Un selfie che vale una vita o basta un selfie per dare senso alla vita?

Un selfie che vale una vita o basta un selfie per dare senso alla vita?

10.03.2018  8:40 - 

di Maria Drosi - 

 La vita che non torna : abbandonata sui binari la vita di Leandro.

Un anno fa. Un selfie, un maledetto selfie, il suo carnefice .

La comunità salesiana di Soverato lo ricorda.

Deliapress.it ripropone una riflessione di Maria Drosi.

                                                                                                                                                                                                                                                     

Se c’è un tempo per ogni cosa, se c’è un tempo per tutto, non c’è più tempo, oggi, per aspettare.

 Per lasciare sospesi su quel filo d’orizzonte, che separa l’imprevisto prevedibile e il certo ragionato, l’esaltazione di un attimo e il senso del comune vivere, no, non c’è più tempo.

        La realtà mostra, ormai, il suo vero volto.

Schermarla con sillogismi fuorvianti, opacizzarla con vittimistiche asserzioni, oscurarla con esternazioni assolutiste, mirate soltanto a defilare responsabilità, a sottolineare latitanze, ad evidenziare bubboni, non serve. E non giova. A nessuno, e in nessuna parte del mondo, di questo mondo, risulta utile.

      Perché è il volto di una società globalizzata, ostentatrice ed elargitrice di risorse e di comodità, in una esasperata fruizione di abuso e consumo;  ma incapace di definire significati e significanti, valori da trasmettere, giusti, nel presente e per il futuro delle giovani generazioni.

        “Quando non si sa dove andare e perché andare, si finisce per lasciarsi andare dalla corrente” (F. Galeone), che conduce, inevitabilmente, alla deriva,  alle più drammatiche conclusioni.

      Leandro Celia, 13 anni. La sua esistenza tragicamente interrotta e conclusa, sui binari di un treno. Era in compagnia di due coetanei: suoi amici del cuore, forse, o  compagni di cordata, accomunati da un sotteso incombente comune destino, o semplicemente uniti nella complicità dello stesso desiderio di “far colpo” e scena, su un social network. Con uno scatto. Con un click . Trasgressivo, rischioso, appagante. Vivere, cioè,  il sensazionale ed offrire la sensazionalità di un selfie. Catturato nell’attimo proibitivo: al passaggio del treno in folle corsa, sfiorante il corpo.

      E’ l’ora della sera, quando le sue ombre dilagano nel mistero dell’universo, sottraendo allo sguardo cose e persone.

      Leandro è lì, in attesa. L’ultima attesa della sua vita. L’impatto è estremo. Si consuma, proprio nell’attimo agognato, il dramma.

      Fuggono gli amici: una fuga altra, verso il nulla. Fuggono, in compagnia della paura, del terrore, dello sbigottimento. Senza meta. Facile preda dello shock . Lasciando Leandro in solitudine, col corpo sbrandellato e sfigurato, sul selciato di terra battuta, catapultato sotto un ponte, dall’urto senza scampo.

      Aveva soltanto 13 anni Leandro. Forse non aveva fatto in tempo a chiedersi il perché della vita e del suo senso, il cosa raggiungere. Forse, non aveva ricevuto risposta, o adeguato riscontro, ai suoi probabili e possibili interrogativi. O forse si era arreso, risucchiato nel vortice della confusione e del disorientamento. Inquilino di un  villaggio globale, prigioniero di una rete globale. Come i tanti , come innumerevoli ragazzi di ultima generazione, cittadini del mondo virtuale.

       Il filosofo canadese Mc Luhan Marshall, ne fu profeta e ne evidenziò il contraccolpo amaro: la caduta della componente umana.

       Altri opinionisti e pensatori, sociologi e pedagogisti, concordano nel ricondurre lo smarrimento dei giovani al dissolvimento dei valori, allo sgretolarsi delle “certezze”. Sotto l’abbaglio della moderna tecnologia comunicativa, che ha conquistato la loro capacità emozionale, trascinandoli, quasi impotenti, ad esplosioni di irrazionalità.

       “Chi ha un “perché” nella vita, ha la capacità di affrontare ogni “come” nella vita” (F. Nietzsche).

I ragazzi di oggi, detentori di ogni bene materiale, sono da questi stessi deprivati dei tesori spirituali, che danno senso e scopo al loro tempo; fondanti premesse per mettersi responsabilmente in gioco ai richiami della vita.

        L’ “insignificanza “è causa del “male di vivere “ della gioventù di oggi.

Eppure, l’esistenza di Leandro si snodava serenamente, tra gli affetti familiari e la facile quotidianità di un antico borgo, Petrizzi. Adagiato su uno sperone collinare , tra il fiume Beltrame e le alture collinari dell’hinterland soveratese. Qui, i valori che contano sono respiro ed anima. Era alunno dell’ultimo anno, Leandro, nella Scuola Media “U. Foscolo” di Soverato. Ambiente scolastico votato alla formazione delle giovani vite. Frequentava anche l’Oratorio “D. Bosco”, gestito dai Salesiani, secondo il postulato educativo del Santo dei giovani.

        Forse tutto questo non bastava più a Leandro. Forse anche su di lui sovrastava il richiamo ammaliante del “feticcio delle cose”. Forse il bisogno di vivere per un attimo da eroe, superava l’ attimo stesso di paura.

         Una sfida , per un risultato che non torna. Leandro ne è simbolo. Leandro ne è vittima.

E’ buio pesto intorno. E c’è silenzio. Il dolore è tagliente come lama d’acciaio. I pensieri sono sferzate di tramontana sulla pelle. Il mare è limaccioso, incolore. Angoscia e sgomento il suo mormorio.

         Intanto, il protocollo burocratico segue il rituale delle sue scansioni. L’Autorità comunale ha proclamato il lutto cittadino.

         Quanto per un selfie Leandro ha smosso, è spalancato dolore, incapacità di percepire il mistero delle cose, incomprensibilità di una realtà da reinterpretare e modificare a tutti i costi. Ora e subito.

         Nessun selfie a benedire Leandro; nessun selfie ad osannarlo.

Soltanto un tremolio di fiammelle, su uno scenario di ombre.

 

(foto repertorio)                                                                         

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