A Staiti, una sera di luglio davanti al Palazzo Municipale - “ La Terra nel Sole Distesa sul Mare” di Domenico Monoriti

  A Staiti, una sera di luglio davanti al Palazzo  Municipale    -   “ La  Terra nel Sole Distesa sul Mare” di Domenico Monoriti

27.07.2018  20:00  - 

  di Rosa Marrapodi  - 

                                  

 Staiti, “il paese con il proscenio verso il mare”, qualche sera fa è stato al centro dell’attenzione di tutto il comprensorio ionico reggino per un importante avvenimento di carattere storico-culturale, fortemente voluto ed organizzato dall’Amministrazione Comunale. 

Il Sindaco, avv. Giovanna Pellicanò, ed il Presidente del Consiglio Comunale, preside Leone Campanella, supportati dalla Giunta e dai Consiglieri, si sono attivati per rendere merito, alla memoria, al primo Sindaco dalla Liberazione, Saverio Monoriti (16/12/1896 – 23/02/1944), travolto ed ucciso dal treno a Brancaleone, mentre si recava in Prefettura a Reggio Calabria, intitolandogli la bella Piazza su cui si affaccia il Municipio. 

E’ stata una cerimonia davvero toccante, quella dell’intitolazione, avvenuta in presenza di tutti i Monoriti della Provincia e non solo, rispettabili eredi di Saverio Monoriti, accorsi  emozionati da ogni dove per presenziare all’evento commemorativo del loro sfortunato, illustre congiunto, “che la vita sacrificò per il benessere della comunità staitese.” L’evento ha riunito lo storico borgo medievale di Staiti intorno all’Amministrazione Comunale, che per l’occasione ha completato la conoscenza storico-culturale intorno alla figura di Saverio Monoriti  attraverso la presentazione del libro “La terra nel sole distesa sul mare” di Domenico Monoriti, figlio di Saverio, il Sindaco martire della libertà, della democrazia, della passione morale e civile che, per un crudele destino,  amministrò il comune di Staiti soltanto per 168 giorni. Al dirigente scolastico e scrittore Domenico Monoriti, alla memoria, è stata conferita la “Cittadinanza onoraria”. 

Rosa Marrapodi, scrittrice e docente di materie letterarie, per la parte narrativa; Giuseppe Livoti, critico d’arte e giornalista pubblicista, per la parte attinente alle fantastiche tavole pittoriche dell’artista Fortunato Valenzise; Bruno Scaramozzino, docente, già Presidente della ProLoco di Staiti, per la conoscenza e l’amicizia personale con l’autore, hanno egregiamente curato la presentazione del citato libro. 

L’opera, edita da La Città del Sole, Ravagnese (R.C.) 2005,  si articola in due momenti, dedicati al rione Sbarre di Reggio Calabria, la lunga strada tra le fiumare Calopinace e Sant’Anna, dove l’autore ha trascorso l’infanzia, ed a Staiti, “la montagna incantata”, per la cui rinascita, il padre, dopo la Liberazione, immolò la sua giovane vita. 

Alla bella, partecipata manifestazione sono intervenuti il dr. Giuseppe Putortì, in rappresentanza del Prefetto della Provincia di Reggio Calabria, il quale si è soffermato sull’importanza dell’evento pienamente condiviso dai superiori organi istituzionali; il prof. Giuseppe Caridi, storico e Presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che ha evidenziato il ruolo culturale che la toponomastica paesana riveste nella storia dei luoghi simbolo di patrie virtù. 

Tra le personalità presenti l’on. Saverio Zavettieri; il preside ed ex sindaco di Bova Marina Domenico Zavettieri; il Direttore responsabile  de “La Voce del Sud” dr. Saverio Zuccalà;  autorità  militari e religiose, tra cui il parroco di Brancaleone,  don Vladimiro Calveri , ed il vicario zonale don Leone Stelitano, che ha benedetto la targa commemorativa dedicata a Saverio Monoriti, a cui L’Amministrazione comunale, alla memoria , ha conferito anche la “Civica Benemerenza”. 

Ha coordinato e moderato i lavori  della manifestazione l’avv. Giuseppe Cilione, giornalista de “Il Quotidiano del Sud”. Alla realizzazione dell’evento, allietato dalla presenza della storica banda musicale di Staiti, hanno collaborato la Pro Loco, il Circolo Culturale Greco-Delia, L’Ass. Culturale “Le Muse”, L’Ass. Culturale “La Voce del Sud”. 

“La storia (maggiore o minore che sia)..va custodita e tutelata, ponendola al sicuro dall’erosione del tempo”: un plauso, dunque, al Comune di Staiti che si è adoperato a farlo nella giusta direzione.

 

“Ogni vita contiene una storia in attesa che un romanziere la racconti”, afferma Alberto Moravia, famoso scrittore del Neorealismo.

La storia, qualunque essa sia,  popolare o borghese, è, secondo Marco Tullio Cicerone, anche la vita della memoria, che, personificata, deve attivarsi per sconfiggere il “tempus edax rerum”, quel tempo, appunto, che tutto divora, “l’opre ed i pensieri” dell’uomo, per dirla col neoclassico Monti.

Ed anche Domenico Monoriti, classico per cultura e romantico di cuore, spettatore di tanta parte di storia territoriale e nazionale, è spinto a narrare ed a narrarsi, certo della fugacità e dell’inganno del tempo che “passa, passa e se qualcuno non lo racconta, tutte le sue piccole tracce scompaiono e si perdono per sempre”. Ed egli, testimone dei non facili tempi in cui è vissuto, “prima che il velo del silenzio e la polvere del tempo ne coprano la memoria”, affida tante belle vecchie storie alle pagine di questo libro, “La terra nel sole distesa sul mare”.

Un titolo non scelto a caso, molto significativo per chi come Domenico Monoriti  ama l’umanità e la natura, “questa bella d’erbe famiglia e d’animali” nella sua forma più  primigenia, la terra, il sole, il mare,  elementi  topici “del gran mar dell’essere”, l’universo nella sua immensità, in cui si muovono gli uomini, piccoli e grandi, tutti, per quanto arbitri, ignari del proprio destino. Nelle pagine di questa interessante opera tanta parte di credito rivestono il fato, il senso dell’arcano, il pregiudizio veritiero, l’ignoranza vittima della superstizione, fondata sul “lugubre lamento della civetta”, la “piula”, che “canta, nella notte, sette volte... ed anticipa, senza mai sbagliare, il triste suono della campana che accompagna il dolore, il pianto e l’eterno silenzio”. Tremava di paura la gente di Staiti e non solo, infatti, quando sentiva l’uccello del malo augurio cantare sette volte, come sette erano le gobbe della Rocca di Gallo, importante riferimento storico-geografico di Staiti, nel cui contesto,  secondo l’avvincente narrativa di Domenico Monoriti, ogni dissidio era “vexata quaestio”, una questione tormentata, dall’esito quasi sempre tragico. L’autore di questo bel libro di memorie, quindi, dopo un familiare “ ‘nda” di saluto, ci prende per mano per farci calare nella storia della sua vita, vissuta tra  il rione Sbarre di Reggio Calabria e la realtà di  Staiti, la montagna incantata dalle voci magiche, lui, con la madre nata a Staiti ed il padre a Palizzi. Nel libro, dunque, egli tratta appassionatamente questi due momenti della sua vita, città e paese, Reggio e Staiti, entrambi elementi fondamentali della sua formazione umana, storica e culturale. “Quondam”, un tempo, una volta, è così, con questo breve avverbio di tempo in latino, che incomincia la prima parte, quella dedicata all’infanzia ed all’adolescenza, trascorse in Via Sbarre, la lunga strada tra le fiumare Calopinace e Sant’Anna, esposta all’aria, intorno agli anni trenta,  “Come una lucertola al sole”, titolo del  primo racconto che sintetizza i momenti di crescita e di attesa del futuro Preside, don Mimi Monoriti, come affabilmente lo chiamavano gli “staitani”.   Grama la vita, all’epoca, a Sbarre, dove si viveva nelle baracche, costruite dopo il terremoto del 1908, osservando rigorosamente un’economia di sopravvivenza grazie alla presenza di orti e di giardini ed all’industriosità dei fumerari sbarroti, che possedevano stalle con animali da “fumère”, da letame, da cui il soprannome, comune a tutti come un marchio di fabbrica. Nel rione, in fase d’incipiente sviluppo, tutti appartenevano alla stessa vita della lunga strada delle Sbarre, dove pochi e semplici avvenimenti segnavano il fluire del tempo, la  festa della Madonna della Consolazione, il Natale, la Pasqua. Lungo quella strada non mancava il commercio povero “fai da te”;  venditori ambulanti come il “paracqua”, l’ombrellaio, ed il “‘mmolaforbici”, l’arrotino, erano di casa, infatti, alle Sbarre, personaggi vivi di  un presepio che andava oltre il tempo del Natale. La fontana con le donne, seguite dai bambini, rappresentava il notiziario parlato della lunga strada: Micuccio l’orbo, il giornalaio, aveva subito un’aggressione fascista, pagando caro l’allusivo strillo  “latri - buna”; il sarto pettegolo con cui il giornalaio si confidava era morto improvvisamente,  strangolato nella notte da ignoti. La vita a Sbarre negli anni trenta scorreva così, tra bassi e bassissimi, tra piccole gioie e grandi dolori, ai quali si manifestava una partecipazione corale di verghiana memoria. Una fucilata alle spalle ed un urlo nella notte spesso chiudeva la triste vicenda di una ragazza sedotta ed abbandonata, buttatasi per la vergogna nella Sena, nel pozzo. L’onore era stato lavato! La scuola aiuterà anche le Sbarre ad uscire dalle ataviche limitazioni culturali! Oggi la strada di Sbarre  è sempre lunga, ma non è più la stessa di prima, quella degli anni in cui Monoriti l’ha vissuta “dal podio dei cinque gradini della chiesa di Loreto” insieme al “branco” di coetanei sempre più minuto, perché erano in pochi a rimanere ed in molti a partire per il nord, terminati gli studi, in cerca di fortuna. Un mondo sparito, evaporato come la nebbia sotto i raggi del sole del mattino, che solamente nel cuore di chi l’ha frequentato resiste tenacemente. Con l’arrivo del soldo, infatti, il branco della chiesa di Loreto incominciò a sciogliersi “come ingoiato dall’incalzare dei tempi nuovi”, non senza aver vissuto il tempo delle lacrime e del dolore per la tragica morte di uno di loro, Ciccio, il più giovane del gruppo. Per loro, così, finiva il mondo dei sogni giovanili ed incominciava quello prosaico degli adulti con la speranza di trovare un lavoro che avrebbe portato la maggior parte di essi lontano dalle Sbarre e dalle famiglie: un treno, tante lacrime, qualche bacio furtivo e tante promesse che sarebbero state disattese “tra le braccia di un nuovo incontro che avrebbe sepolto il passato, lasciando, tuttavia, un solco nel cuore”. A questo punto una sintesi molto stringata s’impone e la selezione dei quarantadue bene articolati racconti è d’obbligo per non rischiare di essere prolissi  e noiosi nella presente relazione. Non si può, tuttavia, sorvolare su fatti e personaggi che vivono d’eternità in quanto pezzi rari di umanità, espressione di categorie universali, comuni a tutto il mondo e, quindi, eterni, come eterna è la musica che tocca il cuore. Tra i baraccati di Via XXI Agosto delle Sbarre “la scala di giuda” ed il “vicolo del barbaro” possono anche finire nelle nebbie della dimenticanza ma non “i tri ra vineddazza, Triulu, Malanova e Scuntentizza, u janculinu, u russeddu e u Tignusu, i tre allievi di “don Limitri, musicante di strada”, quattro amanti del pentagramma, tanto bravi quanto sfortunati, simbolo di nobile sentire e di passione per l’arte dei suoni. Don Limitri riesce ad insegnare a leggere le note musicali ai tre sciancati del quartiere unitamente ad un minimo di buone regole del vivere civile. Alla sua morte egli  lascia loro una bella “eredità di affetti” e loro, suoi affezionati eredi del mestiere, gli dimostrano la loro gratitudine il giorno dei suoi funerali ,dedicandogli una commovente nenia divinamente suonata davanti al cimitero di Condera. Il mondo cambia, però, e gli uomini si evolvono adeguandosi ai tempi nuovi, incuranti di chi cade, sotto i colpi delle novità, e non riesce a rialzarsi, come ‘u Tisu, il cui emporio entrò in crisi quando “la ghiacciaia entrò nel museo del tempo per dare spazio al frigorifero”; come  Prudenza, alias Sciuruzzu, travolta da un destino crudele; come Caronfulinu, don Ciccillo dall’impeccabile garofano all’occhiello, barbiere, andato in crisi con l'avvento sul mercato dei parrucchieri diplomati. Anche i ragazzi del “branco dei cinque lunghi gradini della Chiesa di Loreto” sono cambiati: ormai sono grandi ed hanno vent’anni. Da tempo, infatti, usano i pantaloni lunghi, cuciti dal sarto don Peppino. Lo scrittore ricorda quando li ha indossati la prima volta, seguito “dal tenero sguardo della madre vestita di nero mentre si allontanava nei colori del primo  autunno frangiati dal sole.” Il “branco” era tornato a ritrovarsi, di ritorno dal nord in estate, presso il caffe Laganà, il bar dei ricordi del cuore, un locale gestito da persone cortesi e sensibili. Quando il feretro del più anziano del branco, Mario, “ il regista”, morto a cinquant’anni, passò davanti al locale, il caffè chiuse i battenti e don Mico e don Peppino, i camerieri, erano fermi accanto al tavolino “degli amici delle Sbarre”  listato a lutto. Rispetto di una umanità d’altri tempi! Lui, Mimmo, lo scrittore ormai anziano, con l’animo lacerato dalla nostalgia, in una “notte afosa e stanca”, alla ricerca dei fantasmi del passato, indisturbato, solitario ma con l’animo in compagnia, si ritrova “ appoggiato ad uno dei pilastri del pesante portico squadrato”, intento ad osservare il locale chiuso ch’era stato un tempo il bar Laganà, ritrovo dei sopravvissuti del “branco” delle Sbarre, nel tentativo di fare uscire dal suo animo gli amici d’allora per una bella conversazione di rimpatriata. Ci sarebbe rimasto tutta la notte, ma l’attenzione indagatrice di una pattuglia di Polizia fa rientrare lo scrittore dalla “sequenza” dei suoi ricordi. Che cosa ci faceva di notte “un vecchio, anche se non ancora in completo disarmo, appoggiato ad un pilastro…davanti ad un bar chiuso?” I poliziotti non lo sapevano, ma noi sì!

Se nella prima parte del libro,  relativa alla sua vita come parte viva ed attiva delle Sbarre di Reggio di Calabria, il cuore dello scrittore esulta d’amore per quell’umanità sofferente dalla quale si sente rappresentato e compreso, nella seconda parte di esso, “le voci della montagna incantata”, dedicata a Staiti, paese d’origine della madre, il suo cuore vibra ed arde d’amore per questo montuoso lembo di terra nel sole distesa sul mare,che è altro che poesia, è altro che canto di sirene… Il Sud …è la storia di un antico pianto che sullo sfondo ha per scenario il dolore e la morte!” E La Casa sulla timpa”, con cui si apre il sipario su Staiti, è, appunto, una triste storia di pianto, di dolore e di morte ma anche di calore ed affetto per la famiglia e per la Montagna che tutti comprende. Su tutto il territorio, soleggiato o nevoso che sia, aleggia il senso dell’arcano, del funesto destino, predetto dal lugubre canto della “piula”,  credenza popolare molto diffusa. “La casa sulla timpa”, non a caso, è il racconto più caro al cuore di Monoriti, in quanto lo rappresenta nelle sue radici, nel pathos magnogreco della storia narrata, nelle tradizioni e nel fatalismo evidenziati. Protagonista del racconto è il paese, Staiti in forma corale, angolo per angolo, “lamia per lamia”, le viuzze coperte ad arco, sospiro per sospiro uscito di  ‘ngaghhj”, dalle fessure, nonostante le porte e le finestre serrate per non farlo trapelare  all’esterno, il tutto accompagnato da un’efficace botta di ‘nda, un saluto antico, familiare. Monoriti non trascura niente e nessuno dell’antico casale di Staiti, che si esprime attraverso “le voci soliste della montagna incantata”. Il paese è piccolo e raccolto intorno alla chiesa di Santa Maria della Vittoria, cosiddetta in ricordo della battaglia di Lepanto, 1571, che segnò la definitiva sconfitta dei turchi, che d’allora non sbarcarono più sulla marina di Brancaleone. Tutti si conoscono e tutti sanno vita e miracoli di ogni paesano, anche le pietre parlano e raccontano di “maldicenze, pettegolezzi, storie di pance fiorite in un letto sbagliato, di facce tagliate per giuste vendette”. Don Mimì non dimentica nessuno e così si sofferma a ricordare un prete emiliano, don Gavioli, che ebbe il merito di bonificare da serpi e da cani il sito in cui sorgeva il vecchio cimitero di Staiti e non solo. Era così amato, il prete forestiero, che quando venne denunciato per pedofilia, il popolo di Staiti, per riaverlo, insorse contro il provvedimento del Vescovo, subendo, per questo, l’interdetto. Niente  del territorio passa di inosservato davanti allo sguardo benevolo di don Mimì: la costruzione della lanterna a capo Spartivento, il brillantaggio delle mine a Ferruzzano per la costruzione della  ferrovia. Ma, la casa sulla timpa è anche altro: la storia di una bella famiglia, composta da don Giovanni e da donna Caterina, da cui nel 1882 nasce il figlio Ciccantoni, che, molto presto si capisce, “era fatto di buona pasta di pane, giusta per lievito e cottura. Nelle fiere sembrava esservi nato”. Il figlio maggiore, Peppino, invece, era il cruccio dei genitori, perché “si era messo a frequentare strane compagnie e strani posti fuori terra”. Bravo, durante il ballo della tarantella, nel maneggio del tamburello che sapeva suonare con un tocco personale, inconfondibile, “dalla cadenza scivolata, secca, violenta”, Peppino “non si sapeva mai dove fosse e da dove tornasse, quando rientrava”. Frequentava la Rocca di Fumetà, “un brutto posto dove era meglio non trovarsi dopo la campana della sera”. 

Per aver fatto qualcosa di grave, dovette partire di nascosto per l’America, terra di libertà e di nascondiglio di briganti e delinquenti. Nottetempo ha abbandonato Staiti, la famiglia, i fratelli Ciccantoni e Carmeluzza, che non l’avrebbero visto mai più. Egli, “dalla testa calda” anche nel nuovo mondo, venne lì ucciso durante un ballo di tarantella. Il padre lo seppe segretamente da mastr’Antoni, il bottaio, tornato a Staiti dall’America insieme a compare Furia. Lo aveva visto da lontano, al centro di una ruota di gente, concentrato a suonare il tamburello con quel tocco particolare come solo Peppino sapeva dargli. Anche Ciccantoni, dopo essere scampato ad un attentato alla sua persona,  perpetrato da un miserabile del paese, parte per l’America, non senza,  però, aver vendicato prima l’offesa ricevuta. In pubblica piazza, durante un ballo sempre di tarantella con l’uomo che aveva tentato di ucciderlo, nella “ scena della sfida” con coltello, lo sfregia in faccia da ambo i lati. Tristi giorni attendono i due genitori, i quali, nella solitudine e nell’amarezza di non aver visto rientrare in patria il loro Ciccantoni , finiranno i loro giorni colpiti dalla spagnola, un nuovo vento di morte. La musica a Staiti, nella sua lunga e dignitosa storia, ebbe un ruolo determinante, non per niente il paese è dotato di una banda musicale, diretta, fino a poco tempo fa, dal compianto maestro Domenico Carisì. E la musica, sia pure quella rappresentata dal suono di un semplice tamburo, ha consentito a Peppino “Furia”, l’ultimo “ bandiaturi” di Staiti, di aggiudicarsi  il posto comunale di banditore, vinto in pubblico concorso grazie alla maestria con cui sapeva suonarlo ed all’accorto uso del bastone, a cui si accompagnava per le strette e disagevoli vie del paese. Furia! “Mai soprannome fu più appropriato, in quanto traduceva il suo irrazionale fumus naturale, fatto di liti e bastonate “di quelle che non perdonano”. Simbolo di una umanità debole, senza risorse economiche e senza protezioni, compare Furia usava la forza bruta del bastone  come unico mezzo efficace per fare valere i propri diritti. “Fimmini, omini e quatrari”, il suo stentoreo bando preceduto dal rullo del tamburo, rimbomba ancora  per le antiche viuzze di Staiti e nella memoria di chi lo sentì suonare per l’ultima volta, nel febbraio del 1944, quando “accompagnò il Sindaco morto…scandendo con il tamburo il passo del corteo che portava a spalla don Saverio”, ucciso dal treno a Brancaleone. Peppino Furia era un tipo originale, bizzarro, ma in ogni caso un “cristiano” e, pertanto, accettato da tutti i paesani. E civile tolleranza, fino a un certo punto, usò il paese nei confronti di “Chiaccu ‘i furca”, un avanzo di forca, che da emarginato, grazie alla perizia con cui suonava un organetto a doppia armonica, viene in certo qual modo riabilitato; tuttavia la sua natura malefica lo portò a finire i suoi giorni arrostito come un topo durante l’incendio della sua casa. ‘Nda! I pigmei sono sempre piccoli, anche se si trovano sulle cime delle Alpi! Bella e commovente la storia di Cata, una “mula”, una orfana, figlia del baliatico, presa al brefotrofio di Locri, adottata da una staitese per 30 lire al mese ma anche per umanità, bisogna riconoscerlo! Dopo tanti stenti, all’improvviso divenne ricca per un lascito arrivato dall’America. Il destino, tuttavia, la travolse durante una grande tempesta: la buona matrigna qualche sera prima aveva sentito cantare la piùla sette volte e, stringendola tra le braccia con un oscuro presentimento in cuore, aveva recitato invano le parole dello scongiuro. Nella girandola umana, la superstizione è sempre compagna dell’ignoranza! La signorina donna Anna, emiliana, all’epoca ostetrica di Staiti, aveva proprio ragione nell’evidenziarlo spesso! Durante la seconda guerra mondiale, Staiti, “il paese con il proscenio verso il mare”, nell’estate del ’43, fu teatro d’importanti fatti  eroici. La luce della Sila non era ancora arrivata a Staiti, per cui era difficile ascoltare la radio per le ultime notizie di guerra. Il paese si era popolato per via degli sfollati, soprattutto reggini, tra cui Ciccio Errigo, poeta dialettale, in seguito ai bombardamenti su Reggio. “Il mare Ionio fu sempre teatro di morte che in qualche modo ebbe come platea attonita anche gli abitanti di Staiti: il 9 luglio del 1940 la battaglia di Punta Stilo; l’11 novembre del 1940 quella di Taranto, nel giugno del ’43 quella di Capo Spartivento.”

 Il 26 luglio del 43, mentre i cittadini,  a colpi di ‘nda, si consultavano se era o non opportuno fare la processione di Sant’Anna, si diffuse il miracolo fatto dalla santa, “il fascismo non c’era più,… per cui tutti erano convinti che la guerra ormai fosse finita e che gli americani…stavano salendo dalla marina.” Per segnalare agli aerei il messaggio di libertà al centro della piazza fu posta una grande bandiera americana dalla quale era stata ricoperta la bara di Giuseppe, il maggiore dei figli di Pietro Carisì, martire fascista, caduto eroicamente negli Stati Uniti per mano dei sovversivi fuoriusciti. Rimpatriato con grandi onori, fu sepolto nel sacrario del tempio di San Giorgio al Corso nella città di Reggio. Ad arrivare a Staiti, però, furono soldati tedeschi con tre mitragliatrici pesanti puntate dalla parte del mare e protette dalle rocce. Salvò il paese da gravi conseguenze soltanto l’azione eroica di don Saverio Monoriti, padre del nostro scrittore, che, rendendosi conto del pericolo che gravava su Staiti, nella notte, imboccando la strada della Lica, si recò a Palizzi per aiuto. I tedeschi non proteggevano il paese, ma era il paese a proteggere la postazione tedesca. Don Saverio, il marito di donna Carmeluzza, la figlia di don Giovanni Italiano e di donna Caterina, gli abitanti della casa sulla timpa! Don Saverio è stato subito eletto sindaco, “ una parola che esprimeva un fascino antico, che da sola esponeva un concetto di popolo che vuole, che decide e che per decidere vota e dice “sì” a questo e “no” a quello.” ‘Nda

Dovrebbe essere così per tutti i paesi! I notabili staitesi non avevano gradito l’elezione a Sindaco di don Saverio, primo perché non apparteneva al loro rango e secondo perché temevano che mettesse mano ai loro granai per sfamare i paesani affamati, cosa che in effetti fece subito dopo essere stato eletto primo Sindaco dopo la liberazione. ‘Nda, don Saverio era un uomo di parola e d’azione! Grande questo sindaco della guerra a Staiti, meritato il mandato, usato immediatamente per soccorrere i bisogni dei veramente poveri morti di fame del paese. Grande il suo merito di coinvolgimento degli amici di sinistra del territorio ai fini bellici ed umanitari:  l’ing. Enzo Misefari di Palizzi, don Mimì Talia di Motticella, il dr. Vincenzo De Angelis di Brancaleone. Mentre si stava recando a Reggio dal Prefetto per impellenti ragioni comunali, Il 23 febbraio del 1944, mercoledì delle ceneri, dopo 168 giorni di sindaco di Staiti,  don Saverio fu travolto ed ucciso dal treno a Brancaleone. Moriva tragicamente don Saverio,  martire della libertà, della democrazia, della passione morale e civile. Una storia, vera, vissuta in prima persona da don Mimì allora dodicenne, al quale il padre Saverio affidò il suo testamento, una storia, come tutte le altre ”che hanno per teatro Staiti, che appartiene al tempo”. ‘Nda, dissero gli staitani, questo è il nostro destino! Andiamo avanti! “E l’erbiceglia non era criata e spandia meli” cantavano le donne staitane durante la novena di Natale sognando un futuro migliore, di libertà d’azione e di riscatto agli occhi dei loro uomini violenti e possessivi. Lo scrittore ricorda le belle gnure che cantavano inni in chiesa durante le feste ricordate, come il Natale. Si ferma un attimo, oltre il canto, per fare una riflessione sulla loro condizione di donne portatrici di vita ma annientate dai loro mariti. ”La fatica, i sacrifici, la totale sottomissione all’uomo avevano tolto loro ogni segno di femminilità. L’uomo della loro vita, sempre violento e possessivo, era stato il padrone assoluto del loro corpo e della loro anima…Mai un gesto di affetto! Soltanto mortificazioni… violenze, obblighi di femmina schiava ai quali ubbidire in silenzio!... Mai chiamate per nome, mai fino a dimenticare di averne uno! ‘Nda! 

L’uomo anche da morto è per sempre il padrone delle vecchie della novena di Natale”. I colori della natura, tuttavia incitano gli Staitesi ad affrancarsi da un dolore antico e senza tempo ed il 26 luglio, speranzose di un futuro migliore, torneranno a cantare Sant’Anna. La speranza non abbandona mai gli uomini “ I ricchi sono fatti ed i poveri pure”: bisogna accettare la propria condizione pensando ad un possibile cambiamento in meglio: è questa la filosofia di don Mimì Monoriti, scrittore fine, delicato e sensibile. Chiari i suoi assunti, lodevole il suo garbo nell’’esporre la bella lezione di stile e di vita che , attraverso il gradevole libro, ha impartito ai suoi attenti lettori. Interessante ed incisiva la narrazione di fatti, storie, momenti di vita vissuta, completata ed arricchita dal contributo offerto dalle illustrazioni dell’artista reggino Fortunato Valenzise. Lo stimato docente di storia dell’arte, infatti,  fotografa con i suoi mirabili chiaroscuri anche spiritualmente le scene ed i personaggi ricchi di pathos, abilmente descritte  in prosa da Domenico Monoriti. Ad entrambi, dotati di una non comune carica umana ed emotiva, eccezionale binomio di poesia ed arte,  alla Memoria, il nostro ‘nda più riverente.

Bruzzano Zeffirio, 17 giugno 2018                                                    Rosa  Marrapodi

 

 

Cerca nel sito