1220/2020, ovvero gli ottocento anni da Imperatore di Federico II di Svevia

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Notizie  biografiche in breve

Federico  Ruggero di nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen nacque il 26 dicembre  1194 a Jesi, provincia di Ancona e morì il 13 dicembre 1250 all’età di 56 anni a Torremaggiore, casale posto sotto l’egida dell’Abbazia benedettina di San Pietro  fin dall’anno mille.

Nella  piccola frazione l’imperatore venne accolto  ormai morente, per essere successivamente  trasportato a  Castel Fiorentino di Puglia nell’alta Daunia, dove,esalato l’ultimo respiro,  gli vennero resi gli onori dovuti al Suo altissimo rango imperiale.

La causa della morte venne riscontrata in una  grave patologia addominale ,tumore?,che negli ultimi tempi gli aveva impedito di nutrirsi fino al ferale esito.

 Si era quindi avverata,contro ogni previsione contraria,la profezia circa i sintomi della malattia mortale,  a suo tempo individuati dall’astrologo e astronomo scozzese Michele Scoto,  ben presto divenuto fido consigliere dell’imperatore alla sua corte di Sicilia.

Il  corteo funebre che recava fino alla cattedrale di Palermo il corpo imbalsamato di Federico II di Sicilia, avvolto nel saio cistercense, però con al dito, per espresso desiderio dell’imperatore che mai se ne separava in vita, uno  smeraldo di enorme valore, a mò di  eterno e irrinunciabile ornamento, fece una necessaria sosta nella città di Messina che Federico fino a quel momento aveva praticamente  elevato  al livello di co-capitale del regno.

Gli echi di una tale augusta  predilezione  sembrano essersi vagamente  dispersi nel corso di secoli non sempre agevoli per i messinesi, costretti a misurarsi con troppe  catastrofi naturali e non, che per fortuna non ne hanno fiaccato del tutto un certo indomito temperamento.

L’imperatore venne finalmente traslato nel sarcofago di porfido rosso, faraonico come quello che racchiudeva le spoglie dei sovrani egizi , o come l’ identico riservato agli imperatori di Roma antica da Nerone in poi,  ove si lascia attualmente omaggiare dai visitatori, compresi di tanto sfarzo in un’aura di sacralità ancora percepita.\

Egli stesso  aveva scelto la tipologia di urna monumentale fin dal 1215,decidendo nel contempo di riposare accanto alla madre Costanza  d’Altavilla,di fianco al padre Enrico VI e,poco discosto, al nonno materno Ruggero II normanno.

Federico II era infatti figlio di Enrico VI di Svevia, nato a Nimega, la più antica città dei Paesi Bassi, nel 1165, dalla casata germanica degli Svevi o Suebi, così denominati dagli storici e geografi romani a partire da Tacito, a sua volta figlio del Barbarossa, da non sottacere quale indomito assertore del potere imperiale, peraltro clamorosamente  sconfitto a Legnano dalla Lega Lombarda nelle sue mire di conquista del territorio italico.

Al momento della nascita dell’erede, Enrico VI  già regnava stabilmente sulla Germania,avendo come consorte dal 1186 Costanza d’Altavilla,nata a Palermo nel 1154,ultima figlia di Ruggero II Normanno, illuminato monarca dell’isola di Sicilia.

A suo tempo la regina,sarà  leggenda o verità, era stata sollevata dalla vita monacale  giusto al fine di  contrarre matrimonio, ormai  in età relativamente tarda per l’epoca ,  maggiormente al momento della nascita dell’ illustre figliolo, il futuro Federico II, ovvero quaranta anni compiuti :  realmente un fausto traguardo!

Dante risolve a suo modo , includendo Costanza tra i Beati del Canto III  del Paradiso per non aver adempiuto fino in fondo ai suoi voti monastici. 

Non particolarmente propizie le vicende personali della coppia regnante,il padre, Enrico VI, nel 1197, che, in effetti concluse la sua esistenza terrena a Messina,ancora nel pieno dell’età, qualche anno dopo aver presieduto al battesimo  del figlio avvenuto in Assisi .

La  moglie Costanza , nel frattempo incoronata regina di Sicilia da parte paterna , lo seguì appena un anno dopo nel 1198,non senza aver provveduto alle impellenti necessità dinastiche che la obbligarono a disporre la corona di re dell’isola in capo all’infante  Federico Ruggero di soli quattro anni,posto sotto la necessaria tutela del Papa Innocenzo III,con l’ambito titolo di Federico I.

Così iniziò la parabola esistenziale di uno dei reggitori dello Stato, ininterrottamente celebrato già nella  sua epoca tardo medievale, fino ad oggi, senza soluzione di continuità osannato tra luci e ombre, più a ragione che a torto ,  capace  come tutti i grandi intelletti di dispiegare un carisma senza precedenti, in una molteplicità di  impetuose passioni  tutte riconducibili alla prodigiosa volontà di  continuamente apprendere .

Come già evidenziato, il giovanissimo Federico venne privato da subito di un certo tipo di amorose cure infantili,incompatibile con  una sequela di diritti/doveri  che pendevano assillanti sulla sua ancora acerba esistenza, indotta a subire la posa di più corone,tutte  ugualmente pesanti,  anche se  prestigiose, da  onorare  con il  medesimo tributo di impegno e dedizione  nei confronti delle nazioni e dei popoli ivi dimoranti  che da colui avrebbero atteso il buon  governo,affidandogli,in compenso, il dominio sul loro destino futuro.

                                                        Introduzione al Mito

Intanto…ancora e di perenne  Stupor Mundi , certo che sì,  a dispetto di  una sorta di nega/revisionismo, cosiddetto storico, che  da tempo colpisce senza distinzione di rango o di genere  per il  lungo e il largo degli eventi e dei protagonisti  che la Storia dopotutto hanno contribuito a costruire, talvolta nolenti, o, come nel caso di Federico II di Svevia, assolutamente volenti  e coscienti del ruolo da impersonare che loro appartiene di fatto e di diritto.

In realtà la tendenza,più o meno sottesa, é di confutare in ogni modo  un certo inevitabile proselitismo  agiografico che  accompagna nel tempo  gli atti e i comportamenti  di questi  giganti dell’ umanità come il Nostro,  propugnando ad uso posteri il non essere ,ovvero, nel caso dell’imperatore Federico II dovrebbe bastare  che sia stato di sangue germano,da parte di padre,normanno da parte di madre.

 Tutto sommato un alquanto disutile tentativo di  inventariare,per così dire,tra le pieghe degli accadimenti ,anche quelli ormai storicamente accreditati , in base a sedicenti  criteri di analisi che nell’impazienza di riuscire  innovativi  rischiano di  scantonare nell’agnosticismo. 

“ Né loico o cherico grande” in  lingua volgare ducentesca,  forse neppure eretico ed epicureo come vuole dannarlo Dante nel sesto girone dell’Inferno, tanto meno un sovrano ispirato da ideali  di giustizia sociale, poiché non avrebbe   fatto  mostra, dimostrabile o meno, di essere in sintonia con alcuno dei popoli sottomessi alle sue tante corone, da quello siciliano a quello germanico a quello romano….

 Dopo  tante riduttive negazioni qualcosa bisognerà pur scegliere e concedere….

Viene in soccorso il grande divulgatore e profondo conoscitore  di ogni aspetto della Storia della Sicilia , libero docente   presso l’università di Catania, Santi  Correnti (Riposto 1924 – Catania 2009), che,a proposito di Federico II, si era espresso in modo ineccepibile,coniando per primo la definizione di “Principe rinascimentale”  ante litteram, che ,meglio di altre, traduce il latino excubitor ingeniorum per  l’inesauribile mecenatismo prodigato nel corso del trentennio imperiale  in  favore delle arti e delle scienze,così della  musica e della poesia, come della letteratura e della filosofia,in sostanza nulla trascurando  dei vari rami in cui alla fine si articola il bisogno di conoscenza.                                                                                                                  

Sono trascorsi dunque ben otto secoli dal giorno fatidico dell’incoronazione a ultimo Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta nell’imponente scenario della Basilica di San Pietro, essendo Papa Onorio III, successo a Innocenzo III,  il 22 Novembre 1220, dedicato a Santa Cecilia, nobile romana  martirizzata nel 230 a.C. in tale data.

 Egli  è già re di Sicilia, secondo le note circostanze su riportate, a cui si aggiunge il ducato di Svevia, in quanto Federico VII, dal 1212 al 1216, in contemporanea con l’altra nobile corona di Re dei Romani  ottenuta nel 1212 , nonché nel 1215 una prodromica grandiosa incoronazione in Aquisgrana,   sacrale città  innalzata a caposaldo  della romanità dallo stesso Carlo Magno  che qui riposa nella Sua Cappella Palatina .

Narrano alcune grandiose cronache  del tempo, che Federico  decide di  immergersi con l’intera sua corte nel fasto monumentale di Roma ,qua e là vetusto ma quanto rifiorente a ogni passo,scegliendo di accamparsi  sulle pendici di Monte Mario per meglio godere della  suggestiva vista della Città Leonina ai suoi piedi.

Appena uscito dall’accampamento egli si ritrova accompagnato fino alla meta da una gran massa di popolo  in festa, accorso ad ammirare lo spettacolo strabiliante, mentre fanno ala al passaggio dei dignitari  reali interminabili file di chierici, vescovi, cardinali,  tutti ansiosi di assistere  in diretta, oggi così si direbbe, al  magico scorrere di questi eventi  straordinari.

Quando finalmente Federico, ormai ventiseienne, varca il grande portone della Basilica per dirigersi verso l’Altare Maggiore  è tutto pronto ad attenderlo. Vi è solo da immaginare il tripudio di luci e  fregi stemmati e sfarzo di paramenti sacri  indosso allo stesso Pontefice che sfoggia perfino una tiara d’oro.

Dopo il rituale della prosternazione,avviene la consegna dei simboli imperiali da parte di Onorio III   nel corso della solenne funzione liturgica,  a cominciare dalla corona imperiale  posta sul capo di Federico II, il quale, nel medesimo momento, riceve la spada a difesa della fede, lo scettro del comando, il globo crucigero che sublima il potere imperiale inscritto nei dogmi  della cristianità.

Da quel momento il novello imperatore  può scegliere la sede del vasto impero che gli compete, prediligendo la Puglia, luce dei miei occhi, come ebbe a definire spesso con infinito amore le contrade natie,  in particolare  Foggia nel centro della Capitanata, terra sublime di caccia e uccellagione, specie quella praticata con l’aiuto dei falconi, del cui ammaestramento Federico II è considerato notoriamente un maestro .

Più o meno negli  stessi anni, ovvero nel 1224, trova per così dire il modo di fondare lo splendido ateneo di Napoli che porta ancora gloriosamente il suo nome, sede incontrastata di sapere giuridico e umanistico.

Dove letteralmente il suo poliedrico temperamento lussureggia ,lasciando un’ impronta indelebile nella vita degli estimatori del tempo ma ben oltre  a livello universale, è nell’isola di Sicilia che accoglierà il fulcro della sua eccelsa opera,così di  riscoperta dell’opera aristotelica,nelle traduzioni dal greco antico, accanto a quella altrettanto basilare di ricognizione delle disomogenee norme  giuridiche operanti fino a quel momento nell’impero.

Si rammentino, a tal proposito, le Costituzioni melfitane,raccolta di norme  o Assisae,per il riordino sociale e civile del regno di Sicilia, il cui iter, iniziato tra il 1121 e il 1222  nel corso di due distinte diete  indette nella città di Messina,  prospera Chiave del regno, certamente a motivo della sua indiscussa posizione geografica di esordio nell’Isola, allora come adesso, giunge alla  promulgazione nel 1231  nella cittadina siciliana  di Melfi, nel cui castello  l’imperatore conduce  temporaneamente vita ritirata.

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  Un   capolavoro di cultura, scienza e arte ,letteratura e poesia.

S’intende quello  brillantemente coltivato da Federico II, abile oratore nelle sei lingue principali  latino, greco, arabo, siciliano,germanico,francese,che intrecciano modernamente le loro valenze ai quattro canti dell’impero, dopotutto prendendo le mosse da una fascinosa capitale come Palermo, grazie alla presenza dei più illustri rappresentanti delle varie discipline su titolate, chiamati a corte da ogni parte del mondo accademico del momento.

A tal proposito s’impone una nota sulla promozione  a lingua del siciliano.

Non sarà certo chi scrive,nata nell’Isola, a sollevare obiezioni,peraltro potendo godere del preclaro conforto del Sommo Poeta  il quale confessa che il dialetto siciliano, meglio definirlo un volgare illustre, quale riconducibile alle speculazioni gnoseologiche escusse nel “De vulgari eloquentiae”,era già sopra agli altri.

Tutto questo s’incunea fecondo nei brevi intervalli  tra una guerra e l’altra che alternativamente recano con sé vittorie esaltanti come quella di Cortenova del 1237 ,in cui l’esercito imperiale ha la meglio sulle forze della Lega Lombarda,  una rivincita da dedicare idealmente al nonno Barbarossa, ma al tempo stesso brucianti sconfitte.

Inevitabile rammentare quella subita a Fossalta da Enzo,  re di Sardegna, figlio naturale del Nostro, per mano dei  guelfi del Comune di Bologna che lo tratterranno prigioniero per 23 anni nel Palazzo  che ancora oggi  prende nome dall’illustre personaggio, a nulla valendo minacce e blandizie del potente padre per riavere libero il figliolo prediletto. 

Né vanno dimenticate le lotte contro il papato, perennemente all’erta nel comminare scomuniche  per i colpevoli ritardi  dell’imperatore nel condurre l’ennesima crociata  finalmente portata a termine con l’entrata gloriosa in Gerusalemme nel marzo del 1229 che  sancisce, fra l’altro ,un grande successo diplomatico della compagine imperiale capeggiata da Federico II, dopo avere evitato con grande avvedutezza il ricorso alle armi.

 Le ostilità papali trovano ulteriore  terreno fertile   nello stigmatizzare senza appello   presunte o meno storture eretiche  nel comportamento sommamente libertario dell’imperatore, ancorché troppo colto e raffinato per non destare,da un lato,  entusiastici consensi, dall’altro, insormontabili diffidenze nei confronti di un sapere  che propugna, prima di ogni cosa, il risveglio civile.

Per fortuna  da subito tornano a prevalere levità di toni  e leggiadrie  di sentimenti….

Poi che ti piace amor….

In lode della figura femminile vagheggiata  con versi di estrinseco tenore cavalleresco-cortese, nei quali si  cimenta lo stesso Federico II, in termini galanti, sì, ma ridondanti, come usava,  di artifici lessicali.

Non è facile richiamare alla mente tale componimento poetico da quel dìobliato tra le pagine di antologie di letteratura italiana, da passarci i pomeriggi a studiare per l’interrogazione dell’indomani  nel primo anno di liceo classico.

Resiste fino ad ora qualche ulteriore  resipiscenza risalente ai  giorni dorati, verbigrazia, delle elementari , in cui, per merito della signora maestra, all’epoca tutti ne avevano una, soprattutto con il signora davanti , mutuata dalla maestrina  dalla penna rossa deamicisiana , si cominciava ad apprendere qualche nozione, più o meno facoltativa, di storia siciliana.

Si entra così dal portone principale nel clima della poesia amorosa che fa da sostrato alla cosiddetta “Scuola siciliana”, perno attorno a cui ruotano gli intenti di coltura perseguiti con tenacia encomiabile dall’imperatore, pur nei limiti di una poetica ove spesso si fa sfoggio di belle lettere senza quasi mai  percepire l’intima ispirazione che trae origine  da palpiti idillici veritieri,forse anche per non contravvenire ai codici d’amore  e di onore richiesti dalle distrazioni e dalle mode di  corte.

Vi si attengono con una certa  regolarità,per così dire,tutti gli illustri frequentatori del cenacolo federiciano , non disdegnando prove  di bel verseggiare a cominciare dal più autorevole Pier Della  Vigna che felicemente  interpreta l’ambito che più si confà alla Scuola,in tutte le sue rime  dedicate alla donna da cantare con  elegante cerimoniosità,in un subisso di…

 Amore in cui desio ed ò speranza di voi…..

 essendo egli  litteratissimo  e dotto rimatore!

L’oscura sua vicenda personale, peraltro non ancora risolta a livello di verità storica, lo fa collocare da Dante tra i suicidi del VII Cerchio dell’Inferno, dopo un incontro avvenuto su suggerimento di Virgilio nel XIII Canto.

Dolorosa parvenza quella  del fine giurista nativo di Capua, divenuto notaio della Corte , potente ministro di Federico II, addirittura estensore delle norme melfitane, il quale, vittima di sinistri maneggi cortigiani, si ritrova all’improvviso caduto in disgrazia presso il sovrano che, in mancanza di elementi certi di colpevolezza, lo fa comunque imprigionare e accecare alla stregua dei  vili traditori.

In questo fervido panorama letterario si erge una voce poetica  detta goliardico/ giullaresca dagli studiosi, concordi nel riconoscere  a Cielo/Ciullo D’alcamo Dal Camo, errori di trascrizione a parte, un posto a sé stante,un prezioso cameo  che si rivela ineffabile in quel primo verso di rosa fresca aulentissima, croce e delizia delle generazioni studentesche impegnate a cogliere le vivide immagini  di passione  amorosa ,in una dialettica  atta   a sceneggiare   il  contrasto e la defensa,  fino alla inevitabile resa finale  della madonna,  così da presso serrata da uno spasimante   sfrontato quanto schietto.

 Stante la difficoltà di interpretare correttamente la lingua,con spunti d’arcaico provenzal siculo, ne rimane in ogni caso un sentore di qualche moto dell’animo declamato  con perizia di versi attraenti come il soggetto che ne è finale protagonista.

Nondimeno, che sia stata di stampo cortese o più incline al sentimento popolare, se un raggio d’umanità vi splende, calza a pennello la critica crociana meno pungente del solito,è poesia!

In più concreti termini, la Scuola Siciliana  ha fatto da capofila indiscussa quale anelito  di innovamento collettivo, a seguire idealmente le fondamentali stagioni di fioritura socio-culturale  araba e normanna ,nel cui solco si sono poi incamminati gli altri esempi di poesia volgare italica,prima fra tutte quella toscana che arriverà ai vertici stilnovisti,principiati tanto dal Guinizelli,tanto dal Cavalcanti, guidando fino a Dante, in grado di enfatizzare.da par suo, i nuovi afflati della letteratura italiana,ancora agli albori.

Ma non è stata sempre e solo gaia scienza quella che  ha impegnato le fruttuose giornate di studi e meditazioni presso la corte di Federico II, avido di sperimentare nuove branche di conoscenza, non importa quanto astruse, come ad esempio i sistemi matematici introdotti dal  Fibonacci, contrazione che sta per figlio di Bonacci, padre doganiere,vero nome Leonardo Pisano Bigollo, nato a Pisa tra il 117° e il 1175,quivi morto tra il  123 e il 1240. 

L’imperatore lo incontra  nel 1223, data certa,passando da Pisa con il suo seguito,avendo evidentemente  notizia del suo valore di studioso dei numeri e del calcolo matematico,come conferma l’opera sua fondamentale, nonché gigantesca per quantità e  qualità dei contenuti,   dal titolo Liber Abbaci, anno 1202, in cui  appare la   cosiddetta  successione di Fibonacci per la quale ogni numero equivale alla somma dei due che lo precedono.

L’ampio merito del matematico è sopratutto quello di avere sistematizzato e  riportato di nuovo in auge l’eredità indo- araba , rifacendosi per dovere di esattezza , alle origini indiane della numerazione ordinaria,quella delle nove cifre che fanno parte del nostro corredo quotidiano di conti  e calcoli con l’aggiunta dello zero ,vanto delle prime nozioncine di aritmetica, autentica rivoluzionaria scoperta vitale che ,in tempi attuali , avrebbe significato un qualche omaggio perlomeno di tipo  Nobel .

Il Fibonacci dovette accontentarsi, si fa per dire, di intrattenere una fitta corrispondenza con l’imperatore Federico II, letteralmente ammaliato,potenza e fascino della matematica allo stato puro,quasi poesia, dalla mente senza confini dello studioso pisano che,andando a ritroso  nelle ricerche  a base della sua opera, realizza una  volta per tutte la sintesi dei modelli della geometria greca,quella euclidea, parzialmente o del tutto seppellita nella memoria dei posteri occidentali, dopo essere stata,lunga pezza, presso la biblioteca alessandrina.

Sembra accertato che il grande studioso non abbia mai pensato di vivere stabilmente a corte  come gli altri colleghi,letterati e scienziati radunati da Federico II in uno dei suoi tanti splendidi e monumentali castelli, anche se corre voce,non suffragata da validi fattori probatori che dalle  matematiche intuizioni del Fibonacci si sia originato il grandioso progetto di Castel del Monte,ancora oggi  grondante di una armoniosa possanza di forme svettanti nell’universo infinito.

A fatica, ma perfino nei confronti di una figura imprescindile come quella di Federico II,si  deve giungere alle conclusioni.

Il grande regnante,  di aspetto gentile e fascinoso, continua a dispiegare la sua cospicua eredità, specie socio-culturale, dall’alto di tutti questi secoli di storia, non sempre facile da incasellare, pur con l’ausilio di cronologie certe sulla successione degli eventi che hanno scandito la sua  straordinaria esistenza fuori dagli schemi ordinari, avulsi dalla sua indole  irruente e aperta  in modo onnivoro all’apprendimento delle più svariate discipline, tale da rischiare la fama di  dottissimo, già presso i contemporanei.