OPERAZIONE “MARIJOA” A GIOIA TAURO (RC): “SE GLI DAI UNA COLTELLATA QUESTO VIDEO DIVENTA VIRALE”. OPERAZIONE DEI CARABINIERI NEI GIORNI SCORSI: SGOMINATA BABY-BANDA DEL TERRORE.

L’episodio — l’operazione “Marijoa” dei Carabinieri a Gioia Tauro — è uno di quei casi che colpiscono perché mette insieme diversi fenomeni preoccupanti.

Prima di tutto, il tema delle baby gang. Non è un fenomeno isolato né solo del Sud Italia: gruppi di giovanissimi che cercano identità e potere attraverso la violenza esistono in molte città. Quello che inquieta qui è la normalizzazione della brutalità, espressa anche in frasi che esaltano la violenza non solo come atto, ma come spettacolo.

E qui entra il secondo punto: l’effetto dei social. L’idea che un’aggressione possa “diventare virale” suggerisce un ribaltamento dei valori. Non si cerca solo di compiere un atto violento, ma di renderlo visibile, quasi “premiato” da attenzione e notorietà. È una dinamica già vista in altri contesti: la ricerca di visibilità può amplificare comportamenti estremi, soprattutto tra adolescenti.

C’è poi il contesto locale. Calabria, e in particolare aree come Gioia Tauro, convivono da anni con problemi strutturali — disoccupazione, marginalità sociale, presenza della criminalità organizzata — che possono facilitare la nascita di queste dinamiche. Attenzione però: non è una giustificazione automatica, ma un fattore di rischio.

Un altro elemento importante è il ruolo delle istituzioni e delle famiglie. Operazioni come questa mostrano una risposta repressiva necessaria, ma da sola non basta. Serve prevenzione: scuola, educazione digitale, presidio del territorio, modelli alternativi per i giovani.

Infine, c’è una questione culturale più ampia:
quando la violenza diventa linguaggio, intrattenimento o mezzo per ottenere riconoscimento, significa che qualcosa nel tessuto sociale si è indebolito.

Il punto fondamentale e che la scuola non può più limitarsi a trasmettere contenuti tradizionali, perché i social media sono diventati un ambiente formativo parallelo, nel bene e nel male.

Quello che emerge anche da casi come quello di Gioia Tauro è che molti ragazzi costruiscono la propria identità anche online, cercano riconoscimento attraverso visibilità, like, condivisioni, possono perdere il confine tra realtà e “spettacolo”.

Per questo l’educazione digitale non dovrebbe essere un’aggiunta opzionale, ma una competenza di base, al pari di leggere e scrivere.

Interrogativo:  “Stai vivendo o stai recitando per i social?”

 Educazione digitale: capire, scegliere, responsabilità

Dal punto di vista didattico, l’educazione digitale dovrebbe includere almeno tre pilastri: 1. Consapevolezza: capire come funzionano algoritmi e viralità; 2. Responsabilità: conseguenze reali delle azioni online (anche legali); 3. Empatia: riconoscere che dietro ogni video ci sono persone reali

E una cosa importante: non basta dire ai ragazzi “non fatelo”. bisogna dare alternative di identità e riconoscimento che non passino dalla violenza o dalla provocazione.