La “Giornata della Memoria” - “C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro quasi nuove .... perché le scarpe dei bimbi morti non consumano le suole”.

La “Giornata della Memoria” - “C’è un paio di scarpette rosse  numero ventiquattro  quasi nuove  .... perché le scarpe dei bimbi morti  non consumano le suole”.

27.01.2018  14:15 - 

di Maria Drosi - 

 Gli studenti del Liceo Scientifico di Soverato visitano il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia. Riflessioni e spunti

“C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove

 ………..

in cima a un mucchio

di scarpette infantili

a Buchenwald

più in là c’è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

……….

C’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

erano di un bimbo di tre anni

forse di tre anni e mezzo

chissà di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini

li possiamo immaginare

scarpe numero ventiquattro per l’eternità

perché i piedini dei bambini morti

non crescono

c’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

quasi nuove

perché le scarpe dei bimbi morti

non consumano le suole”.

 

    Ha inizio così, con i versi struggenti di Joice Lussu, la lezione senza numero e senza titolo, per i ragazzi del Liceo. E il campo di concentramento di Ferramonti, per un giorno, è l’aula scolastica.

    Qui, gli studenti riscrivono una pagina di storia tormentata , nella tormentata terra di Calabria.

E’ freddo intorno: l’aria pungente penetra nelle ossa e va dritta all’anima. Sulla quale, in simultanea, si stende un velo di grigio sfumato, come vetro di ghiaccio appannato da respiro.

     Tanti passi, monotonamente uguali; sguardo smarrito; labbra serrate. Un carico pesante nel cuore.

Più gravoso degli zainetti, custodi degli oggetti personali. Mescolati alla curiosità di vedere, alla volontà di sapere, al bisogno di capire.

      “Ferramonti” è campo santo.

Territorio di confine tra il razionale e l’irrazionale. Dove finisce il bene e comincia il male. Dove la vicenda umana di migliaia di vite scorre su una stella a sei punte, e va oltre, e si dissolve, come polvere, al vento del tutto e del nulla.

     “Ferramonti? Un misfatto senza sconti”. Intitola così F. Folino, una sua pubblicazione. Prende corpo e forma nel 1940. Costruzione ad hoc. Ad immagine riflessa dei lager nazisti. Baracche di legno trafitto. Sparse su un territorio malsano, nella vallata del Crati, già naturalmente votato alla dimensione di morte. Si popola, giorno dopo giorno, di presenze marchiate di “stella”. Tutte ebree. Poi, in successione vertiginosa, di prigionieri ariani, di politici oppositori del regime, di evasi dai campi di sterminio ungheresi, tedeschi, polacchi, di apolidi. Diventa “il più grande e il più importante” campo di concentramento fascista italiano.

     I passi degli studenti s’incrociano con altri passi anonimi, su un selciato umido, scivoloso. Che scotta, come fuoco che arde per l’eternità.

      Si confrontano i ragazzi, con altri ragazzi, più vicini e più lontani, che in questi giorni dedicati alla “Memoria”, sfilano in questo luogo di dolore. Dialogano l’un l’altro. Insieme. Ed insieme danno lettura a pagine difficili da comprendere; sguardo ad immagini difficili da interpretare; attenzione ad interrogativi che non hanno risposta.

   

  “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”, scrive Primo Levi in “Se questo è un uomo”.

Sicuramente, il trasporto emozionale di cuori adolescenti, compone note di accordo comune, diventando eco, nella sacralità dell’anima di ciascuno, nel tempo futuro.

     Perché “Ferramonti”, questo spartito consegna alle vibrazioni spirituali del visitatore.

E’ “Giorno di Memoria”.

“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremmo mai togliere il segnalibro della memoria” , scrive ancora Primo Levi.

    Assieme alla voce dello Scrittore, tante le voci che si levano e si fondono, in un’aspirazione condivisa. Sono quelle di Eliezer Wisel, di Anna Frank, di Elisa Spinger, di Samo Modiano, di Pietro Terracina, di Marta, la piccola dai capelli biondi, del violinista che sfidò Hitler, di Salvatore , Rita, Francesco, Margherita…….

Voci anonime e non, di tutti i sopravvissuti ai campi di sterminio. I sopravvissuti alla Shoah.

Voci che si sovrappongono ad altre voci, alle tendenze revisioniste della storia, indotte a favorire l’oblio. Ancora prima, ed ancora dopo, della elezione del “Giorno della Memoria”, voluta, con risoluzione 60/7 dell’1 novembre 2005, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite . L’Italia fu la prima ad istituire il giorno della Shoah, mediante l’approvazione della Legge n. 2/11 del 20 luglio 2000, nella quale, agli art. 1 e 2, vengono definite modalità e celebrazioni.

      Voci e norme, per non dimenticare. Drammi e dimensioni, consumati ad Auschwitz, Birkenau, Chelmo, Bergen, Belzec, Buna, Dachau, Mlytrostinec, Mauthause, Buchenwald, Ravensbruck, unico campo per sole donne, Ferramonti, ………e tanti altri. Tanti ancora.

Campi di concentramento, campi di sterminio, campi di soluzione finale.

      Il passato va ricordato. Chi lo dimentica, segna una condanna. Quella di riviverlo. Una sorta di pericolo incombente.

     Elisa Spinger, ne “Il silenzio dei vivi”, scrive: “La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. E’ un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere…”.

     Al  Museo dell’Olocausto “Yad Vashem”, a Gerusalemme, tante stelle nella notte buia rappresentano i bambini morti nella Shoah: memoriale di suggestioni forti, intensi, incontenibili.

     “I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo” (Elisa Spinger, Il silenzio dei vivi).

   

  Non è risolutivo lo sforzo di quanti hanno elaborato possibili cause dell’immane sterminio, decretato da Hitler. Se è accaduto, si afferma, può accadere ancora. Soprattutto nel mondo attuale, dominato da una forma di cultura edonistica.

     Rimane la certezza, in ogni caso, che non può liberarsi dall’orrore del campo di concentramento, chi ha conosciuto, in esso, atrocità e devastazione. E’ come un tarlo, corrosivo, lento, incalzante, distruttivo. Capace di condurre a “follia”. Alla follia della “colpa”. Sentirsi “colpevole”, paradossalmente, di essere un sopravvissuto.

     Forse il “tarlo” di questa “colpa” motivò il folle gesto di Primo Levi. Che compì lucidamente, dopo aver consegnato alla Storia il suo contributo di scrittore, e all’Umanità il suo messaggio di uomo. In una società disumanizzata.

     “Mai dimenticherò quegli istanti – scrive Eliezer Wisel ne “La notte” – che assassinarono la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto”.

       Evocazione  di luogo , scenario del dramma dell’Uomo. Come Cristo in Croce. Dove era facile e semplice “morire per un sì o per un no”; dove il “pensiero” era segnato da soluzione irreversibile.

       “….Se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero” (Primo Levi).

     Non c’è urlo di odio, né di vendetta: soltanto bisogno di pace e desiderio di speranza.

Nel “Diario” di Anna Frank, si legge: Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora”.

Le giovani generazioni vivono il disorientamento di una società priva di ideali e la confusione di una terra sempre più chiusa all’accoglienza. Libertà e giustizia , appaiono parole astratte e prive di significato.

     E sempre sul suo “Diario”, Anna Frank, settantatré anni fa, annotava: “A noi giovani costa troppa fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto”.

 

    E Primo Levi , nelle sue riflessioni in “Chiave a stella”, afferma che “il termine “libertà” più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo”.

     L’insegna sui cancelli di Auschwitz, portava la scritta: “ARBEIT MACHT FREI”, cioè “ Il lavoro rende liberi”.

Ma ad Auschwitz quelle parole , moralmente perverse, risuonavano atrocemente quali condanna a morte. E si diffondevano in quello spazio di “cielo sopra l’inferno” (Sarah Helm). In quel cielo, che appariva, per tanto guardarlo, “sempre più vicino”.

     “Non è fantasia che la vista del cielo, delle nubi, della luna e delle stelle, mi rende tranquilla e paziente”, scriveva Anna Frank.

     Ed Eliezer Wiesel: “ Volevano ad ogni costo uccidere l’ultimo ebreo sul pianeta. Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza”.

 

       “Ad Auschwitz c’era la neve

         il fumo saliva lento

         nel freddo giorno d’inverno

         e adesso sono nel vento…

         Ad Auschwitz tante persone

         ma un solo grande silenzio…

         E’ strano,

         non riesco ancora a sorridere

         qui nel vento…. ( “Auschwitz”, Guccini)

 

 

       

  

 

 

 A Ferramonti di Tarsia non cade la neve… Un cielo freddo e limaccioso accompagna il passo stanco dei ragazzi. All’orizzonte , un vago bagliore. C’è silenzio. Lo stesso grande silenzio.

 

    

     

    

    

                                                                                                                                               

      

 

 

 

 

 

 

 

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