosa solitudine che gli impone la permanenza nella città dello Stretto,nell’Isola più fascinosa  ai confini del mondo, una Trinacria che nei versi dell’Alighieri, riconducibili al Canto VIII del Paradiso,notoriamente caliga per una certa qual fuliggine  che in ogni dove  la fa apparire  superbamente apprezzabile, di certo a distanza, non essendo Egli Dante, mai approdato sulle coste sicule.

Tuttavia con grande abnegazione,degna di un apostolato vero e proprio,il Pascoli va avanti , avendo come filo conduttore l’imperiosa necessità di dipanare a sé e agli altri,una volta sceverate le fonti, scegliendo quelle più consone alle Sue  complesse analisi al limite dell’Ermeneutica, la grande luce mistica della Commedia,  in modo diretto riconducibile ai Padri, specie, a Suo avviso, Sant’Agostino .

Si delinea la stesura del secondo essenziale volume della trilogia dantesca dedicata proprio alla Trinacria che lo ospita, non senza dubbi e continui ripensamenti  di scarso  giovamento alla pur  necessaria chiarezza catartica,anzi maggiormente aggrovigliando quel che già esiste di innato misticismo.nella natura pascoliana. 

                                                         Sotto il velame….

Già dal titolo si delinea la consapevolezza di  potersi avvicinare al Sommo Dante,  di certo attraverso la simbolica guida virgiliana  ma con il sublime afflato/consenso di Matelda/Arte,cioè la Poesia, che si accompagna a Beatrice divenuta Ella stessa… Sapienza!

Il passo è breve nel definire Dante ‘ Omero del Cristianesimo”, in una  con la  grande Iliade che allarga i suoi significati per mille e mille anni ancora, che estasi!, cosi idealizzata in uno dei tanti Discorsi pronunciati nell’ateneo messinese che li accoglie con reverenza,spaziando dalle commemorazioni  in onore dei venti anni ormai trascorsi dalla morte di Garibaldi  all’omaggio nei confronti dell’incomparabile collega  latinista Diego Vitrioli,reggino di nascita, autore del poemetto Xiphias che nel 1845 aveva vinto la medaglia d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam narrando l’epopea del pescespada  a spasso nello Stretto.

Addirittura,dando spazio al romantico eclettismo da  vecchio socialista più o meno convertito,il Pascoli si spinge a ricordare con ossequioso rimpianto l’assassinio di una figura emblematica come Sissi,malinconica imperatrice,ormai  indifferente all’ avvenenza che ancora emana, seppure  da tempo votata ad inesorabile declino fin de siecle,la quale,nel settembre del 1898,viene ferita mortalmente dalla lima di un anarchico italiano davanti all’Hotel Beau Rivage sul lungo lago  di Ginevra, ove s’innalza a perenne memoria una stilizzata  statua  che riprende le sue eleganti fattezze.

Brevi parentesi che interrompono l’incessante lavorio  intorno alla Commedia….

Dalle  fonti già citate, si apprende che il Pascoli,ormai ebbro delle nuove meditazioni ne riempie cartelle  su cartelle che l’editore Vincenzo Muglia ,messinese, schivo e riservato che “s’arma e non parla”,la definizione é  lo stesso Poeta a fornirla,viene sollecito a ritirare pressocchè giornalmente….

Corrono gli anni dal 1900 al 1902……

Nel frattempo ci si dedica perfino a qualche svago  purtroppo con inevitabili inconvenienti , a tratti preoccupanti ,come nel caso della febbre tifoidea contratta dal Poeta dopo ingestione di cozze crude,prelibatezza a cui gli abitanti  di Messina hanno da tempo rinunciato, non essendo più in sicurezza gli allevamenti di questi mitili, nei laghi di relinquato marino ,chiamati di Ganzirri, situati a pochi chilometri dal centro storico della città,verso la suggestiva punta di Capo Peloro, cornice a  luoghi di assoluta seduzione  mitica nell’imbocco con lo Stretto,antico Fretum Siculum.

Sarà o non sarà un valido pretesto,sta di fatto che il Pascoli,probabilmente stentando a rimettersi del tutto da questi disturbi fisici,comincia a  risentire della fatica dovuta a  questo studio,per così dire forsennato, sul pensiero di Dante che farebbe intravedere nelle suggestioni pascoliane una patria celeste,divenendo presso i popoli tutti  al pari di San Paolo o  perfino di  Enea, in particolare per le italiche genti…..

Smarrisce talora il  senso misurato degli eventi il Nostro, tristemente consapevole di essere sempre ad un passo dalle stroncature dei suoi vigliacchi nemici…..

Parole forti che trovano conferma in alcune recensioni, ad esempio quella redatta dal Pistelli Ermenegildo,filologo di valore, pare controvoglia per tema di manifestare un certo inevitabile dissenso nei confronti dell’astruso,contorto, emotivo/mistico allo spasimo, stilema adoperato dal Poeta nel  penetrare l’abisso dantesco  a forza di affanni,ripensamenti tali  che …..

Invece di sollevare il velame si adopera come a introdurci sotto di quello”!!!

Leggendo tra le righe di questo articolo pubblicato sul Bollettino della Società Dantesca,sembra lapalissiano arguire che l’impresa tutta del Pascoli di divinare la grandezza sapienziale di Dante non vada  sempre a buon fine,per usare un eufemismo, sia nella forma,sia nella tendenza della sua scrittura, spesso ondivaga  nel raggiungere l’obiettivo  essenziale ai fini della stessa esegesi.

In questo clima veleggiante fra continue incertezze e contraddizioni si giungerebbe,o si dovrebbe, alla stesura di un  terzo volume,non del tutto indenne da poco ponderati arrovellamenti sul contenuto da assegnare alla……

                                                             Mirabile Visione

,

 finalmente  nei paraggi del Paradiso, di cui idillicamente costituisce una sorta di Prolusione,oggetto di un volumetto,edito sempre dal Muglia  nel 1902, da declamare aprendo il ciclo annuale delle Letture, con qualche apprensione di cuore, in Or San Michele,  antico tempio ecclesiale in Firenze.

Essa rappresenta in effetti  l’ incipit  del vero successivo volume sulla Poesia del Mistero Dantesco,tutto a lettere capitali,che  resterà in un limbo di rivelazioni incompiute, a causa o in virtù, è il caso di porsi l’interrogativo,di un periodare che non sembra pascoliano,tenuto com’è entro registri di gravità pedante che scontenta l’uditorio,più che i tanto inseguiti critici e recensori letterari,al punto da indurlo garbatamente a sfollare prima del tempo!

Subentra  inevitabile una stanchezza fisica e morale nel protrarre queste laboriose ricerche volte a decifrare l’immensità  di una  verticistica estrinsecazione poetica, rappresentata dalla Commedia  di Dante Padre/Nume ,nonostante tutto,benigno, intrisa di idealità mistico/contemplative che infine  anelano alla Divina  sapienza e che il Pascoli ha percepito sia pure con qualche intermittenza di troppo, quasi martirizzato,dai drammatici  esiti interpretativi.

Gli è che ,malauguratamente, s’aggiungono deprimenti problemi economici: le opere pubblicate dal Muglia vendono poco o affatto : non resta che rinunciare anche alla “gloriola”,curiosamente si lascia andare il Pascoli a tale definizione, che poteva derivarne,ma così non fu, dal conseguimento del Premio dei Lincei, già sfuggito nel 1899 ,allora sotto la dicitura “Concorso al premio reale per la filosofia”,

Meno noto risulta il tentativo del Nostro di iniziare, in pezza, testuale in proposito, ad occuparsi di pagine dantesche,fin dai tempi del primo incarico di Professore di belle lettere nel 1882,appena fresco di laurea, presso il Liceo Ginnasio “Duni” di Matera,silente città dei Sassi, (cfr. a riguardo Violi M, L’Osservatore Romano, 6 maggio 2017,pag.4).

“…Con lo sprone del  premio….lo farei,e,spero,bene.!

Si riferiva,in tutta evidenza, al concorso Rezzi dell’Accademia della Crusca, da aggiudicarsi grazie alla visione  del preclaro segreto della”Costruzione Morale della Divina Commedia”

 Come risultato  dopo tutto questo tempo   si hanno solo…..

Vicissitudini psicofisiche, amarezze,disillusioni,diatribe a cielo aperto con i critici letterari dell’epoca,peraltro,secondo quanto si raffigura  in un impeto di ottimismo lo stesso Giovanni Pascoli dei momenti migliori, pronti a guaire d’invidia   ma non fino al punto  da non volere  ammettere nel giudizio,pubblicato sulla rivista “In Flegrea”

                        “Ricco anche il libro del Pascoli di non pochi semi di verità”

Su questa frase indugia e medita il Poeta,magari è un po’ poco per accontentarsi rispetto all’immane fatica specialistica fin qui condotta,ma Egli  alla fine si dichiara pago e altro non resta che giungere alla chiosa riassuntiva che finalmente paventa

                     …dalla oscura Minerva….una faccia adunque si è illuminata.

Il lume che batte su quella é certo che rischiarerà ciò che nel Poema resta ancora d’ombra e di penombra…..

                                 Epilogo nonché aggiunta di (s)chiarimenti da parte dell’autrice

 Giovanni Pascoli è ormai agli sgoccioli del periodo messinese,comunque proficuo quanto a fascinosi panorami,che lo allietano dal balcone dell’appartamento dove si è sistemato all’insegna del  buon vivere, assieme alla dolce sorella Mariù alla quale  ricorda soddisfatto  che …

“sarà il più bell’alloggio che ci sia in tutta Messina”

La presenza del Poeta nella città falcata è stata costantemente motivo di prestigio scolastico e accademico,quasi un culto da rinnovare a ogni  inizio di lezione….

 Fin dalle elementari  le  signore maestre dell’epoca non mancavano  mai di  esortare gli alunni, tra i quali è ricompresa anche chi scrive , a declamare i suoi versi…

Al posto d’onore quelli della celeberrima “L’aquilone”,  guarda caso, stilata in loco, in terzine dantesche, in un inebriante  sottofondo di  serenità quotidiana assecondato da felici visioni paesaggistiche e architettoniche .

Più raro  sentir discettare con piglio studioso della magnifica passione del Pascoli per l’Alighieri e la Sua Divina Commedia,suscitatagli,questo sì, motivo di vanto,anche e specialmente dal trovarsi a cospetto di una natura cosmica tra cielo e mare,cantando e ricantando, in parallelo con le mirabili intuizioni   sul poema sacro,l’anelito incessante a purificare i singulti della Sua personale tragedia  all’interno del nido perennemente infranto.

                                                                  

*

Tratto da “Giovanni Pascoli ,Prose, Sez. I e II, contenenti gli Scritti Danteschi,Arnoldo Mondatori Ed., Anni ’60, presso librerie  specializzate.

 Sul frontespizio della custodia che contiene i volumi  (Attualmente di proprietà della scrivente),è riprodotto il manoscritto di alcune cartelle autografe  di base per un articolo rimasto inedito.

…..Sono a che punto  credo io d’aver sollevato il velame che nascondeva la visione di Dante…..

“E più non dimandar….”

Così apodittico ma con una punta di laconicità avrebbe risposto il Sommo Dante al suo volenteroso epigono!

La prima edizione a cura di Vincenzo Muglia, il meritevole editore messinese ,risale al 1900.

In realtà,dopo la morte del Muglia,gli studiosi,tra i quali lo stesso Vicinelli ,  sono riusciti a reperire con  forti difficoltà qualche residuo scritto,risalente in modo non sempre organico alla stesura della compendiosa opera pascoliana che ,abbisognerebbe,quindi, di più recenti edizioni..