Il sindaco di Bova Marina Vincenzo Crupi ed il presidente della Corte d'Appello, Luciano Gerardis, consegnano alla Fondazione Marino, un bene confiscato alla mafia

10.06.2016 18:41

 

 

 

 

 

 

Una veduta panoramica di Bova Marina (rc)                                               Il presidente della Corte d'Appello di Reggio Calabria

                                                                                                                      Luciano Gerardis

 

Alla presenza del presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis (ex Presidente del Tribunale) che ha detto di essere contento: un bene che l'autorità giudiziaria ha ritenuto appartenente alla criminalità organizzata, viene restituito alla collettività e, soprattutto utilizzato per fini sociali;  del sindaco Vincenzo Crupi e dei comandanti di stazione dei Carabinieri e del Corpo Forestale dello Stato, anche l’assessore Patrizia Crea (Melito Porto Salvo) del sindaco di Condofuri (Salvatore Mafrici), consiglieri ed ex consiglieri, semplici cittadini ed ovviamente dell’ingegnere Giovanni Marino

ASSEGNATO ALLA 'FONDAZIONE MARINO' DI MELITO PORTO SALVO, UN BENE IMMOBILE, SEQUESTRATO ALLA MAFIA

Domenico Salvatore

Una magnifica giornata di sole ‘primaverile’, dopo i capricci ed i piovaschi maggiolini e giugnaioli.

Siamo nella ‘Perla dello Jonio’, Bova Marina, che taluni precocemente avevano ribattezzato (negli Anni Settanta del XX° secolo), la ‘Taormina’ calabrese.

 

Ma che sicuramente ha strappato a centri ben più popolosi, il prestigioso titolo di ‘capitale della cultura’ del Basso Jonio reggino.

‘A undi jhumara era, jhumara torna…Il presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, uno dei simboli della Giustizia calabrese, che si è mosso spesso in sintonia con l’associazione ‘Civitas’, percorsi di formazione e sensibilizzazione alla legalità ed alla difesa dei propri diritti, offrire un percorso alternativo soprattutto ai giovani, da lui presieduta, (“l’Associazione e le Istituzioni vogliono dare un segnale forte della nostra presenza del territorio, per stimolare le persone ed incoraggiarle a dire la loro sulle problematiche che affliggono il nostro territorio”, prima fra tutta la lotta alla criminalità organizzata; un progetto che tiene assieme le associazioni di volontariato, le forze dell’ordine, istituzioni, scuole.  C’è un deficit di legalità ed il cittadino non deve essere spettatore passivo delle lacune presenti ma metterci del proprio e nel proprio piccolo; la lotta deve partire da ognuno di noi, l’Associazione Civitas può però farvi sapere che c’è e vi appoggia, sempre e comunque””) in termini eleganti, ha detto, che i beni mobili ed immobili della ‘ndrangheta illecitamente ed illegalmente sottratti, debbano tornare piano piano, al legittimo proprietario; alla collettività, alla società civile.

“Nella storia dell'antica Roma, il termine latino ‘civitas’ indicava: lo status giuridico della cittadinanza romana; l'insieme dei cittadini romani; un insediamento urbano non organizzato come urbs (città).

La cittadinanza romana, era concessa alle comunità o a singoli individui tramite leggi o votate dai comizi o dal Senato o dai magistrati.

Spesso ciò avveniva come riconoscimento civile. Controversie nacquero durante il periodo della repubblica in merito allo status dei nuovi territori annessi, specialmente in territorio italico; la civitas prevedeva, tra gli altri, il diritto di voto nei comizi e, in questo modo, alterava gli equilibri politici della città.

Durante l'epoca dell'impero, la concessione della cittadinanza venne utilizzata come un mezzo per "romanizzare" le nuove province.

Nel 212 d.C., l'editto di Caracalla conferì la cittadinanza a tutti gli abitanti dell'impero.

Il secondo significato venne assunto dopo il superamento della contrapposizione tra patrizi e plebei, insieme al termine quiriti, per comprendere tutti gli elementi costituenti la comunità, senza distinzioni di classe.

Il terzo significato era attribuito a comunità come quelle dei Celti.”

Lotta ala ‘ndrangheta. Lo Stato va avanti con la sua politica di recupero del territorio usurpato dalla “Gramigna”.

Si muove su tre direttrici: con le indagini, con la prevenzione, la repressione, gli arresti ed i processi; e la certezza della pena per i condannati riconosciuti colpevoli.

Si fa pure, con la cultura della legalità, della giustizia e della trasparenza. Quindi sensibilizzazione e presa di coscienza a partire dalle scuole e dalle famiglie, mediante conferenze stampa e sprint dell’informazione, che tuttavia ancora deve crescere.

Si fa con il regime del 41 bis, scaturito dalla Legge Rognoni-Latorre, varata subito dopo il delitto del generale Alberto Dalla Chiesa, generale di Corpo d’Armata e prefetto di Palermo.

Uno di quegli omicidi-boomerang (comune alle altre mafie) di cui Cosa Nostra, non avrebbe mai dovuto macchiarsi

 

Il nostro ordinamento giuridico, a partire dal secondo dopoguerra, ha visto il susseguirsi di una serie di provvedimenti legislativi volti a contrastare il fenomeno della criminalità organizzata.

“La legge 31 maggio 1965, n. 575, soggetti indiziati di appartenere ad associazioni mafiose, estende l'applicabilità delle misure di prevenzione personali  previste nella legge 1423/1956 .  

La legge 22 maggio 1975, n. 152, recante Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico, meglio nota come "legge Reale".

Gli articoli 18  e 19  stabiliscono che le norme della legge 575/1965 vengano applicate sia ai soggetti responsabili di atti preparatori diretti alla commissione di reati di sovversione e terrorismo, sia alle varie classi di soggetti socialmente pericolosi già indicati nella citata legge del 1956. veniva introdotto nel codice penale l'art 416 bis, che, per la prima volta nell'esperienza giuridica nazionale, sanzionava l'associazione di tipo mafioso.

A partire dal 1982, quindi, si fanno sempre più numerosi i beni sequestrati e poi confiscati, poiché le indagini patrimoniali e bancarie diventano modus operandi di più procure, a partire da quelle in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia.

Nel corso dei primi anni di applicazione della legge sui patrimoni mafiosi, viene alla luce che tale strumento è sì assai efficace, ma si avverte anche l'esigenza di trovare e garantire una qualche forma di destinazione a tutti questi beni e patrimoni confiscati.

In questo contesto occorre leggere l'emanazione del D.L. 14 giugno 1989, n. 230 recante le Disposizioni urgenti per l'amministrazione e la destinazione dei beni confiscati ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, che costituisce un primo tentativo per garantire la proficua gestione e destinazione dei beni confiscati

Nel 1992 con il D.L 306 (convertito con la legge 356/1992), recante Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa, il legislatore introduce, all'art. 12 sexies, una nuova tipologia di confisca che affianca quella penale e quella di prevenzione.

Si prevede, infatti, che nei casi di condanna o di "patteggiamento" ex art. 444 c.p.p. per determinati reati, tra cui l'associazione di tipo mafioso, è sempre disposta la confisca del denaro, dei beni e delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza, e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito o alla propria attività economica.

Lo stesso articolo (comma 4 bis) prevede che anche a questi casi di confisca, si applichino le disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati previste dalla legge 31 maggio 1965 n. 575 e successive modificazioni. Ultime due tappe di questo iter legislativo sono l'approvazione dei cosiddetti "pacchetti sicurezza" del 2008 e del 2009.

Il D.L. 92/2008 (convertito con la legge n. 125/2008), recante Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevede l'applicabilità delle misure di prevenzione patrimoniale anche ai soggetti ex art. 51 comma 3 bis c.p.p., ed abroga l'art. 14 della legge 55/90.

Inoltre, è prevista la competenza del direttore della Direzione investigativa antimafia a richiedere l'applicazione delle misure di prevenzione; è introdotto l'importante principio per cui le misure di prevenzione personali e patrimoniali possono essere richieste ed applicate in modo disgiunto; è prevista la possibilità, là dove ne ricorrono i presupposti, di disporre il sequestro e la confisca per equivalente ed infine la possibilità di disporre le misure patrimoniali anche in caso di morte del preposto.

L'ultimo intervento, www. altrodiritto.unifi.it, si è avuto con la legge 15 luglio 2009 n. 94, recante Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, con la quale il legislatore ha tentato di migliorare il funzionamento delle misure preventive patrimoniali, ed ha provato a risolvere alcune asimmetrie derivanti dalla legge 125/2008.

In particolare, si è cercato di superare alcuni dubbi interpretativi che gli operatori avevano lamentato circa la possibilità di applicare le misure patrimoniali disgiuntamente da quelle personali.

Inoltre, si è cercato di risolvere il groviglio di inefficienze e ritardi che affliggono la gestione e l'assegnazione dei patrimoni confiscati alle organizzazioni mafiose, provando ad innescare una procedura più celere e snella.”

Ignoriamo completamente, i veri motivi, per cui si voglia allontanare da Reggio Calabria, l’Agenzia, che si occupa dell’assegnazione dei beni mobili ed immobili sequestrati e confiscarti alla mafia.

“L'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (abbreviata in ANBSC), è un'agenzia del governo Italiano.

Ha la sedi principale in Reggio Calabria, ma ci sono sedi secondarie a Roma, Palermo e Milano. L'attuale direttore è il prefetto Umberto Postiglione.

Storia

È stata istituita con il decreto legge 4 febbraio 2010, n. 4 - convertito in legge 31 marzo 2010, n. 50. La disciplina è poi confluita nel d.lgs 6 settembre 201 n. 159 (cosiddetto Codice delle leggi antimafia).

Caratteristiche

L'agenzia, fonte Wikipedia, ha personalità giuridica di diritto pubblico ed è sottoposta alla vigilanza del Ministero dell'Interno, ed ha la sede in Reggio Calabria. È inoltre sottoposta al controllo della Corte dei conti ai sensi dell'articolo 3, comma 4, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, e successive modificazioni”.

Funziona. I risultati sono gli occhi di tutti. Ci sono margini di miglioramento; ma, questo è un  altro paio di maniche.

La lotta alla mafia, si fa anche, con il sequestro e la confisca dei beni di cui abbiamo detto sopra.

C’è sempre una prima volta in tutte le cose. Il destino ha voluto che fosse l’avvocato Vincenzo Crupi, sindaco di Bova marina, ad acquisire il bene sequestrato e confiscato alla mafia, da consegnare agli aventi diritto.

In questo caso alla fondazione Marino, galvanizzata dall’ingegnere Giovanni Marino.

Sono diversi i beni sequestrati alla mafia a Bova Marina, che sono stati assegnati o stanno per essere assegnati agli aventi diritto, dopo regolare gara d’appalto.

Uno, è stato assegnato, dal Comune di Bova Marina osservando le regole di evidenza pubblica, alla fondazione "Marino onlus"; consistente in un appartamento con annesso box, ubicato nel complesso residenziale "La Rada azzurra", sul lungomare della cittadina ionica.

L’altro, verrà assegnato, consegnato od acquisito, nei prossimi giorni.

Lotta alla ‘Onorata società, poi, a partire dagli Anni Settanta, ‘ndrangheta; sebbene lo scrittore, poeta, saggista e giornalista Corrado Alvaro, già in un articolo del 1954 sul Corriere della Sera, avesse cominciato a lanciare la parola ‘ndranghita’.

Non abbiamo mai avuto la pretesa, se non presunzione, di essere depositari di nessuna storia della mafia.

Non indossiamo le penne del pavone e nemmeno i panni di Narciso.

Niente scrittore, antropologo, poeta, saggista, narratore, storico. Forse, dopo mezzo secolo di militanza in almeno sette-otto quotidiani cartacei ed un’infinità di settimanali, quindicinali, mensili e bimestrali, radio e televisioni privati, RAI Cosenza, Agenzia Ansa ed anche (indegnamente) direttore di giornali cartacei come ‘Il Provinciale’ ed il Nuovo Provinciale, Deliapolis; ma anche giornali on line, come Melitoonline, Deliapress, potremmo cominciare a dire, a mezza voce, di appartenere alla categoria dei giornalisti (pubblicisti).

Ne sappiamo sulla mafia, meno degli addetti ai lavori qualificati o navigati e comunque classificati come ‘esperti’ e competenti di ‘ndrangheta.

Ciò, non vuol dire, che siamo una tabula rasa. Di rimbalzo e carambola, scartabellando sui libri, rovistando negli archivi, sfogliando giornali e giornaletti, libri di saggistica sull’argomento (oramai scrivono tutti, di cose dejà vu e risapute), partecipando alle conferenze stampa dei procuratori capo della Repubblica o f.f. e perfino dei procuratori aggiunti…Sebastiano Surace, Carlo Bellinvia, Giuliano Gaeta, Antonio Catanese, Salvatore Boemi, Francesco Scuderi, Nicola Gratteri, Michele Prestipino Giarritta, Gaetano Paci, Giuseppe Pignatone, Federico Cafero de Raho, a tavole rotonde, simposi, seminari, meeting, fiaccolate, cortei silenziosi, consigli comunali aperti sulle azioni della ‘ndrangheta, bene o male un’idea ce la siamo fatta.

Riconosciamo e siamo consapevoli che la materia in argomento, sia così vasta e complessa da non poter essere liquidata in quattro e quattr’otto.

Anche per questo, non le spariamo grosse, ma ci limitiamo spesso e volentieri ai ‘relata refero’. E comunque ci ricolleghiamo alle carte processuali, agli atti giudiziari, ai fascicoli, dossier, faldoni, riportati in conferenza stampa; sia pure in sintesi, dai magistrati di turno.

Talora, le acquisiamo dai siti dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polstato o sui siti governativi ed istituzionali; e perfino dalle relazione semestrali, annuali della DIA, della P.N. e della Commissione Parlamentare antimafia; o nelle dichiarazioni alla stampa di Prefetti, Questori, Comandanti Provinciali delle forze di polizia, anche nelle conferenze scolastiche, sui net-work nazionali o sulle reti RAI e radiofoniche, comunque sugl’infiniti canali d’informazione, a loro disposizione. L’articolo 21 della Costituzione, garantisce. Oddio, non a tutti…

Ma poi, basta sfogliare Google, internet, i canali della comunicazione on line, Wikipedia…”'Ndrangheta. Questa voce necessita di un'espansione. Puoi aiutare WikiMafia ad ampliarla.

È invisibile, come l'altra faccia della luna

(Julie Tingwall)

Con l'espressione 'ndrangheta si indica normalmente la declinazione calabrese del fenomeno mafioso, attiva sin dalla seconda metà del XIX Secolo, la cui forza e peso nelle dinamiche criminali è aumentata esponenzialmente dagli anni '90 con il declino di Cosa Nostra, a seguito delle Stragi del '92-'93.

Sottovalutata per decenni come una forma di criminalità locale circoscritta ad alcune zone della Calabria, attualmente la ‘ndrangheta è una delle organizzazioni criminali di stampo mafioso più stabile, diffusa e potente a livello nazionale ed internazionale, con presenze strutturate in regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Liguria e l'Emilia-Romagna, in paesi europei come la Germania, la Svizzera, la Spagna e la Francia, oltreché negli USA, in Australia e in Canada. Attualmente, la 'ndrangheta è presente in tutti e cinque i continenti del globo.

Origine del nome

La leggenda vuole che la parola ‘ndrangheta derivi dal verbo greco άνδραγαθέω (andragathéo), composto dalla matrice semantica degli aggettivi άνήρ (anèr) e άθαθός (agathòs), che significa letteralmente «agisco da uomo perbene o valoroso».

La parola, comunque, dopo essere stata introdotta nel 1909 da Giovanni Malara nel suo "Vocabolario dialettale calabro-reggino-italiano", venne ripresa solo nel 1961 da Attilio Piccoli in un articolo per la rivista "Cronache Meridionali", intitolato "La "ndranghita" in Calabria".

L'anno successivo la parola 'ndrangheta venne ripresa da Giuseppe Guido lo Schiavo nel suo libro "100 anni di mafia" e da allora cominciò a circolare e ad affermarsi quasi dappertutto, benché in molti ambienti intellettuali si continuasse a definirla "mafia calabrese" o ad usare i termini coniati agli albori e con cui la 'ndrangheta era stata conosciuta per decenni ("Onorata Società", "Famiglia Montalbano" e "picciotteria"). Basti pensare che nella narrativa calabrese la parola comparve ufficialmente solo nel 1977, nel romanzo di Saverio Strati "Il Selvaggio di Santa Venere".

Una delle "fortune" della 'ndrangheta, lungo tutta la sua esistenza, è stata proprio la difficoltà da parte di inquirenti e intellettuali non solo ad inquadrarla come organizzazione mafiosa, ma addirittura di darle un nome, prendendo in prestito quello di "mafia" e "camorra" mutuati dalle "cugine" siciliana e campana.

La stessa parola ‘ndrangheta è di difficile pronuncia e compare molto spesso tutt'oggi in forma errata su molti articoli di giornale, dove è frequente ritrovare errori ortografici grossolani come «l’ndrangheta» o «l’andrangheta», invece del corretto «la ‘ndrangheta». Se persino la conoscenza del nome è mal padroneggiata da chi dovrebbe fare informazione, figuriamoci la conoscenza dell’organizzazione in sé.

Storia ed Evoluzione

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, in un'illustrazione di Enzo Patti del 2010

Il mito della fondazione: Osso, Mastrosso e Carcagnosso

La storia della ‘ndrangheta, così come quella delle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso, è costellata da miti, riti e leggende narrate e tramandate nel tempo.

Tra le storie più popolari ed importanti che contribuiscono, ancora oggi, ad alimentare fascino e curiosità verso il mondo criminale organizzato c'è quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli arrivati in Italia attorno al 1412, in fuga dalle proprie terre per aver difeso l'onore della famiglia, vendicando con il sangue l'offesa subita da una sorella.

Secondo la leggenda i tre cavalieri spagnoli, appartenenti all’associazione cavalleresca Garduña fondata a Toledo, rimasero 29 anni nascosti sull’isola di Favignana e durante questo lungo periodo delinearono le regole fondamentali delle organizzazioni mafiose: poi Osso si recò in Sicilia a fondare la Mafia, Mastrosso andò in Campania a fondare la Camorra e Carcagnosso si stabilì in Calabria per dare vita alla 'ndrangheta.

Le origini

Gli "spanzati" di fine '700

 

Le prime tracce di una presenza ufficiale della 'ndrangheta in Calabria arrivarono poco dopo l'Unità d'Italia, ma qualche forma embrionale dell'organizzazione c'era già prima: nel 1792 Giuseppe Maria Galanti annotava nel suo "Giornale di Viaggio in Calabria" la presenza a Monteleone, un centro economicamente molto importante dell'epoca, dei c.d. "spanzati", "gente oziosa" abituata a commettere "ogni sorta di bricconeria, con un manifesto disprezzo per la giustizia, la quale è inefficace a punirli".

Molti di questi "spanzati" svolgevano la funzione di mediatori, facendo ricorso alla violenza se necessario, nei settori commerciali più redditizi dell'epoca, quelli della seta e dell'olio.

L'uso della violenza aumentò considerevolmente dopo l'abolizione del regime feudale e la conseguente liberazione delle terre, avvenuta nel periodo dell'occupazione francese (1806-1815): nei decenni successivi, fino all'Unità d'Italia, andò strutturandosi il nuovo fenomeno criminale che si sarebbe intrecciato con gli interessi e i bisogni dei nuovi ceti emergenti nei centri cittadini e nelle campagne segnate dall'avvento del nuovo ordine economico.

I "picciotti" dopo l'Unità d'Italia

La prima volta che le nuove bande fecero il loro ingresso nelle carte ufficiali fu proprio nel 1861, quando il prefetto di Reggio Calabria segnalò gruppi di uomini, che per i modi definì "camorristi", che scorrazzavano per la città.

Camorristi non erano, eppure sempre così vennero chiamati nel 1863 in un esposto anonimo presentato a Gallico, in provincia di Reggio Calabria, in cui si avvisava che questi erano sì "uno sparuto numero", ma terrorizzavano la cittadinanza impossibilitata a denunciare se non voleva avere ritorsioni, tra cui la morte.

Proprio a Reggio Calabria, nel 1869, vi fu l'annullamento delle elezioni amministrative per l'inquinamento del voto da parte della criminalità organizzata: può considerarsi il primo scioglimento di un Comune nella storia d'Italia, più di un secolo prima del varo della legge repubblicana che tuttora lo prevede.

Nel 1871 il censimento pubblico registrava che l'87% dei calabresi non sapeva né leggere né scrivere e che la gran parte delle masse di contadini erano sottomesse a latifondisti senza alcuna pietà. Leopoldo Franchetti, nel 1874, scriveva che le amministrazioni locali in Calabria erano in preda alla violenza e alla corruzione: in svariati paesi, il sindaco e i suoi parenti si impossessavano di terre demaniali e commerciavano abusivamente legname rubato dalle foreste statali; se una guardia forestale provava a far rispettare la legge, rischiava di beccarsi una fucilata.

I "monti frumentari", creati per prestare semi di creali e denaro ai poveri contadini nel periodo della semina, veniva utilizzati come fonte di credito per i ricchi proprietari terrieri.

Sin dalle origini, la 'ndrangheta manifestava la caratteristica alla base della propria sopravvivenza fino ai giorni nostri: l'invisibilità e la capacità di mimetizzarsi in altri fenomeni sociali.

Nei decenni immediatamente successivi all'Unità, ciononostante, non tutti gli 'ndranghetisti si nascondevano, anzi, c'era quasi una gara a mostrare in pubblico la propria identità, con abiti particolari e tatuaggi.

Se i prefetti scrivevano poche e superficiali osservazioni su questa nuova forma di criminalità, i magistrati e le forze dell'ordine descrissero con dovizia di particolare quegli uomini che a poco a poco estendevano la propria influenza sul territorio attraverso l'uso della violenza.

Mario Tobino, Franco Basaglia e Karol Wojtyla

 

Nei primi rapporti ufficiali cominciarono ad essere definiti come "mafiosi" o "camorristi", etichette prese in prestito per definire il fenomeno mafioso in Sicilia e Campania, dove la conoscenza era un po' meno superficiale.

Vennero così introdotti, per definire questa nuova realtà criminale, i termini "mafia calabrese", "Onorata Società", "Società di camorristi" e altro.

Man mano però che magistratura e forze dell'ordine approfondivano il fenomeno, la parola che si impose per definire questo nuovo fenomeno criminale fu "picciotteria". "Picciotti" erano anche coloro che appartenevano ai ranghi più bassi camorra napoletana, ma comunemente la parola significa "ragazzo".

In un opuscolo del 1885 sulle condizioni igieniche di Reggio Calabria, Francesco Melari descrisse questi giovani che non nascondevano per nulla la propria natura criminale:

    "Il giovanotto entrato nella "Società" col grado di "picciotto" veste calzoni stretti alla coscia e larghi agli estremi inferiori - detti "calzoni a campana" - fazzoletto annodato al collo, solini piegati, cappellino tondo sotto le cui falde si vede il ciuffo dei "bravi", che sporge orizzontalmente sulla tempia sinistra.

Così aggiustato il "picciotto" prende un'aria spavalda e provocante; e armato dell'indispensabile "mollettone", coltello provvisto di molla a lama chiusa, e del rasoio a manico fermo, s'impone".

L’organizzazione era presente sì nelle campagne e nelle lande desolate dell'Aspromonte, ma si strutturò anche nei grandi centri urbani come Reggio Calabria, Nicastro e Vibo Valentia.

La ‘ndrangheta, dunque, non fu mai solamente figlia della povertà, del sottosviluppo, della miseria: esisteva questa componente, rintracciabile nell’Aspromonte descritto da Corrado Alvaro dove «i pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali» e «la terra sembra navigare sulle acque», a causa del disboscamento selvaggio che andava ad arricchire i primi capitalisti calabresi (famosi i 60 ettari di foresta a San Luca abbattuti per il commercio di legname) e lasciava i pastori alla mercé della natura ad ogni pioggia.

La ‘ndrangheta fu figlia anche del commercio che popolava la ricca piana di Gioia Tauro, dove l’economia agraria era più avanzata e una classe borghese mercantile aveva messo solide radici.

Al crocevia dei fiorenti traffici, laddove c’era bisogno di un mediatore, compariva «l’industriante», l’equivalente del gabelloto siciliano, una figura centrale nei commerci perché procurava mano d’opera o imponeva il prezzo dei prodotti agricoli, dalle olive agli agrumi.

Da principio, fu la stessa organizzazione a presentarsi come una variante del brigantaggio meridionale, usando parole d’ordine che alimentavano l’odio e la diffidenza verso uno Stato che veniva vissuto come oppressore quando c’era da prendere e inesistente quando c’era da dare.

La copertura ideologica ebbe successo, tanto che alcuni si riferivano alla ‘ndrangheta come società di mutuo soccorso.

Poi, per guadagnare maggior potere, gli 'ndranghetisti cominciarono a difendere l’onore e ad assicurare la giustizia a chi giustizia non ne poteva avere: il capobastone delle origini, come riferisce Ciconte, era il giudice di pace per i poveri, mediando tra i conflitti, mettendo fine a liti familiari, risolvendo controversie economiche, fino a trovare il marito giusto alla ragazza che rischiava di diventar zitella o, al contrario, scoraggiare la corte non apprezzata di una giovane ragazza.

Gli ‘ndranghetisti, insomma, si cucirono addosso l’abito mai fuorimoda dell’uomo d’onore, nel senso che dalla difesa dell’onore, proprio e altrui, fondavano la legittimità al proprio Potere.

I Maxi-processi e l'offensiva giudiziaria alla fine del XIX Secolo

Poco dopo la sua comparsa, comunque, la "picciotteria" dovette fare i conti con un'offensiva giudiziaria che era sì discontinua, ma comunque più efficace di quella che contemporaneamente era portata avanti in Campania o in Sicilia contro Camorra e Mafia, e tra il 1885 e il 1902 portò a processo 1854 picciotti in tutta la Calabria.

Tra gli svariati processi, i più significativi furono quelli celebrati a Palmi, il primo tenutosi all'inizio del 1892 contro 150 picciotti della Piana di Gioia Tauro.

Le indagini erano iniziate nella primavera del 1888, quando numerosi episodi di sfregi con il rasoio, duelli rituali col coltello e vere e proprie risse tra bande criminali cominciarono a terrorizzare i cittadini.

 I regolamenti di conti tra picciotti avvenivano in pieno centro città e chiunque osasse sfidare la loro prepotenza veniva sfregiato. Dopo qualche tempo i picciotti avevano cominciato ad estorcere non solo denaro a giocatori d'azzardo e prostitute, ma anche ai proprietari terrieri, che non denunciavano per paura di ritorsioni peggiori.

Solo nel giugno 1888, quando un impiegato della prefettura locale venne sfregiato, vi furono le prime indagini che portarono all'arresto di ventiquattro persone, processate all'inizio del 1889: il capo della banda, Francesco Lisciotto, era un calzolaio di sessant'anni.

Nel 1890 i magistrati portarono a processo 96 picciotti che terrorizzavano le città di Iatrinoli e Radicena, due cittadine dell'entroterra a 15 km dalla costa di Gioia Tauro. Molti di questi erano operai e artigiani, come gli arrestati di Palmi, e sulla "setta" i giudici che seguirono il caso scrissero:

«L'associazione ebbe origine nelle carceri circondariali sotto il nome di setta dei camorristi, e di là per opera dei capi e promotori, messi in libertà, fu diffusa in Iatrinoli, Radicena, Mesignadi, Varopodio, Melicuccà, Polistena, San Martino, ove fu trovato terreno fecondo a propagarsi nei giovani imperbi ed inesperti, nei vecchi avanzi di galera, e più specialmente nei caprai, i quali trovavano nella Società e nella protezione dei compagni il mezzo di pascolare abusivamente coi loro animali, ed imporsi colla prepotenza ai diversi proprietari.»

All'inizio del 1892, infine, il tribunale di Palmi processò circa 150 uomini provenienti da tutta la Piana, tutti condannati. Da quel processo emersero ulteriori dettagli sulla "picciotteria", come ad esempio l'aspetto caratteristico degli affiliati: i picciotti avevano tatuaggi sulla pelle che indicavano il proprio rango.

Nonostante l'efficace controffensiva giudiziaria, dopo il terremoto del 1894 che sconvolse la città di Palmi, la "picciotteria" tornò attiva e solo nel settembre 1896 ci fu un'altra ondata di arresti, che sfociarono in un processo iniziato nel gennaio 1897 che per la prima volta diede una panoramica dettagliata delle gerarchie criminali e dei rituali della 'ndrangheta.

Il merito fu della testimonianza di Pasquale Trimboli, che il 24 febbraio 1897 fornì la prima descrizione del mito fondativo della 'ndrangheta, spiegandone la struttura:

    «La società nasce da tre cavalieri: uno spagnuolo, uno palermitano, e uno napolitano, i quali erano tre camorristi. Il primo per ogni giuocata che facevano il 2. e il 3. esigeva la camorra.

A via di camorra aveva col tempo riunito tutto il denaro e quando gli altri si trovarono nella condizione di non poter più giocare egli restituì 10 lire ad ognuno dicendo: Eccovi queste dieci lire e se io ho in mano tutta la somma vuol dire che io sono il più forte.

I suddetti tre camorristi, metaforicamente parlando, formavano un albero. Il capo era il fusto, l'altro più anziano il mastrosso, il 3. l'osso, altri affiliati erano i rami e le foglie, i giovani d'onore (aspiranti picciotti) i fiori.»

Nonostante le condanne, i processi non servirono a rompere la presa della "picciotteria" sulla Piana di Gioia Tauro e in Calabria.

Il rapporto Labella ad Africo.

Tra le iniziative più importanti a fine XIX Secolo vi fu sicuramente il rapporto scritto dal brigadiere Angelo Labella il 21 giugno 1894, sulla base di una lettera di due guardie forestali che denunciavano la presenza di "una terribile setta di cosiddetti maffiosi".

Dopo alcune indagini, Labella indicò nel rapporto cinquanta persone, tra cui Domenico Callea, contaiolo e istruttore di scherma della cellula di Africo, con alle spalle 10 anni di carcere per stupro, e Filippo Velonà, ciabattino trentottenne di Staiti e boss della picciotteria di Bova, il cui prestigio criminale andava ben oltre l'Aspromonte.

Nel settembre 1894 i magistrati inquirenti arrivarono a Bova e cominciarono a convocare i testimoni citati da Labella, che ben presto furono intimiditi con massacri di bestiame, danneggiamenti di proprietà terriere, minacce a mezzo "zampogna" per le strade della città (venne arruolato uno zampognaro per intonare canzoni che contenevano minacce ai vari testimoni).

Fino all'omicidio del testimone più importante, il porcaro Pietro Maviglia, che era stato uno dei primi affiliati alla sezione locale, ma ne era stato espulso per aver fatto trapelare la notizia di un furto con scasso da parte del fratello di Callea, Bruno, dopo un litigio con quest'ultimo, facendolo condannare a due anni di prigione.

L'omicidio, però, anziché scoraggiare l'attività investigativa, la accelerò, portando nella città di Africo una massiccia presenza militare per rispondere alle minacce e difendere i magistrati inquirenti: questo incoraggiò altri testimoni a farsi avanti e in un paio di mesi gli assassini di Maviglia furono arrestati e confessarono, squarciando il velo dell'omertà.

La scoperta più rilevante scaturita dal processo fu la valenza simbolica che aveva per i "picciotti" il Santuario della Madonna di Polsi.

Un negoziante di Roccaforte del Greco, paese di poche centinaia di abitanti in provincia di Reggio Calabria, raccontò infatti ai magistrati quel che aveva visto a Polsi ai primi di settembre, periodo in cui ancora oggi si svolgono ogni anno i summit della 'ndrangheta per stabilire le cariche ai vertici dell'organizzazione.

«Nel giorno 3 settembre 1894 io andai alla festa della Madonna della Montagna [...] ed ivi vidi [vari nomi di affiliati di Roccaforte] in compagnia di una sessantina di persone di diversi paesi e di diverse condizioni i quali tutti facendo ruota mangiavano e bevevano.

Quando poi io andai a Condofuri con Antonio Sergi, costui domandato da me chi pagava tutto quel mangiare e quel vino alla festa della montagna, rispose che si era pagato con la camorra che si era raccolta.»

Sabella riuscì a ricostruire anche il periodo in cui nacque la "picciotteria", tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, grazie alla testimonianza del maestro elementare di Africo, che in quel periodo era giunto in città ed era stato informato dell'esistenza di questa setta, che però non contava più di tre o quattro persone.

Le fila si ingrossarono con la campagna di reclutamento di Domenico Callea a metà degli anni '90. Quindi

Musolino, il re dell'Aspromonte

Alla fine del XIX Secolo iniziò anche la carriera criminale di Giuseppe Musolino, taglialegna di Santo Stefano condannato a 21 anni di carcere nel settembre 1898 per tentato omicidio: il 27 ottobre 1897 aveva avuto un litigio nell'osteria del padre con un altro ragazzo, Vincenzo Zoccali, risolto con un duello dove aveva avuto la peggio; due giorni dopo, all'alba, qualcuno sparò a Zoccali mentre bardava il suo mulo, mancandolo.

 Sul posto i Carabinieri ritrovarono il fucile e il berretto di Musolino, che per cinque mesi si diede alla latitanza, per poi essere arrestato e infine condannato.

Il 9 gennaio 1899 Musolino evase dal carcere di Gerace dove era rinchiuso, insieme ad altri tre detenuti, tra cui suo cugino, e cominciò la sua vendetta contro chi aveva testimoniato al processo a suo sfavore: il 28 gennaio uccise Francesca Sidari, scambiandola per il suo vero obiettivo.

Un mese dopo uccise un pastore che sospettava essere un informatore della polizia. A maggio provò a far saltare per aria la casa di Zoccali con dei candelotti di dinamite, ma la carica non esplose: la famiglia Zoccali fuggì in provincia di Catanzaro, ma Musolino li seguì anche lì, riuscendo ad uccidere il fratello di Vincenzo.

Poi sparì dalla circolazione per sei mesi, salvo poi tornare alla carica nel febbraio del 1900 con due nuovi complici, con cui continuò il ciclo di vendette.

Uno di questi, però, lo tradì: si trattava di Antonio Princi, che si accordò con la polizia per catturarlo, ma il piano fallì. Musolino continuò ad uccidere e a sfuggire alla polizia, finché le sue gesta non arrivarono ad essere discusse anche in Parlamento.

Il governo inviò centinaia di uomini in Aspromonte per dare la caccia al "brigante", che però riuscì a fuggire per oltre un anno.

Un giornalista, Adolfo Rossi, cominciò a seguirne le tracce e pubblicò un ampio reportage in cui parecchi testimoni assicuravano l'affiliazione alla "picciotteria" di Musolino ed era per questo che risultava inafferrabile: poteva contare su una vasta rete di protettori in tutto l'Aspromonte, tanto da guadagnarsi il titolo di "Re".

La sua leggenda si diffuse per tutto il Mezzogiorno: il "Re dell'Aspromonte" divenne protagonista del teatro delle marionette, di canzoni popolari e addirittura idolo dei bambini, che giocavano per strada a imitarne le gesta.

Lo stesso Musolino sfruttò questa sua rinnovata popolarità per scrivere una lettera a un quotidiano nazionale in cui si schierava dalla parte della gente comune contro l'autorità, sfruttando il sentimento largamente diffuso di diffidenza nei confronti dello Stato italiano da parte delle popolazioni contadine del Meridione.

La svolta nel caso Musolino si ebbe quando agli inizi del 1901 le autorità inviarono a Santo Stefano Vincenzo Mangione, agente di polizia scelto, che compilò una serie di rapporti sulla picciotteria nel paese natale del brigante, scovando ben 166 affiliati alla "setta" fondata dal padre e dallo zio di Musolino più di dieci anni prima.

Ogni azione di Musolino venne reinserita nei doveri di affiliato all'organizzazione: anche il tentato omicidio di Zoccali fu ordinato perché quest'ultimo si era rifiutato di adempiere ai suoi dovere di "picciotto".

Emersero anche i legami stretti con la politica locale, dimostrati dalla folta presenza, a partire dal sindaco e dai consiglieri comunali, dei notabili del paese al matrimonio della sorella del brigante, Anna.

La strategia di Mangione si tradusse quindi nel colpire la sua rete di supporto e poi cercare di mettere sotto processo tutta la "picciotteria" di Santo Stefano, cosa che non gli riuscì.

Il pomeriggio del 9 ottobre 1901 Musolino venne infine arrestato nelle campagne di Urbino, per caso: due carabinieri notarono un giovano con fare sospetto, gli fecero cenno di fermarsi e, al tentativo di fuga di quest'ultimo, lo inseguirono e lo arrestarono.

 

Il processo si svolse a Lucca, in Toscana, nel 1902. Gli avvocati del brigante non contestarono mai la lunga serie di omicidi, ma la giustificarono con la "cospirazione" che, a loro dire, era stata ordita ai suoi danni nel caso Zoccali.

Il sindaco di Santo Stefano, che aveva anche avviato una petizione per la richiesta di grazia alla Regina a favore di Musolino, testimoniò al processo affermando che la "picciotteria" era un'invenzione per giustificare la debolezza intrinseca delle forze dell'ordine.

Nonostante la spettacolarità del processo e le orde di ammiratori che si era guadagnato nel Meridione, Musolino venne condannato all'ergastolo.

Sotto il Fascismo

Durante la dittatura fascista, la "picciotteria" continuò la sua attività, benché, dopo il 1925, Benito Mussolini avesse inaugurato una campagna antimafia anche in Calabria, sulla scia di quella siciliana, affidata a Cesare Mori, e quella napoletana, affidata al colonnello dei Carabinieri Vincenzo Anceschi.

L'organizzazione era ben abituata infatti agli arresti di massa e ai maxiprocessi a cui fu sottoposta sotto il regime, essendovi sopravvissuta già alla fine del secolo precedente.

La repressione fascista colpì duramente le raccaforti della 'ndrangheta, tanto che nel 1932 vennero arrestati e condannati a Reggio Calabria i capi di cinque 'ndrine.

Da quel processo emerse che per i magistrati inquirenti l'organizzazione aveva in realtà un unico organo di coordinamento, detto "Gran Criminale": questo aveva giurisdizione su tutta la provincia e il suo compito era evitare lotte intestine all'interno di una 'ndrina e fra 'ndrine diverse.

Queste notizie vennero date dal fratello di Giuseppe Musolino, Antonio, che aveva deciso di collaborare con la giustizia dopo essere stato sconfitto in una faida con suo cugino, Francesco Filastò, sospettato tra le altre cose di aver ucciso il tenente Joe Petrosino prima della Grande Guerra.

In quegli anni si distinse per la sua attività di contrasto il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Delfino, passato alla storia come "Massaru Peppi", futuro padre del giornalista Antonio e del controverso generale dell'Arma Francesco.

Maestro di travestimenti, si mimetizzava tra contadini e delinquenti per seguire di persona i latitanti e individuarne i nascondigli.

Nato a Bova, conosceva i rilievi dell'Aspromonte grazie al fatto che da ragazzino vi portava a pascolare il gregge.

 

Nel 1927, avviò un'indagine sotto copertura come frate, grazie alla collaborazione del priore del Santuario della Madonna di Polsi, Don Ciccio Pangallo, il quale gli fornì una mula e un saio da massaro (da lì il nome con cui divenne noto).

Fu così che riuscì, ai primi di settembre, in occasione dell'annuale festa della Madonna, ad arrestare oltre 80 esponenti della 'ndrangheta, riuscendo ad entrare in possesso anche di un vero e proprio codice dell'organizzazione.

Il documento, tre fogli scritti a mano, fu ritrovato in un materasso di foglie nella zona di Platì, e riportava diverse tipologie di "picciotto", a seconda del grado di appartenenza (semplice, di giornata, di sgarro, di sangue, liscio).

I successi del fascismo contro la 'ndrangheta furono però temporanei: il vuoto di potere che era venuto a crearsi in certi contesti venne subito riempito da altri criminali.

Inoltre, la fermezza del regime si infrangeva nelle aule di tribunale, dove il fenomeno veniva ricondotto a cause di natura socio-economica come la povertà. Inoltre, anche sotto il fascismo continuarono le connivenze tra 'ndrangheta e politica: già nel 1933 Mussolini venne informato che il segretario del PNF a Reggio Calabria era "notoriamente affiliato alla malavita che infettava e infetta tutt'ora la provincia" e nel 1940 un commissario speciale riferiva che un "alto numero" di cittadini faceva parte di associazioni criminali o era imparentato con qualcuno che ne faceva parte.

L'avvento della Repubblica e il Secondo Dopoguerra

Il ritorno alla democrazia non segnò un significativo cambio di passo nell'attività della 'ndrangheta, anzi, nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale addirittura alcuni sindaci della provincia di Reggio Calabria vennero nominati proprio dalle fila dell'organizzazione, come era accaduto in Sicilia dopo lo sbarco degli alleati.

Gli anni '50 e il ruolo di "criminalità gregaria"

 

Negli anni '50 si assistette a una migrazione di massa dei calabresi in cerca di fortuna al Nord e nel 1955 vi fu il primo soggiorno obbligato di uno 'ndranghetista fuori dalla Calabria, Giacomo Zagari, originario di Taurianova, che fu spedito a Buguggiate, in provincia di Varese, da dove poi, circa vent'anni dopo, avrebbe inaugurato la stagione dei sequestri di persona al Nord, in particolare in Lombardia. Iniziò in quegli anni, con lo sfruttamento dei movimenti migratori e l'istituto del soggiorno obbligato, l'espansione della 'ndrangheta nel centro-nord della penisola.

In Calabria si andò consolidandosi il potere delle 'ndrine, legato fondamentalmente allo sfruttamento della terra e alla commercializzazione di prodotti agricoli, di cui stabilivano i prezzi attraverso il controllo dei mercati ortofrutticoli.

Nella piana di Gioia Tauro si affermò la signoria dei Piromalli, mentre nella Locride spadroneggiava Antonio Macrì, ma la presenza 'ndranghetista si affermò anche nelle grandi città

Dalla fine degli anni '50, la 'ndrangheta si avviò definitivamente ad essere un'organizzazione criminale dotata di una propria specificità ma con un crescente denominatore comune rispetto a Mafia e Camorra.

Un importante momento di svolta fu rappresentato dalla fine del regime di zona internazionale, e quindi di porto franco, di Tangeri, con un trattato firmato il 5 luglio 1956 e ufficialmente entrato in vigore il 1° gennaio 1957: da quel momento il contrabbando di sigarette necessitò di nuove rotte e la Calabria offriva molte opportunità.

Infatti, le sue coste, lunghe e poco controllate, rappresentavano il passaggio ideale tra la Puglia (in particolare Taranto), la Sicilia e soprattutto la Campania, dove il contrabbando poteva contare su un'alta operatività dei gruppi criminali.

Le 'ndrine della Calabria non si lasciarono sfuggire l'occasione e stabilirono subito rapporti con la camorra, referente finale del contrabbando. Consapevoli del proprio ridotto potere criminale, cercarono sponde anche con Cosa Nostra siciliana, assumendo il ruolo di criminalità gregaria delle due organizzazioni mafiose più forti nel contrabbando di sigarette.

Molti 'ndranghetisti vennero direttamente affiliati a Cosa Nostra, a riprova della propria affidabilità criminale: tra di loro c'erano Francesco Furci, di Fiumara di Muro, Antonio Macrì, Giuseppe e Girolamo Piromalli di Gioia Tauro, Domenico Tripodo di Sambatello, Francesco Canale di Reggio Calabria, che fino agli anni '70 furono gli uomini più prestigiosi e influenti della 'ndrangheta. Tripodo, in particolare, era stato compare d'anello al matrimonio di Totò Riina.

La trasformazione degli anni Sessanta

Nel corso degli anni '60 la 'ndrangheta cominciò a diversificare le proprie fonti di accumulazione di capitali, sfruttando il fiume di denaro pubblico che venne elargito dalla Cassa per il Mezzogiorno per incentivare il processo di urbanizzazione e di progresso economico della Calabria.

Il rapporto con la politica divenne inevitabile e il sodalizio criminale si tradusse in una colata di cemento con effetti per nulla dissimili al famoso Sacco di Palermo: i centri storici venivano sventrati per costruire nuovi palazzi e, quando le aree a disposizione finivano, si costruiva su dirupi e montagne, oltreché fino in riva al mare, deturpando coste e spiagge.

I piani regolatori divennero il nuovo strumento di dominio della 'ndrangheta in quegli anni, il luogo su cui si consumò l'alleanza con la politica e l'imprenditoria. Ci fu, in quegli anni, una vera e propria esplosione di studi tecnici e di progettisti legati al ceto politico dominante.

Il 23 giugno 1967 vi fu la prima strage di 'ndrangheta, quella di Piazza Mercato a Locri: persero la vita Domenico Cordì, a capo dell'omonima 'ndrina che comandava Locri, Vincenzo Saracino e Carmelo Siciliano, vittima innocente.

I presunti esecutori e mandanti dell’omicidio furono assolti per insufficienza di prove. Tuttavia, secondo le ricostruzioni, a sparare furono due sicari siciliani appartenenti a Cosa nostra, Tommaso Scaduto e Antonio Di Cristina, che punirono Cordì per aver rubato 1700 casse di sigarette di contrabbando date dai siciliani ad Antonio Macrì.

    Per approfondire, vedi Strage di Piazza Mercato

Due anni dopo, il 26 ottobre 1969, si tenne un importante summit di 'ndrangheta, quello di Montalto, considerato la prima tappa verso l'unitarietà della 'ndrangheta per via delle parole usate da Giuseppe Zappia durante la riunione: "Non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è 'ndrangheta di Ntoni Macrì, non c’è 'ndrangheta di Peppe Nirta! Dobbiamo essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va". Tuttavia, il Summit venne interrotto dall'irruzione delle forze dell'ordine, che arrestarono 72 persone.

Per approfondire, vedi Summit di Montalto

Gli anni Settanta, i Moti di Reggio e la prima guerra di ‘ndrangheta

Negli anni '70 la 'ndrangheta fece un nuovo balzo in avanti nella propria scalata ai vertici del fenomeno mafioso, realizzando un nuovo ciclo di "accumulazione primitiva" (Dalla Chiesa, 2010), che si poggiò su tre elementi costitutivi:

I lavori per la realizzazione del tratto calabrese dell'A3, meglio conosciuta come Salerno-Reggio Calabria, sui quali le 'ndrine imposero le proprie attività di protezione e mediazione (lavori per ditte amiche), ottenendo una tacita complicità da parte delle maggiori imprese nazionali, che accettarono senza fiatare le loro condizioni;

I lavori per il porto di Gioia Tauro, progettato come porto industriale al servizio del mai realizzato V Centro siderurgico, inaugurato solo nel 1992;

I sequestri di persona, che vennero effettuati in grande stile su tutto il territorio nazionale (ad eccezione di Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Molise e Basilicata) e raggiunsero l'apice di violenza in Lombardia e in Calabria.

Per approfondire l'ultimo punto, vedi La stagione dei sequestri di mafia

Con riferimento ai primi due punti, l'insieme degli interventi pubblici autorizzati in Calabria erano parte del c.d. "Pacchetto Colombo", dal nome del Presidente del Consiglio allora in carica che varò un piano di 1300 miliardi di lire per la costruzione di impianti chimici e siderurgici nella provincia di Reggio Calabria.

Il Pacchetto nacque a seguito dei "Moti di Reggio", una sommossa popolare avvenuta a Reggio Calabria dal luglio del 1970 al febbraio del 1971, per protestare contro la decisione di collocare il capoluogo della neo-istituita Regione Calabria a Catanzaro.

Il malcontento di quei mesi era stato da subito raccolto e strumentalizzato dalle fazioni di estrema destra che attraverso le frange più estremiste rilanciarono lo slogan di antica memoria “Boia a chi molla”. In questo clima caldo Junio Valerio Borghese, ex-comandante della Decima Mas, tentò un golpe neo-fascista, nella notte tra il 7 e l'8 dicembre.

Nel contempo la destra eversiva e i servizi segreti stipularono accordi con la ‘ndrangheta e la massoneria deviata. I promotori degli accordi furono i De Stefano di Reggio Calabria e i Nirta e i Romeo di San Luca.

Per tutto il periodo dei moti di Reggio vi furono intensi rapporti di interscambio tra ‘ndranghetisti, esponenti della destra eversiva, membri dei servizi segreti e soggetti legati alla massoneria deviata, rapporti che persistono ancora oggi.

La latitanza di Franco Freda, il terrorista di estrema destra imputato per la strage di Piazza Fontana a Milano del 1969, venne infatti garantita da Giorgio De Stefano, cugino di Paolo De Stefano: l’episodio venne anche confermato dal collaboratore di giustizia Filippo Barreca che dichiarò di averlo personalmente ospitato nella sua abitazione.

Tra le opere finanziate col "Pacchetto Colombo" vi fu anche la Liquichimica di Saline Joniche, una frazione di Montebello Jonico (provincia di Reggio Calabria), che rimase operativo per soli due giorni e devastò completamente la zona.

La principale 'ndrina che gestì la realizzazione fu quella degli Iamonte di Melito di Porto Salvo, confinante con Montebello Jonico. Fu il capo 'ndrina Natale Iamonte ad organizzare la spartizione degli appalti insieme ad altre famiglie della ‘ndrangheta, di Cosa nostra e della mafia italo-canadese.

Nel 1974 scoppiò la cosiddetta Prima Guerra di 'ndrangheta, con l'omicidio di Giovanni De Stefano e il ferimento di suo fratello Giorgio: il conflitto, che vide impegnati principalmente i clan di Reggio Calabria, causò oltre 230 morti, tra cui il vecchio Antonio Macrì e Domenico Tripodo (ucciso nel carcere di Poggioreale dagli uomini di Raffaele Cutolo come regalo all'amico Paolo De Stefano) e terminò nel 1977.

 

Per approfondire, vedi Prima guerra di 'ndrangheta

A metà degli anni '70, inoltre, le famiglie più importanti della 'ndrangheta decisero di entrare a far parte delle logge massoniche deviate, modificando profondamente la struttura stessa della 'ndrangheta, per assicurarsi la partecipazione in grandi affari economici a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo era necessario infatti avere a che fare con diverse categorie di esponenti della società civile (magistrati, militari, servizi segreti, notai, banchieri, economisti, imprenditori, architetti e professionisti vari), con le quali era impossibile avere rapporti alla luce del sole.

Nacque così la c.d. "Santa", che divenne poi la prima dote della "Società Maggiore" (in seguito furono creati anche il Vangelo, il Trequartino, il Padrino e l'Associazione), formata in nome di Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garilandi e Giuseppe La Marmora.

A proposito dell'ingresso della 'ndrangheta nella massoneria, i magistrati della DDA di Reggio Calabria scrissero nel 1994:

«[...] non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella "cultura" e nella politica della 'ndrangheta, mutamento che passa da un atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale distacco, rispetto alla società civile, a un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla politica, all'economia, alle istituzioni.

L'ingresso nelle logge massoniche esistenti o in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze dell'ordine.

Attraverso tale collegamento la 'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e soprattutto quella copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti dei processi, ecc.), cui è conseguita per molti anni la sostanziale impunità che ha caratterizzato tale organizzazione criminale, rendendola quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che solo da un paio di anni essa è balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e degli organi investigativi più qualificati.

Naturalmente l'inserimento nella massoneria, che per quanto inquinata restava pur sempre un'organizzazione molto riservata ed esclusiva, doveva essere limitato a esponenti di vertice della 'ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie delle locali, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia onorata società.

 Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per gli ingenui, ma non vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello Stato, servizi segreti, gruppi eversivi.

Persino l'attività di confidente, un tempo simbolo dell'infamia, era adesso tollerata e pratica, se serviva a stabilire utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare l'attività investigativa verso obiettivi minori.»

Se sul fronte della 'ndrangheta ci furono forti resistenze, poi superate, anche in seno alla Massoneria si registrarono forti dissensi, come quello dell'avvocato generale dello Stato Francesco Ferlaino che proprio per la sua contrarietà alla degenerazione della massoneria in una struttura mafiosa e criminale venne ucciso il 3 luglio 1975 a Lamezia Terme.

Gli anni Ottanta, il narcotraffico e la seconda guerra di ‘ndrangheta

All'inizio degli anni '80 la 'ndrangheta era una "criminalità minore", come la camorra di uno-due lustri prima. La stessa legge Rognoni-La Torre la inseriva solamente tra le "altre manifestazioni criminali similari".

La parola 'ndrangheta era ancora tabù e veniva nominata solo da alcuni esponenti locali del Partito Comunista Italiano, con qualche rara eccezione a livello nazionale. Anche per questo alcuni suoi militanti divennero dei bersagli per la loro attività antimafia, come Rocco Gatto, ucciso a Roccella Jonica nel 1977, e Giuseppe Valarioti, ammazzato a Nicotera nel 1980.

Solo che proprio in quegli anni la 'ndrangheta disponeva finalmente dei capitali necessari per entrare nel narcotraffico, sfruttando anche la propria rete a livello nazionale e internazionale.

L'ingresso sui nuovi mercati non fece abbandonare il controllo del territorio in Calabria per inserirsi in appalti e subappalti pubblici, oltre a diverse frodi sui fondi della Comunità europea nel settore agro-alimentare, ma esattamente come era avvenuto per Cosa Nostra qualche anno prima, il flusso enorme di denaro generato dal traffico di stupefacenti scatenò una vera e propria guerra in seno alla 'ndrangheta, la seconda, che durò dal 1985 al 1991.

Per approfondire, vedi Seconda guerra di 'ndrangheta

Tra i fatti significativi degli anni '80 vi fu anche l'elezione nel 1983 a sindaco di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, di Francesco Mancuso, latitante: solo l'intervento dell'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini mise fine ancora prima di incominciare alla nuova amministrazione, ordinando lo scioglimento del consiglio comunale (anticipando di otto anni la legge in materia).

Inoltre la 'ndrangheta entrò anche nell'affare dei rifiuti tossici con i casi di motonavi scomparse come: la Nikos I (1985) affondata tra Libano e Grecia; la Mikigan (1986) nel Tirreno calabrese; la Rigel (1987) affondata nei pressi di Capo Spartivento; la Anni (1989) a largo di Ravenna; la Jolli Rosso, (1990) in provincia di Cosenza; la Marco Polo (1993) nel canale di Sicilia, e la Koraline (1995) a largo di Ustica.

Alla fine degli anni '80 l'organizzazione uccise il deputato DC e presidente di Ferrovie dello Stato Lodovico Ligato, in un agguato il 27 agosto 1989 a Bocale di Reggio Calabria.

Gli anni Novanta, la pax 'ndranghetista e il cono d'ombra

Antonino Scopelliti

Quando cadde il muro di Berlino, il 9 novembre 1989, la 'ndrangheta poteva oramai considerarsi "criminalità emergente", tesa a rivaleggiare con le altre due organizzazioni criminali e a stabilire con esse rapporti alla pari.

Tanto che il 9 agosto 1991 venne ucciso a Villa San Giovanni il magistrato Antonino Scopelliti, impegnato nel ruolo di pubblica accusa presso la Cassazione nel Maxiprocesso di Palermo: l'omicidio, benché impunito, è tuttora considerato l'evento conclusivo della Seconda guerra di 'ndrangheta ed è inquadrabile come favore degli 'ndranghetisti ai Corleonesi, in particolare per il ruolo di mediazione che ebbero nella risoluzione della guerra interna all'organizzazione.

Si legge nella sentenza del Processo Olimpia: «La guerra termina con una "pace" armata che significa tradizionalmente spartizione delle zone d’influenza e degli affari, emergendo sempre più l’esigenza di un momento di raccordo e di coordinamento delle principali e più potenti cosche»

La pax 'ndranghetista stabilì una nuova strategia, basata sull'invisibilità dell'organizzazione, la fine delle faide e la collaborazione tra 'ndrine per accaparrarsi affari, introducendo profonde modifiche agli assetti nella struttura di vertice.

Questo mutamento di struttura venne riferito da Vincenzo e Salvatore Grimaldi, figli di Giuseppe Grimaldi la cui testa venne mozzata nel maggio 1991 nell'ambito della Faida di Taurianova: i due, contrari alla decisione del nuovo organismo di porre fine alla faida, iniziarono a collaborare con la giustizia a Genova.

Gli anni '90 furono un grande periodo di espansione della 'ndrangheta, che si avvantaggiò del c.d. "cono d'ombra" (Dalla Chiesa, 2010) generato dallo stragismo di Cosa Nostra e di Totò Riina: nonostante le numerose inchieste giudiziarie, anche al Nord, che coinvolsero suoi esponenti di spicco, riuscì a mantenere la propria invisibilità e a guadagnarsi un crescente ruolo nel narcotraffico, soprattutto per quanto riguarda la cocaina.

La presenza strutturata di locali in diversi paesi del mondo, iniziata negli anni '20 con le presenze in Canada e in Australia, permetteva alla 'ndrangheta di contare su un vasto network criminale che aveva come suo epicentro la Calabria.

Gli anni Duemila: l'egemonia criminale

All'inizio del nuovo Millennio, la 'ndrangheta divenne la "criminalità egemone" del fenomeno mafioso, grazie agli errori di interpretazione, all'attenzione mediatica concentrata sulle altre due organizzazioni, al basso tasso di conflittualità con lo Stato, ai rapporti organici con la politica e pezzi di imprenditoria, oltre a una società civile in molti casi indifferente, che in alcuni territori era addirittura complice.

 

I riflettori si accesero in maniera dirompente il 16 ottobre 2005, quando la 'ndrangheta uccise Francesco Fortugno, allora vicepresidente della Regione Calabria: l'indignazione portò alla nascita del movimento, e poi associazione, Ammazzateci Tutti.

Un primo riflettore sull'attività internazionale della 'ndrangheta si accese invece in occasione della Strage di Duisburg del 15 agosto 2007: quegli omicidi plateali, che riflettevano dinamiche tutte calabresi, costrinsero anche i media più riottosi ad occuparsi dell'organizzazione criminale calabrese e delle sue ramificazioni all'estero.

Il 19 febbraio 2008 venne redatta la prima relazione organica della Commissione Parlamentare Antimafia, presidente Francesco Forgione sulla 'ndrangheta.

Il vero spartiacque fu però l'Operazione Crimine-Infinito del 13 luglio 2010, condotta dalla DDA di Reggio Calabria insieme a quella di Milano, che squarciò definitivamente il velo sulla reale struttura della 'ndrangheta, le sue vaste ramificazioni al di fuori degli originali contesti di insediamento, con una vera e propria strategia di colonizzazione, come venne poi definita da Nando dalla Chiesa, e la pesante attività di condizionamento delle amministrazioni pubbliche locali.

Nei Cinque Continenti

La 'ndrangheta nel mondo. Rielaborazione di Pierpaolo Farina, sulla base della mappa di LIMES, Rivista italiana di Geopolitica, Il Circuito delle Mafie, numero 10, novembre 2013

L’11 febbraio 2014 un’operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria in collaborazione con l’FBI fece scattare le manette per oltre quaranta persone con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, spaccio e riciclaggio di denaro sporco.

L'operazione venne soprannominata «New Bridge» per indicare il "Nuovo Ponte" tra le due sponde dell'Oceano Pacifico, dopo lo smantellamento di quello vecchio nel 2008 che riguardava le famiglie mafiose palermitane legate al boss di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo e alla famiglia Gambino.

 

Sei anni prima, infatti, l’inchiesta «Old Bridge» portò in carcere ottanta persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni e traffico di stupefacenti, e mise in luce i rapporti tra Cosa Nostra americana con il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco, già storico prolungamento di Cosa Nostra siciliana negli USA: il Vecchio Ponte Palermo-New York City era stato messo in piedi dagli «scappati» della Seconda guerra di Mafia, vinta dai Corleonesi, insieme ai membri della famiglia Gambino, storicamente attivi nel riciclaggio di denaro nel settore dell’edilizia, degli appalti pubblici e degli alimentari.

Le fondamenta del «New Bridge» vennero gettati invece la ‘ndrangheta, grazie ai suoi ottimi rapporti con i narcos messicani, che hanno garantito per la loro affidabilità e solvibilità: gli ‘ndranghetisti hanno tuttora nomea di essere uomini di parola che pagano sempre. Proprio per questo le famiglie di Cosa Nostra negli USA e in Canada erano ansiose di instaurare una partnership, soprattutto per via del controllo totale della 'ndrangheta sul porto di Gioia Tauro, da cui passa tutt'oggi la metà della droga che arriva in Italia.

Secondo Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria che ha portato avanti la «New Bridge», l’operazione dimostrava come la ‘ndrangheta fosse l’unica organizzazione mafiosa presente in tutti e cinque i continenti.

La Struttura

La struttura della 'ndrangheta (Schema di Pierpaolo Farina)

La ‘ndrangheta si presenta come un’organizzazione di tipo verticistico-orizzontale fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice.

Il cuore dell'organizzazione è a San Luca, paese di circa 4mila abitanti in provincia di Reggio Calabria: lì vengono decise le principali cariche dell'organizzazione, si delineano strategie comuni, si autorizza l'apertura di nuove locali in giro per il mondo.

Livello base: la 'ndrina

Per approfondire, vedi 'ndrina

L'unità base della 'ndrangheta è la 'ndrina, che ricalca la famiglia di sangue: questa è la prima differenza con Cosa Nostra, dove invece gli appartenenti alle famiglie non sono necessariamente legati tra loro da vincoli di sangue.

Ed è anche la ragione del numero relativamente basso di collaboratori di giustizia, rispetto alle altre organizzazioni criminali: tradire la 'ndrangheta significa infatti rompere anche con la propria famiglia, e questo passaggio risulta particolarmente difficile per molti affiliati.

A capo della 'ndrina vi è il "Capo 'ndrina", carica che si trasmette di padre in figlio.

La Locale e la doppia compartimentazione

    Per approfondire, vedi La Locale

Più 'ndrine su uno stesso territorio formano "La Locale", una struttura di coordinamento che necessita però di almeno 49 affiliati per essere costituita.

L'apertura, la chiusura e la sospensione di una Locale viene decisa dalla Locale di San Luca, detta per questo "Mamma".

Le principali cariche all'interno della Local

La locale è formata secondo lo schema della cd. doppia compartimentazione: LA SOCIETÀ MINORE e LA SOCIETÀ MAGGIORE. Non in tutte le locali si riesce a costituire la Società Maggiore: quando avviene, spesso gli 'ndranghetisti parlano di SOCIETÀ, per differenziare la locale da quelle formate solo dalla Società Minore.

Ogni Locale è diretta da una COPIATA, un triumvirato costituito da:

CAPO BASTONE (o Capo Locale): è il responsabile della locale, per cui decide, autonomamente, le modalità operative finalizzate al conseguimento dell’illecito fine sociale; indice le riunioni della locale, decide su affiliazioni e promozioni, dirime i contrasti tra affiliati della locale e, cosa più importante, dirige l’attività criminale sul territorio di sua competenza.

CONTABILE: è la persona deputata alla gestione dei proventi dell’attività illecita e provvede al sostegno economico delle famiglie degli affiliati che ne abbiano bisogno (soggetti in carcere), attingendo dalla cassa comune, la c.d. "baciletta" (o bacinella).

 CRIMINE: è il responsabile della pianificazione e dell'esecuzione delle attività criminali.

Il MASTRO DI GIORNATA è il portavoce del "Capo Locale": dà disposizioni agli affiliati, informa delle "novità" dalla "Società Maggiore" alla "Società Minore" e tiene al corrente il "Capo Bastone" delle varie “attività” della locale, mettendolo al corrente di eventuali problematiche.

Tra le altre cariche, vi è anche quella di "SORELLA D'OMERTÁ", affidata a una donna, che ha il compito di dare assistenza ai latitanti.

Le "Doti" tra Società Minore e Società Maggiore e i Santi Protettori

Sulla doppia compartimentazione della Locale sono strutturati i gradi all'interno della 'ndrangheta: ad ogni "dote" o "fiore" è associato un ruolo e un santo protettore. Il Santo Protettore della 'ndrangheta è San Michele Arcangelo.

Coloro che non sono affiliati all'organizzazione sono suddivisi in tre categorie:

CONTRASTO: è chiunque non faccia parte dell'organizzazione. I contrasti sono «sfigati, fessi, gente senza palle che tira avanti con mille euro al mese, senza una dignità, una gioia»;

CONTRASTO ONORATO: è una persona con cui si può avere a che fare. Non è affiliato, ma potrebbe diventarlo. Secondo il pentito Rocco Varacalli, «È come avere il foglio rosa della patente»;

GIOVANE D'ONORE: è il titolo riconosciuto a tutti i figli maschi degli affiliati all'organizzazione.

Nella Società Minore, le doti sono:

PICCIOTTO: è la prima dote della ‘ndrangheta, che si può ottenere al compimento del 14° anno di età. Il soggetto deve essere privo di macchie d’onore, infamità e tragedie. Ha delle "sopra-doti", che sono: liscio, di sgarro, puntaiolo, di giornata. I suoi incarichi sono meramente esecutivi. I Picciotti sono protetti da Santa Liberata.

 CAMORRISTA: se un picciotto è “degno e meritevole” può diventare camorrista. I giovani d’onore possono essere battezzati direttamente come camorristi saltando la prima dote di picciotto. Ha delle "sopra-doti", che sono: semplice o di società, di fibbia, formato e di sgarro. I camorristi sono protetti da Santa Nunzia.

SGARRISTA: è l'ultima dote della società minore. Prevede due "sopra-doti": di sangue e definitivo. Il santo protettore è Santa Elisabetta

Nella Società Maggiore invece abbiamo:

SANTA: è la prima dote della società maggiore. Il "santista" è sia massone che 'ndranghetista. Quando venne fondata, potevano farne parte solamente 33 affiliati. Il loro compito non è di azione, ma di pensiero e organizzazione; a guidarli gli esempi dei generali Alfonso La Marmora, stratega di battaglia, e Giuseppe Garibaldi, combattente per la libertà e la giustizia.

 VANGELO: è la seconda dote della società maggiore e la ottengono solo personaggi eccelsi della 'ndrangheta, che prendono decisioni vitali. Sono guidati dall'esempio di Giuseppe Mazzini, promotore delle società segrete in generale; Camillo Benso di Cavour, somma mente di statista. A proteggere questi uomini, i Santissimi Pietro e Paolo.

QUARTINO e TREQUARTINO: dalle indagini è emersa l'esistenza di queste due doti riservate ad esponenti apicali dell'organizzazione, ma non sono ancora state trovate informazioni dettagliate al riguardo.

PADRINO (o Quintino): fino al 2010, era considerata la dote apicale che uno 'ndranghetista poteva raggiungere. È attribuita a un ristretto numero di 'ndranghetisti che godono di una serie di privilegi e altrettante responsabilità. Si distinguono per un tatuaggio con la stella a cinque punte.

ASSOCIAZIONE: è la dote concesso ai capi delle famiglie che si riuniscono in forma di Consiglio. A parte la testimonianza di Rocco Varacalli nell'Operazione Minotauro, ad oggi non vi sono altre informazioni al riguardo.

Le Camere di Controllo

Per approfondire, vedi Camera di Controllo

La Camera di Controllo è una struttura intermedia, parzialmente autonoma, la cui funzione è quella di riunire le Locali di una determinato Stato, Provincia o Regione che rispondono al vertice della 'ndrangheta a Reggio Calabria. L'attività investigativa è riuscita a individuarne cinque: quella in Lombardia, quella in Liguria, quella provinciale di Torino, e quelle nazionali del Canada e dell'Australia.

La Corona

Per approfondire, vedi Corona

Il 13 novembre 2012 l'Operazione Saggezza rivelò l'esistenza della "Corona", una struttura intermedia al di sopra della singola Locale e al di sotto di ogni singolo mandamento, costituita nella Locride e che raggruppava cinque locali del territorio (Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì). L'ipotesi investigativa è che questa struttura sia estesa a tutta la struttura della 'ndrangheta. La Corona è costituita dal "CAPO CORONA", da due "CONSIGLIERI CAPI" e da due "CONSIGLIERI".

Il Crimine o la Provincia

Per approfondire, vedi Crimine

Il “Crimine” o "Provincia" è la struttura di vertice della 'ndrangheta e consiste in un organo di coordinamento e di riferimento per tutte le locali attive. Le cariche sono elettive e temporanee. Le aree di influenza sono suddivise in tre mandamenti: Jonico, Tirrenico e Centrale.

Le cariche all'interno del Crimine sono:

CAPO CRIMINE: massima carica all'interno della 'ndrangheta;

CAPO SOCIETÀ: è il vice del Capo Crimine;

MASTRO GENERALE: mutua le sue funzioni dal "Mastro di Giornata" della Locale, con la differenza che indirizza le sue funzioni di portavoce ai responsabili delle varie locali che fanno parte della Provincia;

MASTRO DI GIORNATA: ha le medesime funzioni ricoperte all'interno della Locale;

CONTABILE: gestisce la cassa comune dell'organizzazione.

Il "Capo Crimine" viene investito ufficialmente della sua carica durante la processione della Madonna di Polsi (frazione di San Luca) che si svolge dal 31 agosto al 3 settembre di ogni anno. Le cariche interne alla “Provincia” vengono discusse ogni anno, è frequente che vi sia una rotazione dei ruoli all’interno della struttura.

Il Tribunale

La Provincia svolge anche la funzione di Tribunale. Le colpe, all'interno della 'ndrangheta, sono divise in:

Trascuranza: è un'infrazione di lieve entità;

Sbagli: sono colpe di maggiore entità che possono essere punite anche con la morte. Tra questi, i più gravi sono:

Tragedia: è l’attività di uno 'ndranghetista che, per fini personali, pone in essere condotte tali da far ricadere le proprie colpe sugli altri affiliati o da determinare faide interne o guerre con altri clan;

Macchia d’onore: è determinata dalla condotta di un affiliato o di uno dei congiunti, che porta alla perdita dell’onorabilà personale dell’affiliato, tanto da essere ritenuto indegno di continuare a far parte dell’organizzazione.

Infamità: ne è colpevole l’affiliato che tradisce e rinnega i principi fondamentali su cui si basa l’organizzazione criminale, viene meno al patto di fratellanza (non aiutando o denunciando i propri compagni) e al vincolo di omertà (svelando funzionamento e dinamiche dell’organizzazione).

Differenze con Cosa Nostra

Se Cosa Nostra e la 'ndrangheta condividono una struttura unitaria, la prima assume una forma fortemente verticistica, mentre la ‘ndrangheta è "verticistica-orizzontale": il Capo Crimine governa, ma non regna, ha la funzione di garantire le regole interne, il buon andamento degli affari e la nascita di nuove faide. Come hanno scritto Moiraghi e Zolea, se è possibile paragonare la funzione del Capo Commissione di Cosa nostra a quella del Presidente del Consiglio, dunque con un ruolo maggiormente operativo e di influenza su famiglie e mandamenti, al contrario il Capo Crimine può essere accostato al Presidente della Repubblica, date le sue funzioni di mediatore e garante.

A livello di struttura di base, le famiglie di Cosa nostra sono saldamente legate al territorio di appartenenza, più che ad una dinastia criminale, dunque prendono il nome del quartiere o del paese in cui operano; la ‘ndrangheta ha invece una rigida struttura basata sul vincolo di sangue della famiglia naturale, con i "battesimi" addirittura nella culla.

Codice, Riti e Simboli

La 'ndrangheta, come tutte le organizzazioni mafiose, fa ampio uso di miti, leggende e simboli, che si traducono in un Codice e in Riti ben precisi.

Oltre al già citato mito della fondazione di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, l'organizzazione fa uso di un codice cifrato (il c.d. "Codice di San Luca"), di riti per sancire l'affiliazione (il "Battesimo") e il passaggio di grado (con l'assegnazione delle "doti").

Il primo codice di cui si ha notizia è quello di Nicastro del 1888, scoperto nella zona di Seminara nel 1897 e riportato in una sentenza del Tribunale di Palmi dell'epoca: conteneva 17 articoli riguardanti gli obblighi e doveri degli affiliati, la formula del giuramento e la parola d’ordine per riconoscersi fra loro.

Nel 1902, a Catanzaro, i Carabinieri interruppero una riunione di picciotti e scoprirono due fogli di carta, uno con il titolo “Società della malavita catanzarese” che riportava i nomi di 80 individui e rispettivo grado di presidente o capo contabile, camorrista e picciotto, l’altro titolato “Statuto della malavita catanzarese” con tutte le norme, specie dell’ammissione ed espulsione.

Il 20 gennaio 2015 è stato ritrovato a Roma un quaderno rosso in casa del collaboratore di giustizia Gianni Cretarola, contenente una vera e propria "Stele di Rosetta" del linguaggio cifrato utilizzato dalla 'ndrangheta per tenere traccia dei riti di affiliazione al proprio interno.

Fino a quel momento si era sempre ipotizzato che la formula dei vari riti fosse memorizzata e tramandata tra i membri dell'organizzazione.

Grazie al c.d. "Codice di San Luca" gli inquirenti hanno potuto tradurre le formule dei riti di affiliazione contenute nel quaderno di Cretarola.

Il Battesimo a cerchio formato

L'affiliazione alla 'ndrangheta avviene attraverso il c.d. "Battesimo a cerchio formato", che richiede la presenza di almeno cinque persone della 'ndrina più un anziano che celebri il rito. Il "Contrasto Onorato" o il "Giovane d'Onore" deve avere almeno 14 anni.

Viene preceduto dalla decontaminazione del locale da presenze esterne, un rito dall'alta valenza simbolica, perché afferma l'alterità degli 'ndranghetisti rispetto al resto della società.

Ad eseguirlo il Capo 'ndrina, con una formula, più o meno uguale in tutti i racconti dei collaboratori di giustizia:

A nome della società organizzata e fidelizzata battezzo questo locale per come lo battezzarono i nostri antenati Osso, Mastrosso e Carcagnosso che lo battezzarono con ferri e catene.

Io lo battezzo con la mia fede e lunga favella. Se fino a questo momento lo conoscevo per un locale oscuro, da questo momento lo riconosco per un locale sacro, santo e inviolabile in cui si può formare e sformare questo onorato corpo di società.

A quel punto viene formato il "cerchio" all'interno del quale si svolge il battesimo. Le formule scoperte negli anni dagli inquirenti variano.

Il primo documento filmato è del 18 novembre 2014:

"Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, formo la santa catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, con parole d'umiltà formo la santa società.

Dite assieme a me: "Giuro"... "di rinnegare"... "tutto fino alla settima generazione"... "tutta la società criminale da me fino ad oggi riconosciuta"... "per salvaguardare l'onore dei miei saggi fratelli!" In nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, passo la mia votazione sul conto di [nome del nuovo affiliato].

Se prima lo conoscevo come un saggio fratello fatto e non fidelizzato, da questo momento lo conosco per un mio saggio fratello! Sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, sformo la santa catena!

Nel nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, con parole d'umiltà, è sformata la santa società!".

Al giovane appena diventato picciotto viene consegnata la "copiata", l'elenco dei nomi degli 'ndranghetisti che facevano da garanti in qualità di padrini ai nuovi giovani affiliati.

Non sempre i nomi della Copiata fanno parte della stessa 'ndrina.

L'albero della Scienza

L'albero della Scienza è una metafora usata dalla 'ndrangheta per descrivere se stessa e il suo rapporto con la società.

La ‘ndrangheta sarebbe come una grande quercia alla cui base è collocato il capo bastone. Il tronco rappresenta gli "Sgarristi", mentre i grossi rami che partono dal tronco sono i "Camorristi".

I ramoscelli sono i "Picciotti", mentre le foglie sono i "Contrasti Onorati". Le foglie che cadono sono gli "infami", che per la loro infamia sono destinati a morire.

Alle radici della grande quercia vi è la Società Maggiore, i cui membri più sono invisibili, più sono potenti.

Le Celebrazioni religiose

Le celebrazioni religiose come matrimoni, battesimi e funerali sono occasioni importanti per consolidare i rapporti all'interno della 'ndrangheta e per dare un'immagine di se stessa rispettabile agli occhi della società, grazie alla propria devozione.

I matrimoni/funerali hanno una ritualistica precisa: gli inviti sono distinti tra il singolo ‘ndranghetista e il “locale”, abitualmente è un affiliato del locale a consegnare l’invito alle celebrazioni.

Almeno un rappresentante del locale deve presenziare alla cerimonia e se non può essere presente, deve avvisare i diretti interessati. Vi è una “trascuranza” se l‘affiliato è assente ingiustificato.

Esattamente come nel Medioevo, i matrimoni sono uno strumento per rinsaldare alleanze tra famiglie e sono finalizzati all'espansione e alla compattezza territoriale. I funerali invece sono sinonimo del potere della 'ndrina: maggiore è l'imponenza e la partecipazione, maggiore è il prestigio e il potere che rappresenta.

Il Santuario della Madonna di Polsi

La celebrazione religiosa più importante nella simbologia della 'ndrangheta è la processione al Santuario della Madonna di Polsi, che si svolge dal 31 agosto al 3 settembre di ogni anno, sin dal 1758.

Come riportato nel primo volume dell'Operazione Crimine, alla riunione di Polsi vengono convocati dal Capo Società i vari "Capo Locale" per stabilire influenze, ristabilire controlli territoriali, concordare nuove strategie, consolidare vecchie alleanze fra locali o famiglie, ma anche per appianare contrasti.

Qui vengono anche decise le massime cariche dell'organizzazione, fatto documentato nel 2009 con l'elezione di Domenico Oppedisano.

Ogni locale manda a Polsi un proprio rappresentante che normalmente è il capolocale; se però questi non vuole, o non può, andare designa altro affiliato perché è un punto di prestigio partecipare a quella riunione, anche perché si fanno e si consolidano amicizie. Inoltre, chi si reca a Polsi solitamente si fa accompagnare da giovani della Locale a cui si vuol far fare carriera; in tal modo si crea l’opportunità per farli conoscere agli altri esponenti della 'ndrangheta.

Il cosiddetto accompagnatore non partecipa direttamente alla riunione, ma sta in giro per farsi notare, saluta, viene salutato da altri affiliati che conosce e viene presentato un po' a tutti.

Economia e Attività Criminali

La prima attività illegale della 'ndrangheta è il narcotraffico, settore nel quale la 'ndrangheta non ha rivali. Nel panorama del traffico internazionale di cocaina, che dal Sud America arriva in Europa, l'organizzazione riveste una posizione che la DIA ha definito oligopolista.

Le altre organizzazioni criminali italiane infatti richiedono spesso approvvigionamenti ad esponenti 'ndranghetisti che possono essere considerati i "grossisti" della cocaina per i loro rapporti privilegiati ed esclusivi con i narcos messicani.

L'economia della 'ndrangheta si basa anche sulle classiche attività dell'estorsione e dell'usura, quest'ultima in particolare spesso utilizzata per impadronirsi di aziende operanti nell'economia legale.

La DIA ha definito settori e attività infiltrati dalla 'ndrangheta:

procedure di gestione di fondi strutturali;

piani di rilancio industriale e di programmazione negoziata per finalità pubbliche, quali, ad esempio, contratti d'area e patti territoriali;

assegnazione di finanziamenti pubblici;

agricoltura e filiera alimentare che dal produttore giunge al consumatore, anche attraverso falsificazioni e sofisticazioni dei prodot

 giochi e scommesse online

 edilizia e movimento terra

 smaltimento di rifiuti solidi urbani e speciali, con la complicità di imprenditori

 roduzione di energie alternative

 sanità pubblica e privata

immissioni di capitali in società commerciali.

Il riciclaggio di denaro sporco avviene nei settori immobiliare e delle attività turistiche e commerciali.

Rapporti con la Politica

Il rapporto tra la 'ndrangheta e la Politica rappresenta una costante dell'organizzazione.

Con la scomparsa dei partiti storici come DC e il PSI e la fine della Prima Repubblica, uomini della 'ndrangheta indirizzarono nel 1994 le proprie preferenze su Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi.

Negli ultimi anni invece la presenza di 'ndranghetisti direttamente impegnati in politica è aumentata, rendendo difficile la distinzione tra le due figure, prova ne è anche l'alto numero di consigli comunali sciolti per infiltrazione mafiosa in Calabria.”

Bisogna ripartire dal 2009. Il Giornale di Calabria il 1° ottobre 2008, scriveva: “Reggio Calabria, acquisito un immobile confiscato al boss Saraceno

Prosegue l’attività degli uomini della Questura di Reggio Calabria volta a sottrarre ai capi delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta la disponibilità dei beni immobili realizzati con il provento di attività criminose ed ancora materialmente in mano dei boss nonostante i provvedimenti di confisca. In base alle direttive dettate dal Questore Carmelo Casabona, facendo seguito ad analogo intervento del 23 maggio che aveva già consentito di recuperare un immobile sito all’interno del complesso residenziale “Rada Azzurra” in località Vena di Bova Marina, ieri mattina personale della Divisione Polizia Anticrimine della Questura, con l’ausilio di personale della Polizia Municipale ha dato esecuzione ad una nuova ordinanza di sgombero, disposta con atto di precetto della locale Agenzia del Demanio - Filiale Calabria, di un bene immobile confiscato dal Tribunale Sezione Misure di Prevenzione di Reggio Calabria a carico di Francesco Antonio Saraceno, 60 anni, esponente di vertice della cosca mafiosa De Stefano. L’immobile, che consta di una unità abitativa sita nel quartiere Archi di Reggio Calabria, era stato oggetto di sequestro cautelare da parte dell’Autorità Giudiziaria competente con decreto del 2004 e successivamente confiscato con decreto divenuto definitivo nel 2006 Successivamente alle fasi dello sgombero, avvenuto senza problemi per l’ordine e la sicurezza pubblica, lo stesso bene è stato acquisito dal personale dell’Agenzia del Demanio di Reggio Calabria e destinato a finalità di carattere pubblico.”

In Speed flash-back…Venerdì, 25 Marzo 2016 il comune di Bova Marina assegna e concede per dieci anni in comodato d'uso gratuito ,osservando le regole di evidenza pubblica, alla fondazione "Marino onlus", un appartamento con annesso box, ubicato nel complesso residenziale "La Rada Azzurra", sul lungomare della cittadina ionica, costruito sul lungomare.  


Un appartamento, confiscato ad un imprenditore già condannato in via definitiva a quasi cinque anni di reclusione nell'ambito di un processo nato da un'inchiesta della Dda di Reggio Calabria, che ha messo in luce i malaffari messi in essere intorno ai lavori sulla statale 106 jonica e relativi appalti pubblici.   Stamani, il sindaco di Bova Marina (RC), avvocato Vincenzo Crupi, ha ribadito davanti alle telecamere delle televisioni locali (Telemelito-Telebovamarina), il suo impegno personale e quello della nuova amministrazione comunale, da lui presieduta, sorta sulle ceneri della precedente, sciolta per infiltrazione mafiosa.

In campagna elettorale, il primo cittadino boviciano, aveva ribadito in tutte le salse l’intendimento antimafia della sua squadra.

Il popolo sovrano gli ha creduto e lo ha eletto alla guida della cittadina jonica reggina.

Sulle orme paterne; quelle del padre defunto, il leggendario professore Pasquino Crupi, presidente dell’Usl 30 ‘Carmelo Malara’, giornalista, scrittore e saggista, antropologo e sindaco.

Subito dopo l’insediamento ufficiale, su suo input il consiglio comunale, ha dovuto procedere ad approvare il regolamento che disciplina la concessione dei beni confiscati.

Il bene confiscato ed assegnato al Comune di Bova Marina e da questi alla Fondazione Marino, sarà adibito a casa-vacanza, cioè come luogo di accoglienza per le persone affette da autismo che hanno difficoltà insormontabili ad usufruire.

Il questore Raffaele Grassi, il capo della Squadra Mobile Francesco Rattà, il procuratore capo della DDA, Federico Cafiero De Raho, hanno denunciato e spiegato nelle varie conferenze stampa  relative alle ben numerose operazioni DDA, non ultima quella ‘Sistema Reggio’, ‘chi’ fosse egemone, chi  ‘comandasse’ sul territorio a Reggio Calabria & dintorni… DE STEFANO, TEGANO, CONDELLO, LIBRI…FRANCO, ROSMINI, SERRAINO e ARANITI della ‘ndrangheta reggina.  

Ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, detenzione e porto di materiale esplosivo, intestazione fittizia di beni e rivelazione del segreto d’ufficio,  intranei alle consorterie mafiose dei DE STEFANO-TEGANO, CONDELLO, LIBRI, prima amici poi rivali acerrimi ed infine, nuovamente amici, in nome del business e di les affaires; costituendone longa  manus nei vari quartieri.

Grassi, Rattà e De Raho, hanno denunciato, oltre ogni ragionevole dubbio, che…a Reggio Calabria, fossero i clan, e non lo Stato, a concedere le autorizzazioni per aprire un negozio o un'attività commerciale.

Erano le cosche a decidere chi dovesse lavorare e chi invece non avesse tale diritto.

Un potere enorme in una città in cui la disoccupazione da emergenza è diventata quotidiana cronaca, e quella giovanile viaggia ben oltre il 60%.

Un sistema asfissiante esteso non solo al quartiere Archi  feudo storico dei clan nella periferia nord della città ma a tutte le zone commercialmente più attive di Reggio Calabria.

Hanno ricchezze nell’ordine del trilione di euri, se non di più; al riguardo, gli esperti non concordano. Ma lo Stato vigila, veglia e controlla.

E quando può, perché le contraddizioni, le pastoie, gl’impedimenti, gl’intralci e gli ostacoli, non sono pochi. E non è soltanto questione di burosauri della lentocrazia.

Ci sono ben altri tirannosaurus rex, a rallentare il percorso virtuoso dello Stato…homo homini lupus.

La società civile, il volontariato, l’associazionismo, la scuola, la Chiesa, i boy scout, stanno prendendo coscienza e consapevolezza; in questo processo e cammino se non percorso di fede, speranza e carità.

Non si perde in poco tempo; non si vince in poco tempo.

Belle, bellissime parole, quelle pronunziate durante la cerimonia di consegna, a Bova Marina, al ‘Residence Rada Azzurra’ dal presidente della Corte d’Appello (ex presidente del Tribunale) di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, deus ex machina dell’associazione ‘Civitas’, dall’ingegnere Giovanni Marino, deus ec cathedra dell’omonima fondazione e dal parroco di ‘San Giovanni Bosco’, don Natale Spina benedicente.

Sono arrivati altri invitati, come il sindaco di Condofuri, Salvatore Mafrici, di San Procopio, Eduardo Lamberti Castronuovo, anche assessore provinciale alla legalità, editore e giornalista, di Roghudi, Pierpaolo Zavettieri; e per Giuseppe Meduri l’assessore del Comune di Melito Porto Salvo, Patrizia Crea.

Erano presenti il comandante della stazione del CFS, ispettore Vincenzo Corso; il maresciallo Massimo Gangi per il comandante della stazione di Bova Marina, Rosario Leocata. Il Rotary Club di Melito Porto Salvo, era rappresentato da Gina Scordo.

Ha funzionato, a bordo pista, il solito buffet per Pantagruel & Gargantua.

Nel ‘balcone’ naturale sul “greco mar”. E ‘ gli autisti’, loro, oggetto di tante attenzioni (dove c’è sensibilità umana, volontà politica e risorse economiche da impiegare se non da spendere) che cosa dicono che cosa fanno, che cosa dicono?

Il defunto papa Karol Wojtyla nella sua celeberrime enciclica “Laborem exercens” affermò con forza  la dignità delle persone con disabilità che si realizza tramite il riconoscimento dei loro diritti all’integrazione scolastica, lavorativa e sociale ed anche nella comunità ecclesiale  non come  oggetto passivo di assistenza, ma come soggetti attivi.

Non solo ma arriva a sposare la tesi dei sessuologi, medici e psicoterapeuti più avanzati

 Non è scandalo e provocazione il soddisfacimento dei bisogni del portatore di handicap.

Anche i figli di un dio minore,  hanno il diritto ad una vita sessuale. Il mondo dei diritti non può essere appannaggio dei sani; il disabile come e più degli altri, ha bisogno di amare ed essere amato, di tenerezza, di vicinanza e di intimità.

La dimensione sessuale è una delle dimensioni costitutive della persona, creata ad immagine di Dio Amore.

Tuttavia, Mario Tobino, scrittore, poeta e psichiatra e Franco Basaglia, professore, psichiatra e neurologo, lavorarono  per trattare i disabili come soggetti capaci di relazioni sessuali. Domenico Salvatore

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