Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Lia Sava, chiede cinque ergastoli al processo bis per la Strage di Capaci (PA)

29.05.2016 23:46

Cinque ergastoli sono stati chiesti dal procuratore aggiunto di Caltanissetta Lia Sava al processo bis per la strage di Capaci nella quale morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. La richiesta riguarda Salvatore "Salvino" Madonia, Vittorio Tutino, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello. Sarebbero i soggetti che hanno avuto una parte fondamentale sia nella fase organizzativa dell'attentato sia nel reperimento dell'esplosivo piazzato sull'autostrada.

QUELL’ERRORE GROSSOLANO DEI CAPIMAFIA DI COSA NOSTRA

Domenico Salvatore

Da tempo, si è chiusa un’epoca ed un secolo, strapieno di delitti e reati contro il patrimonio e la persona. Ma ancora, non è calato il sipario. Ci si chiede:davvero son passati i tempi dei vecchi, ricchi, potenti, esperti casati di Cosa Nostra? Quelli di: Michele Navarra, Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Masino Buscetta, Bernardo, Enzo e Giovanni Brusca, Michele Greco il Papa, Salvatore Greco l’ingegnere, Salvatore Greco Cicchiteddhu, Salvatore Greco il Senatore, Giovannello Greco il killer, Tano Badalamenti, Totuccio Inzerillo, Stefano Bontate, Nino Giuffrè, Michele Cavatajo Vincenzo a Natale Rimi, Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta, Angelo La Barbera,  Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario Mancino, Salvatore Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani, Serafino Mancuso, Cesare Manzella, Giuseppe Di Cristina, Leonardo Vitale, Salvatore Contorno, Angelo Siino, Nitto Santapaola, Nino e Pippo Calderone, Antonio Geraci, Raffaele Ganci, Calogero e Leoluca Bagarella, Giuseppe Bono, Rosario Spatola, fratelli Miano, Angelo Epaminonda il Tebano, Francesco e Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Francesco Marino Mannoia, zu Mariano Marchese, zu Gregorio Agrigento, Giovanbattista Tusa, Stefano Calzetta, Piddu e Francesco Madonia, Pippo Calò, Salvatore Montalto, Antonino Matranga, Mariano Troja, Calcedonio Di Pisa, Salvatore La Barbera, Giuseppe Panno, Antonino Salomonte, Lorenzo Motisi, Francesco Sorci, Mario Di Girolamo, Damiano Caruso, Emanuele D’Agostino, Salvatore Lopresti, Salvatore Rizzuto, Gaetano Fidanzati Giuseppe e Rosario Riccobono, Giuseppe Sirchia, Bernardo Diana, Rosario Di Maggio, Salvatore Scaglione, Filippo Giacalone, Nenè Geraci, Giuseppe ‘Pino’ Greco ‘Scarpuzzeddha’, Gerlando Alberti zu Paccarè, Nino Badalamenti, Gigino Pizzuto, Giovanni Scaduto, Giuseppe Di Franco, Angelo e Salvatore Federico,  Girolamo Teresi, Nino e Giacomo Cinà, Antonio Spica,Giovanni Bontate, Carmelo Lo Iacono, Gioacchino Tagliavia, Alfio Ferlito, Salvatore Pulvirenti ‘U Malpassotu, Mario Prestifilippo, Balduccio Di Maggio, Pietro Vernengo, Salvatore Cucuzza, Francesco Bonura e così via.

Eredi di Vito Cascioferro, Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Francesco Messina Denaro, Mariano Agate, Francesco Paolo Bontate, Vincenzo Virga, Totò Minore, Pietro Vernengo

E quelli, di: Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Nino Rotolo, Gianni Nicchi, Mimmo Raccuglia, Matteo Messina Denaro, Nino Spera, Giulio Caporrimo, Salvatore Adelfio, Salvatore Freschi, Benedetto e Sandro Capizzi, Pietro Tagliavia, Giovanni Asciutto, Giuseppe Giuliano, Mariano Marchese e Gregorio Agrigento, Antonio e Filippo Adelfio; Antonino, Benedetto, Pietro e Salvatore Capizzi; Antonio Carletto, Pietro e Stefano Di Blasi…

Molti, si son persi da soli. Per eccesso di imprudenza, incoscienza, temerarietà, volubilità, cupidigia, avidità, smania e voglia sfrenata di essere e di apparire. Arrestati, processati e condannati. Una piccola parte si è data alla latitanza.

Altri, perché traditi dall’esercito di pentiti, collaboranti e collaboratori di giustizia. Ma, ci sono quelli, che hanno tradito il codice e sono stati ‘posati’. Una parte, a sua volta, si è pentita e si è consegnata alla Giustizia.

Ci sono gli scomparsi per lupara bianca o sciolti nell’acido. E quelli, sterminati nelle guerre di mafia o nelle faide.

C’è poi, una parte, protetta dal potere e dal sistema, ben infiltrata nei gangli vitali, che tiene un piede in due staffe. Zona grigia, colletti bianchi, scarpe lucide, borghesia mafiosa, mafia borghese, ben integrata e coperta da logge più o meno segrete, servizi deviati e via di seguito.

Sembra la parabola del seminatore…una parte cadde sulla strada e gli uccelli,  se la beccarono; una parte cadde tra le spine e venne soffocata; una parte cadde sulla roccia arida e brulla ed il sole la inaridì; una parte cadde sulla buona terra e fruttò dove il 30, dove il 60 e dove il 100 %.

Preti come don Pino Puglisi, tentarono di raccogliere la pecorella smarrita, ma furono sbranati dai ‘lupi’.

E non furono molti, i padri: coscienziosi, pronti a porgere l’altra guancia, cedevoli, arrendevoli, compiacenti, disponibili, accomodanti, remissivi, duttili e malleabili, morbidi e soffici, preparati a macellare il vitello più grasso, per il ritorno alla casa del figliol prodigo.

Anzi, si dimostrarono: arcigni, severi, duri, accigliati, torvi, burberi, aspri e scontrosi, permalosi, irascibili, scorbutici, lunatici e permalosi.

Di errori madornali, tuttavia, son pieni i fossi.

 

I giornalisti di antico pelo, che masticano vicende legate alla mafia, antropologi, scrittori, saggisti, sociologi e via di sèguito, sanno bene che la ‘Piovra’, abbia commesso degli errori grossolani, colossali, madornali, imperdonabili.

‘Sbagli’, marchiani, che hanno provocato ‘terremoti del dodicesimo grado della Scala Mercalli” (arresti, condanne, ergastoli, 41 bis per i capimafia e soprattutto sequestro e confisca dei beni mobili ed immobili per miliardi di euri) e messo a repentaglio, perfino la stessa esistenza della mafia.

Nelle stanze dei bottoni, della mafia, non entrano soltanto ‘menti raffinatissime’, per dirla con l’attuale presidente del Santo, ex procuratore capo della Repubblica, ex procuratore nazionale, Piero Grasso.

Ma anche ‘teste calde’, se non bacate, fannulloni, bamboccioni, mammoni, figli di paparino e ogne scarrafone è bell' a mamma soja; arrivisti, scalatori sociali, arrampicatori della mafia. Ed altra fauna, come i pendagli da forca, gli avanzi delle patrie galere, la peggior feccia della suburra e delle periferie malfamate.

Mezze figure, mezze calzette e mezze cartucce, che vengono fuori con il loro opportunismo sfacciato, camaleontismo trasformista smaccato, nei vuoti di potere.

Non c’è il tempo materiale per la naturale selezione. Si ritrovano, catapultati nei posti di comando, senza avere né arte né parte; senza essere né carne, né pesce.

“Spaventapasseri” e ‘bampapagghiara’, che combinano sfracelli, disastri e catastrofi ad libitum.

Anche perché, la Giustizia, si occupa poco e male di costoro. ‘Teste di legno’, che non solo, non portano alcun beneficio, degno di nota, alla mafia, ma si complicano la vita con decisione avventate, rischiose ed azzardate.

Certi omicidi, comuni alle tre mafie, del Regno della Due Sicilie, hanno soddisfatto, appagato ed accontentato solamente la rabbia, l’ira, la collera, il rancore, l’astio, l’odio e l’idrofobia, di chi li ha commissionati. Ma sono stati devastanti per l’organizzazione.

Non servivano la mafia. Si servivano della mafia.

L’effetto domino, ha provocato il crollo di tantissime cosche storiche, cancellate con un colpo di spugna; dopo gli arresti, i processi, il carcere.

La strategìa di uccidere i giudici, si è rivelata un fallimento su tutta la linea. Così come quella di uccidere i rappresentanti delle istituzioni, prefetti, questori, colonnelli, capitani ecc.; gli esponenti della politica, dei giornalisti, della Polizia di Stato, dei Carabinieri e così via.

Cosa Nostra, dicono i pentiti, aveva inviato in Calabria (nei summit di: Nicotera. Limbadi, Rosarno, Polistena, Gioia Tauro, Melito Porto Salvo, Africo, San Luca, Locri, Siderno, Gioiosa ecc.) delle ambascerie, presso i casati storici della ‘ndrangheta per convincerli a fare causa comune, nella lotta contro lo Stato.

I mammasantissima dell’altra sponda però, hanno reclinato elegantemente l’invito e sofficemente rifiutato l’offerta. I seguaci di Scarcagnosso, hanno ritenuto che fosse pericolosissimo per la loro incolumità e per la sopravvivenza degli stessi locali, delle ‘ndrine.

Diverse volte, i clan siculi, si sono rivolti alla ‘ndrangheta, negli Anni Ottanta, Novanta e Dieci del nuovo millennio.

La risposta è stata sempre la stessa. Nonostante il ‘cambiamento climatico’. La ‘ndrangheta, al contrario, ha adottato la strategia dell’inabissamento.

Niente più sequestri di persona, che avevano fruttato centinaia di miliardi, delle vecchie lire. Ma avevano richiamato sulle balze aspromontane, nei dirupi, abissi, scarpate, picchi e boschi di conifere, interi reggimenti di carabinieri, finanzieri, poliziotti, CFS.

Non si poteva più, fare business e les affaires.

Fine anche delle faide sanguinarie e della guerre di mafia, che avevano falcidiato i migliori, forti, ricchi e potenti clan di ‘ndrangheta, nei tre Mandamenti della provincia, organo supremo di autogoverno della malavita organizzata del Bruzio.

Intendiamoci, anche da questa parte, nelle ‘ndrangheta, dove non mancano i parvenu, sono stati commessi errori grossolani, che potevano costare la cotenna e la ghirba all’organizzazione.

Non solo l’uccisione di tre magistrati come  Francesco Ferlaino (3 luglio 1975) Bruno Caccia (26 giugno 1983), ed Antonino Scopelliti (9 agosto 1991).

All’ombra di intrecci ibridi tra affarismo, comitati loschi, ambigui, sporchi e turpi, malavita e amministrazione pubblica, anche l’assassinio di esponenti politici come il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Francesco Fortugno (16 ottobre 2005); il sindaco di Gioia Tauro, Vincenzo Gentile, (8 maggio 1987); l’anno dopo due carabinieri rimangono vittime di un mortale agguato(10 luglio 1988) a colpi di lupara.

Giuseppe Spera, se la caverà con una prognosi di trenta giorni, ma Pietro Ragno ridotto come un colabrodo, muore sul colpo.

Molti magistrati compresi il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone; il procuratore generale, Salvatore Di Landro, l’aggiunto Nicola Gratteri, oggi procuratore capo della Repubblica di Catanzaro al posto di Antonio Vincenzo Lombardo andato in quiescenza, finiscono nel mirino della ‘ndrangheta.

Emblematico fu, se non il più grosso errore (“sbaglio”), devastante per tutte le mafie del profondo Sud, ed ancora oggi se ne pagano la ben dure conseguenze, l’omicidio del prefetto di Palermo, generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

L'omicidio del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II, varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.

Ma anche la strage dei parenti, amici, conoscenti e familiari di don Masino Buscetta, che indusse ‘il boss dei due mondi’ allo storico pentimento e che portò al ‘Maxi-processo’.

Si contarono quasi cinquecento arresti, inquisiti od indagati. Il 10 febbraio 1986, presso un'aula-bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati, si svolse il ‘Maxi-processo’.

Il verdetto venne letto in aula il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero commutati tra gli altri a Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia.

Bazooka, lupara, pistola, mitraglietta, bombe e bombette, tritolo, pallottole, cartucce, bulloni delle macchine svitati, lettere anonime, telefonatine, messaggi trasversali. Ce n’é per tutti.

Per sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, deputati e senatori, ministri e sottosegretari, esponenti del sindacato e della partitocrazia; perfino per i cittadini comuni, gl’imprenditori onesti, i giornalisti che fanno il loro dovere d’informatori dell’opinione pubblica, i funzionari cristallini.

Basta sfogliare le cronache. Non c’è giorno senza un attentato. La mafia per ostentare il suo potere, deve mostrare i muscoli, digrignare i denti.

Un faccia a faccia che dura 24 ore al giorno; sette giorni alla settimana; dodici mesi all’anno.

Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, sono andati (quasi) sempre a braccetto ed hanno fatto affari d’oro. Dal traffico di sigarette, ai sequestri di persona a scopo di riscatto, sino agli appalti e sub-appalti nelle opere pubbliche e private e soprattutto nel traffico internazionale di droga, boat-people , armi e pietre preziose.

Diceva un colonnello buon’anima: “Noi controlliamo loro e loro controllano noi. Con le macchine, i motorini, i telefonini, a piedi, viso a viso, all’angolo della strada; vedettes su una sponda e sull’altra. Una pratica stressante e snervante. Vince chi ha nervi saldi”.  

Una degenerazione del codice. Un’interpretazione a proprio uso e consumo; se non immagine e somiglianza.

Non solo certi omicidi sbagliati e comunque frettolosi, affrettati, sbrigativi, demolenti, micidiali, dannosi, devastanti e letali.

“La strage di Capaci,  fonte Wikipedia, fu un attentato messo in atto da Cosa Nostra in Sicilia, il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci nel territorio comunale di Isola delle Femmine, a pochi chilometri da Palermo.

Nell'attentato persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Gli unici sopravvissuti furono gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza.

L'uccisione di Falcone, venne decisa nel corso di alcune riunioni delle "Commissioni" regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire; nello stesso periodo, avvenne anche un'altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l'allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la "Commissione provinciale" di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver; qualche tempo dopo però Riina fece tornare il gruppo di fuoco perché voleva che l'attentato a Falcone fosse eseguito in Sicilia adoperando l'esplosivo.

Visione aerea della zona dell'attentato.

Tra aprile e maggio Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei "mandamenti" di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni appostamenti presso l'autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell'attentato e per gli appostamenti.

Nello stesso periodo avvennero riunioni organizzative nei pressi di Altofonte (a cui parteciparono Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella), in cui avvenne il travaso in alcuni bidoni di 200 kg di esplosivo da cava procurati da Giuseppe Agrigento (mafioso di San Cipirello), che vennero poi portati nella villetta di Antonino Troia (sottocapo della Famiglia di Capaci), dove avvenne un'altra riunione (a cui parteciparono anche Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo), nel corso della quale avvenne il travaso dell’altra parte di esplosivo (tritolo e T4) procurata da Biondino e da Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio).

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troia, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l'esplosione; collocarono inoltre come segnale un elettrodomestico nel punto autostradale concordato e tagliarono i rami degli alberi che impedivano la visuale dell'autostrada.

La sera dell'8 maggio Brusca, La Barbera, Gioè, Troia e Rampulla provvidero a sistemare con speciali skateboard i tredici bidoni (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) in un cunicolo di drenaggio sotto l'autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.

Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano si occuparono di controllare i movimenti delle tre Fiat Croma blindate che sostavano sotto casa di Falcone a Palermo per capire quando il giudice sarebbe tornato da Roma; nessuna verità definitiva fu invece acquisita "in sede processuale sull'identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l'arrivo a Palermo per l'ora stabilita".

Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera che le Fiat Croma erano partite per andare a prendere Falcone; Ferrante e Biondo (che erano appostati in auto nei pressi dell'aeroporto Punta Raisi) videro poi uscire il corteo delle blindate dall'aeroporto ed avvertirono a loro volta La Barbera che il giudice Falcone era effettivamente arrivato; La Barbera allora si spostò con la sua auto in una stradina parallela alla corsia dell'autostrada A29 e seguì il corteo blindato, restando in contatto telefonico per 3-4 minuti con Gioè, che era appostato con Brusca sulle colline sopra Capaci adiacenti al punto autostradale concordato.

Alla vista del corteo delle blindate, Brusca attivò il telecomando che causò l'esplosione: la prima blindata del corteo, la Fiat Croma marrone, venne investita in pieno dall'esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che furono orrendamente mutilati dall'impatto; la seconda auto, la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimasero lievemente feriti invece altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l'autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori della Fiat Croma bianca guidata dal giudice) e gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sedevano nella Fiat Croma azzurra, la terza blindata del corteo.

La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell'Ucciardone, provocò una reazione di sdegno nell'opinione pubblica. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l'attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l'elezione del presidente della Repubblica ed Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica ma l'attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio, ovvero due giorni dopo la strage.

Indagini e processi

Prima indagine e processo "Capaci uno"

Nel 1993 la Direzione Investigativa Antimafia riuscì ad individuare e ad intercettare Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, i quali nelle loro telefonate facevano riferimento all'attentato di Capaci.

Dopo essere stato arrestato, Gioè si suicidò nella sua cella, probabilmente perché aveva scoperto di essere stato intercettato mentre parlava dell'attentato di Capaci e di alcuni boss e quindi temeva una vendetta trasversale; invece Di Matteo e La Barbera decisero di collaborare con la giustizia e rivelarono per primi i nomi degli altri esecutori della strage.

Per costringere Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro decisero di rapire il figlioletto Giuseppe, che venne brutalmente strangolato e sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia. Nonostante ciò, Di Matteo continuò la sua collaborazione con la giustizia.

Nell'aprile 1995 iniziò il processo per la strage di Capaci, che aveva come imputati Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Filippo e Giuseppe Graviano, Michelangelo La Barbera, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Benedetto Spera, Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia, Mariano Agate, Giuseppe Lucchese, Antonino Giuffrè, Salvatore Buscemi, Francesco Madonia e Giuseppe Farinella (accusati di essere i componenti delle "Commissioni" provinciale e regionale di Cosa Nostra e quindi di avere avallato la realizzazione della strage) ma anche Leoluca Bagarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Raffaele e Domenico Ganci, Pietro Rampulla, Antonino Troia, Giuseppe Agrigento, Salvatore Sbeglia, Giusto Sciarrabba e i collaboratori di giustizia Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Antonino Galliano e Calogero Ganci (accusati di avere partecipato a vario titolo nell'esecuzione della strage e nel reperimento di esplosivi e telecomando che servì per l'esplosione).

Nel 1997 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò in primo grado all'ergastolo Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Leoluca Bagarella, Raffaele e Domenico Ganci, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Giuseppe Calò, Filippo e Giuseppe Graviano, Michelangelo La Barbera, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Pietro Rampulla, Bernardo Provenzano, Benedetto Spera, Antonino Troia, Benedetto Santapaola e Giuseppe Madonia mentre vennero assolti Mariano Agate, Giuseppe Lucchese, Salvatore Sbeglia, Giusto Sciarrabba, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Francesco Madonia e Giuseppe Agrigento (che però venne condannato per detenzione di materiale esplosivo); i collaboratori Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Antonino Galliano e Calogero Ganci vennero invece condannati a pene tra i quindici e i ventuno anni di carcere. Nell'aprile 2000 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta confermò tutte le condanne e le assoluzioni di primo grado ma condannò all'ergastolo anche Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Antonino Giuffrè, Mariano Agate e Giuseppe Farinella.

Nel maggio 2002 la Corte di Cassazione annullò con rinvio alla Corte d'assise d'appello di Catania le condanne di Pietro Aglieri, Salvatore Buscemi, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Francesco Madonia, Giuseppe Madonia, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi e Benedetto Spera. Nel luglio 2003 una parte del procedimento per la strage di Capaci e lo stralcio del processo "Borsellino ter" (che riguardava la strage di via d'Amelio) vennero riuniti in un unico processo perché avevano imputati in comune: nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti di entrambe le stragi: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza

Nuove indagini e processo "Capaci bis"

Nel giugno 2008 Gaspare Spatuzza (ex mafioso di Brancaccio) iniziò a collaborare con la giustizia e dichiarò ai magistrati di Caltanissetta che circa un mese prima della strage di Capaci si recò a Porticello insieme ad altri mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino, Lorenzo Tinnirello) per ricevere da un certo Cosimo alcuni residuati bellici recuperati in mare; Spatuzza dichiarò anche che gli ordigni furono poi portati in un magazzino nella sua disponibilità dove provvidero ad estrarre l'esplosivo dalle bombe, che venne travasato in sacchi della spazzatura ed in seguito consegnato a Giuseppe Graviano per essere utilizzato nella strage di Capaci e negli altri attentati che seguirono. Dopo queste dichiarazioni, la Procura di Caltanissetta riaprì le indagini sulla strage di Capaci: nell'aprile 2013 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta emise un'ordinanza di custodia cautelare per il pescatore Cosimo D'Amato (identificato dalle indagini nel Cosimo indicato da Spatuzza), Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino, Lorenzo Tinnirello e Salvatore Madonia (accusato di essere stato un componente della "Commissione provinciale" di Cosa Nostra in qualità di reggente del "mandamento" di Resuttana e quindi di avere avallato la strage).

Nel maggio 2014 ebbe inizio il secondo troncone del processo per la strage di Capaci, denominato "Capaci bis", che aveva come imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello; a novembre il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella all'ergastolo mentre Cosimo D'Amato e il collaboratore Gaspare Spatuzza vennero condannati rispettivamente a trent'anni e a dodici anni di carcere.

Indagine "Mandanti occulti"

Nel 1993 la Procura di Caltanissetta aprì un secondo filone d'indagine parallelo per accertare le responsabilità nelle stragi di Capaci e via d'Amelio di eventuali suggeritori o concorrenti esterni all'organizzazione mafiosa (i cosiddetti "mandanti occulti" o "a volto coperto"): nel 1998 vennero iscritti nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri sotto le sigle “Alfa” e “Beta” per concorso in strage, soprattutto in seguito alle dichiarazioni de relato del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi; tuttavia nel 2002 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò l'inchiesta su “Alfa” e “Beta” al termine delle indagini preliminari poiché non si era potuta trovare la conferma delle chiamate de relato.

Nello stesso anno, la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati anche gli imprenditori Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini, Antonino Reale, Benedetto D'Agostino e Agostino Catalano (ex titolari di grandi imprese che si occupavano dell'illecita gestione dei grandi appalti per conto dell'organizzazione mafiosa) per concorso in strage, in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino e Giovanni Brusca: le indagini infatti ipotizzarono un interesse che alcuni ambienti politico-imprenditoriali e mafiosi avevano di evitare lo sviluppo e l'approfondire delle indagini che i giudici Falcone e Borsellino stavano conducendo sul filone "mafia e appalti" insieme al ROS; tuttavia nel 2003 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò le indagini sugli accusati perché "gli elementi raccolti non appaiono idonei a sostenere l'accusa" in giudizio.

Infine nel 2013 la Procura di Caltanissetta archiviò definitivamente l'inchiesta sui "mandanti occulti" poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi:

« Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall'inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell'inchiesta sull'eccidio di Via D'Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni »

(Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, in un'intervista al Giornale di Sicilia, aprile 2013

Commemorazioni

Monumento commemorativo della strage a Capaci.

Ogni anno, il 23 maggio, si tiene a Palermo e Capaci una lunga serie di attività, in commemorazione della morte del magistrato Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo.

I resti dell'auto sono esposti a Roma, presso la scuola di formazione degli agenti di polizia penitenziaria.

Nell'anno della strage è stata creata anche una fondazione intitolata a Giovanni e Francesca Falcone e guidata da Maria Falcone, sorella del magistrato, che si propone di combattere la criminalità organizzata e di promuovere attività di educazione della legalità. La Fondazione ha ottenuto dall'ONU nel 1996 il riconoscimento dello status consultivo in qualità di ONG presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

Ogni due anni il comune di Triggiano, paese originario di Rocco Dicillo, agente della scorta del magistrato Falcone, ricorda la strage di Capaci organizzando un premio d'arte contemporanea la "Biennale Rocco Dicillo", ispirata al tema della legalità.

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I resti dell'auto della scorta di Falcone esposti in occasione del XX anniversario a Capaci

    In realtà la strage, per poche centinaia di metri, è stata effettuata nel territorio comunale di Isola delle Femmine;

    La strage viene menzionata nell'episodio Due gocce d'acqua (episodio 12, stagione 2) del telefilm americano NCIS - Unità anticrimine. Sicuramente a causa di una errata ricerca delle informazioni, l'originale americano cita, come anno della strage, il 1991, cosa che viene corretta nella traduzione italiana.

    Giorgio Faletti fa implicito riferimento alla strage di Capaci nella sua canzone Signor tenente, presentata al Festival di Sanremo 1994;

    L'attentato è una parte della trama nella serie televisiva 1992 di Stefano Accorsi.

    La band italiana 400colpi nel suo brano Colpo su Colpo ricorda la morte di Falcone con le parole: "E la memoria ritorna alla stagione delle stragi, 23 maggio cinque lacrime rigano il mio volto...";

    Il rapper italiano Caparezza cita la strage nella sua canzone Fuck The Violenza, con la frase: "Il prossimo è facile odiarlo, se sei forte amalo che a fare stragi siamo tutti Capaci".

    L'attentato viene citato nel film di Pif "La mafia uccide solo d'estate", del 2013.

    L'attentato viene citato nel film di Paolo Sorrentino " Il Divo", del 2008.

    L'attentato viene citato e raccontato dalle voci del tg nell'ultima puntata della seconda stagione della serie Il giovane Montalbano”.

Il procuratore-trice, Lia Sava:“Cosa Nostra, già negli Anni ’80, aveva giurato vendetta contro Falcone e Borsellino. Ed in particolare contro Borsellino per l’attività svolta come procuratore della Repubblica; era prono al volere di Toto’ Riina a Marsala”.

C’è pure il coinvolgimento di Matteo Messina Denaro negli attentati. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip di Caltanissetta, su disposizione della locale DDA.

Il procuratore pro-tempore di Caltanissetta, Lia Sava, spiegò pure, nel corso di una conferenza stampa, i motivi che hanno portato all’ordine di cattura spiccato nei confronti del boss latitante; perché, ritenuto mandante delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A parte le ordinanze emesse tra il 2012 ed il 2013, sempre dal gip di Caltanissetta, nei confronti di vari appartenenti a Cosa Nostra ritenuti, a vario titolo, responsabili delle stragi consumate nel corso del 1992.

Sul piatto della bilancia le dichiarazioni di una serie di pentiti e la commissione di diversi delitti, ritenuti propedeutici alle stragi.

Cosa Nostra non è pericolosa come quella degli Anno Settanta, Ottanta e Novanta del XX° secolo, ma è pur sempre pericolosa.

I vecchi capimafia, mammasantissima, boss e gregari autorevoli, (i Vernengo, i Marchese, i Provenzano, i Brusca, i Navarra, i Riina, i Bagarella, gli Inzerillo, i Bontate, i Gambino, i Gerlando Alberti, i Messina Denaro, i Santapaola, i Ferlito, i Calderone, i Laudani, i Badalamenti, i Greco di Ciaculli, i Greco i Rosario Riccobono, Natale e Leonardo Rimi, Ignazio e Nino Salvo, Antonino Salamone, Giuseppe Settecasi, Carmelo Salemi, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Giovanni Bontate, Giuseppe Farinella, Filippo Marchese, Giuseppe Giacomo Gambino, Francesco Di Carlo, Leonardo Greco, Mariano Agate, Francesco Messina Denaro,  ) Salvatore Scaglione, sono al cimitero od in galera e perfino in attesa di giudizio… Rotolo Antonino, Lombardo Rosario, Spera Benedetto, Capizzi Benedetto, Capizzi Sandro, Domenico Arena,  Puccio Gatto Lorenzo Micalizzi   Giacomo  Francesco Pergolizzi  Carmelo Ventura,  Lo Piccolo Salvatore, Lo Piccolo Sandro, Scaduto Giuseppe, Lo Presti Gaetano, Nicchi Gianni, Raccuglia Mimmo, Greco Michele, Greco Salvatore il senatore, Greco Salvatore l’ingegnere, Greco Salvatore Cicchiteddhu, Greco Giovanni, Badagliacca Gaetano, Cascio Ferro Vito, Vizzini Calogero, Russo Genco Giuseppe, Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Bernardo, Bagarella Leoluca, Brusca Giovanni, Bontate Francesco Paolo, Messina Denaro Matteo, Pisciotta Gaspare, La Barbera Angelo, La Barbera Salvatore, Sorci Antonino, Buscetta Tommaso, Davì Pietro, Mancino Rosario e Badalamenti Gaetano, Zizzo Salvatore, Palmeri Giuseppe, Di Trapani Vincenzo  Mancuso Serafino, Calderone Antonino, Calderone Giuseppe, Bagarella Calogero,  D'Agostino Emanuele, Grado Gaetano, Caruso Damiano, Liggio Luciano, Ganci Raffaele, Geraci Antonino, Agati Mariano, Inzerillo Salvatore, Bontate Stefano, Madonia Francesco, Madonia Piddu, Scaduto Tommaso,  Graviano Giuseppe, Graviano Filippo, Mannoia Marino Francesco, Perrone Giuseppe Massimiliano, Alessi Alessandro, Giudice Vincenzo, Buccellato Nicola, La Rocca Francesco, Conti Calogero, Gioè Antonio, Mazzei Santo, Vitale Vito, La Rocca Aldo, Picone Franco, Chiovaro Fabio, Liga Giuseppe, Grado Nino, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista , Filippone Simone, Di Maio  Salvatore, Enea Salvatore «Robertino», Martello Ugo, Fidanzati Gaetano; Bono Alfredo, Bono Pippo, Martello Gino, Carollo Gaetano, Ciulla Giuseppe,  Guzzardi Franco, Bonura Franco, Savoca Adamo Andrea   Giuseppe, Tumminia Pietro, Inzerillo Rosario, Pulizzi Gaspare, Di Maggio Nino, Pipitone Vincenzo, Annatelli Filippo, Vincenzo Brusca, Caruso Calogero   Cappello Giuseppe, Davì Salvatore,  Di Maio Vincenzo, Di Napoli Pietro, Gioeli Salvatore, Marcianò Vincenzo e Giovanni, Oliveri Michele, Pispicia Salvatore,   Sansone Gaetano, Lo Iacono Pietro, Modica Michele, Carbone Andrea Fortunato,  Cecala Emanuel, Fiorista Gaetano, Albanese Giuseppe,  Alberti Gerlando, Bono Giuseppe,   Coppola Francesco Paolo, D’Anna Gerolamo, Davı`, Pietro Di Cristina Giuseppe, Fidanzati Antonino, Gaetano e Giuseppe,  Mancino Rosario, Mangiapane Giuseppe, Pennino Gioacchino, Rimi Natale,   Salomone Antonino, Spadaro Giuseppe e Tommaso, Vernengo Pietro, Contorno Giuseppe, Di Trapani Diego,  Teresi Girolamo ed Emanuele,  Citarda Matteo, Madonia Diego, Francesco Ciccio ed i suoi figli: Antonino, Giuseppe e Salvatore, Pirronitto Girolamo, Giuseppe e Salvatore Montalto, Motisi Matteo, Rampulla Pietro, Spera Benedetto, Troia Antonino, Ferrante Giovan Battista, Agrigento Giuseppe, Domenico, Raffaele e Calogero Ganci, Biondo Salvatore, Aglieri Pietro, Di Carlo Francesco, Calcagno Salvatore, Romano Raimondo, Trubia Pasquale,  Mangion Francesco, Romeo Rosario, Spinale Giovanni, Aldo e Sebastiano Ercolano, Francesco, Giuseppe ‘Pippu’ e Salvatore Ferrera ‘Cavadduzzi’, Venerando Cristaldi, Saro Tripodi, Catania Salvatore Mazzei Santo, Costanzo Franco ‘Pagnotta’, Cammarata Nino, Bergamo Antonio, Oliva Pasquale, Bernardo Bellaprima e Sebastiano Calì, Mineo Antonino, Scaduto Giovanni e Giuseppe, Di Maggio Rosario, Salamone Antonino, Barreca Giuseppe, Falsone Giuseppe, Messina Gerlandino, Di Gati Maurizio, La Rocca Francesco,  Manciaracina Andrea, Lo Bue Salvatore, Lo Cicero Salvatore, Lo Presti Gaetano, Scaduto Giuseppe, Spera Antonino, Agrigento Gregorio, Caravello Luigi, Troia Mariano, Adelfio Giovanni, Bonomo Francesco.

Il cuore pulsante di Cosa Nostra, che sono i mandamenti,  ancora ‘batte’ e funziona… Mandamento di Boccadifalco, Palermo, Mandamento di Brancaccio, Palermo Mandamento della Noce, Palermo Mandamento di Pagliarelli, Palermo Mandamento di Porta Nuova, Palermo Mandamento di Resuttana, Palermo Mandamento di San Lorenzo, Palermo Mandamento di Santa Maria del Gesù, Palermo Mandamento di Bagheria, PA Mandamento di Caccamo, PA Mandamento di Cinisi/Carini, PA Mandamento di Corleone, PA Mandamento di Misilmeri, PA Mandamento di Partinico, PA Mandamento di San Giuseppe Jato, PA Mandamento di San Mauro Castelverde, PA Mandamento di Agrigento, Mandamento di Burgio, AG Mandamento di Campobello di Licata, AG Mandamento di Cianciana, AG Mandamento di Giardina Gallotti, AG Mandamento di Ribera, AG Mandamento di Sambuca di Sicilia, AG Mandamento di Santa Margherita Belice, AG Mandamento di Trapani, Mandamento di Alcamo, TP Mandamento di Castelvetrano, TP Mandamento di Mazara del Vallo, TP Mandamento di Gela, CL Mandamento di Mussomeli, CL Mandamento di Riesi, CL Mandamento di Vallelunga Pratameno, CL Stidda (Gela, Niscemi; CL) Mandamento di Enna, Mandamento di Barrafranca, EN Mandamento di Calascibetta, EN Mandamento di Catenanuova. 

Dall’operazione “Perseo” del 16 dicembre 2008, emergono  le «famiglie» mafiose palermitane di: Corso Calatafimi, Rocca Mezzo Monreale, Resuttana, Acquasanta, Porta Nuova, Altarello, Pagliarelli, Palermo Centro, Borgo Vecchio, Uditore, Borgo Molara Monreale, San Giuseppe Jato, San Cipirello, San Mauro Castelverde e Termini Imerese.

Cosa Nostra, nacque in Sicilia, agl’inizi del 1800, dai massari, dai fattori e dai gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano; per la scarsa presenza dello Stato sul territorio; ed iniziò ad assumerne le funzioni.

Intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d'Europa (contadini e lavoratori della terra) e, per meglio esercitare il proprio mestiere, si circondava di scagnozzi.

Scagnozzi, sbirri e sgherri, divennero rapidamente permanenti, assumendo il nome di "sette, confraternite, congregazioni, compagnie di religiosi, partiti, cosche".

Aveva un rituale di iniziazione in stile massonico, che avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato recitava una formula di giuramento. In quel momento, il nuovo adepto viene ‘combinato’.

La cosca o clan di mafia, in Sicilia si chiama “Famiglia”. Il boss, è un capofamiglia o capomafia. Di sotto, c’è il vicecapo o viceboss che in caso di necessità ne prende il posto, automaticamente; poi,  ci sono i consiglieri, braccio destro del capomafia, che spesso coincide con la figura del consigliere; che variano da uno a tre, in base alla consistenza della famiglia; i capi decina ed infine i soldati e naturalmente gli ‘avvicinati’.

Aspiranti o candidati a picciotto; messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli compiere numerose "commissioni" (ad esempio, l'estorsione, il contrabbando, e la riscossione dei soldi del racket, il trasporto di armi da un covo all'altro, l'esecuzione di omicidi o il furto di automobili e moto per compiere atti delittuosi): la posizione di "avvicinato" può durare diversi anni o addirittura per sempre.

La I^ Commissione

Tante ‘Famiglie’ formano il Mandamento. “I Mandamenti eleggono la ‘Cupola’ (provinciale o regionale), massimo organo di autogoverno di Cosa Nostra. la prima "Commissione" venne così composta:

Calcedonio Di Pisa (capomandamento della Noce), Michele Cavataio (capomandamento dell'Acquasanta), Antonino Matranga (capomandamento di Resuttana), Mariano Troia (capomandamento di San Lorenzo), Salvatore La Barbera (capomandamento di Palermo Centro), Cesare Manzella (capomandamento di Cinisi), Antonio Salamone (capomandamento di San Giuseppe Jato), Giuseppe Panno (capomandamento di Casteldaccia), Francesco Sorci (capomandamento di Villagrazia), Salvatore Galioto (capomandamento di Bagheria), Mario Di Girolamo (capomandamento di corso Calatafimi), Salvatore Manno (capomandamento di Boccadifalco).  

Dopo la prima guerra di mafia, fu diretta da un "triumvirato" era composto dai boss Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio,   rappresentato dal suo vice Salvatore Riina.

La II^ Commissione

Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e Gaetano Badalamenti, venne incaricato di dirigerla, abbandonando il vecchio divieto, che impediva ai capi delle cosche, di diventare anche capimandamento. La seconda "Commissione" venne così composta:

Antonino Salamone (capomandamento di San Giuseppe Jato), Luciano Leggio (capomandamento di Corleone), Stefano Bontate (capomandamento di Santa Maria di Gesù), Salvatore Scaglione (capomandamento della Noce), Giuseppe Calò (capomandamento di Porta Nuova), Rosario Di Maggio (capomandamento di Passo di Rigano), Rosario Riccobono (capomandamento di Partanna Mondello), Michele Greco (capomandamento di Ciaculli).

Nel 1978, Badalamenti venne messo in minoranza nella "Commissione", da Salvatore Riina ed espulso. Per queste ragioni, l'incarico di dirigerla passò a Michele Greco, il quale consolidò i suoi legami con lo schieramento dei Corleonesi, capeggiati da Riina.

Dopo la sostituzione di Badalamenti, i Corleonesi e Stefano Bontate, fecero nominare nuovi capimandamento tra i loro associati attraverso Greco e quindi la "Commissione" venne così composta:

Antonino Salamone (capomandamento di San Giuseppe Jato), Salvatore Riina (capomandamento di Corleone), Stefano Bontate (capomandamento di Santa Maria di Gesù), Salvatore Scaglione (capomandamento della Noce), Giuseppe Calò (capomandamento di Porta Nuova), Salvatore Inzerillo (capomandamento di Passo di Rigano), Rosario Riccobono (capomandamento di Partanna Mondello), Giuseppe Greco (capomandamento di Ciaculli), Francesco Madonia (capomandamento di Resuttana), Antonino Geraci (capomandamento di Partinico), Calogero Pizzuto (capomandamento di Castronovo di Sicilia), Ignazio Motisi (capomandamento di Pagliarelli), Giovanni Scaduto (capomandamento di Bagheria)

Nel 1981 Riina, fece uccidere Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, scatenando la seconda guerra di mafia, in cui numerosi capimandamento e altri mafiosi, furono eliminati e i loro mandamenti e relative cosche, vennero accorpate, affidandoli a mafiosi fedeli a Riina.

A dirigere la "Commissione" rimase Michele Greco fino al sua arresto nel 1986 e il suo posto venne preso dallo stesso Riina. Alla fine della seconda guerra di mafia (1982), la "Commissione" venne così composta:

Giuseppe Greco (capomandamento di Ciaculli)Raffaele Ganci (capomandamento della Noce)Giuseppe Calò (capomandamento di Porta Nuova)Antonino Madonia (capomandamento di Resuttana)Salvatore Riina (capomandamento di Corleone)Salvatore Montalto (capomandamento di Villabate)Giuseppe Giacomo Gambino (capomandamento di San Lorenzo)Bernardo Brusca (capomandamento di San Giuseppe Jato)Francesco Intile (capomandamento di Caccamo)Antonino Geraci (capomandamento di Partinico)Salvatore Buscemi (capomandamento di Passo di Rigano)Pietro Lo Iacono e Ignazio Pullarà (reggenti provvisori del mandamento di Santa Maria di Gesù)Matteo Motisi (capomandamento di Pagliarelli) Gabriele Cammarata (capomandamento di Misilmeri)Giuseppe Farinella (capomandamento di San Mauro Castelverde)

Nel 1993, fonte pulcinella291.forumfree.it,  dopo l'arresto di Riina, Leoluca Bagarella divenne il nuovo capo della "Commissione" ma venne arrestato nel 1995.In seguito la leadership passò a Bernardo Provenzano, che verrà arrestato nel 2006.

La III^ Commissione.

Un'inchiesta dei Carabinieri, denominata «Operazione Perseo», riuscì ad intercettare le conversazioni di numerosi boss e portò all'arresto di 99 mafiosi, tra capimandamento, capi delle Famiglie e gregari, facendo fallire il tentativo di ricostruzione della "Commissione", che doveva essere presieduta da Benedetto Capizzi, capomandamento di Villagrazia, e doveva essere così composta:Giuseppe Scaduto (capomandamento di Bagheria)Gaetano Lo Presti (capomandamento di Porta Nuova)Giovanni Nicchi (capomandamento di Pagliarelli)Giovanni Adelfio (capomandamento di Santa Maria di Gesù)Luigi Caravello (capomandamento della Noce)Gaetano Fidanzati (capomandamento di Resuttana)Antonino Lo Nigro (capomandamento di Brancaccio)Antonino Spera (capomandamento di Belmonte Mezzagno)Gregorio Agrigento (capomandamento di San Giuseppe Jato)Rosario Lo Bue (capomandamento di Corleone)Francesco Bonomo (capomandamento di San Mauro Castelverde)Antonino Teresi (capomandamento di Trabia)”

In passato fu diretta da Michele Navarra, Michele Greco ‘il Papa’, Salvatore Greco inteso ‘Cischiteddhu’, Luciano Liggio, don Tano Badalamenti, Totò Riina, Bernardo Provenzano.

Ed oggi da Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco Messina Denaro, capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento inteso ‘U Siccu’ ed anche“Diabolik”; dopo che ci avevano provato Salvatore Lo Piccolo, inteso ‘Totuccio’ oppure ‘il Barone’, sposato con Rosalia, tre figli: Calogero, Sandro (detenuto), e Claudio; ufficialmente, imprenditore edile, (arrestato a Giardinello dalla sezione Catturandi della Polizia di Stato il 5 novembre 2007, dopo una latitanza di 25 anni) guardaspalle e autista di Rosario Riccobono (1929-1982), padrino di San Lorenzo; Nino Rotolo, (arrestato il 20 giugno 2006); il suo figlioccio, Giovanni Nicchi, noto anche come “Tiramisù”, (il 5 dicembre 2009, Gianni Nicchi è stato arrestato dalla sezione Catturandi della Polizia Italiana a Palermo: era nascosto in un appartamento in centro, a poca distanza dal Tribunale), figlio di Luigi, un mafioso detenuto condannato all'ergastolo; e  Mimmo Raccuglia, inteso ‘U Vitirinariu, arrestato il 15 novembre 2009. Si nascondeva in un appartamento in periferia di Calatafimi. Al momento dell'irruzione era solo: ha tentato di fuggire dal terrazzo, ma è stato bloccato dai poliziotti che avevano circondato l'edificio. Ci provò anche Benedetto Capizzi, arrestato nell’ambito dell’operazione ‘Perseo’ del 16 dicembre 2008, ostacolato dal boss Gaetano Lo Presti; e Giuseppe Falsone, capomandamento di Agrigento, inteso ‘Ling Ling’, arrestato a Marsiglia il 25 giugno 2010, figlio di Vincenzo Falsone, l'indiscusso capo mafioso della città per molti anni. Il 24 giugno 1991; Vincenzo Falsone ed il figlio Angelo, fratello maggiore di Giuseppe, furono uccisi dalla Stidda durante una guerra con le famiglie di Cosa Nostra.

Ci sarà una IV^ Commissione?

Domenico Salvatore

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