Soverato, CITTA' SALESIANA. città di mare, d’arte, di storia. Don Bosco e il suo Metodo Educativo, che parla al cuore dei giovani.

Soverato, CITTA' SALESIANA. città di mare, d’arte, di storia. Don Bosco e il suo Metodo Educativo, che parla al cuore dei giovani.

31.01.2018  10:00 

di Maria Drosi -

     La visione di S. Giovanni Bosco vive ed oltrepassa il confine temporale del 31 gennaio.  In tutti gli Istituti Salesiani e in ogni area geografica, dove la luce del “Santo dei giovani” ha sempre qualcosa da proiettare alla loro vita e dove l’eco delle Sue parole parla alla vita.

      A Soverato,  nel contesto degli eventi celebrativi, è significativa la presenza di Don Pascual Chavez Villanueva, già Rettore Maggiore dei Salesiani  e IX Successore di Don Bosco, con la sua Lectio Magistralis “Siamo Famiglia”, tema della Strenna 2017.

      Perché Soverato, non è soltanto la cittadina turistica adagiata nello spettacolare golfo di Squillace, patria di Cassiodoro, il filosofo, che diede vita alla prima Università d’Europa. Nè la cittadina della Torre di Carlo V, l’unica rimasta intatta, delle 339 torri di avvistamento del Regno di Napoli, sparse su tutta la fascia costiera meridionale della Penisola. La Torre s’innalza, vigile e superba, sullo sperone a picco sul mare, sovrastante le grotticelle sicule, “tombe funerarie del nucleo abitativo sikelo del periodo antecedente l’anno mille” (Giovanni Gnolfo, S.D.B.).

      Non è neppure, Soverato, soltanto la cittadina d’arte, che custodisce orgogliosamente la candida statua marmorea “La Pietà” di Antonello Gagini, datata 1521. E non è , inoltre, - come vuole dimostrare lo storico Enzo Gatti in “Odisseo”- lo scenario incantato del naufragio di Ulisse, sull’assolata spiaggia. Una caletta, tra dune di sabbia e scogli irruenti, adiacente la foce del fiume Beltrame. Qui, la fervida fantasia dello Storico , ipotizza, dimostra e colloca, anche l’incontro dell’eroe acheo e l’affascinante Nausicaa.

       Soverato, è anche città salesiana. Da quando Don Michele Rua, oggi Beato, pose la prima pietra per l’erigendo istituto. Così è scritto sulle pagine di cronaca, che porta la data “ 8-9-1905 (due mesi dopo il terribile terremoto) “ del “Quaderno 1.1”, contenuto nella “Prima Sezione” dell’archivio storico dell’Istituto Salesiano.

       Da quel giorno, i Salesiani di Don Bosco, furono parte integrante della storia socio-culturale della Città.

       La Poliporto greca, la Suberatum romana, resta sempre , nel corso dei secoli, protesa sul mare, con lo sguardo rivolto sempre al mare. Come la descrive l’abate Pacichelli: “ Soverato pende al mare da un alto colle; poi distesa sul mare quando gli antichi Greci sbarcarono sul versante del nostro Jonio che guarda al levarsi del sole”.

      Vicende, calamità, incursioni, mutarono volto e nome. Soverato è la città marina, poliedrica nelle molteplici sfaccettature del suo quotidiano andare.

       Storia incastrata, indissolubilmente, con altre storie. Che la rendono iridata di fascino, di operosità, di civiltà. Unica ed irrepetibile.

         Un’intensa componente emozionale è dominante, in questi giorni, nelle liturgie celebrative di Don Bosco. La Famiglia salesiana e la Città, rinnovano il  voto di fedeltà, di impegno, d’amore, al Padre e Compatrono. E, come avviene in ogni famiglia, i componenti fanno memoria della storia. Che è la loro stessa storia. Che si snoda , al par di immagini in un lungometraggio.

          “Il professor Johnston diceva spesso che se non sapevi la storia, non sapevi nulla. Eri una foglia che non sapeva di essere parte di un albero” (Robert Anson Heinlein).

            Niente di più puntuale di questa metafora.

      Non esiste soggetto, nella variegata collegialità della Famiglia salesiana, che non abbia consapevolezza delle proprie radici. Che affondano nelle ubertose langhe torinesi. Era il 1859: l’anno di nascita della “Societas Sancti Francisci Saleii”. La Congregazione Salesiana. E Don Bosco ne fu il Padre Fondatore.

      “Giù dai colli, un dì lontano….” : l’inno salesiano, che viene cantato, in versione corale e globale. Senza incrinature di voce e di sentimenti.

       Si dice che tutte le “storie” abbiano un inizio ed una fine: quella di Don bosco, ha avuto soltanto l’incipit….

     “Stare con voi è la mia vita”, ripeteva ai giovani. E nei giovani, di ieri, di oggi, di sempre, Egli vive.

Don Bosco fu antesignano rispetto a  Jean Vanier; il filosofo antropologo canadese, fondatore di  “L’Arche”, il quale afferma che “la pedagogia profonda della sua Comunità sta nel dire alle persone : “Sono contento di vivere con te”.

         Don Bosco fu il “Pedagogo”, senza sapere di esserlo; il “Pedagogista” senza tempo, che operò, visse e scrisse, insegnando e diffondendo la Cultura della Formazione, all’insegna della gioia. Consegnata alla Scienza dell’Educazione col suo “Metodo Preventivo”, fondato sui tre pilastri “Ragione, Religione, Amorevolezza”.

           “La prima felicità di un fanciullo è sapersi amato”, scrive Don Bosco nel suo indirizzo pedagogico.

Egli, che non fondò una scuola di pensiero, una “paideia”; ma fu “agogòs” , di formazione e cultura. L’”Humanitas” di alcuni autori latini, molto tempo prima; l’ “Umanesimo integrale” di Jean Maritain, molto tempo dopo.

        L’attualità di Don Bosco è sancita nell’attenzione che storici, pedagogisti, filosofi, scrittori rivolgono al “Grande Educatore del XIX secolo”. Che non rifiuta, con atteggiamenti preconcetti, ciò che positivamente la civiltà e la cultura offrono. Ne fa strumento e motivazione delle sue “intuizioni” pedagogiche. Tutte rivolte , comunque, alla “celebrazione della dignità dell’uomo”.

       Non fu clemente, Italo Calvino, nella critica sul pensiero educativo di Don Bosco. Non ebbe freno nel contestarlo. Tanto da scrivere: “ Io credo alla pedagogia repressiva. Mi rendo conto di essere molto antiquato in questo, ma continuo ad essere convinto che resti il miglior metodo d’educazione alla cultura”.

       “L’educazione è cosa di cuore”, pensava , invece, Don Bosco. E così operava, mirando alla scoperta della “interiorità”. Una costante ricerca appassionata ed una azione incondizionata, rivolte non soltanto a comprendere animo, attese, problemi dei ragazzi, ma , in pienezza d’amore, dare, anche, risposte concrete ed immediate.

     Il Rettore Maggiore dei Salesiani, Don Egidio Viganò, scrisse che Don Bosco ebbe “occhio al progresso e cuore alle domande essenziali della vita”. Nelle parole del VII successore, il messaggio di modernità e di attualità del “Padre e Maestro della gioventù”, del “Principe degli Educatori”, come era definito da Papa Wojtyla. La sua  presenza vivifica ed esalta, in dimensione globale, le geografie e le culture dei popoli. Attraverso i suoi figli, i suoi confratelli, i Salesiani, capaci di sacrifici estremi, pur di tenere fede e memoria al messaggio del loro Padre. Perché di “Famiglia” si tratta.

     La “Strenna 2017” , divulgata in tutto il mondo dal X Successore di D. Bosco, Don Angel Fernandez Artime, porta il titolo “Siamo Famiglia! Ogni casa, scuola di vita e di amore”. Per vincere le sfide della vita. Nello stile di Don Bosco.

 

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di Redazione

Soverato salesiana tratto da "Soverato web" 

Siamo stati tutti a venerare don Bosco a Soverato, com’era giusto. Qui spieghiamo perché, ragionando in sede storica. I Salesiani erano presenti a Bova dalla fine del XX secolo. Trovando l’amicizia degli Scoppa, ottennero una casa a Borgia, dove istituirono un oratorio: con poca fortuna, mal ricevuti e dalla potente massoneria di quei luoghi e dallo stesso clero diocesano. Intanto, dal 1904, qualcuno di loro scendeva la domenica a Soverato, e, in via Chiarello, teneva un piccolo oratorio con catechismo. Altra accoglienza, a Soverato; e la fiorente Marina, con famiglie di imprenditori e vivaci rapporti sociali ed economici, pareva subito più consona alla mentalità dei figli di don Bosco. Intervenne anche una donazione degli Scoppa, in verità modesta, ma incoraggiante. Nel 1908 don Rua celebrava Messa in S. Antonio. Già nel 1920 veniva abbandonata definitivamente la casa di Borgia e i Salesiani sceglievano Soverato. Per rispondere alle esigenze di un ceto calabrese benestante ma piuttosto paesanotto, però desideroso di migliorare l’istruzione della prole, iniziò l’attività di un Ginnasio (oggi il quinquennio dalla prima media al biennio del Classico), con internato, aperto però anche ad esterni del paese. Venne così costruita l’ala centrale per le aule e le camerate. Grazie al collegio, Soverato divenne un polo d’attrazione come meta di studi e di frequentazione da parte di famiglie di tutta la regione.

 Funzionò sempre l’oratorio, la scuola di tutti, dove s’imparava a pregare, ma anche le buone maniere e a praticare sport e altre attività. Si può dire che il calcio, la pallacanestro, il teatro, la musica, tanto importanti per la futura Soverato, abbiano avuto inizio tra le mura dell’Istituto.

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