"Quando ragazzi felici andavamo alla scuola, con la cartella a tracolla ed in tasca la mela...addio sogni di gloria, addio castelli in aria"

09.06.2016 22:09

 

 

“Quei  ragazzi  della Quinta A” di Enzo Movilia e Pietro Parisi

 

L'angolo della narrativa 

 

di Rosa Marrapodi

 

Quello della frequenza della Scuola Superiore è, senza dubbio, il periodo più bello della vita di qualunque giovane che abbia avuto la fortuna di continuare gli studi e, quindi, di vivere e consumare quell’esperienza alla luce di “una giovinezza…ingenua, semplice, naturale e sincera”, in cui l’esigenza più forte e travolgente è “ il bisogno di stare insieme… senza infingimenti, senza sotterfugi e senza calcolo di nessun genere”.

E’ l’irrazionalità di quell’età, in effetti, che rende simili i giovani; è la spensieratezza che li accomuna in un irreversibile processo di mitica simbiosi, in cui non l’utile o il vantaggio ma il dilettevole e lo scherzoso fungono da resistente mastice che li unisce in una esaltante danza di…cha cha cha.

Dopo aver letto il bel libro di Enzo Movilia e di Pietro Parisi ( Città del Sole Edizioni), in effetti, è la sfrenata immagine di Gabriella Mulè in classe, impegnata durante l’ora di religione in una performance danzante a ritmo di cha cha cha tra il chiassoso tifo dei compagni, a restare scolpita nella memoria del divertito lettore, non quella della preside Maria Fenoglio, con tutto il rispetto e la riverenza per una apprezzata persona di scuola dal provato impegno professionale.

E ciò avviene, perché è la Mulé, la bella e disinvolta alunna della Quinta A, che rappresenta la vita che pulsa in classe, la giovinezza, l’esuberanza di quell’età frizzante.

E’ in virtù di questi atteggiamenti spontanei e genuini, conseguenza di un’esperienza irripetibile perché nella vita non si può tornare indietro se non con la memoria, che “ i ragazzi della Quinta A non invecchiano mai” e se in essi qualche ricordo risulta sbiadito è solo segno di ossidazione delle arterie cerebrali e, sicuramente, non di dimenticanza.

E loro, i ragazzi della  Quinta A, non potrebbero mai scordare certi momenti della loro vita scolastica! E come potrebbe cadere nel dimenticatoio il divertente equivoco della “duchessa” di Siderno e quello della “badessa” ai tempi dell’Università a Roma?

Ed il furto delle patatine fritte in casa della prof. di matematica, Maria De Leo Florenzano?

Ed Il trasporto in carriola dell’infortunato Enzo Movilia  per le vie di Siderno? E l’imbarazzo, anzi la tortura delle posate e dei bicchieri di Pietro Parisi e company al pranzo offerto alla classe dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino durante il viaggio d’istruzione dell’ultimo anno?

Grandi questi ragazzi magistralmente descritti in tandem sul filo della memoria dagli emozionati autori, nel cui cuore “nessuna croce manca”.

Essi, infatti, ricordano tutti i compagni con la stessa struggente nostalgia, anche Roberto, emigrato in Canadà, e Teto, sulla cui Giulietta bianca  tutti i compagni erano saliti per scorribande nei paesi dell’entroterra, dei quali non hanno notizie dai tempi della scuola.

Grandi, i ragazzi della Quinta A, nella loro capacità di esaltarsi, di stupirsi, di arrangiarsi, di sentirsi blocco granitico, uniti e complici in situazioni strane, in cui, comunque, sapevano cadere sempre all’in piedi. Ma anche loro crescono e le Superiori volano in un “amen”, davvero.

Arrivano al diploma ed arriva pure il tempo della separazione e degli addii, ma ormai i ragazzi di ieri sono Ragionieri, uomini, ben forgiati dalla Scuola, pronti ad affrontare la vita, forti del dato scientifico che la linfa per continuare il loro percorso l’avevano “attinta nella sezione A del Guglielmo Marconi di Siderno.”

Sono pronti, questi ex-ragazzi di ieri, ad  entrare nell’”età della ragione e delle responsabilità”, a sapersi difendere dai colpi avversi, perché “la vita è come la trincea, non appena alzi la testa, fioccano le pallottole”.

Essi rappresentano più che di paese, nella loro singolare identità, tipi universali, in quanto espressione delle varie categorie che compongono l’umanità  nelle sue più variate e colorate sfaccettature.

Il libro, chiaro e lineare negli assunti e nelle forma, costituisce, in fondo, un inno alla  scuola intesa come istituto sociale, morale e culturale.

Il testo”Quei ragazzi della  Quinta A” rappresenta un appassionato lavoro in cui ognuno si può riconoscere, tornare ragazzo, riflettere sul tempo che inesorabile passa, lasciando, comunque, indelebili tracce di sé, impronte non sulla sabbia ma sul cemento dell’animo in cui tutto viene registrato e scolpito, sensibile spartito utilizzato lodevolmente dai due autori, impegnati a suonare  note  che sanno di orgoglio, di tenera nostalgia, d’amore e di vita.

 

Bruzzano Zeffirio, 10 Maggio 2016                                                Rosa  Marrapodi

 

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