La Costituzione ha 70 anni e ... li porta malissimo

La Costituzione ha 70 anni e ...  li porta malissimo

28.04.2018  10:30 - 

di Roberto Maddaloni - 

Nel corso di tutti questi anni il legislatore ordinario e le forze politiche, non si sono impegnati a fondo per rivederla, ritoccarla, trasformarla laddove le mutate esigenze politico-istituzionali e socio-economiche, lo richiedono a gran voce. E ciò, malgrado che da più di venti anni siano in agenda politiche di riforma e di trasformazione della Costituzione. Senza sottacere che in Italia la fase costituente è durata quasi cinque lunghi anni, e di seguito sono occorsi quarant'anni e più di politiche di attuazione della Costituzione.

Ovviamente quando si parla di riforma della Costituzione, si pensa alla Parte II “Ordinamento della Repubblica” e al suo corollario finale delle “Garanzie Costituzionali”. Ed è proprio sulle modifiche a questa Parte della Costituzione che vengono posti paletti insormontabili da parte di chi si erge a paladino della intoccabilità ed inviolabilità della norma costituzionale quasi fosse un dio Moloch. Dietro queste prese di posizioni assolutistiche ed intransigenti, non è chi non veda l'interesse convergente dei “Poteri forti” per continuare ad esercitare l'egemonia che detengono e coltivare le prebende di cui godono. Eppure la maggioranza dei cittadini e l'opinione pubblica prevalente è convinta che per migliorare l'efficienza della macchina pubblica e l'efficacia dei processi decisionali, urge ed è assolutamente improrogabile una  riforma della Costituzione finalizzata alla modernizzazione delle istituzioni tuttora ancorate a una visione statica e farraginosa dei processi decisionali del nostro ordinamento giuridico e della nostra società civile correlati a quelli estremamente dinamici della società economico-finanziaria ed industriale che, viceversa, si affida al vertiginoso sviluppo tecnologico in atto. Sia ben chiaro che nella nostra Costituzione  di sacri ed immutabili ci sono solo i principi fondamentali che si ispirano alla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino approvata dall'Assemblea Nazionale Francese il 26/08/1789 e alla Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America del 4/7/1776 e con la nuova Costituzione elaborata alla Conferenza di Annapolis nello Stato del Maryland nel 1787 e tuttora in vigore. E ovviamente l'art. 139 secondo cui “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Tutti gli altri articoli possono essere modificati con le modalità previste dall'art.138, a partire proprio dall'art. 40, la cui generica formulazione, ha dato la possibilità al Giudice Costituzionale per linea analogica di dichiarare illegittimo  “l'Italicum” con la sentenza n. 35/2017. D'altra parte a fronte delle fumosità e delle interessate e funamboliche proposte dei nostri politici in materia elettorale, (vedi per ultimo il “Rosatellum”) il Giudice delle Leggi, non si è mai sottratto al suo dovere (e come poteva!) di ergersi a nume tutelare dei sacri principi di “eguaglianza” del voto, e di “proporzionalità” sanciti dalla nostra Carta Costituzionale. È di tutta evidenza che in materia elettorale, sulla quale ci stiamo giocando la sorte della nostra giovane democrazia, il legislatore ordinario deve fare la sua parte, partendo dalla constatazione che siamo passati dal bipolarismo, al tripolarismo, dopo l'ingresso sulla scena politica dei “grillini”. E allora dobbiamo rivolgere le nostre preferenze ai sistemi elettorali maggioritari con premio di maggioranza e ballottaggio di 2° turno come avviene in tutti i Paesi Occidentali che vantano sistemi di democrazia parlamentare più consolidati della nostra. Meglio se prima ci sarà un intervento sulle norme costituzionali per eliminare ogni ambiguità a proposito dell'articolo 40 (eguaglianza del voto) e della scelta costituzionale a favore dei sistemi elettorali proporzionali. Altra musica se si dovesse modificare il Titolo III della Parte II, introducendo, a proposito del Governo, il “Premierato Forte”, o addirittura se optassimo per la “Repubblica Presidenziale” con l'elezione diretta del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale. Anche in questo caso la legge elettorale dovrebbe prevedere il quorum maggioritario al primo turno e il ballottaggio di secondo turno tra i due schieramenti più votati con premio di maggioranza. A parte il referendum confermativo siccome cambia la forma di Governo, da “parlamentare a presidenziale”. Tutto ciò ci impone una ulteriore riflessione sull'ordinamento della nostra Repubblica e all'interno di esso, tra i Poteri Costituzionali. È di tutta evidenza che nella vigente Costituzione c'è un forte sbilanciamento a favore del Potere Legislativo e di limitazione del Secondo, con riflessi sulla “Governabilità” del Paese. Ma per il tempo e di seguito  agli eventi che avevano vissuto i nostri “padri fondatori”, era normale che fosse così. Dopo l'esperienza della dittatura fascista, si sono preoccupati di alzare quante più barriere possibili contro ogni tentativo, presente e futuro, di attentare alla democrazia, alla libertà individuali e collettive, all'istituto parlamentare. Quel pericolo, dopo settant'anni, non esiste più e si avverte sempre più l'esigenza di avere un Esecutivo forte e un Parlamento che legiferi in modo più veloce e controlli, sul modello anglosassone, l'operato del Governo. Non è più sostenibile che il Parlamento impieghi, medialmente, otto mesi, per approvare una legge, quando l'economia e la società civile viaggiano alla velocità della luce ed esigono risposte immediate e pertinenti da parte del legislatore che, viceversa, in tutti questi anni,ha dimostrato di volersi concentrare di più sulle nicchie di potere create dentro le istituzioni con leggi e regolamenti ad hoc. Viceversa sul versante del Governo, assistiamo impotenti alla sua precarietà ed improvvisazione. Un solo dato per tutti: dal 23/5/1948 (Primo Governo De Gasperi), ad oggi (Governo Gentiloni) in circa settant'anni, abbiamo avuto 64 Governi, con una durata media, a Governo, di 11 mesi circa. E che dire poi della Magistratura alla quale è stato dedicato un intero Titolo il IV della Parte II con ben 13 articoli quanto per immortalarne l'autonomia, l'indipendenza e l'inamovibilità, ergendo ad organo di controllo del proprio operato, quel mantra sacro che è il Consiglio Superiore della Magistratura dove i 2/3 dei suoi componenti vengono scelti dai magistrati, e solo un terzo dal Parlamento, con il Presidente della Repubblica che funge da semplice ed insignificante comparsa e il Ministro della Giustizia al quale spetta l'organizzazione e il funzionamento dei servizi della Giustizia con la sola possibilità di promuovere l'azione giudiziaria nei confronti di un giudice? Non sarebbe l'ora di rivedere la composizione dell'Organo di Autogoverno dei Giudici, rovesciando le percentuali - 2/3 dei suoi componenti eletti dal Parlamento, e solo 1/3  dai Magistrati oltre al primo Presidente e al Procuratore Generale della Cassazione che ne fanno parte di diritto?

Non sarebbe il caso di fare scendere i magistrati dal Monte Olimpo dove si sono arroccati, più che Dei, e stabilire il principio di responsabilità civile anche per loro  così come la legge stabilisce per tutti gli altri servitori dello stato investiti di una funzione pubblica? E sopratutto per rispetto anche della volontà degli italiani che col referendum del 08/11/1987 si sono inequivocabilmente espressi per la “responsabilità” dei Giudici con l'82% dei votanti? E la Corte Costituzionale? Anche qui bisogna rivedere la sua composizione, sia per quanto riguarda la percentuale delle nomine riservate al Presidente della Repubblica (5 giudici), sia per quelle riservate ai Magistrati (altri cinque), a  favore della componente riservata al Parlamento. Corollario della riforma è quello di sancire solennemente l'imparzialità  di giudizio di un Magistrato, vietandogli categoricamente di indossare casacche rosse,bianche o nere che siano. Da quando un Giudice in servizio decide di entrare in politica, esce definitivamente dal ruolo della magistratura, sia che sia eletto o che non lo sia. Così finisce l'indecenza di alcuni magistrati che emanano sentenze di condanna e/o di assoluzione, per compiacere agli uni o agli altri o per apparire, con l'allettante prospettiva, a breve, di paludarsi del laticlavio com'è avvenuto a “sinistra” sopratutto, ma anche al “centro” e a “destra”. E allora se l'obiettivo è l'efficienza della macchina pubblica e l'efficacia dei processi decisionali, occorre abbattere, per primo, l'ostacolo rappresentato dal cosiddetto “bicameralismo paritario” attribuendo la funzione legislativa alla sola Camera dei deputati, fino ad arrivare alla soppressione del Senato e/o mantenerlo in essere, ma con funzioni e attribuzioni particolari e specifiche ad esclusione di quelle legislative. Modernizzare e rafforzare l'Esecutivo, ridurre il numero degli eletti alle Assemblee legislative (Camera, Senato, Consigli regionali e comunali), ridurre il numero delle Regioni mediante la loro fusione per aree geografiche omogenee, accorpare i Comuni di piccole dimensioni corrispondendo, così, al tanto auspicato abbattimento dei costi della politica; rivedere il sistema delle “Garanzie” di cui gode la Magistratura, salvaguardandone l'autonomia. Questo è quello che chiede la parte più  matura e responsabile della Società Civile alla Politica.

                                                                               Roberto Maddaloni

 

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