Non possiamo “fermare” il cambiamento climatico in poco tempo, ma possiamo evitare che diventi una crisi permanente.
Il Mediterraneo sta cambiando volto. Negli ultimi decenni l’aumento della frequenza e dell’intensità delle mareggiate, legato ai cambiamenti climatici, sta mettendo sotto pressione le coste e le infrastrutture costruite a ridosso della battigia. Tra le più esposte ci sono i lungomari, spesso progettati in epoche in cui il mare era considerato un elemento da contenere, se non da respingere, con muri e piattaforme in cemento armato.
Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. Le strutture rigide contrapposte direttamente al moto ondoso non solo non fermano il mare, ma finiscono per amplificarne la forza: l’energia delle onde viene riflessa, concentrata alla base delle opere, favorendo fenomeni di erosione, scalzamento delle fondazioni e, nei casi più gravi, il collasso della sede stradale.
La nuova frontiera della progettazione costiera va in tutt’altra direzione. Non più resistere al mare, ma conviverci, rallentandone l’energia e lasciandogli spazio nei momenti di emergenza.
Una delle soluzioni più promettenti è quella dei lungomari sopraelevati, appoggiati su colonne o strutture puntuali anche di 1 metro, due metri per rispettare l’altezza esistente della strada, comunque non appoggiate sul terreno: infrastrutture leggere, pensate per consentire il passaggio dell’acqua durante le mareggiate senza che questa scavi sotto le strade e ne comprometta la stabilità. In caso di eventi estremi, l’allagamento temporaneo non diventa più un disastro strutturale, ma un comportamento previsto e gestito dal progetto. Niente più strade appoggiate su terra ma che si reggono da sole su pali/pilastri.
Accanto a queste soluzioni “a terra”, assume un ruolo sempre più centrale la difesa in mare. In particolare, le barriere frangiflutti soffolte — strutture poste sotto il livello medio del mare — rappresentano un efficace strumento per ridurre l’energia idrodinamica prima che le onde raggiungano la costa. A differenza delle opere emergenti, queste barriere attenuano l’altezza e la potenza del moto ondoso senza interrompere la continuità paesaggistica, riducendo l’impatto visivo e favorendo, in alcuni casi, anche la ricostituzione degli habitat marini. Le barriere non possono mancare: prima le barriere e poi la strada come detto, prima.

Il principio è chiaro: dissipare l’energia lontano dalla riva, invece di subirla tutta in battigia. La combinazione tra frangiflutti soffolti e infrastrutture costiere adattive permette di abbassare le sollecitazioni sulle opere a terra, limitare l’erosione e aumentare la resilienza complessiva del sistema costiero.
Questa visione segna un cambio di paradigma profondo. Il lungomare non è più una barriera rigida tra città e mare, ma una struttura flessibile, capace di adattarsi a condizioni ordinarie e straordinarie. In un Mediterraneo sempre più esposto agli effetti del riscaldamento globale, la sicurezza delle coste non passa dal “più cemento”, ma da progetti intelligenti che sappiano leggere e assecondare la dinamica naturale del mare.

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hot spot – medicane – jet stream a spasso con le parole, se vi va!
La natura ogni tanto si ribella. Forti tempeste in Italia, soprattutto al sud e nelle isole. Non sarà l’effetto degli squilibri che l’uomo ha creato nel pianeta Terra?
È una domanda più che legittima
Tempeste violente in Italia
Qui il legame con l’azione umana è molto forte e ben documentato.
- Il riscaldamento globale aumenta l’energia disponibile nell’atmosfera e nel Mediterraneo.
- Un mare più caldo significa più vapore acqueo, quindi piogge più intense e improvvise.
- I contrasti tra masse d’aria calda e fredda diventano più marcati → temporali estremi, nubifragi, grandinate, trombe d’aria.
- Il Sud e le isole sono particolarmente esposti perché il Mediterraneo è un “hot spot climatico”.
In questo caso non si può più parlare solo di cicli naturali: l’influenza antropica è riconosciuta dalla comunità scientifica. Non è che l’uomo “crei” la singola tempesta, ma aumenta la probabilità e la violenza di questi eventi.
Il punto chiave
La sensazione che “la natura si ribelli” nasce perché:
- gli eventi estremi meteorologici aumentano davvero;
- l’uomo ha ridotto i margini di sicurezza del sistema Terra.
Più che una ribellione, è una perdita di equilibrio: stiamo spingendo un sistema complesso oltre soglie che per millenni sono rimaste stabili.
Che cosa sta succedendo nel Mediterraneo?
Nel Mediterraneo sta succedendo qualcosa di profondo e strutturale, non episodico. È uno dei punti del pianeta che si sta scaldando più velocemente, e questo sta cambiando il modo in cui si comportano atmosfera e mare.
1. Il Mediterraneo si sta “tropicalizzando”
- La temperatura del mare è aumentata di circa +1,5 °C rispetto all’era preindustriale, più della media globale.
- Le estati sono più lunghe e calde, l’acqua resta calda fino all’autunno inoltrato.
- Un mare caldo è carburante per i temporali: più energia quindi eventi più violenti.
2. Piogge meno frequenti ma molto più intense
- Piove meno giorni all’anno, ma quando piove lo fa in modo estremo.
- Questo porta a alluvioni lampo, soprattutto in aree urbane e costiere.
- Il suolo secco e cementificato non assorbe l’acqua quindi tutto scorre in superficie.
3. Temporali autorigeneranti e “medicane”
- Sempre più spesso si formano temporali che si rigenerano sulla stessa zona per ore.
- In alcuni casi nascono i cosiddetti medicane (mediterranean hurrican=uragani mediterranei): rari ma in aumento.
- Non sono uragani tropicali veri, ma ne condividono alcune dinamiche.
4. Contrasti estremi tra aria calda e fredda
- L’Africa spinge masse d’aria molto calda verso nord.
- Allo stesso tempo, il Jet Stream è più instabile e ondulato.
- Quando aria fredda in quota incontra aria calda e umida al suolo si hanno fenomeni violenti.
5. Siccità, poi piogge distruttive
- Lunghi periodi secchi indeboliscono ecosistemi e agricoltura.
- Le piogge intense non ricaricano le falde: distruggono, non “nutrono”.
- È un paradosso climatico: più acqua, meno acqua utile.
6. Effetti già visibili
- Alluvioni improvvise (Italia, Grecia, Spagna)
- Grandinate fuori stagione
- Mareggiate più forti
- Stress idrico cronico
- Impatti su turismo, pesca e biodiversità
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In sintesi
Il Mediterraneo sta passando da un clima “temperato stabile” a un clima più estremo e instabile.
Non è la fine del mondo, ma è la fine del clima che conoscevamo.
L’Italia è particolarmente vulnerabile perché mette insieme molti fattori di rischio nello stesso spazio: geografici, climatici e umani. È come se fosse “al centro del bersaglio”.
1. Una posizione geografica delicata
- È una penisola lunga e stretta, circondata dal mare.
- Sta esattamente tra Africa e Europa, quindi nel punto di scontro tra aria calda africana e aria più fredda atlantica o continentale.
- Basta una piccola variazione delle correnti per innescare fenomeni intensi.
2. Un mare molto caldo tutto intorno
- Il Mediterraneo che circonda l’Italia si scalda rapidamente.
- Questo fornisce umidità ed energia ai temporali, soprattutto in autunno.
- Le coste diventano zone ad altissimo rischio di nubifragi e mareggiate.
3. Montagne “nel posto sbagliato”
- Alpi e Appennini forzano l’aria a salire.
- L’aria che sale si raffredda determinando piogge più intense.
- Molte alluvioni avvengono perché i temporali restano “incastrati” contro i rilievi.
4. Territorio fragile per natura
- È uno dei Paesi europei con più frane e smottamenti.
- Fiumi brevi e ripidi: quando piove forte, l’acqua arriva a valle in poche ore.
- Suoli spesso argillosi o già degradati.
5. Cementificazione e consumo di suolo
- Molte città sono costruite:
- lungo fiumi,
- in pianure alluvionali,
- sulle coste.
- Il suolo impermeabile non assorbe l’acqua → allagamenti rapidi.
- Spesso si è costruito ignorando la memoria storica del territorio.
6. Infrastrutture pensate per un altro clima
- Argini, fognature, canali sono dimensionati su piogge “del passato”.
- Oggi eventi che erano “eccezionali” accadono molto più spesso.
- Il sistema va in crisi anche senza piogge record.
7. Densità abitativa e patrimonio storico
- Molte persone in poco spazio.
- Città storiche, borghi antichi, opere d’arte difficili da proteggere o spostare.
- I danni non sono solo economici, ma culturali e identitari.
In breve
L’Italia non è più colpita per caso, ma perché:
clima più energetico + territorio fragile + scelte umane passate = alta vulnerabilità
Non siamo “condannati”, ma paghiamo decenni di adattamento mancato.
Quello che accadrà nei prossimi 10–20 anni non è fantascienza né lontano nel tempo: in gran parte è già innescato. La differenza la farà quanto riusciremo ad adattarci, perché anche riducendo oggi le emissioni, una parte del cambiamento è inevitabile.
Cosa è probabile che accada in Italia (10–20 anni)
1. Eventi estremi più frequenti
- Piogge intense e alluvioni lampo più comuni, soprattutto in autunno.
- Ondate di calore più lunghe e notti tropicali anche al Nord.
- Grandinate violente e vento forte fuori stagione.
Non significa piogge continue, ma piogge più pericolose.
2. Siccità strutturale alternata a piogge distruttive
- Meno neve sulle Alpi → meno acqua in estate.
- Fiumi con portate irregolari: secca estrema, poi piena improvvisa.
- Agricoltura sotto stress, soprattutto al Sud.
3. Mediterraneo sempre più caldo
- Mare caldo fino a ottobre–novembre.
- Maggiore rischio di medicane e tempeste costiere.
- Impatti su pesca, biodiversità e turismo.
4. Cambiamento delle stagioni
- Primavere brevi e instabili.
- Autunni più caldi ma meteorologicamente violenti.
- Estati molto lunghe, con stress termico per persone e città.
5. Effetti sulla salute
- Più colpi di calore e mortalità estiva.
- Aumento di allergie e malattie trasmesse da insetti (zanzare, zecche).
- Stress psicologico legato a eventi estremi ripetuti.
Come possiamo adattarci davvero (non a parole)
1. Ripensare il territorio
- Stop al consumo di suolo in aree a rischio.
- Rinaturalizzare fiumi e zone di esondazione.
- Restituire spazio all’acqua invece di “imbrigliarla”.
2. Città più resilienti
- Più alberi e verde urbano (raffrescamento naturale).
- Pavimentazioni drenanti.
- Fognature dimensionate per piogge intense.
- Tetti verdi e superfici riflettenti.
3. Gestione intelligente dell’acqua
- Invasi medio-piccoli diffusi (non solo grandi dighe).
- Recupero e riuso dell’acqua piovana.
- Riduzione delle perdite nelle reti idriche.
4. Agricoltura che cambia
- Colture più resistenti a caldo e siccità.
- Tecniche che trattengono umidità nel suolo.
- Meno monoculture, più diversificazione.
5. Protezione delle persone
- Piani di emergenza locali aggiornati.
- Allerta meteo chiare e comprensibili.
- Reti di supporto per anziani e persone fragili durante il caldo.
6. Cultura del rischio
- Accettare che certi eventi non sono più “eccezionali”.
- Conoscere il territorio in cui si vive.
- Sapere cosa fare prima, durante e dopo un evento estremo.
Il punto fondamentale
Non possiamo “fermare” il cambiamento climatico in 10 anni,
ma possiamo evitare che diventi una crisi permanente.
L’adattamento non è una sconfitta:
è il modo intelligente di continuare a vivere bene in un clima diverso.









