Gli eventi di deliapress.it - Presentazione a Bova Marina dell'opera di Rosa Marrapodi: Radici tra i ruderi della Rocca Armenia.

Gli eventi di deliapress.it - Presentazione a Bova Marina dell'opera di Rosa Marrapodi: Radici tra i ruderi della Rocca Armenia.

11.03.2018  21:00 - 

Elio Cotronei release - 

Tre intellettuali a cinque stelle  per la presentazione a Bova Marina dell'opera di Rosa Marrapodi: Radici tra i ruderi della Rocca Armenia.

La prof.ssa Marrapodi non è nuova nel panorama socio-culturale: protagonista di rilievo nella politica, nella prosa, nella poesia, nella critica letteraria, nella scuola, ...

Sedici racconti, un'analisi esemplare condotta dalla prof.ssa Caterina Nicita - bravissima  analista letteraria - affiancata dal dottor Vincenzo De Angelis - noto studioso della deputazione di storia patria - entrambi con scaturigini prossime all'Area in cui si sviluppano le vicende narrate.

Nell'introdurre, lo scrivente esalta il contributo della prof.ssa Marrapodi che consegna una testimonianza di quanto avveniva dietro il futuro, premesso che per quelle vicende il futuro è la nostra contemporaneità. 

Vengono evidenziate tutte le problematiche: la voglia di riscatto, i cambiamenti, le prevaricazioni dei potenti, gli abusi, ... 

Sorge spontaneo chiedersi come, quanto e se la storia insegni, e viene naturale  anche  il parallelo tra le pretese di certi signorotti dell'epoca - lunga propaggine dello ius primae noctis - con le prepotenze contro le donne che hanno avuto la punta d'iceberg nei recenti scandali americani nel mondo del cinema.

A parte gli approfondimenti rafforzativi delle tematiche del libro, il dott. De Angelis ha contribuito a dare contezza della denominazione rocca Armenia riportandoci all'epoca della immigrazioni dai Balcani nel periodo bizantino - poco più di ciquecento anni a partire dal VI secolo d.C. - che portarono anche gli Armeni in Calabria.

Relazione di Caterina Nicita

Mi piace aprire le  riflessioni sul libro della nostra autrice Rosa Marrapodi  con una frase di Corrado Alvaro “nulla accade è tutto è accaduto nell'infanzia” frase  che ci proietta nel passato e sull'importanza della memoria.

 E’ la   memoria una cosa sacra che ha imprigionato dentro di sé le esperienze raccontate o vissute in quel mondo genuino, non toccato   ancora dalle soluzioni imposte o precostituite. Ciò   che è dentro di noi, come un magma,  sale dal cuore e riaffiora con la freschezza della riscoperta quando ci fermiamo ad osservare la nostra storia e a trovare   messaggi  culturali o morali da trasmettere ai nostri figli.

  Il passato diventa un tempo che viene rivissuto e mai con nostalgia ma come un patrimonio da custodire,   su di esso non dobbiamo piangere ma trarre più insegnamenti possibili.

Ed è quello che fa Rosa Marrapodi   che tenendo presente una maturità intellettuale in chi legge, pone interrogativi sul passato, sulle condizioni storiche sociali della Calabria di fine ottocento e primi sessant'anni del novecento.

Nel libro   appare un Sud povero, ma ricco di fermenti umani edi intellettuali, che consente indugi amari sulla condizione storica, socioeconomica, ma anche speranze mai sopite per il futuro.

L'autrice si sforza di conferire alla narrazione un andamento obiettivo, ma nel descrivere fatti e personaggi giudica le antiche piaghe sociali che hanno generato tanta cattiveria, ma anche tanta bontà e voglia di riscatto. 

Nei 16 racconti appaiono luoghi e ambienti di Bruzzano vecchio, posto ben definito dell'Aspromonte con i suoi paesaggi selvaggi e tormentati,  la quotidianità della sua gente di cui l’autrice  segue gli  itinerari e di cui  conosce l'anima, per costruire con la fantasia e la realtà  la sua storia e le sue vicende.

La scrittura  snoda, come fili di perle,    le problematiche, le contraddizioni, le tradizioni che permettono di isolare da ogni storia il senso etico che è poi il significato emergente delle stesse vicende.

    

Apriamo allora una finestra su questo mondo, su Bruzzano Vecchio ed addentriamoci in alcuni racconti, uno dei quali  “Grazia a Polsi” a vivere diversi momenti, come un perenne senso di angoscia e di attesa, una religione fatta di superstizioni e paura.

La fede nella Vergine Santissima della Montagna è vissuta con la paura di commettere qualche errore nel chiedere la grazia o nel dare in cambio.  

Succeda a Saverio, padre di Lorenzé, la mutola,  bella come il sole che affida  insieme alla moglie per la guarigione alla vergine santissima in cambio della giovenca più robusta.

E’ raccontato un viaggio tra le splendide e impervie montagne attraversate da chi ha fede e timore, da chi aspetta e ottiene la grazia   in chiesa tra il giubilo dei presenti per viverla poi nel  paese tra quella gente felice apparentemente, ma invidiosa.

Il dono  portato, in un atto di ira, viene poi come rinfacciato da Saverio è Lorenzé  ritornerà muta per sempre lasciando dietro di sé un senso di colpa gridato “senza limite come fa un pazzo con la camicia di forza”.

Anche nel   racconto ”Giustizia Divina” con rassegnazione si aspetta che Dio intervenga laddove non ci può essere giustizia umana. Dirà la protagonista Giannina, lavoratrice del baco da seta, fiorente attività in Calabria fino ai primi del Novecento,  “la tua ira, o Dio, è lenta ma ti prego sia veloce con me”

Giannina ha subito soprusi, attenzione da parte del signorino del paese che soddisfa i suoi  capricci insidiando le donne del luogo o del circondario. Lui, unico datore di lavoro mal retribuito, che con l'aureola intorno al capo, come fosse stato un santo,  decide  la vita di questa o di quella fanciulla senza morale o timor di Dio. Diremmo bene uomo senz'anima e  senza cuore

Non manca poi   il problema della giustizia umana, di quella in cui crede l'avvocato Cara che fa della sua deontologia professionale una ragione di vita fino a quando non incontra sulla sua strada il malaffare, le minacce.

La legge, a volte, si scontra con gli uomini di “drittizza”, con i signori corrotti a tutti i livelli che mettono la loro firma su ogni cosa che possa costituire un profitto illecito e un facile arricchimento.

 L'avvocato Cara,  persona   integerrima,  stimato professionista, accetta con dolore questa sua nuova realtà, ma è convinto che il filo si spezzerà quando, prima o poi, la gente si ribellerà alla luce del sole e si riprenderà la libertà di decidere e di agire.

Tale filo si spezzerà grazie all'istruzione, alla scuola, alla scuola, la Scuola con la lettera maiuscola, che  dà forza spirituale e dignità, quella fondata sul dialogo,  rispetto e consapevolezza di formare futuri, onesti e liberi cittadini.

Rosa Marrapodi racconta delle maestre che arrivano da fuori come la maestra Pia che con dedizione insegna ai bambini convinta di mettere a nudo la loro intelligenza e farli crescere nella civiltà del libro.

 Le lezioni non diventano nozioni ma gridano alla saggezza, alla formazione, alla libertà di agire.

La nostra  autrice conosce tutto ciò per esperienza diretta avendo insegnato con successo a ragazzi dalle tante problematiche legate al nostro ambiente, come fa con   Caterina.  

La scuole è speranza, l’istruzione è vissuta come una rivalsa sociale sull'aristocrazia da parte di contadini e pastori che mandano uno dei loro numerosi figli a studiare in seminario o all'università di Napoli dove ogni tanto si recano per portare le poche prelibatezze e di assicurarsi una protezione per quei  poveri ragazzi lontani da casa.   La loro speranza è che essi finalmente si libereranno dalla sopraffazione,  dal servilismo, dall'atavica miseria. 

Avviene così per esempio con Vincenzino, figlio del massara Eugenio,  ragazzo dal fisico esile, bianco di carnagione,  troppo delicato per fare il pastore o lavori pesanti, intelligente, aperto, educato come una femminuccia e che studia a Napoli, suscitando la gelosia di coloro che non sono riusciti a trovare un'alternativa di vita e passano il tempo nell'agorà parlando e godendo delle disgrazie altrui.

In questo proseguire verso il riscatto sono spronati dalle madri, dalle donne che la Marrapodi  chiama madri coraggio, decise, caparbie, come Maria,  che sopportano con speranza di un cambiamento sociale le umiliazioni, la sconfitta,  l'emigrazione persino l’andata  in guerra del marito,  guerra che ha trasformato gli uomini in scheletri ambulanti, ora vincitori ora sconfitti, organizzati e  guidati anche  da piccoli eroi come fa Pio Poli e di cui la storia ufficiale non pronuncia   parola.

E’ proprio    nel secondo dopoguerra, che uomini e donne tra mille ed  immani difficoltà, prendono consapevolezza di un mondo nuovo nato da un'ideologia diffusa fondato sulla voglia di uscire dalla storia stagnante e diventare protagonisti attivi della società a tutti i costi e con qualsiasi mezzo.  Essi lo  fanno attraverso l'istruzione, la ribellione al malaffare vissuta come tensione etico- sociale, la partecipazione primi scioperi come aveva fatto prima Maria   davanti al palazzo delle Prefettura, decisa a capire come vanno le cose del mondo o attraverso l’emigrazione come avviene per Vincenzo, marito di Maria.

  Mi piace leggere ora una pagina   dedicata a quest’ultimo fenomeno, spinta dalla voglia di rivedere in Vincenzo tutti i nostri emigrati e di ogni epoca.

 lettura pagina 87  

Un altro invito eclatante alla rinascita, al risveglio socio-economico, viene dal racconto ”Lucertole  al sole”. Come il sole spinge le lucertole, anche d'inverno, ad uscire dai loro bui anfratti e a  sfidare la natura con le sue avversità,  Così dovrebbero fare gli uomini che, stanchi dei miserevoli retaggi della fame fine a se stessa. Si propongono come esseri capaci di operosità  e di apertura mentale per diventare motori del mondo. Allora tutti si danno da fare,  ma come   uomini liberi usciti dall'antico retaggio che li aveva visti servi ora dell'uno ora dell'altro, anche e soprattutto le donne che si dedicano alla raccolta dei gelsomini.

 
Esse finalmente  profumano di questo fiore e non “di  acciata  e stabio”,  hanno un salario, risparmiano, si sposano, comprano casa, “ vivono felici le donne degli anni ‘60” dirà Rosa Marrapodi.

 Grazie al barone Correale,  al cavaliere Cundari e a tanti altri uomini illuminati,  Bruzzano vecchio si risolleva con le tante colture, ma soprattutto con quella del gelsomino la cui essenza partiva per la francia e serviva, come serve ancora, per la fabbricazione di profumi.

Riprende la vita economica del paese, circola il danaro, si aprono botteghe, si risvegliano le coscienze, si nobilita l'animo, si può ben usare , la parabola  ‘gnura cummari cu tuppu tisu  vostru marito che arti faci,  me maritu  carria lu risu, pozzu levari lu tuppu tisu.

  Arrivano le comoditati nelle case, i negozi di alementari,   di elettrodomestici,  i laboratori di ricamo, le farmacie, il cinematografo,  l'edicola dei giornali, l'artigianato il commercio, elementi tutti che  aprono il paese a nuovi incontri e spostamenti che significano apertura mentale.

Il paese cresce demograficamente, ha tutto ciò che serve per una vita dignitosa, il treno e la corriera portano i giovani alle scuole  superiori e all'università.

Accanto ad un mondo in trasformazione, rimangono custodi  del passato gli anziani che seduti sul mignuni o sopra i scaluni,  trasmettono ai giovani valori morali ed etici per integrarli in questo nuovo e dinamico modo di vivere.

Si può ben dire che l'uomo del sud abbia ormai  indossato quella dignità, quel contegno, quella libertà,  della fierezza arrivata dalla notte dei tempi e spesso soffocata dalla miseria e lo fa a   favore della concezione di stato,  dei diritti e doveri di ogni cittadino che può rivestire ora anche ruoli pubblici e costruire una civiltà di uomini liberi e uguali, capaci di ribellarsi alla miseria, come al malaffare e alla corruzione .

Ecco, questo è il libro di Rosa Marrapodi,   un libro che  consegna un ritratto antropologico della gente del Sud.

 Ritratto eseguito con realismo narrativo ora mitico ora di memoria è che pur affondando le radici in quello di Verga o di Alvaro se ne distacca per una nuova sensibilità socioculturale omologante e moralizzatrice.  

La nostra scrittrice  non racconta solo il vissuto ma anche il non vissuto alimentando la narrazione tanto di memoria quanto di delicata sensibilità, volta a scoprire il lato segreto delle cose custodite nell'animo dei personaggi.

Ecco gli adulti oberati dal misero lavoro che si   ribellano alla loro condizione attraverso lo studio, l'immigrazione, il commercio; ecco i  giovani non coinvolti nel gioco delle convenzioni sociali, ma un po’ spregiudicati che fanno apparire oppressivo il mondo dei padri improntato alla viltà, all'interesse, alla sottomissione e lo fanno a    favore di uno  aperto alla correttezza,  ai diritti e doveri di liberi cittadini.

La lettura, con forte accento verista, presenta una Calabria atavica che si rivolta alla sopraffazione, alla rassegnazione, ed è  piena di carica etica che induce noi lettori a proiettarci verso il futuro e noi partecipiamo delle vicende,  ci immergiamo in  riflessioni, proviamo scatti di risentimento non privi di implicazioni sociologiche.  

C’è nell’autrice la   consapevolezza che la letteratura debba concedersi delle responsabilità di mediazione tra un immaginario artistico. un tessuto storico ed  un'elaborazione più moderna,  come per una sintesi di realtà portatrice di un messaggio positivo.

infatti le vicende raccontate tendono a tramutarsi in una progettualità operativa che consente di rivisitare il passato,  e sempre in modo critico, e di disporre un'apertura sul futuro.

Vorrei chiudere con un invito alla lettura fresca e piacevole ricca di similitudini, di aggettivazioni, di termini dialettali, disseminati qua e là,  di sentenze e  giudizi.

Lettura avvincente  di  un libro che ci fa cogliere l'essenza dell'esistenza, il suo senso legato alla speranza mai sopita, alla dignità umana, alla fiducia negli altri, valori spesso tramandati dagli uomini e dalle donne più umili, da coloro  che li sanno conservare intatti nel  loro attraversare le vicende tutte della vita. 
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