'Dal Vangelo secondo la ndrangheta', la recensione di Rosa Marrapodi

18.06.2016 06:19

 

L'angolo della recensione a cura di Rosa Marrapodi

" Dal Vangelo secondo la ' ndrangheta " - " Un antico delitto " di Vicenzo De Angelis. - Recensione.

 

 di Rosa Marrapodi

 

Bruzzano Zeffirio, 20 Febbraio 2016 “Dal Vangelo secondo la ‘Ndragheta” –

“Un antico delitto” di Vincenzo De Angelis Di delitti, come espressione violenta di azione individuale o di gruppo, ce ne sono sempre stati nelle nostre contrade, ma certamente quello di cui si occupa nel presente romanzo il Dottore Vincenzo De Angelis, scrittore di provato impegno sociale, è davvero singolare.

Esso, infatti, si qualifica nella sua unicità per l’efferatezza e per il coinvolgimento in esso di ben tre paesi, Bruzzano, in cui è nato Guglielmo Iozzo, la vittima; Brancaleone, dove andrà a stabilirsi in età avanzata don Ciccillo Violante, indiscusso capo di due mandamenti; e Staiti, paese di origine di quest’ultimo, silenziosa retroguardia del delitto a Scarparelli, apice del triangolo territoriale nel cui ambito si sono svolti i fatti violenti oggetto di studio da parte dell’autore.

Per il coinvolgimento di così tante persone, 44, nel delitto Iozzo, in questo interessante romanzo, in molti hanno respirato aria di famiglia per aver individuato tra gli esecutori qualche non tanto lontano parente; tuttavia, pur avendo avvertito un qualche prurito, alla fine hanno accettato la situazione in quanto equamente armonizzata dal garbo, dal pacato equilibrio e dalla coerenza con cui De Angelis l’ha descritta dall’inizio fino alla fine.

Certo, in virtù di ciò, bisogna anche dire cha l’autore segna, per così dire, la cancrena, la circoscrive con la penna ma non la incide, appunto, con il bisturi.

E ciò nel rispetto di quell’aforisma paesano che sottolinea che ’ U sangu, si si rrusti, non si mangia”. Anche attraverso le storpiature dei nomi sono ben riconoscibili, infatti, i veri protagonisti della vicenda di cui tutti abbiamo sempre saputo.

Ma solo ora, dopo aver letto il libro, siamo potuti entrare nella verità storica, scientificamente scandita dal tempo che trascorre e dalle date del lunghissimo processo, di cui l’autore si è reso edotto attraverso uno studio di ricerca attento e scrupoloso dei verbali, delle sentenze, degli atti giudiziari nelle opportune sedi.

La vicenda descritta nel romanzo ruota intorno alla attività criminale dell’Onorata Società che all’epoca a Bruzzano contava 72 iscritti, il che voleva dire che solo pochissime famiglie ne restavano fuori.

La logica imperante tra gli affiliati prevedeva la difesa della “famiglia”. ecco perché nell’uccidere il povero Guglielmo erano state coinvolte 44 persone, perché 44 erano state le coltellate, di cui solo 8 mortali e 36 inferte da morto “per solidarietà familiare e colpevolezza congiunta”.

Tutti assassini, per cui nessuno avrebbe parlato essendo tutti responsabili del grave misfatto.

La storia è davvero avvincente, in quanto vi afferra con i suoi tentacoli sentimentali e ambientali e vi tiene stretti fino alla fine. Inoltre essa è intelligentemente amalgamata con fatti di rilevanza nazionale, quali la Prima Guerra Mondiale, combattuta da Guglielmo; l’ emigrazione, che ha colpito la famiglia di Concetta, il cui marito si era recato in America seguendo quel sogno di ricchezza che allora aveva contagiato tanti meridionali e non solo; la legge Visocchi, con la concessione delle terre demaniali alle cooperative di contadini ed agli ex combattenti.

Oggi ci si lamenta delle lungaggini di certi processi, ma quello di cui si occupa il nostro scrittore De Angelis fu lunghissimo, durato dal 1 Dicembre 1919, data dell’assassinio, attraverso sospensioni e riprese di indagini, fino al 1938, complessivamente 19 anni di lavori processuali del tutto inconcludenti ai fini dell’accertamento della verità.

L’opera si chiude con il dialogo tra i due grandi e potenti amici, don Ciccillo e don Peppino, intorno al cui dominio territoriale e prestigio personale ruota la storia.

Due “uomini d’onore” sul viale del tramonto, anziani ma ancora con gli artigli ben affilati e con maggiore senno del passato.

I tempi sono cambiati: “L’acqua che scorre nella fiumara non è più la stessa”, ma loro appartengono ad un’altra epoca, sono di altra tempra e di un’altra razza mentre ora “’u pulici intra ‘u saccu da farina se sente molinaro”.

Non si riconoscono più, loro, nei tempi nuovi, nei nuovi “uomini d’onore” dediti a furti e delinquenza.

Don Peppino e don Ciccillo unanimemente con la malinconia di gattopardiana memoria, novelli don Fabrizio di Salina, sembrano dire “Noi fummo i gattopardi, i leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene”.

A Brancaleone, davanti ad un fuoco purificatore delle loro coscienze, i due vecchi amici col senno di poi, ammettono gli errori del loro violento passato.

La scuola e gli studi dei loro figli li avrebbe riscattati consegnandoli alla nostra memoria come due “uomini” dalle forti passioni che avevano  vissuto la loro giovinezza molto intensamente.

La loro coscienza è salva: non esiste per nessuno una vita senza errori!

Rosa Marrapodi

 

 

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